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Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

Profilo: http://www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/130-riccardo-rossotto.html

Editoriale R&P Magazine, Marzo 2013

Alla vigilia dell’apertura della procedura di audizione da parte del Garante della Privacy sulla disciplina dell’Informativa e della Manifestazione del Consenso sull’annoso tema dei Cookies, vorrei ritornare su alcuni aspetti di tale problematica già oggetto di un mio precedente intervento sull’ultimo numero di R&PMag.
Le contraddizioni sono evidenti, allo stato, tra una normativa europea molto rigorosa in materia di Informativa e di Manifestazione del Consenso da parte degli user e una realtà americana (e forse non solo) che va in una direzione ben diversa. Gli operatori europei del settore vivono quotidianamente la frustrazione di doversi confrontare con una normativa comunitaria molto stringente e declinata in maniera rigorosa nei vari stati membri rispetto ai propri competitors americani che possono sfruttare un atteggiamento molto meno tassativo da parte delle loro autorità competenti.
Il prof. Pizzetti, già Garante della Privacy, in un suo testo dedicato proprio a queste tematiche a livello globale, scriveva come la legislazione sulla Privacy fosse in realtà un vero e proprio strumento di concorrenza tra le imprese europee e le imprese americane.
Da un lato a protezione del sistema europeo che, più rigoroso, obbliga le società americane, che vogliono vendere i propri prodotti in Europa, ad adattarsi a procedure molto più stringenti a favore della tutela della Privacy dei singoli consumatori. Da un altro lato, in un mondo come quello della Rete, per definizione transnazionale, senza confini e senza quindi un reale enforcement delle normative applicabili, offrendo agli operatori “extra comunitari” la possibilità di operare in un sostanziale far-west legislativo.
Come abbiamo già avuto modo di scrivere su questa rivista, il tema del Big Data e cioè di un “grande cervellone” che sta immagazzinando e registrando tutte le nostre attitudini/passioni di spesa è di grande e drammatica attualità. In America, si da per scontato che in futuro tutta questa enorme massa di informazioni sarà messa a disposizione di un modello di business che la valorizzerà a favore di quei soggetti che ne sono divenuti proprietari “di fatto”, più o meno lecitamente.
Mentre tutti i Garanti europei stanno aprendo i “cantieri” di confronto con gli operatori sulla disciplina dei Cookies, dall’altra parte del mondo ci sono società che non solo hanno già inventato e utilizzato i Super Cookies, ma che stanno già pensando a come valorizzare le miliardi di informazioni raccolte in questi anni sulle nostre scelte di acquisto. Senza contare che proprio in questi giorni abbiamo letto sui quotidiani internazionali e nazionali notizie di furti di intere banche dati americane da parte di hacker cinesi che sono quindi entrati in possesso di un patrimonio informativo di rilevante valore e delicatezza.
Il diritto, tanto per cambiare, ha, anche in questo settore, un tempo di efficacia/efficienza enormemente diverso e più lento rispetto a quello dell’evoluzione tecnologica. Il paradosso dell’attuale situazione, a mio avviso, è che sull’anche condivisibile principio di tutela della Privacy personale di ciascuno di noi, in realtà si innesca una sostanziale impossibilità di controllo e di efficacia di tale tutela. Con quindi potenziali enormi abusi ed illeciti.
Un po’ perché gli americani (le principali società di content della Rete sono tutte a “stelle e strisce”) detengono il sostanziale ruolo di driver del mercato delle informazioni sugli user e possono sostanzialmente fruire, come detto, di una normativa che permette loro di registrare tutte le informazioni trasmesse sulla Rete e di riclassificarle organizzando una vera e propria profilazione di tutte le tendenze/passioni di acquisto dei consumatori. Un po’ perché la Rete offre una tale opportunità in termini di velocità di trasmissione dei dati che anche quando un’autorità giudiziaria dovesse ravvisare degli illeciti, il danno sarebbe già stato compiuto. E i buoi usciti da tempo dalle stalle.
Insomma, quello che mi preoccupa è che in Europa ci sia un approccio astrattamente rigoroso e condivisibile ma concretamente molto poco efficiente.
La provocazione che ho lanciato nel mio precedente intervento su questo tema è quella di rivisitare la materia individuando un valore patrimoniale dei nostri dati personali, anche, perché no, di quelli sensibili. Magari diverso nel quantum! In tal modo ciascuno di noi, a fronte id un certo corrispettivo, deciderà se trasferirli, in tutto o in parte, o se tenerli per sé, senza utilizzarli a fini onerosi.
E’ in fondo insito nella natura umana il concetto espresso brillantemente da una famosa canzone che canticchiava “per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare” e cioè che razionalmente o irrazionalmente ognuno di noi cerca sempre di replicare le scelte di acquisto che lo hanno soddisfatto.
Dunque l’essere “tracciati” potrebbe essere anche un valore: potrebbe permetterci di ricevere informazioni e sollecitazioni di acquisto di prodotti o servizi che abbiamo già utilizzato con soddisfazione o che comunque costituiscono delle alternative interessanti visti i nostri gusti. Insomma delle informazioni selezionate e profilate proprio alla luce della nostra “storia” di consumatori.
Ma proprio per questa ragione mi chiedo perché la tracciabilità delle mie manifestazioni di acquisto (che contiene un indubbio valore patrimoniale prospettico consistente proprio nella possibilità della replicabilità delle stesse scelte di acquisto) non debba avere un valore economico di mercato e che questo mi debba essere riconosciuto al momento del trasferimento.
In tal modo non ci sarebbe bisogno di aprire troppi “cantieri” per individuare le migliori forme di Informativa e/o di Manifestazione del Consenso. Nessuno potrebbe utilizzare i miei dati senza il mio consenso e senza pagarne quindi il corrispettivo pattuito.
Certo, questa mia posizione rappresenta una provocazione che spero scateni un confronto più approfondito su una tematica che rischia di rimanere astrattamente risolta dal punto di vista normativo ma concretamente irrisolta dal punto di vista operativo. In più discriminando dal punto di vista della concorrenza gli operatori europei da quelli degli altri paesi extra UE.


Riccardo Rossotto

Editoriale R&P Magazine, Maggio 2013

E’ curiosa e affascinante la coincidenza che abbiamo di fronte sfogliando questo numero della nostra rivista. Troverete infatti una chiacchierata (con l’esordio della nuova rubrica “Lunch with …” con Eraldo Mussa, team manager del Gruppo Armando Testa che, nell’analizzare un progetto digitale internazionale in cui l’agenzia italiana ha il ruolo di driver, sottolinea come la chiave di successo del progetto sia l’uomo e cioè la sua capacità di integrare culture e professionalità diverse, su un’iniziativa esclusivamente dedicata al web. Contemporaneamente nelle librerie italiane è uscito in questi giorni l’ultimo libro del giornalista de La Stampa, Gianni Riotta, con il titolo “Il web ci rende liberi?”. Ebbene, anche Gianni Riotta, un grande frequentatore della Rete, pone l’uomo al centro della sfida in corso nel mondo digitale. La proposta dell’autore è quella di rimettere al centro la Persona e la sua capacità di decidere che caratteristiche avrà la Macchina. Non viceversa.

Social Bot: diventare famosi comprando amici virtuali

Ci eravamo appena concentrati e .. preoccupati delle dimensioni e dei possibili effetti del Big Data scenario ed ecco che dagli Stati Uniti ci arrivano nuovi ed inquietanti sviluppi della vicenda. Sembra quasi un sequel: una storia a puntate in cui non si riesce neanche ad intuire un possibile sbocco finale. Reduce da una veloce trasferta americana constato che il dibattito tra gli esperti, giuridici e tecnologici, del web si è spostato.

L’utilizzo del Big Data a fini commerciali con tutto quello che comporta in termini di rischi (i) per la privacy di ciascuno di noi, (ii) per la sottesa rivoluzione in termini di valore economico di scambio dei nostri profili di acquisto, (iii) per la palese differenza di trattamento normativo tra gli USA e l’Europa, è stato momentaneamente messo da parte per lasciare al centro della discussione il mercato “fittizio” dei nostri profili.

Si sta, infatti, verificando un fenomeno per certi versi inquietante e per altri incredibile: la compravendita di profili (“bots”) falsi, costruiti con software sempre più sofisticati.

Il “bisogno” del mercato nasce dalla voglia di dimostrare di avere numerosissimi follower, molti di più del reale, sia da parte di celebrity sia da parte di molti protagonisti commerciali del web.

Più “amici” più successo, più notorietà, più valore!

Il ragionamento diventa dunque cinicamente questo: “Ho solo 100 amici, reali, che mi seguono e interloquiscono con me oppure leggono il mio blog e si confrontano con le mie opinioni. Bene: troppo pochi per essere sexy, per essere inserzionisti o altri follower. Dunque mi compro altri “amici”.

Si smitizza, in altre parole, l’adagio “con il denaro non si compra l’amicizia altrui!”.

Anzi, lo si svuota di ogni contenuto.

Proprio la scorsa settimana Nick Bilton, uno dei guru del web, un attento osservatore dei  mutamenti antropologici che si stanno verificando sul web, sulle colonne del New York Times ha lanciato il suo grido d’allarme. 

“Ho appena comprato 4000 nuovi amici su Twitter per il prezzo di una tazzina di caffè” ha scritto Bilton divenuto famoso anche in Italia dopo la pubblicazione del suo libro “Io vivo del futuro” (Feltrinelli).

Cosa ci sta dunque succedendo intorno? La rivoluzione innovativa di internet muta ogni giorno fisionomia aprendo nuovi scenari assolutamente imprevedibili soltanto qualche giorno prima.

Cerchiamo di capirne di più seguendo il ragionamento di Bilton e coniugandolo con un colloquio che ho avuto a Houston (Texas) proprio nei giorni scorsi con una blogger italiana che, pur volendo conservare l’anonimato, mi ha aiutato ad entrare in questo nuovo “incubo” internettiano.

Lo sforzo è quello di semplificare un fenomeno complesso.

Partiamo da un principio condiviso: anche nel web il valore di una testata editoriale, di un blog, di un sito è fornito dal numero delle persone che lo frequentano, che lo digitano. Più sono i follower più l’inserzionista pubblicitario sarà stimolato a comprare uno spazio su quel sito, tra l’altro frequentato da “amici” profilati e appassionati a quello specifico prodotto/servizio o comunque centro di discussione politica, culturale o varia.

Detto ciò, l’importante per il titolare del sito è avere tanti follower, veri e reali?

Avrei detto di sì … fino a ieri. Perché oggi scopro, e Nick Bilton me ne dà una drammatica conferma, che tale assunto non è assolutamente confermato!

Il proprietario del sito può avere acquistato dei profili sul mercato, assolutamente inesistenti, ma costruiti tecnologicamente così bene da sembrare veri.

Il tutto ad un costo estremamente basso rispetto al valore aggiunto intrinseco.

Infatti, grazie a questa moltitudine di follower “fittizi” il valore dello spazio pubblicitario sul sito aumenterà, producendo maggiori ricavi/profitti al suo titolare.

Peccato che il tutto sia una bolla: una gonfiatura numerica che non corrisponde alla realtà. Con quindi il rischio per l’investitore pubblicitario di buttar via i suoi soldi. 

“Uno dei più famosi gestori di “bots fittizi”-  mi racconta il nostro blogger anonimo che chiameremo “C” – é il programma chiamato Zeus che vende anche per 700$ una plancia virtuale (“dashboard”) con la quale tu puoi controllare e gestire la tua “armata” di profili acquistati”.

Il fenomeno sta acquisendo una rilevante e, a nostro avviso, drammatica notorietà in campo politico.

Nelle elezioni presidenziali in Messico nel 2012  il PRI, l’Istitutional Revolutionary Party, fu accusato di aver fatto uso di decine di  migliaia di profili fittizie per oscurare o comunque annacquare il peso dei follower del partito antagonista.

Il PRI ammise di aver fatto uso dei “bots” banalizzandone però l’importanza ai fini del suo successo elettorale finale.

In Siria e in Turchia (dove Twitter è stato momentaneamente oscurato dal governo proprio recentemente) ci sono stati altri casi, resi pubblici, di liste di “bots” immesse nel circuito della Rete per alternativamente dimostrare il seguito di un certo candidato o di una certa opinione politica ovvero intasare dei siti degli avversari per ridurne la potenza comunicativa “Oggi – mi spiega C – negli Stati Uniti utilizzando il programma Swenzy tu puoi acquistare follower, likes, downloads, views e commenti sui social network. Con 5$ puoi comprare 4000 nuovi “amici”. Con un investimento di 3.700$ puoi entrare in possesso di oltre 1.000.000 di nuovi amici su Instagram. Con dei pagamenti extra, nell’ordine di qualche decina di dollari, puoi acquistare amici con tanto di foto da mettere nel sito”.

Stiamo dunque vivendo, non so con quale consapevolezza collettiva, un periodo storico di boom della Rete parrebbe gonfiato sia nei numeri sia nella reale partecipazione degli individui.

L’aspetto appassionante della spinosa tematica è che a fronte dello sviluppo delle tecniche “gaglioffe” di creazione, gestione e vendita di liste di profili non reali, ma tecnologicamente perfetti e uguali ai profili reali, i “bots” appunto, sta nascendo una nuova generazione di software che ha come scopo quello di identificare gli “amici” finti.

“Si parla di un 5/10% di follower veri rispetto a quelli dichiarati – mi conferma C, profonda conoscitrice anche di questo nuovo sviluppo della tecnologia – “talking about this” è proprio un prodotto informatico che permette, attraverso un certo algoritmo, di selezionare tra i follower di un sito quelli reali, umani ed esistenti da quelli artificiali, costruiti dalle macchine”.

I criteri posti a base dell’algoritmo che fa la cernita sono legati alla quantità/frequenza dell’interlocuzione tra il singolo follower e il sito dove si è iscritto. A frequenza bassa aumenta il dubbio sulla veridicità ed esistenza reale dell’ “amico”.

“Per ora – scrive Nick Bilton – questi “bots” sono soltanto ingannevoli, inducono molta gente a credere che un soggetto o un oggetto siano più popolari di quanto nella realtà sono. Ma, se non arrestiamo questo processo, con lo sviluppo della tecnologia da soltanto ingannevoli questi “bots” potranno diventare davvero cattivi (“nastier”) e pericolosi per la nostra convivenza”.

C mi ha raccontato un episodio accaduto lo scorso mese di marzo negli Stati Uniti: un incubo se, con il pensiero, andiamo al di là dello specifico episodio e allarghiamo l’orizzonte dei possibili ulteriori rischi di applicazione. 

Cosa è successo? Due studenti di un famoso istituto High Tech israeliano hanno creato un gruppo di “bots” che ha causato il blocco del traffico entrando nel software di navigazione Waze di proprietà di Google.

L’esperimento dimostrativo dei due talenti israeliani era così sofisticato da imitare perfettamente i cellulari Android che avevano accesso al GPS di Waze.

Dunque, falsi guidatori in falsi automobili che segnalavano la loro posizione in un certo quartiere della città. Waze, credendo all’autenticità di tali follower e quindi della loro presenza contemporanea in certe strade di quella zona, iniziò a dare indicazioni ai propri clienti reali di usare vie alternative per evitare code e intasamenti del traffico. Si creò così una vera e propria congestione di auto in quartieri cittadini dove prima non c’era praticamente nessuna automobile e la famosa area virtualmente piena di auto risultò invece praticamente deserta!

 

Pensiamo sulla base di questo divertente ma terrificante esempio, cosa potrebbero causare i “bots” cattivi per l’umanità.

 

Editoriale R&P Magazine, Gennaio 2014

Due anni! Due anni e 11 numeri di RepMag. Chi l'avrebbe mai detto? Sinceramente non ci speravamo. L'obbiettivo era quello di durare nel tempo ma il rischio era ...di non farcela! Proprio nell'impegno sulla continuità. Esaurito l'entusiasmo iniziale, lo sappiamo, la tensione emotiva cala e la voglia di sacrificare parte del nostro tempo nelle ricerche e nella stesura degli articoli...scema. Ha prevalso invece la passione e la voglia di continuare, investendo sempre in qualità e novità degli scritti. Anche grazie a voi, ai nostri lettori che, con i loro consigli, le loro critiche, i loro giudizi ci hanno sempre spronato ad andare avanti. Un grazie se lo meritano anche il nostro primo direttore Lorenzo Attolico, il promotore dell'iniziativa, e gli attuali co-direttori Luca Egitto, Allegra Bonomo e Chiara Araldi.
Ora ci accingiamo ad apportare qualche novità nel format grafico. La sostanza rimarrà la stessa.
Alle soglie di un nuovo anno di calendario, che ci vuole davvero poco a pensare che possa essere migliore di quello appena mandato in archivio senza tanti rimpianti, ci consentiamo una pausa di riflessione. Dobbiamo fare in modo tutti, ciascuno nel suo particolare, di uscire dall'incubo di questa depressione che incrosta i nostri cuori e i nostri cervelli. Dobbiamo provare a girare pagina soprattutto psicologicamente affrontando la crisi piuttosto che subendola. E allora condividiamo alcune notizie di attualità che hanno caratterizzato gli ultimi mesi di questo 2013 da dimenticare. Alcuni avvenimenti che ci fanno ben sperare per il futuro più prossimo.

TORNARE COMPETITIVI: "sarebbe bello ma ormai....." E’ il ritornello che ci gira per le orecchie andando in giro per le città italiane. Invece....invece ci sono segnali di stampo opposto che vale la pena cogliere. Sentite questa. Proprio a metà dicembre, a Roma, nel corso di una delle periodiche riunioni dell'Aspen Institute, il più famoso Think Tank italo americano, è emersa una novità, quasi provocatoria per noi italiani ....depressi. Gli specialisti americani del commercio elettronico, infatti, in una seduta della commissione che si occupa del futuro della Rete, hanno segnalato che è in corso una rivisitazione del modello di business di questo straordinario strumento commerciale, in grande espansione in tutto il mondo. Finora si era sempre detto e pensato che la delivery, e cioè la consegna dei prodotti entro le 24 ore della promessa pubblicitaria, fosse il punto cruciale della competizione tra i players del settore. E’ su questo snodo logistico, si diceva, che ci si gioca la reputazione, dando esecuzione con puntualità ed efficienza all'ordine inoltrato dal cliente on-line. Invece, da recenti studi, emerge uno scenario diverso, straordinario per l'opportunità che potrebbe aprire al nostro zoppicante Paese. Perché - sostengono gli esperti americani - invece di investire soltanto sui tempi di consegna non mettiamo il focus anche sull'ultimo miglio della filiera produttiva creando valore aggiunto anche in questo segmento? Proviamo a spacchettare il processo di fabbricazione di prodotti tipo quelli del design o della moda o della gioielleria (tutte eccellenze tipicamente italiane) come se fossimo di fronte ad una attualizzazione del famoso gioco del Lego: tanti piccoli mattoncini colorati che, se montati con cura e arte, possono dare vita ad oggetti di grande valore estetico e funzionale. Bene, sostengono i guru del commercio elettronico mondiale, una pezzo della produzione potrà continuare ad essere fatta in paesi a basso costo di lavorazione ma "l'ultimo miglio" no, quello deve essere affidato ad artigiani che conoscono bene il loro mestiere e che possono completare i semi lavorati con competenza ed esperienza, creando un valore aggiunto finale decisivo per la competitività dell'oggetto. Chi meglio degli italiani è capace di garantire tale qualità e competenza? Nessuno! Dunque attrezzatevi perché stiamo studiando il vostro modello di sviluppo delle PMI e dei vostri distretti industriali a vocazione unica. Sarebbe il colmo dover rispondere che la nostra miopia ci ha fatto svuotare, negli ultimi anni, i distretti, perdendo molte delle eccellenze artigianali tipiche di tutte le regioni italiane. Il segnale è autorevole e affidabile. Meditiamoci sopra e potremo cogliere davvero una opportunità insperata.
LA SICUREZZA NELLA RETE: il recente scandalo americano ha angosciato molti paesi europei e diversi strati della popolazione. Ma come - ci si è detti - il Paese che si proclama da sempre come portatore dei principi più alti, sani e virtuosi della democrazia moderna, nella realtà con l'alibi della nostra difesa e sicurezza, ci spia volgarmente, controllandoci in ogni nostro movimento o in ogni dialogo con terzi. Altroché tutela della privacy, siamo di fronte ad una dolosa e ripetuta violazione dei più elementari diritti della persona umana. Che fare? Accettare tutto all'insegna della ragion di Stato oppure cercare di porre rimedio ad una situazione generale inaccettabile e per questo, potenzialmente idonea a dar vita a conflitti, se non militari, comunque economici e sociali?
Gli stessi americani, protagonisti delle gaglioffate commesse in questi ultimi anni, si sono posti il quesito e hanno promosso un grande summit mondiale a Vancouver, in Canada, a novembre in occasione della ottantesima riunione della IETF, l'associazione internazionale che raggruppa tutti gli ingegneri di Internet. Oltre 1100 specialisti si sono ritrovati per discutere un tema così sintetizzabile: "ci hanno rotto Internet, dobbiamo ripararlo!". Come ci ha raccontato Riccardo Luna sulle colonne di Repubblica, gli ingegneri internauti sono tutti volontari, si autofinanziano e lavorano tutto l'anno divisi in commissioni. Deliberano secondo una procedura condivisa, il RFC (Request for Comments) che da modo poi a tutti i membri di confrontarsi apportando alle delibere originarie modifiche e aggiornamenti. Alla fine del percorso transnazionale ci vuole un largo consenso per addivenire ad una decisione formalmente vincolante per tutti i membri. Il grande protagonista di Vancouver è stato uno studioso newyorkese, Bruce Schneider, che, alla fine dei lavori, ha dichiarato: "Siamo nel mezzo di una battaglia epica per il controllo del cyberspazio. Da una parte ci sono governi e multinazionali dall'altra le persone, i movimenti dal basso, i dissidenti, gli hacker e i criminali. "All'inizio - ha continuato Schneider - hanno prevalso i secondi ma ora le grandi istituzioni hanno reagito e stanno vincendo alla grande. Da come finirà questa battaglia dipenderà il futuro della Rete e del mondo".
La domanda che circolava tra i partecipanti del forum canadese era sempre la solita: è possibile usare la Rete per scoprire i criminali senza con questo limitare i diritti alla privacy dei cittadini? Secondo alcuni studiosi americani la privacy non esiste e ci si stupisce come molti possano pensare che esista davvero. "Io prima dello scandalo della NSA americana pensavo - ha scritto Chris Anderson, uno dei maggiori esperti e conoscitori della Rete nel mondo - che questi spioni fossero cattivi e inefficienti. Ora so che sono sempre cattivi ma almeno sono efficienti e mi proteggono. "Una sana e franca dichiarazione di cinismo che rispecchia però in modo chiaro una filosofia della privacy tipica di molti circoli statunitensi.
Da tenere in conto un ultimo aspetto prima di immergersi nelle discussioni su quale possa essere il modello di convivenza più accettabile per tutti noi cittadini del mondo: le attività spionistiche americane e inglesi hanno aperto dei "buchi" gravissimi nella Rete che oggi tutti possono utilizzare dando origine a scenari apocalittici. A Vancouver per cercare di ovviare a questi rischi si è deliberato di procedere alla riscrittura di molti standard della Rete al fine di renderli più sicuri. Se passasse il principio della necessarietà di cifrare tutte le trasmissioni dei dati circolanti su Internet-questo é uno degli obiettivi enunciati in Canada - i giganti della Rete sarebbero costretti a rivedere il loro modello di business. Qualche segnale in tal senso è già emerso nel momento in cui un colosso come Facebook sta facendo shopping di società specializzate nella trasmissione di dati e fotografie che poi spariscono automaticamente dopo essere state ricevute dal destinatario. Come diceva Schneider siamo in piena guerra per il controllo del cyberspazio e ne vedremo ancora delle belle.
INTERNET E LA CARTA STAMPATA: un'altra guerra economica è in corso tra gli editori tradizionali e quelli del web. In gioco c'è la sopravvivenza del sistema off-line che perde copie giorno dopo giorno a favore dei quotidiani on-line. "La diffusione del web - ha scritto qualche mese orsono sul settimanale Sette del gruppo Rizzoli, Pier Luigi Vercesi - ha spostato in massa capitali e capacità di moltiplicarsi da molti settori dell'economia e della società verso i produttori di tecnologie e i venditori di connessione......per i tecnocrati meno illuminati tutto ciò, vale a dire l'obiettivo finale a cui la tecnologia dovrebbe facilitare l'accesso, è definito "contenuti", generici figli di un dio minore che non meritano remunerazione: i "contenuti" si trovano e si rubano in Rete, quindi sono gratis. Perché la ricchezza deve rimanere tutta a chi produce tecnologie e le innova con i tempi decisi dall'ufficio marketing. Ne consegue l'illusione momentanea, che pagheremo cara, che la professionalità, la cura, la dedizione, l'invenzione e la creatività sono argomenti fasulli messi in campo dalle diverse caste che mirato a tutelare i loro privilegi......la religione del click-tivism, l'attivismo digitale, ci fa sentire grandi senza aver dedicato un giorno a imparare qualcosa.....se Internet è il nostro futuro dobbiamo educarlo ed educarci ad una nuova e complessa forma di convivenza....per questo mi chiedo: è davvero assurdo immaginare che le multinazionali si facciano carico di un acculturamento della Rete che tanto li arricchisce?"
Abbiamo deciso di riportare ampi stralci della nota di Vercesi in quanto solleva una serie di tematiche scottanti sulla Rete e sul suo futuro. Soprattutto con riferimento alla carta stampata e alla sua possibile o improbabile convivenza con il web. Anche su questo argomento però, noi riteniamo che esistano, come succede già in Germania e proprio negli Stati Uniti, forme di coesistenza tra prodotti editoriali tradizionali e quelli on-line. Gli esperimenti portati avanti dal New York Times vanno in questa direzione: investimenti mirati ad rendere possibile un affiancamento tra prodotti cartacei e prodotti digitali con una suddivisione strategica dei compiti e un'offerta di servizi e news differenziata in modo tale da evitare sovrapposizioni e competitività non virtuose. Il business non è, a nostro parere, solo sul web, come i fondamentalisti della Rete sostengono da tempo. C'è spazio sul mercato sia per l'informazione istantanea, tamburellante a rischio però di diventare sincopata come il cinguettio di Twitter; sia per l'approfondimento, per l'analisi più meditata, più approfondita. Bisognerebbe riuscire a leggere questi fenomeni con il cannocchiale del presente senza però rottamare le esperienze passate. Insomma con quel buon senso che costituisce, ahinoi, un valore sempre più raro da trovare.
Buon 2014 a tutti.
Riccardo Rossotto

Editoriale R&P Magazine, Marzo 2014

Secondo Riccardo Luna, uno dei più apprezzati guru del giornalismo internettiano, siamo alle soglie della prima Guerra Mondiale di Internet. Tutti contro tutti in una disperata e concitata lotta a chi riesce a raggiungere prima i propri obbiettivi.
Gli Stati Uniti contro il resto del mondo per difendere (sic!) il proprio diritto al controllo sulla nostra sicurezza planetaria. La rivendicazione, in altri termini, degli americani dello stato di sorveglianza legittimo e senza confini.
I singoli individui, noi stessi, sballottati tra un comprensibile desiderio di tutela della nostra privacy e una auspicata tutela della nostra sicurezza fisica e psicologica contro il terrorismo e il malaffare.
I grandi operatori del settore, per lo più americani, che si battono da un lato contro gli stati per sfuggire ai controlli, alle tasse e alle rigorose normative sulla privacy e dall'altro tra di loro per acquisire una quota dominante del mercato degli internauti, i cosiddetti nativi digitali, il mercato del futuro di dopodomani.
La grande posta in gioco son proprio i nostri dati personali, il cosiddetto Big Data. La rappresentazione storica e statistica delle nostre attitudini di spesa, delle nostre passioni, dei nostri sogni di acquisto. Maggiore è la conoscenza dettagliata dei nostri profili di acquisto maggiore è il valore commerciale del nostro dato personale. Fino all'altro ieri tutte le imprese di questo mondo dovevano ricorrere a strumenti di promozione dei propri prodotti indiscriminati, rivolti alla massa dei consumatori con un costo contatto molto alto e difficilmente comprimibile. Dovevano sparare i loro messaggi pubblicitari ad un target generalista sperando che nel mucchio qualcuno abboccasse. Oggi lo scenario sta cambiamo e molto velocemente. Ogni nostra "entrata" nella Rete viene registrata, immagazzinata e poi, più o meno lecitamente, utilizzata commercialmente. Negli Stati Uniti molto più facilmente, in Europa con molti vincoli legali. La battaglia sulla legislazione della Privacy sta tutta qui: se i motori di ricerca, le piattaforme digitali potranno utilizzare, monetizzandoli, tutti i dati archiviati e selezionati in questi anni, il futuro sarà nelle loro mani. E i loro conti economici presenteranno profitti clamorosi. In caso contrario il cammino sarà molto più arduo e in salita.
I 193 paesi dell'ONU che, nello scorso dicembre, hanno approvato all'unanimità una risoluzione che riafferma "il diritto alla privacy nell'era digitale" sono l'ultimo esempio della difesa di un diritto ormai indifendibile oppure il segnale che i sogni di gloria delle aziende di Silicon Valley rimarranno tali?
Il tema è contraddittorio e decodificabile anche attraverso un'altra interessante prospettiva. Più privacy significa meno dati personali trasferibili e registrabili; dunque meno conoscenza per le intelligence di tutto il mondo. Quindi meno sicurezza per tutti noi cittadini.
Meglio quindi accettare uno scenario con i grandi operatori di Internet con i bilanci gonfi di utili e noi cittadini in grado di avere servizi web sostanzialmente gratuiti ma meno privacy e più sicurezza oppure un contesto più protetto, dal punto di vista della tutela della nostra privacy, con i motori di ricerca meno ricchi e meno disponibili a regalare i propri servizi e con i servizi segreti di tutto il mondo con le mani più legate e quindi con meno livelli di sicurezza contro il terrorismo internazionale?
Un bel dilemma che spiega le ragioni della lotta in essere sia tra gli stati, sia tra imprese concorrenti, sia tra i cittadini e le istituzioni nazionali e internazionali.
Ma non è finita!
Un altro tema assolutamente spinoso in cui è davvero complicato individuare i buoni e i cattivi o meglio delle soluzioni ragionevoli da mettere in campo per evitare le pericolose derive esistenti riguarda le campagne di vero e proprio odio personale e sociale che si scatenano nella Rete e portano le vittime a preferire il suicidio piuttosto che non subire la gogna internettiana. Gli appelli contro il cyber- bullismo si sprecano ma le nostre cronache sono sempre più segnate da morti di ragazzi uccisi da campagne di odio o di diffamazione lanciate nella Rete. Anche su questo punto è bene intendersi in modo chiaro e netto. La Rete è per definizione anarchica e libertaria: un luogo di confronto libero fuori da ogni censura. Ma deve esistere un limite alla libertà individuale: il  rispetto della libertà altrui. Altrimenti torniamo indietro di secoli alla legge del più forte, al sopruso del forte nei confronti della parte debole. I diritti alla tutela della personalità, della reputazione e dell'onore vanno salvaguardati ad ogni costo. Nel web questo non sta accadendo e il dibattito degenera spesso in aggressioni, insulti, campagne di vero e proprio odio. Il tutto contaminando i pregi e le potenzialità di uno straordinario strumento di conoscenza come Internet.
Una recente proposta di legge firmata Moretti- Sanna va proprio nella direzione di non imbavagliare la Rete, cercando di salvaguardarne libertà e dialogo senza censure ma nello stesso tempo di far rispettare alcune regole basilari per la nostra convivenza. "Rendere la rete-si legge nella relazione al progetto di legge- uno spazio ne' di anomia ne' di censura in cui cioè  si promuovano i diritti e le libertà e non la violenza, l'ingiuria, la discriminazione, soprattutto nei confronti dei soggetti fragili". Tutto ciò che è illecito nel mondo offline, ha scritto Rodotà, deve essere illecito anche nel mondo online. Bisogna trovare degli strumenti di repressione, anche dal punto di vista della tecnologia, efficaci ed efficienti tenendo conto della straordinaria velocità di diffusione nella Rete di qualsiasi informazione o opinione. Bisogna insistere sul tema della responsabilità: ognuno è responsabile degli atti che compie e delle parole che pronuncia dal vivo, per scritto o nella Rete. Salvaguardiamo pure l'anonimato degli utenti ma senza far diventare la Rete un Far West in cui sia possibile dire e scrivere qualsiasi cosa contro chiunque senza rischi di sanzioni e con una impunità totale. Il progetto di legge citato immagina un anonimato "tracciabile". In altre parole ciascuno di noi conserva il suo anonimato nel web sapendo però che, in caso di ipotesi di illecito, l'autorità  giudiziaria e gli organi di polizia giudiziaria potranno identificarci, perseguendoci a norma di legge. Anonimato sì ma senza illeciti, insomma. Per quegli strumenti dove l'identificazione del soggetto pare tecnicamente impossibile sarà necessario, con l'ausilio della tecnologia adeguata, introdurre codici di accesso o password personalizzate che permettano in ogni caso l'identificazione dell'utente effettivo di un certo scritto apparso in un determinato momento temporale.
Insomma lo sviluppo della Rete e i suoi sempre più numerosi utenti a livello mondiale ci obbliga ad aumentare i nostri sforzi di monitoraggio nel tentativo di salvaguardare l'esistenza di uno strumento potenzialmente idoneo a farci fare dei progressi straordinari in termini di conoscenza a rischio però di essere contaminato e rovinato da usi illeciti, fintamente ispirati a principi di libertà.
RepMag sarà sempre in prima fila a combattere questa difficile ma stimolante battaglia della nostra convivenza futura.
Riccardo Rossotto

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