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Paolo Grandi

Paolo Grandi

Avvocato esperto di acquisizioni, finanza straordinaria, diritto commerciale e societario.

Profilo: http://www.replegal.it/it/professionisti/tutti-i-soci/134-paolo-grandi.html

La Cina riduce i dazi doganali per l’importazione di beni di consumo

Il Consiglio di Stato cinese ha deciso una importante riduzione dei dazi all’importazione di molti beni di consumo. Nella riunione esecutiva del 30 maggio 2018, presieduta dal Premier cinese Li Keqiang, sono state più che dimezzate (con una riduzione dal 15,9% al 7,1%) le tariffe doganali sui prodotti di abbligliamento, calfature, cappelli, utensili da cucina e prodotti sportivi.

Corte Costituzionale: le Regioni non possono imporre l’obbligo di chiusura dei negozi a Natale, Capodanno e Pasqua

La Corte Costituzionale ha accolto il ricorso proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri contro la legge regionale del Friuli-Venezia Giulia che disponeva l’obbligo di chiusura dei negozi a Natale, Capodanno, Pasqua ed in altri giorni festivi.

Tale normativa viola la riserva costituzionale a favore dello Stato in materia di tutela della concorrenza, stabilito dall’articolo 117 della Costituzione, ed è stata dichiarata illegittima. La sentenza, depositata il 10 maggio 2017, richiama al riguardo la normativa statale espressa dal D.L. n. 201/2011 che stabilisce che le attività commerciali si svolgano “senza limiti e prescrizioni concernenti, tra gli altri, il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l’obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio”. La Corte ha ribadito che tale liberalizzazione favorisce la creazione di un mercato più dinamico e più aperto all’ingresso di nuovi operatori e amplia la possibilità di scelta del consumatore.

L’assemblea della S.r.l. non può obbligare i soci a ripianare le perdite di esercizio

L’autonomia patrimoniale delle società di capitali è un principio cardine del diritto societario. Corollario di tale principio è quello secondo il quale l’assemblea dei soci non ha alcun potere di imporre ai soci il ripianamento dell’esposizione debitoria della società, potendo esclusivamente deliberare una riduzione del capitale ed il suo contestuale aumento: aumento che poi verrà offerto in opzione ai soci, i quali saranno liberi di decidere se sottoscriverlo o meno. Tale potere non potrebbe neanche derivare da eventuali patti parasociali, i quali possono produrre esclusivamente effetti obbligatori nei confronti dei soci che li hanno sottoscritti, ma non nei confronti della società. Lo ha recentemente ribadito il Tribunale di Roma dichiarando l’invalidità di una delibera – impugnata dal socio di minoranza - che aveva stabilito di porre le perdite di bilancio a carico dei soci.

Il Tribunale di Milano introduce il concetto di “parti professionalmente ben attrezzate” per valutare l’interpretazione di un accordo tra soci

Se i soci hanno requisiti professionali tali da non poter sottovalutare la portata di un accordo parasociale, volto a disciplinare – tra gli altri aspetti – la reciproca restituzione di finanziamenti, tale accordo deve essere interpretato secondo il suo tenore letterale. In tale contesto, il Tribunale ha disatteso la richiesta di uno dei soci di interpretare l’accordo secondo i canoni della buona fede ritenendo che – nel caso concreto - non fosse consentita alcuna operazione ermeneutica tenuto conto in particolare della qualità delle parti stipulanti, ciascuna delle quali era “professionalmente ben attrezzata per comprendere la portata delle clausole e della loro successione nel testo negoziale”.

Sei giorni sono sufficienti per organizzare la partecipazione del socio all’assemblea di una S.r.l.?

È frequente trovare negli statuti delle S.r.l. una clausola di questo tipo in merito alle formalità di convocazione dell’assemblea dei soci: “l’avviso di convocazione dev’essere inviato ai soci mediante lettera raccomandata, o atto equipollente, da spedirsi almeno otto giorni prima dell’adunanza”. Come ovvio, la consegna al socio della raccomandata avviene in un termine inferiore agli otto giorni dalla data dell’assemblea. Al riguardo, il Tribunale di Milano ha rilevato che, se la convocazione è ricevuta dal socio sei giorni prima dell’assemblea, tale lasso di tempo appare del tutto adeguato a consentire al socio di organizzare la propria partecipazione ad adunanza anche convocata in sede non prossima alla sua residenza ma comunque nel territorio italiano. È del tutto irrilevante che il socio avesse programmato un viaggio all’estero in quel periodo, essendogli comunque possibile partecipare all’assemblea tramite delegato - nominabile lo stesso giorno di ricezione della convocazione. Se il socio ritiene di aver potuto adeguatamente informarsi sugli argomenti all’ordine del giorno, ha comunque l’onere di partecipare all’assemblea e ivi eventualmente richiedere ogni informazione in ordine ai dati rilevanti rispetto alle delibere da adottarsi. Solo in caso di mancato adeguato chiarimento in sede assembleare, il socio potrà denunciare la carenza di informazioni chiedendo differimento dell’adunanza al fine di colmare tale lacuna e denunciando poi il mancato rinvio quale abusivo.

E’ valida la delibera assembleare in contrasto con i patti parasociali

La delibera che dispone la riduzione della perdita, l’azzeramento del capitale sociale e la ricostituzione di quest’ultimo, se assunta con la maggioranza stabilita dallo statuto della società, è valida anche se in contrasto con il contenuto del patto parasociale sottoscritto tra i soci. Lo ha stabilito il Tribunale di Roma richiamando il consolidato orientamento della Cassazione secondo il quale i patti parasociali sono convenzioni con cui i soci od alcuni di essi attuano un regolamento di rapporti - non opponibile alla società - difforme o complementare rispetto a quello previsto dall'atto costitutivo o dallo statuto della società stessa. Il vincolo che ne discende opera su di un terreno esterno a quello dell'organizzazione sociale ed è riferito non alla società (che è, rispetto al patto stesso, terza) ma esclusivamente ai soci contraenti, disciplinando i rapporti interni fra di essi in via meramente obbligatoria, con conseguenze soltanto risarcitorie.

Responsabilità dell’amministratore di fatto solo in caso di attività sistematica e continuativa

Per far valere la responsabilità del c.d. amministratore “di fatto” - ovvero di un soggetto che non sia stato formalmente investito di funzioni gestorie o liquidatorie di una società – che abbia, in realtà ed in via di fatto, gestito la società o espletato l’attività liquidatoria, occorre dare prova specifica delle condotte di sistematica e non occasionale ingerenza di tale soggetto nella gestione sociale e, dunque, dell’esercizio, da parte dello stesso, di funzioni, prerogative e poteri tipicamente connessi alla titolarità della carica di amministratore o liquidatore. In particolare, il riconoscimento, in capo ad un soggetto, della posizione di liquidatore o amministratore di fatto passa necessariamente attraverso la prospettazione specifica - e la correlata prova - della riferibilità allo stesso di condotte sistematiche e significative; in altre parole, di una gestione continuativa e significativa. Il principio è stato recentemente ribadito da una sentenza del Tribunale di Roma che valutato come un mero scambio di corrispondenza commerciale non sia sufficiente ha provare tale tipologia di attività.

Aumento di capitale e abuso della maggioranza

Il giudice non può sindacare la decisione dell’assemblea dei soci, presa con il voto favorevole del solo socio di maggioranza, di procedere all’aumento del capitale sociale per far fronte ad investimenti ed impegni di spesa futuri. Secondo il Tribunale di Roma, se le decisioni prese dell’assemblea dei soci nell’interesse della società non sono manifestamente irragionevoli, illogiche o avventate, il dissenso del socio di minoranza non comporta l’invalidità della delibera.  Sulla base di questo principio, il giudice ha escluso che vi fosse un “abuso di potere” da parte del socio di maggioranza ovvero un equivalente diritto del socio di minoranza a non veder diluita la propria partecipazione sociale.

Il rapporto amministratore-società non è regolabile da un contratto

La Cassazione si è pronunciata a Sezioni Unite per ribaltare il proprio precedente orientamento, risalente al 1994, ed affermare che, data la natura organica del rapporto tra amministratore e società, il relativo rapporto non può essere di natura contrattuale. In particolare, secondo la Suprema Corte, i poteri gestori degli amministratori di una S.p.A. derivano direttamente dalla legge e non sono limitabili né contrattualmente né dall’assemblea dei soci. Da tale principio, derivano alcune conseguenze giuridiche molto rilevanti, tra cui la pignorabilità per intero del compenso dell’amministrazione (senza la limitazione del quinto prevista per dipendenti e parasubordinati) e la competenza del tribunale delle imprese per ogni controversia che riguarda il rapporto tra amministratori e società. La sentenza citata osserva come rimanga salva la compatibilità giuridica tra le funzioni del lavoratore dipendente e quelle di amministratore di una società, la cui sussistenza deve essere verificata in concreto: ad esempio, nei gruppi societari di grandi dimensioni con più società operative, dove un dirigente svolga – tra le proprie mansioni – anche l’incarico di amministratore di una o più di tali società.

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