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Daniele Merighetti

Daniele Merighetti

Svolge prevalentemente attività di assistenza stragiudiziale e giudiziale nell’ambito delle materie di diritto civile, con particolare riferimento alla responsabilità contrattuale, alle locazioni ed alla tutela del consumatore.

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Il danno relazionale va risarcito per la lesione di ogni diritto garantito dalla Costituzione

La Corte di Cassazione, con un’articolata sentenza n. 901 del 17.1.2018, ha stabilito che il danno relazionale, inteso come significativa alterazione della vita quotidiana, è conseguenza omogenea di qualsiasi lesione di un diritto a copertura costituzionale, sia esso il diritto alla salute, sia esso altro diritto tutelato dalla Carta fondamentale.

Si deve ritenere che, se le tabelle del danno biologico offrono un indice standard di liquidazione, l’eventuale aumento percentuale sino al 30 per cento sarà funzione della dimostrata peculiarità del caso concreto in relazione al vulnus arrecato alla vita di relazione del soggetto, mentre altra e diversa indagine andrà compiuta in relazione alla patita sofferenza interiore, senza peraltro che alcun automatismo risarcitorio sia pregiudicabile.

Colui il quale chiede il risarcimento per i danni subiti all’immobile di cui ha l’uso non è tenuto a dimostrare la sua qualità di conduttore

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 30550 del 20.12.2017, ha stabilito che chi agisce in giudizio per chiedere il ristoro dei danni patiti dall’immobile in condominio, di cui ha l’uso, non è tenuto a dimostrare la sua qualità di conduttore del bene medesimo.

La natura non petitoria del giudizio comporta, infatti, che può agire chiunque abbia la disponibilità di fatto della cosa, purché in base a titolo non contrario a norme di ordine pubblico, e, quindi, in ipotesi, anche il mero comodatario.

Né può essere eccepito dagli altri condomini che il regolamento vieta una determinata attività nell’alloggio, dal momento che questa eccezione può essere proposta solo nei confronti del proprietario dell’immobile.

Il committente non è tenuto al risarcimento nei confronti del dipendente dell’appaltatore

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 29582/2017, ha stabilito che la responsabilità per la violazione dell’obbligo di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro si estende al committente, solo ove lo stesso si sia reso garante della vigilanza relativa alla misura da adottare in concreto e si sia riservato i poteri tecnico organizzativi dell’opera da eseguire. Non è configurabile, quindi, una responsabilità del committente in re ipsa e cioè per il solo fatto di avere affidato in appalto determinati lavori ovvero un servizio. Va esclusa, pertanto, un’applicazione automatica del principio secondo cui il dovere di sicurezza è riferibile, oltre che al datore di lavoro (di regola, l’appaltatore), anche al committente.

Per ottenere il risarcimento del danno biologico bastano i certificati di un medico privato

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 27574 del 21 novembre 2017, ha stabilito che deve essere risarcito il danno biologico in favore dei genitori del minore, che durante l’anno scolastico si fa male, pur se in giudizio siano stati prodotti unicamente certificati medici non asseverati con giuramento, in quanto provenienti da strutture private.

Secondo la Suprema Corte, infatti, la provenienza di un certificato medico da una struttura pubblica e la sua asseverazione con giuramento non costituiscono requisiti necessari ai fini della prova documentale per la liquidazione del danno biologico e, in generale, per sostenere fatti che richiedano un accertamento e/o una valutazione di tipo scientifico.

Il condominio è tenuto al risarcimento del danno provocato da un vizio di progettazione dell’ascensore

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 26533 del 9.11.2017, ha stabilito che spetta al condominio l’onere di risarcire le vittime di un sinistro causato dalla caduta della cabina nell’ascensore dell’edificio, anche se l’incidente è stato determinato da un errore di progettazione dell’impianto.

Secondo la Suprema Corte, non ricorre il caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità del condominio anche qualora la cosa oggetto di custodia abbia provocato il danno in conseguenza di un vizio costruttivo.

Per i supremi Giudici, infatti, il “fatto del terzo” integra gli estremi del caso fortuito, tale da escludere la responsabilità del custode di cui all’art. 2051 c.c., solo se si tratta della condotta di un soggetto, estranea al custode, di per sé idonea a provocare il danno a prescindere dall’uso della cosa.

Il proprietario dell’immobile non risarcisce il danno subito dall’inquilino se l’appartamento è gravato da usufrutto

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 25819 del 31 ottobre 2017, ha stabilito che il proprietario dell’immobile non è tenuto a risarcire il conduttore, nel caso in cui l’unità abitativa sia gravata da usufrutto. Nel caso di specie, i conduttori avevano richiesto (anche) ai proprietari dell’appartamento il risarcimento del danno derivante dal cedimento di una ringhiera del balcone, che aveva colpito il loro figlio, provocandogli gravi lesioni. Secondo la Suprema Corte, il cedimento della ringhiera non può essere addebitato a chi – ancorché nudo proprietario - non ha nessun potere fisico sulla cosa locata. In sintesi, l’art. 2051 c.c. non può applicarsi in egual misura al nudo proprietario e all’usufruttuario, in quanto l’esclusivo esercizio da parte dell’uno esclude che l’altro possa esercitare lo stesso potere.

Va annullata per conflitto di interessi la compravendita immobiliare se il rappresentante riceve assegni in bianco

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 22981/2017, ha stabilito che la compravendita di un immobile va annullata per conflitto di interessi se il rappresentante – avendo fretta di concludere il contratto – trasferisce il bene ricevendo solo assegni in bianco. Nel caso di specie, la fretta di concludere l’accordo senza stipulare alcun preliminare e procedere ai preventivi frazionamenti o indagini catastali, e la dilazione di pagamento accordata dietro la consegna di assegni in bianco e senza garanzia di adeguata provvista presso la banca, sono indice di un conflitto di interessi del rappresentato. Viceversa, la procura conferita dal venditore non può essere annullata per incapacità della persona che l’ha conferita solo per il fatto che il prezzo di vendita è sproporzionato rispetto al valore di mercato del cespite.

 

Non si può chiedere la nullità della compravendita immobiliare solo perché non è compreso anche il box auto

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 22364 del 26 settembre 2017, ha stabilito che l’acquirente di un appartamento non può ottenere la declaratoria di nullità della compravendita immobiliare per il solo fatto che nell’atto di cessione non sia compreso anche un box.

La pretesa di entrare in possesso di un determinato garage è infondata, infatti, quando la legge prevede solo un vincolo di destinazione a parcheggio di alcune aree.

Il vincolo di destinazione comporta l’obbligo non già di trasferire la proprietà dell’area destinata a parcheggio insieme alla costruzione, ma quello di non eliminare il vincolo esistente, sicché esso crea in capo all’acquirente dell’appartamento un diritto reale d’uso sull’area e non già un diritto al trasferimento della proprietà.

Il committente che sospende il pagamento per inadempimento dell’appaltatore non è tenuto al pagamento degli interessi di mora

La II Sezione Civile della Corte di Cassazione, con ordinanza n. 21315 del 14 settembre 2017, ha stabilito che il contraente che si avvale legittimamente del diritto di sospendere l’adempimento della propria obbligazione pecuniaria a causa dell’inadempimento dell’altro contraente (nel caso di specie, l’appaltatore) non può essere considerato in mora e non è tenuto, pertanto, al pagamento degli interessi moratori, non essendo applicabile l’art. 1224 c.c., se non nei limiti in cui detta eccezione è proporzionata all’adempimento della controparte.

Nei contratti sinallagmatici, come quello di appalto, la valutazione della proporzionalità è rimessa all’apprezzamento del Giudice di merito e va effettuata in termini oggettivi, vale a dire con riferimento all’intero equilibrio del contratto e alla buona fede.

E’ nullo il contratto di sale and lease back se ha la funzione di garantire di più la società finanziaria con la proprietà dell’immobile

Con sentenza n. 16646 del 6 luglio 2017, la III sezione della Corte di Cassazione ha stabilito che deve ritenersi nullo per illiceità della causa il contratto di sale and lease back quando ha la funzione di garantire di più la finanziaria con la proprietà dell’immobile, poiché siffatta fattispecie viola il divieto di patto commissorio previsto dall’art. 2744 c.c.

La natura fraudolenta di tale contratto può essere desunta dalla presenza di una situazione di credito e debito tra la società finanziaria e l’impresa venditrice utilizzatrice, dalla situazione di difficoltà economica del venditore legittimante il sospetto di relativo approfittamento e dalla sproporzione tra il valore del bene e l’entità del prezzo versato.

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