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Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

Profilo: http://www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/130-riccardo-rossotto.html

L’esito scontato della conferenza di Dubai

Dai resoconti giornalistici e dalle chiacchierate fatte con alcuni dei protagonisti presenti, la conferenza di Dubai non poteva che finire così. Chiamiamolo fallimento o stallo, cambia poco. Già alla vigilia si sapeva ( gli sherpa delle varie delegazioni non erano infatti riusciti a superare le criticità esistenti)che una parte del mondo ,con Russia e Cina in testa, avrebbe voluto intervenire ,per alcuni “pesantemente”, sulle regole del gioco di Internet, chiedendo maggiori possibilità di controlli locali da parte dei singoli governi. Che l’altra parte del mondo, capitanata dagli gli Stati Uniti e dall’Europa, non avrebbe accettato questa impostazione. Che ,come ha scritto il professor Juan Carlos Martin del Politecnico di Torino “ Gli Stati Uniti hanno scelto di far capire a tutti che l’attuale sistema di governo di Internet non si tocca!”. Ma non solo per ragioni legate all’alto e condivisibile tema della libertà di espressione di tutti ,soprattutto di quei cittadini che vivono in paesi con un notevole deficit di democrazia, ma banalmente perché l’attuale governance di Internet ha un fortissimo DNA americano che il governo di Obama e i grandi operatori  a stelle e strisce non vogliono assolutamente mollare, fino a quando sarà possibile! Ci riferiamo agli organismi come Icann, Letf e Internet Society che svolgono un ottimo lavoro ma sono ovviamente molto americano-dipendenti. Fin qui nulla di nuovo sotto il sole. Proposte di modifica bloccate, maggioranze non raggiunte, stallo…fallimento della conferenza! Ma sotto e dentro questa cornice macro ardono dei carboni accessi molto insidiosi per il  futuro della Rete  e della sua operatività commerciale. A Dubai infatti, nelle segrete stanze dei negoziatori, si è svolto anche un altro durissimo scontro, meno alto nei contenuti, ma più pragmatico nelle prospettazioni. I grandi operatori telefonici ,a cui sono richiesti dai vari governi rilevanti investimenti tecnologici per rendere ancora più efficiente il traffico su Internet, hanno introdotto una proposta-variante non da poco per i ricchi conti economici dei vari Google, Facebook etc : l’applicazione di una tariffa a pagamento per l’uso delle reti. Usate le nostre reti…pagateci un canone, un biglietto ,come in autostrada. Naturalmente si è scatenato un braccio di ferro senza vinti né vincitori ma sintomatico del perché gli americani ,sul tavolo della eventuale rivisitazione della governance di Internet ,non mollano: finchè la stessa rimarrà saldamente nelle loro mani e ,quindi ,in quelle delle lobbies dell’industria dei contenuti, il cambiamento non avverrà. Ma anche su questo argomento non ci si deve sorprendere: siamo di fronte ad una classica guerra di potere economico dove le due parti in campo cercano di prevalere influenzando i legislatori nazionali o sovrannazionali. Quello che mi è parso strano e che spero, nell’immediato futuro, di capire con l’aiuto degli addetti ai lavori è stato il ruolo dell’Europa in questa disfida.  Perchè si è appiattita, direi quasi bovinamente ,sulla posizione americana, avendo ,semmai ,da tutelare la propria industria nazionale composta più da gestori di reti che non di contenuti? Mistero. Altro punto controverso: perché ,stante lo stallo ideologico e anche, come detto, economico-sostanziale, l’Unione Europea non ha assunto una posizione autonoma, provando a stendere una prima piattaforma di proposte di regolamentazione della Rete che, a mio avviso, se non vengono condivise,  entro breve, rischiano di condizionare negativamente e quindi compromettere lo sviluppo del grande mercato del commercio elettronico. Mi riferisco a Privacy, Copyright, sicurezza nei pagamenti etc, solo per citare i più importanti titoli delle questioni aperte e non risolte. Questa è stata una vera occasione persa: questo, a mio avviso, deve diventare il contenuto di una Agenda dei lavori di coloro che hanno a cuore uno sviluppo, certo libero ma regolamentato in maniera virtuosa, anche nell’enforcement  delle decisioni, nel rutilante mondo della Rete. Ma su questo argomento ci ritorneremo presto, potete giurarci!


Riccardo Rossotto

Alcune riflessioni sulla cosiddetta “Web Tax

L'introduzione della Web Tax é slittata al primo Luglio 2014.

Il tema e il rinvio hanno scatenato violente polemiche anche all'interno della stessa maggioranza. Per una volta, a nostro avviso, la deprecabile politica del rinvio, ha evitato guai peggiori. In primis, il privilegio, tutto italico, di diventare il primo Paese, membro della Unione Europea, ad introdurre una tassazione sulle transazioni on-line.

Un principio condiviso da molti nel merito ma da affrontare, a nostro avviso, con un metodo molto diverso. Proviamo a vedere come: innanzitutto cercando un più ampio compromesso (nel senso virtuoso del termine!) tra valenze economiche, politiche e sociali. Bisogna cercare di coniugare da un lato una necessaria armonizzazione fiscale su questa tematica tra tutti gli Stati membri evitando disallineamenti potenzialmente idonei a creare ulteriori spaccature all'interno della già zoppicante Europa.

Dall'altro lato bisogna tracciare una politica globale nei confronti del mondo del digitale che non tocchi soltanto aspetti fiscali ma definisca anche indirizzi di una industria che dovrebbe rappresentare l'innovazione anche in termini di nuovi posti di lavoro, soprattutto tra i giovani. Oggi i "grandi" industriali del Web, in tutta Europa, stanno legittimamente ottimizzando il loro tax planning, insediando i loro quartier generali ( e i loro server centrali!) nelle giurisdizioni che agevolano la fiscalità locale per gli investitori esteri. Bisogna, a nostro parere, evitare criminalizzazioni preconcette e spesso ideologiche, e concentrarci invece, fatto salvo l'obbiettivo primario di una regolamentazione uniforme in Europa, rispettosa dei principi sulla libera circolazione dei beni e servizi al suo interno, nell'individuare un percorso che contempli ,a breve, una rivisitazione globale del mondo digitale non solo in termini di tassazione ma di sviluppo e di impegni degli operatori a responsabilizzarsi in politiche di investimento sane, sostenibili e socialmente virtuose.

E' auspicabile che in questi sei mesi che ci separano dall'entrata in vigore della nuova normativa italiana, si possa aprire un cantiere di discussione con un tavolo allargato a tutte le parti coinvolte, condividendo un perimetro di interventi (ad esempio: programma di investimenti da effettuare nel nostro Paese, digitalizzazione del sistema scolastico, formazione dei giovani, creazione di incubatori di impresa, portatori di esperienze e know- how americano, promozione di iniziative mirate alla nascita di nuovi posti di lavoro etc etc) in cui la tassazione sia uno dei punti in agenda ma non l'argomento centrale.

Ci affacciamo, noi italiani, con fatiche culturali e tecnologiche non banali al mondo del Web e la prima cosa che discipliniamo sono le transazioni commerciali e la loro fiscalità. Davvero una politica brillante per far tornare gli stranieri a investire nell'ex Bel Paese! Abbiamo tutti bisogno di invertire un trend depressivo ritornando a sperare nella crescita. Questa è una grande occasione. Non sprechiamola.

Una politica che nei prossimi due mesi sappia avviare un tavolo che coniughi gli obbiettivi sopra accennati ,rappresenterebbe quella politica Buona di cui abbiamo tanto bisogno. Sfruttiamo al meglio questo rinvio offerto dal Parlamento. Con lucidità, visione europea, menti sgombre da facili ideologismi obsoleti.

Buon lavoro.

Pubblicità: comunicazione commerciale in camice bianco

La pronuncia in esame affronta un tema rilevante nella giurisprudenza autodisciplinare ovverosia l’impiego di un protagonista in camice bianco per promuovere il prodotto ed illustrarne al pubblico le sue caratteristiche.

Come già osservato nella pronuncia n. 63/93 avente ad oggetto, come nel caso in esame, la pubblicità di un dentifricio, “l’immagine del medico è ragionevolmente “letta” come associata alla medicina e ai prodotti medicinali. E l’associazione di un medico a un prodotto in una pubblicità viene interpretata come consiglio di un determinato prodotto da parte di un medico come medicinale (o “presidio medico-chirurgico” o “trattamento curativo”). Tanto vale certamente nella percezione dell’uomo comune, medio, della strada: e vale a maggior ragione per il consumatore meno provveduto, che spesso la giurisprudenza del Giurì ha assunto come parametro di valutazione della portata ingannevole dei messaggi.
Considerazioni analoghe a quelle del medico, in altre parole, valgono per gli esperti autorevoli, che si presentano con camice bianco, parlano del corpo umano (e in particolare dei denti) e parlano di problemi al confine tra l’igiene e la salute. Anche questi vengono subito decodificati dal consumatore medio, e a maggior ragione dal consumatore meno provveduto, come medici che consigliano un prodotto medicinale.

In questa situazione, tutte le pubblicità litigiose contrastano con l’art. 23 co. 2, in quanto possono “indurre il consumatore a confondere i prodotti cosmetici o per l’igiene personale con i medicinali, con i presìdi medico-chirurgici e con i trattamenti curativi”. E contrastano d’altro canto anche con l’art. 2, per la medesima valenza ingannevole che è alla base del loro giudizio di contrasto con l’art. 23 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.
Se si guarda ai precedenti aventi ad oggetto le pubblicità di dentifrici si rileva immediatamente come la presenza del camice bianco sia un elemento determinante posto che, ove esso non vi sia, è più agevole per il Giurì escludere la violazione della richiamata norma autodisciplinare decodificando come “neutri” gli altri elementi di comunicazione agevolmente riconducibili ad un laboratorio di ricerca o un’ambientazione  all’interno dell’impresa produttrice del dentifricio reclamizzato. In questo contesto, non è un problema che l’esperto, privo di camice, parli in generale del problema della placca dentaria e dell’importanza della prevenzione, trasmettendo l’idea che un dentifricio rappresenti  il risultato di approfondita ricerca scientifica, ma non anche che abbia proprietà medicinali.

Osserva il Giurì come sia “noto che al giorno d’oggi alcuni prodotti cosmetici e per l’igiene personale uniscono alla funzione “cosmetica” prevalente (che comprende quella della pulizia e dell’igiene) anche proprietà sussidiarie che aiutano a prevenire l’insorgere di patologie della pelle, della mucosa della bocca o dei denti. Tali proprietà sono dovute alla presenza nei prodotti di sostanze che sono spesso il risultato di ricerca scientifica. Se e nella misura in cui i prodotti abbiano tali proprietà non si può negare alle imprese la possibilità di farle conoscere al pubblico anche tramite la pubblicità, purché vengano evitate affermazioni o suggestioni tali da far credere che il prodotto sia un medicinale” (Giurì n. 120/93; vedi anche Giurì n. 104/1994 e Giurì n. 378/1998).
In questo quadro, si inserisce la recente pronuncia del Giurì n. 16 del 26 febbraio 2013 avente ad oggetto, come nella casistica sopra richiamata, la pubblicità di un dentifricio.

Sotto un primo profilo, il Giurì valorizza la circostanza che il dentifricio pubblicizzato sia un dispositivo medico-chirurgico giungendo così ad escludere l’applicazione dell’art. 25 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale riguardante “solo i messaggi che hanno specificamente per oggetto i farmaci da banco ovvero trattamenti curativi”.
Con riguardo al profilo della possibile decettività del messaggio correlata al fatto che il protagonista porti indosso un camice bianco, il Giurì esclude la possibile violazione dell’art. 2 del Codice affermando che “il contesto complessivo del messaggio in questione non contiene elementi sufficientemente univoci per ritenere che un consumatore possa identificare nel personaggio in questione un farmacista piuttosto che un ricercatore o un dipendente dell’azienda che commercializza il prodotto promosso; anzi alcuni elementi, per esempio gli arredi, inducono a pensare a un contesto ambientale diverso dalla farmacia”.

Il camice bianco è dunque stato sdoganato, fermo restando che il contesto di riferimento non deve insinuare autonomamente elementi decettivi idonei ad indurre in errore il consumatore sulla natura e le caratteristiche del prodotto pubblicizzato.
(M.T.)

Se vuoi essere grande fratello, devi pagare

Qualcosa sta cambiando nell’approccio giuridico e culturale degli americani sui temi della Privacy? Si direbbe di sì…senza troppe illusioni comunque! Sono reduce da una interessantissima conferenza tenutasi a Boston, al Massachusetts Institute of Technology (il mitico… MIT di Harvard, a Cambridge, Boston!)su un tema di grande attualità costituito dal Big Data: quanto potrebbe condizionare il futuro della  gestione del business internazionale lo sviluppo tecnologico della grande banca mondiale delle informazioni e dei dati personali di ciascuno di noi? Secondi i luminari del Mit moltissimo. Potrebbe essere la rivoluzione del terzo Millennio!! Da qui il titolo della conferenza  il cui contenuto era già stato anticipato nello scorso mese di Ottobre da uno studio pubblicato sul The Harvard Business Review: “Big Data,The Management Revolution”.

Presentando i lavori, il capo progetto del Center for Digital Business, Andrew McAfee, ha pomposamente definito il Big Data come “il prossimo grande capitolo nella storia del nostro business”. Secondo Erik Brynjolfsson, coautore dello studio citato, il Big Data ci costringerà a rivedere idee, categorie concettuali, aspetti organizzativi …in altre parole, la way of thinking del nostro modo di vivere attuale. Uno studio della MCKinsey  prevede che gli Stati Uniti avranno bisogno nel breve termine di almeno150.000/200.000 lavoratori specializzati in questa materia e che nasceranno almeno 1.500.000 di nuovi managers specializzati in questo campo. Tutti gli strumenti operativi nel web apriranno le proprie porte alla misurazione e al monitoraggio dei movimenti dei consumatori, registrandoli e selezionandoli come mai prima d’ora. È stato fatto l’esempio di Facebook: ognuno di noi può mettere i suoi dati nel proprio profilo della propria pagina. Il software di Facebook registrerà i tuoi clicks e le tue ricerche o scelte di acquisto. Un algoritmo, appositamente studiato, a quel punto, ti sottoporrà una serie di consigli per gli acquisti modellati sul tuo percorso storico. Attraverso particolari e sofisticati algoritmi lavorati su moderni PC si potranno prevedere i  comportamenti delle persone di tutti i tipi: dallo shopping alle passioni politiche. Secondo i ricercatori americani il risultato sarà quello di vivere in una società più smart con aziende più efficienti, consumatori meglio serviti e decisioni assunte in base a informazioni e analisi più precise  e accurate. Uno scenario fantascientifico per certi versi stimolante per altri angosciante e preoccupante .La registrazione e l’utilizzo di tutti i nostri dati personali, non controllata e non sottoposta a nessun regolamento potrebbe, certo, da un lato migliorare le decisioni che ciascuno di noi deve assumere nel suo ambito professionale o imprenditoriale, ma anche, dall’altro, portare all’espropriazione totale della nostra privacy, della nostra volontà di voler far sapere “i fatti nostri”, le nostre questioni private a tutta la comunità degli essere umani conosciuti o, peggio, sconosciuti. Non ho dubbi, personalmente, che questo trend sia inarrestabile, “figlio” di un progresso tecnologico difficilmente incapsulabile dentro rigide e, forse, obsolete regole del gioco. Ma da qui a diventare un irrazionale suddito del progresso solo perché esso rappresenta ….il progresso e quindi è, per definizione, positivo, faccio fatica e mi allarmo. Ho già scritto altre volte su questo tema che la comunità internazionale si dovrebbe imporre uno “stop” metodologico per riflettere, senza troppi condizionamenti lobbistici, su dove stiamo andando e su come sia gestibile una grande opportunità come quella del Big Data senza con ciò rischiare di ritornare al Far West dei diritti alla propria Privacy. Ho ben presente nella mia mente il ritornello di quella canzone di qualche anno fa che diceva “ per quest’anno non cambiare stessa spiaggia stesso mare…”  e che sintetizzava brillantemente una  naturale tendenza degli esseri umani a ritornare nei posti dove si sono trovati bene. Dove sono stati felici o dove hanno trovato prodotti o servizi adeguati ai loro bisogni. Con ciò non intendo aderire passivamente ad un bombardamento di offerte di acquisto di quelle cose che in passato ho comprato e di cui sono stato probabilmente soddisfatto. Voglio poter scegliere, anche di essere destinatario di offerte legate alle mie scelte di acquisto passate, ma anche di dire di no, di poter decidere di non partecipare alla grande abbuffata informatica e consumistica del Big Data.
E poi…e poi mi viene in mente un aspetto della vicenda che non ho ancora letto sui giornali o sulle riviste specializzate. Se i miei dati, le informazioni che riguardano le mie passioni, i miei gusti, le mie tendenze all’acquisto sono così importanti e ambite dalle aziende produttrici di beni e servizi, significa che hanno un valore di scambio. Vuol dire che chi le possiede, supponiamo anche in modo lecito, ha in mano un valore competitivo non banale rispetto ai concorrenti che non le hanno. Se così fosse, la mia proposta è semplice ed immediata: me le paghino! Mi riconoscano il valore del mio patrimonio informativo e mi liquidino un importo che sia equo rispetto al vantaggio che io offro trasferendo loro tale uso. In caso contrario sia che io decida di non venderli sia che non mi accordi sul corrispettivo, nessuno potrà impossessarsene, nessuno potrà avvantaggiarsene. La cultura giuridica mondiale ha elaborato e consolidato nei secoli il diritto di ogni individuo al proprio nome e alla propria immagine, offrendo strumenti legali di protezione contro la violazione degli stessi. Che differenza c’è con il diritto esclusivo all’utilizzo dei propri dati? Mi sembra proprio nessuna. Se un’azienda vuole usare il mio nome o la mia faccia per pubblicizzare i suoi prodotti deve avere il mio consenso, pagandomi, se lo ritiene un compenso da negoziare. Non vuole pagarmi nulla…..non usa i miei “segni distintivi”.Molto semplice, molto lineare. Cosa ci impedisce, come comunità di giuristi, di riconoscere che il diritto all’utilizzo dei propri dati personali è identico a quello al nome o all’immagine? Uno scarto culturale nuovo e adatto a questo straordinario sviluppo della tecnologia che, sarà anche una vera e propria rivoluzione intelligente ,come affermano i “guru” del Mit, ma non capisco perché debba vedere il singolo individuo come vittima passiva e sfruttata  dello scenario. Invece di lottare quotidianamente sullo schema dell’opt-in o dell’opt-out in materia di gestione della Privacy, non sarebbe meglio tagliare la testa al toro e lasciare, dentro una  cornice normativa contro truffe e reati di natura penale, ai singoli individui la facoltà/diritto di trattare al meglio la vendita o comunque l’utilizzo dei propri dati personali come qualunque bene di proprietà esclusiva?  

L’ultimo libro di Eli Pariser, “The Filter Bubble: what the Internet is hiding from you.”, affronta una parte di queste preoccupazioni, dando vita a inquietanti suggestioni sul futuro che ci aspetta. Non arrendiamoci alla tecnologia o, peggio, all’industria che vorrebbe manipolare il nostro futuro. Riprendiamoci in mano i nostri diritti e facciamoli valere nelle sedi competenti. Condivido il giudizio del professor Stefano Rodotà, uno specialista della materia, secondo cui Internet è” il più grande spazio pubblico della storia dell’umanità”. Ma non per questo i singoli abitanti di tale spazio devono rinunciare ai loro diritti inalienabili e non disponibili. “I don’t worship the machine” ha detto, concludendo il suo intervento a i lavori della conferenza al Mit, Raquel Schutt,senior statistician di Google Research e la mia risposta è stata “Me too!!!”

Riccardo Rossotto

Le critiche di Eco e gli echi di chi lo critica

Scrivo questa nota dell'ormai tradizionale editoriale di RepMag (siamo giunti al terzo anno di diffusione...chi l'avrebbe mai detto!) sull'onda del dibattito scatenato da Umberto Eco in occasione del conferimento della laurea honoris causa in "comunicazione e media" da parte dell'Univesità di Torino. Lo scrittore e semiologo ha definito i social network un allevamento di "legioni di imbecilli" e internet una "cucina dove si confezionano bufale, un luogo in cui nascono le più assurde teorie complottistiche.....una comunità dove hanno diritto di parola gli imbecilli, quelli che, d’altronde, in tutti i gruppi con più di cinquanta persone si espongono di più!"

Insomma ha picchiato duro innescando un confronto feroce con i difensori della libertà e indipendenza della Rete. Juan Carlos De Martin, professore al Politecnico di Torino, una delle menti più lucide e disincantate tra i difensori del web, gli ha immediatamente replicato sulle pagine della Stampa: "Mi dispiace contraddirla - ha scritto De Martin - non perché la sua affermazione non sia vera ma perché anche gli imbecilli hanno diritto di esprimersi: la Costituzione non riconosce il diritto di parola solo ai premi Nobel, ai colti o agli intelligenti. La Costituzione Italiana garantisce a TUTTI il diritto di dire la propria opinione....il modo giusto per reagire all'enorme espansione della libertà di espressione resa possibile da internet è quella di dare a tutti gli strumenti critici per valutare ciò che leggono sentono e vedono.....qualche università ha iniziato ad insegnare l'educazione digitale ed è solo questione di tempo prima che diventi obbligatorio per tutte".

La polemica è accesa, il confronto serrato e spesso giocato da due fondamentalismi pieni di pregiudizi reciproci.

Su queste colonne abbiamo sempre cercato di evidenziare le straordinarie possibilità di crescita che la Rete può offrire al genere umano ma, nel contempo, abbiamo segnalato le criticità di uno strumento che, se non gestito e regolamentato, può creare traumi educazionali e comportamentali devastanti per il nostro vivere insieme.

Su questi temi ho pertanto scelto alcune voci, apparse negli ultimi giorni nei convegni o sui media, che hanno sviluppato ragionamenti, preoccupazioni o auspici relativamente allo sviluppo di Internet nella nostra società, alle sue insidie, alle sue straordinarie opportunità, alle sue necessità di avere a che fare con degli operatori umani adeguati ad uno strumento da conoscere, saper maneggiare, saper sfruttare per quello che può offrire. Esseri umani sempre e comunque con il ruolo di driver del processo, non di soggetti passivi bombardati da una folle circolarizzazione di dati incontrollati e potenzialmente non veri (o peggio manipolati). Ascoltiamole insieme.

Michel Serres, il pessimista.

Filosofo francese, da tempo si occupa di approfondire la complessità di un mondo in trasformazione. Ha recentemente pubblicato sulla rivista Riga, diretta da Belpoliti e Grazioli, una summa del suo pensiero. Il suo ultimo libro tradotto in italiano è "Non è un mondo per i vecchi", edito da Bollati Boringhieri e dedicato ai nativi digitali. La rivoluzione digitale, sostiene Serres, sta creando i presupposti di una vera e propria rivoluzione antropologica: "Oggi - scrive il filosofo francese - sta nascendo un uomo nuovo, la cui caratteristica principale è la quasi completa esternalizzazione - nei computer, nei cellulari, in Rete - della sua memoria, delle sue conoscenze e delle sue capacità di calcolo. Viviamo l'ultima fase di un processo che ha accompagnato la storia dell'umanità".

Dalla originaria trasmissione orale che usava il corpo e la voce per supportare i messaggi, si è passati, con l'invenzione della scrittura, ad utilizzare un supporto esterno a noi. Il pensiero di Serres registra enormi cambiamenti positivi in questa fase dell'evoluzione dell'uomo: la nascita della moneta, della legge scritta, delle religioni monoteiste "Da Socrate che vuole solo parlare si passa a Platone che vuole solo scrivere". L'invenzione della stampa ha costituito la terza rivoluzione: "Ha moltiplicato - sostiene Serres - le potenzialità della esternalizzazione producendo altre trasformazioni dal protestantesimo alla nascita della democrazia. Il nuovo eroe è Montaigne, seguito dagli umanisti."

Le preoccupazioni del filosofo francese si concentrano poi sull'oggi, sulla rivoluzione di Internet. "L'esternalizzazione, consentita dai supporti digitali, è senza precedenti. Le nuove tecnologie che sono diventate un'estensione delle nostre facoltà, consentono un accesso facile e permanente a una massa enorme di informazioni. Le conseguenze sono devastanti: si pensi alla quantità di posti di lavoro distrutti dalla disintermediazione consentita dalla Rete. I nuovi eroi sono i nativi digitali che io ho riassunto nel personaggio di Pollicina che, grazie al suo smartphone, ha tutto a portata di pollice."

Pollicina pur in possesso di una straordinaria quantità di informazioni, immagini, programmi, appare stordita in balia di una massa di dati che non riesce a controllare. Questo è il punto chiave del ragionamento di Serres: l'uomo ha sempre cercato di gestire la massa crescente delle informazioni. In passato ha imparato ad ordinarne e classificarne il flusso sempre maggiore: oggi ha inventato i motori di ricerca. Non domina più l'oceano della cultura, si limita a navigarlo. "Dobbiamo - conclude Serres - accettare l'idea che le nuove tecnologie ci mettono a disposizione un immenso mare di cultura in cui dobbiamo tuffarci senza però illuderci di controllarlo."

Quello che preoccupa di piu' Serres è il dilagante pragmatismo, soprattutto anglosassone, che riduce tutto al paradigma Problema/Soluzione: "La cultura non è solo risolvere problemi pratici. Sta a noi europei bilanciare questo eccesso di pragmatismo miope degli anglosassoni. Oggi il singolo internauta dispone di una massa di informazioni che in passato detenevano solo i potenti. Pollicina ha un suo database pari a quello detenuto un tempo da Cesare Augusto o da Luigi XIV ma la sua posizione è molto fragile. L'aver esternalizzato tutta la propria conoscenza e memoria la mette in mano al rischio della perdita e della distruzione di questa massa di dati. Inoltre, rischia la dipendenza da chi detiene queste procedure. Insomma - conclude Serres- i problemi da risolvere sono molti e non dobbiamo dimenticarci il più delicato: affidando la memoria e le conoscenze agli oggetti tecnologici, a poco a poco si perdono alcune importanti funzioni intellettuali. Ad ogni perdita il vuoto viene riempito da qualcosa di altro. Stiamo perdendo la memoria ma l'oblio è una facoltà cognitiva importante. In fondo Galileo ha potuto interessarsi all'esperienza perchè ha" dimenticato" Aristotele! Conservo quindi un pizzico di ottimismo anche se me lo rimproverano."

Fabrizio Saccomanni, il positivista.

Ex Direttore Generale della Banca d'Italia, ex Ministro dell'Economia del governo Letta, Saccomanni e' attualmente Vicepresidente dell'Istituto Affari Internazionali. Proprio in questo suo ruolo ha aperto i lavori del seminario annuale del Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti, tenutosi a Venezia ai primi di Giugno. Il tema centrale del convegno era "l'impatto dell'economia digitale sull'organizzazione del lavoro" sintetizzabile in una parola inglese, "distruption", che significa rottura, sconvolgimento, terremoto.

Saccomanni ha elencato le ragioni di tale sconvolgimento in atto:

1) l'economia digitale va ben al di là della telefonia smart e include ormai nuove tecnologie di raccolta e elaborazione dei dati (cloud computing), robot e macchine intelligenti, sensori applicabili alle auto, droni senza pilota, fino all'Internet delle Cose in grado di rispondere alle molteplici esigenze della gente comune;

2) le nuove tecnologie, perche' di facile uso e di basso costo, si stanno diffondendo velocemente su scala mondiale come non si era mai visto in passato;

3) sono numerosi i settori dell'economia investiti dalla rivoluzione digitale. Alcuni, come quello bancario, rischiano di vedersi portar via da imprese tecnologiche non bancarie funzioni essenziali dei loro servizi come l'effettuazione dei pagamenti, la concessione dei mutui, la valutazione dei rischi dei crediti.

Tutto ciò - scrive Saccomanni - costituisce indubbiamente un fattore di progresso positivo ma richiede una grande capacità gestionale da parte delle imprese, del sistema finanziario, dei governi. L'agenda delle "cose da fare" suggerita dall'ex Ministro dell' Economia a Venezia è ricca e molto sfidante. Vediamola per punti.

A) E' necessario pianificare importanti investimenti nelle nuove tecnologie intervenendo anche sugli strumenti di raccolta del risparmio che devono mirare a rendimenti di lungo periodo.

B) L'ICT deve essere considerato di per se' un settore produttivo, non solo un settore ancillare di sostegno all'industria.

C) Bisogna ridisegnare i modelli di business di molti settori dell'economia per dare spazio alle nuove tecniche. Molte imprese e molti mestieri spariranno ma saranno sostituiti da nuove imprese e da nuovi mestieri.

D) La transizione non sarà indolore e dovrà essere accompagnata da adeguati programmi di ammortizzatori sociali e di strumenti di formazione professionale e riconversione della mano d'opera.

E) Sarà necessario ideare e razionalizzare una vera e propria rivoluzione educativa che insegni agli studenti come utilizzare al meglio le nuove tecnologie per il perseguimento delle loro aspirazioni di inserimento nella società.

L'auspicio finale di Saccomanni è che, soprattutto in Italia, si esca da una fase di distrazione su questi temi e si ponga, con fermezza e lucidità, il tema della rivoluzione digitale come priorità della politica industriale e formativa del nostro Paese: "E' essenziale che dopo tante false partenze il programma europeo di investire massicciamente nello sviluppo dell'economia digitale venga assistito da una visione strategica di lungo periodo, tale da attrarre il necessario sostegno del mercato dei capitali."

Maurizio Ferrari, il lucido dubbioso.

Filosofo, conoscitore della Rete, ha pubblicato recentemente il libro "Mobilitazione Totale", edito da Laterza, un saggio che riflette sul web, sui suoi pericoli e sulle sue potenzialità.....temi cari a RepMag insomma.

Il ragionamento di Ferrari parte da un quesito: perché sempre connessi? Chi ce lo fa fare? La risposta é semplice: “il telefonino e tutta la mobilitazione che ci sta dietro!" Lo controlliamo anche di notte, lo usiamo anche per lavorare quando non dovremmo, anche non retribuiti e al costo di smarrire la distinzione tra il tempo libero e il tempo del lavoro oltre che tra il pubblico e il privato. "Una immagine forte quasi di schiavitù permanente. Anche la privacy, secondo Ferrari ,oggetto di polemiche, paure e angosciose domande in ordine alla nostra stessa libertà individuale futura, e' solo un pezzo di un ingranaggio che ci sta schiacciando. Per non parlare della sicurezza: la Rete è diventata un terrificante megafono del terrorismo moderno e un inquietante strumento di manipolazione e intrusione nei sistemi informatici di governi nazionali e di grandi aziende. Per l'autore, il Web non è informazione, come viene falsamente contrabbandato, ma azione. Azione che chi detiene le nostre profilazioni accumulate nel tempo sa trasformare in potere economico e politico.

Detto ciò, Ferrari non nega le potenziali opportunità del Web, ne riconosce l'immensa, possibile conoscenza. La straordinaria opportunità per tutti di accedere a dei dati fino a qualche decennio fa in possesso solo di alcuni. "Per la prima volta l'umanità - scrive Ferrari - dispone di una biblioteca, cineteca e discoteca infinite. Una occasione irripetibile per rilanciare, contro il discredito postmoderno del sapere, l'ideale della cultura che proprio nell'età del Web può disporre di risorse in precedenza inimmaginabili."

Da un lato quindi siamo schiavi di una chiamata irresistibile di connessione permanente ai nuovi device, con tutti i rischi di sudditanza e manipolazione; dall'altro lato, nel contempo, siamo pronti - chi lo vorrà - a ottimizzare un nuovo mondo di informazioni giornalistiche, artistiche, letterarie, mai state a disposizione del genere umano in questi primi tremila anni di vita.

Il tema centrale, per Ferrari, sarà costituito dalla capacità dei governi sovranazionali di darsi delle regole del gioco tali da poter controllare i Big Players del settore, oggi detentori dei Big Data, di fatto fuori da ogni vigilanza e sanzione. Il trend, secondo il filosofo italiano, è, allo stato, esattamente opposto, ahinoi!

Una riflessione finale.

Augurandomi che le riflessioni e i ragionamenti dei tre autorevoli testimoni che ho selezionato, al di là della condivisione del merito delle loro considerazioni, siano da stimolo per non dare nulla per scontato. Credo fortemente che, anche questa volta, il genere umano, di fronte all'ennesima rivoluzione tecnologica, con un po' di fatica e in un lasso di tempo purtroppo non brevissimo, troverà un giusto equilibrio tra opportunità e pericoli di disfacimento. Non dobbiamo però abdicare su un tema centrale: la volontà di  rimanere protagonisti attivi del processo, driver del pensiero e non soggetti passivi dell'innovazione tecnologica. Solo in questo modo possiamo pensare di passare il testimone ai nostri figli e ai nostri nipoti con la coscienza a posto, per avercela, almeno, messa tutta per rendergli la vita migliore, non solo dal punto di vista tecnologico.

 

Internet, una rivoluzione da non sprecare!

Alcuni quotidiani hanno titolato in modo forte: "Internet, una falsa rivoluzione!". I temi lanciati da Andrew Keen sono spinosi, choccanti, troppo seri per essere archiviati come una delle tante voci fuori dal coro degli osanna alla rivoluzione del web. L'autore inglese ma residente in California, presentando in Italia, a Torino e Milano, il suo ultimo libro dal titolo chiarissimo "The Internet is not the answer", ha voluto essere provocatoriamente politicaly uncorrect. Basta con i tecnoentusiasti acritici, Internet si sta rivelando - secondo Keen - un boomerang: tante promesse, tante speranze ed invece... meno uguaglianza, poca libertà di espressione, partecipazione non democratica.
Il mondo del web sta andando verso uno scenario concorrenziale molto limitato, con un oligopolio di pochi proprietari dei contenuti che detengono il potere di tanti. In più nascondendosi dietro pronunciamenti ipocriti e falsi del tipo "Internet, la grande occasione per dare voci a chi non ne ha mai avuto una" quando la realtà è ben diversa e tenuta ben nascosta. Dietro la pseudo filantropia ci sta una forma di capitalismo selvaggio e assolutamente speculativo che se ne fotte dei diritti della gente o dei Paesi a libertà limitata ma è concentrato a consolidare il suo potere, acquisendo più o meno illecitamente i nostri dati con una permanente violazione della nostra privacy. E' in atto - sempre secondo Keen - una lucida e cinica politica e strategia commerciale mirata a concentrare nelle mani di pochi (i soliti Google, Facebook, Amazon) una ricchezza enorme forse mai vista nella storia economica degli ultimi secoli: "Aziende come Google e Facebook - scrive e racconta Keen - vendono la nostra privacy al miglior offerente con la pubblicità che ci segue ovunque, profilata esattamente sui nostri gusti. Ogni volta che scriviamo, che facciamo una ricerca o postiamo qualcosa, senza accorgercene lavoriamo per loro gratuitamente offrendolo dati sempre più precisi per aiutarli a farci diventare un target perfetto, puro, costruito ogni giorno sulle nostre manifestazioni di pensiero o di gusto di acquisto".
Già Federico Rampini ci aveva messo sul chi va là! Nel suo recentissimo "Rete Padrona" ha raccontato, da giornalista residente a San Francisco e attento, anche per passione personale, a cosa ci stia accadendo intorno, l'evoluzione dei giganti della Rete, paragonandoli ai peggiori capitalisti della rivoluzione industriale ottocentesca". Il volto oscuro della rivoluzione digitale - scrive il corrispondente negli Stati Uniti di Repubblica - si traduce, nella realtà, in un puro istinto monopolistico, in una concentrazione di ricchezza mai vista, nella permanente e indisturbata intrusione nei diritti degli individui: come è lontano il giardino dell'Eden che ci era stato promesso nei vangeli apocrifi della mia California. "Si sta consolidando, sempre secondo Rampini, ma Keen è sulla stessa lunghezza d'onda, la filosofia per cui il modello di sviluppo di questa nuova e sconosciuta forma di capitalismo selvaggio si debba basare sul concetto del "winner takes all": il vincitore prende tutto. In economia questo principio, valido nello sport o nell'assegnazione di premi, è molto pericoloso: concentra una spaventosa ricchezza e uno straordinario potere nelle mani di uno solo o, comunque, di pochi. La minoranza dei pochi vincitori si accaparra tutto, il miglioramento della produttività, i frutti della crescita, del progresso tecnologico.
Sulle colonne di RepMag, in questi anni, abbiamo sempre voluto evidenziare le opportunità straordinarie della Rete, denunciando però tutti i rischi connessi ad un suo utilizzo senza regole, senza una educazione digitale specifica, soprattutto per i nostri ragazzi. E' amaro constatare come certi nostri editoriali mirati ad allertare gli internauti sui pericoli di un utilizzo passivo e sconsiderato della Rete, oggi siano diventati l'oggetto di ricerche e indagini che dimostrano come la solitudine e la viralità non virtuosa della connessione generalizzata sono le piaghe delle giovani generazioni. Bisogna ricominciare dalla scuola, dall'introduzione nei programmi di corsi di educazione digitale. Contemporaneamente bisogna occuparsi della stesura di regole del gioco condivise che responsabilizzino gli editori e i service provider a gestire in un certo modo, lecito e rispettoso dei diritti dei singoli internauti, i miliardi di dati trasmessi che ogni secondo della nostra vita quotidiana alimentano la Rete.
Il Brasile con la legge denominata Marco Civil nel 2014 ha fatto da battistrada: ha definito il perimetro delle regole, con procedure e sanzioni per i gaglioffi. L'onda lunga sta arrivando anche in Europa dove i parlamenti sono chiamati a legiferare su questo tema decisivo per la nostra convivenza futura. In Germania è stata istituita una commissione parlamentare di studio, in Inghilterra la Camera dei Comuni ha all'ordine del giorno una normativa su queste tematiche.
In Italia, come noto, la Presidente della Camera Boldrini ha battezzato una commissione di esperti che possa scrivere una specie di Costituzione di Internet, denominandola Dichiarazione dei diritti di Internet. A fine marzo si è conclusa la consultazione pubblica e , entro il prossimo giugno, dovremmo avere una prima versione del testo finale della Dichiarazione. Le prime bozze che sono circolate disciplinano la materia attraverso 14 articoli che riteniamo sia utile esaminare uno per uno, con qualche breve commento.

Preambolo: Internet è strumento essenziale per democrazia.
Un principio forte che vuole riaffermare l'importanza del mondo digitale nello sviluppo dei Paesi a democrazia effettiva.

1. Riconoscimento e garanzia del diritto: tutti i diritti fondamentali devono valere anche in Rete.
Si vuole richiamare il principio che tutta la normativa of-line vale anche per l'on-line.

2. Diritto di accesso a Internet: ogni persona ha eguale diritto di accedere alla Rete.
L'estrinsecazione di tale principio condiviso all'unanimità dipenderà anche da fattori tecnologici... banalmente l'esistenza di una copertura WiFi su tutto il territorio nazionale.

3. Neutralità della Rete: chi gestisce le reti non può favorire o sfavorire determinati flussi di dati, applicazioni, dispositivi etc.
Principio tutto da verificare nella realtà proprio per il pericolo costituito dal consolidarsi di oligopoli di pochi che gestiscono sia le reti sia i contenuti.

4. Tutela dei dati personali: ogni persona ha diritto alla protezione dei dati che la riguardano ,per garantire il rispetto della sua dignità, identità e riservatezza.
La realtà che abbiamo di fronte agli occhi ci dimostra che questo sacrosanto principio non é rispettato tra l'altro, spesso, con la complicità bovina di noi utenti. Il tema meriterebbe approfondimenti ulteriori anche a livello di soluzioni tecnologiche che possano davvero proteggere la privacy di chi la voglia proteggere sul serio!

5. Diritto alla autodeterminazione informativa: ogni persona ha il diritto di conoscere e controllare i dati che la riguardano.
Anche questo condivisibile principio è violato quotidianamente nella Rete.

6. Inviolabilità dei sistemi e domicili informatici: i dati delle persone, ovunque si trovino, sono accessibili o intercettabili solo con l'autorizzazione del giudice.
Idem come sopra. La sensazione è che stiamo provando a chiudere il recinto quando tutti i buoi sono già scappati o sono stati rubati.

7. Trattamenti automatizzati: nessuna decisione che tocca la vita delle persone può essere basata unicamente su algoritmi.
Verrebbe da dire... ci mancherebbe! Principio condivisibile il cui enforcement è tutto da verificare.

8. Diritto all'identità: ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in Rete.
Bisognerebbe capire meglio le procedure per pretendere gli aggiornamenti soprattutto dopo vicende giudiziali con eco mediatico.

9. Anonimato: ogni persona può liberamente comunicare in forma anonima per esercitare libertà civili e politiche.
Condivisibile.

10. Diritto all'oblio: ogni persona ha diritto che vengano rimosse informazioni non più rilevanti che la riguardano.
Il tema è molto discusso tra i giuristi soprattutto sulla soglia soggettiva e oggettiva del concetto di "non più rilevante".... Rilevante per chi? Diritto di cronaca e di informazione e diritto ad essere dimenticati: dove sta il giusto equilibrio?

11. Diritti e garanzie delle persone sulle piattaforme: chiarezza, correttezza, inter - operabilità delle piattaforme digitali.
Principio tutto da verificare in sede di controllo e gestione delle pratiche illecite.

12. Sicurezza in Rete: la sicurezza in Rete è un interesse sia pubblico sia dei singoli.
Questo è un tema prioritario assolutamente sottostimato. Come abbiamo già raccontato su RepMag gli attacchi degli hacker aumentano in maniera esponenziale di anno in anno, costituendo una vera minaccia per gli Stati e per i cittadini. Ci vorrebbe più attenzione e più divulgazione di questo pericolo.

13. Diritto alla educazione: ogni persona ha diritto di acquisire le capacità necessarie per usare la Rete in modo consapevole e attivo.
Pieno accordo. Bisogna partire di qui per formare le persone a non diventare strumenti della Rete, soggetti passivi di un bombardamento mediatico micidiale ma a crescere come protagonisti attivi del sistema, filtrando le notizie, scartando quelle illecite o invasive, gestendo con consapevolezza i propri dati e la propria privacy. Bisogna partire dalle scuole elementari per una nuova e grande rivoluzione dei metodi di insegnamento per e sulla Rete.

14. Criteri per il governo della Rete: la Rete è un bene comune da governare in maniera inclusiva, valutando preventivamente l'impatto delle decisioni.
Ci saremmo aspettati qualche articolo di più sulla governance della Rete. Sul punto sarà necessario uscire dalla genericità e porsi in concreto i problemi dell'assetto istituzionale della Rete, dei suoi organi di controllo, perché no autodisciplinari, delle sanzioni per i gaglioffi.

Dalla Dichiarazione del diritti bisognerà passare presto e bene alla fase legislativa non pensando di dotarsi di regole del gioco soltanto nazionali senza uno stretto legame quindi con le legislazioni degli altri paesi. Il web non ha confini e deve quindi essere disciplinato e controllato da sistemi sovranazionali aventi enforcement in tutte le giurisdizioni.
In caso contrario ci saranno sempre zone franche a tutela della malavita organizzata. "Internet could be the answer but in a new era of rules" potrebbe essere la risposta alla stimolante riflessione di Andrew Keen. Il quesito rimane però un altro: ma gli Stati e gli operatori della Rete vogliono davvero costruire un modello sovranazionale di autodisciplina mirato al monitoraggio degli abusi e alla loro repressione? Personalmente qualche dubbio lo nutriamo.

La necessità di impartire un'educazione digitale

Il grido d'allarme si propaga. Ormai le statistiche parlano chiaro: i nostri ragazzi, i cosiddetti "nativi digitali", non solo sono schiavi della Rete ma non sono consapevoli ne' di esserlo ne' dei rischi quotidiani a cui si sottopongono.

Questa rivista, fin dal suo esordio, accanto all'approfondimento delle tematiche giuridiche connesse alla Rete, ha sempre cercato di accendere dei riflettori sugli aspetti critici del Web, sollevando da tempo il tema della assoluta necessarietà dell'introduzione nelle scuole, fin dalle elementari, di un corso di educazione digitale.

Nell'era pre-internet i genitori, forti della loro esperienza, rappresentavano, con i maestri della scuola, chi più chi meno, i riferimenti educativi dei ragazzi. Oggi questo non succede più nel mondo della Rete. I figli ne sanno molto di più dei genitori e dei maestri e si è creato, nella generalità dei casi, un divario culturale e tecnologico incolmabile tra gli uni e gli altri. I genitori, ma anche spesso gli educatori scolastici, non rappresentano più i modelli comportamentali di riferimento, quelli che ti insegnano a valutare i pericoli di un attraversamento di una strada con le auto, quelli che ti segnalano i rischi di cattive frequentazioni, quelli che ti dicono cosa fare e cosa non fare.

I ragazzi, anche nella più tenera età, vengono abbandonati, o, peggio, stimolati, all'uso di strumenti tecnologici di accesso alla Rete con l'obbiettivo di tenerli "piacevolmente" impegnati e di non essere disturbati nelle proprie cose. I buoni maestri di un tempo, genitori e professori, per  pigrizia, incultura, sottovalutazione dei rischi, oggi sono diventati i cattivi maestri di una gestione incontrollata del web, affidata scriteriatamente a dei giovani privi di qualsiasi filtro educativo, fragili e suggestionabili da qualsiasi richiamo della Rete.

I dati dell'indagine pubblicata recentemente da Save the Children e dalla Polizia Postale, l'organo giudiziario dello Stato che si occupa del monitoraggio e della repressione degli illeciti nel cyberspazio, sono allarmanti. Evidenziano un quadro, forse già irreversibilmente segnato, catastrofico di come si stanno formando, in assenza totale di educatori professionalmente preparati, i nostri figli: quasi il 23% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni è sempre connesso alla Rete; il 32,2% lo è fino a tre ore al giorno. Nella fascia tra i 6 e i 10 anni quasi l'86% ha già usato un computer e il 40% dei ragazzi sotto i 13 anni dichiara di passare almeno tre ore al giorno davanti allo schermo di un PC o di uno Smartphone.

Ma il dato più allarmante è ancora un altro: i nostri figli sono quasi sempre da soli durante tutta la navigazione su internet! Il 72,5% nella fascia di età tra gli 11 e i 13 anni, il 31,2% tra i 6 e i 10.

Solo un quinto dei nativi digitali sotto i 10 anni riceve dai genitori limiti di tempo di utilizzo di internet, il 35% dichiara di non aver mai ricevuto alcuna raccomandazione in merito da papà o da mamma.

Una fotografia inquietante figlia di un mix di pigrizia, mancanza di tempo, sottovalutazione del fenomeno, ignoranza dello strumento e dei suoi contenuti.

Cosa cercano i ragazzi sul Web? L'indagine pubblicata in occasione della giornata europea dedicata alla sicurezza dei ragazzi in Rete, fornisce dati interessanti che dovrebbero farci riflettere sui rimedi da adottare per arginare questa deriva.

Più dei 2/3 degli intervistati chiede il contatto a qualcuno che ha appena conosciuto: la voglia, il bisogno di stringere nuove amicizie, nuove relazioni affettive.

Quasi la metà usa internet , la posta elettronica o i messaggini per scambiarsi frasi affettuose e comunque relative alla sfera dell'amore o del sesso.

Il 40% circa manda i propri dati personali ad un'altra persona sperando di proseguire e consolidare un incontro piacevole.

Dal 35% al 38% utilizzano la tecnologia  per darsi appuntamenti o per coltivare amicizie nate nella Rete.

Un 26% si scambia fotografie sconvenienti, un 20% manda proprie immagine "hard" a soggetti adulti conosciuti solo su internet.

Dalla ricerca emerge anche che tutta questa popolazione di internauti in erba, più o meno sprovveduti nel chattare nei vari siti della Rete con persone spesso non conosciute, inciampa in esperienze violente, rischiose, traumatizzanti: il 26% dichiara di aver letto commenti violenti nel corso di una conversazione digitale; il 15% confessa di aver scoperto che la persona con cui dialogava era diversa da quella che diceva di essere; il 12% ha ricevuto da parte di persone conosciute in Rete video o fotografie violente o comunque di natura sessuale; il 9% , infine, dichiara di essere stato vittima di atti di cyberbullismo.

Alla domanda sui motivi che spingono i ragazzi a usare i social network, le risposte sono comprensibili ma, a nostro parere, non sappiamo se attendibili: quasi il 60% per informarsi; il 51% per sapere cosa fanno gli altri; il 47% per leggere contenuti divertenti; il 45% per risparmiare su chiamate telefoniche e sms; il 27,1% per conoscere nuove persone; il 17,8% per giocare; il 9,9% per essere popolare. Risposte generiche e apparentemente innocue. Sintomo però di una solitudine rischiosa non più soddisfatta dal mondo reale, quello fisico, dei rapporti quotidiani con amici, compagni di scuola, genitori e parenti.

Che fare dunque? Come evitare di fare gli struzzi di fronte ad una realtà che rischia di alterare in modo devastante i passaggi generazionali, il fil rouge che deve disciplinare virtuosamente il rapporto tra educatori e educandi?

L'aver abolito, a suo tempo, l'insegnamento nelle scuole superiori della educazione civica è stato un clamoroso autogoal che paghiamo amaramente oggi in termini di ignoranza sia sulle istituzioni che ci governano sia sulle regole del gioco da seguire nella pacifica convivenza tra cittadini. Ebbene, oggi, sarebbe un secondo, ancora più grave, autogoal, quello di non introdurre nelle scuole, fin dalle elementari, un modulo di insegnamento relativo alla educazione digitale. Come si affronta la Rete, non dal punto di vista tecnologico....i nostri figli avrebbe tutte le capacità per insegnarcelo meglio loro... ma dal punto di vista dei comportamenti qualitativi, sui contenuti da scegliere, e quantitativi, sul tempo e durata dell'utilizzo di internet.

Non dobbiamo abbandonare i nostri ragazzi, già protagonisti, senza colpe, di una società complessa, difficile e irta di pericoli, ad un uso scriteriato della Rete, distorsivo delle opportunità che invece, previa istruzione specifica, la stessa potrebbe offrire proprio in termini di educazione e formazione scolastica.

Siamo reduci da una esperienza fantastica a questo proposito. A Brindisi, presso il liceo pubblico Maiorana, il preside, il Professor Salvatore Giuliano, attraverso una operazione creativa e innovativa anche di fund raising privato, è riuscito a fornire gratuitamente a tutti gli studenti un tablet, uno strumento chiave per una nuova modalità di insegnamento. I ragazzi, sempre sotto il controllo e l'indirizzo dei professori, all'uopo anch'essi formati, possono registrare le lezioni, risentirle a casa, interagire a distanza con i propri maestri. Insomma una rivoluzione metodologica che elimina il peso, per i ragazzi, degli zaini e delle cartelle e che li mette in condizione di sfruttare al meglio, sempre guidati e monitorati dai tutor, le straordinarie innovazioni  tecnologiche offerte dal mondo della Rete.

L'introduzione nel sistema scolastico di una specifica materia denominata Educazione Digitale avrebbe proprio la funzione di fornire elementi di filtro critico e metodologico ai nativi digitali rispetto al bombardamento di informazioni che ricevono continuamente dalla Rete, puramente come soggetti passivi. Costituirebbe una modalità di formazione piacevole e sicuramente accolta con gioia dai ragazzi, desiderosi (questo è un altro dato molto interessante che emerge dall'indagine  Save The Children) di essere aiutati e guidati a capire meglio il mondo di internet con tutte le sue opportunità ma anche con tutti i suoi terrificanti pericoli. Ci chiedono, in altre parole, di occuparci di loro non soltanto con un sistema di divieti o di limiti d'uso della tecnologia, ma con una presenza diretta, continua, affettuosa e comprensiva delle loro voglie di affrontare il mondo e la vita che hanno di fronte.

Non deludiamoli per assenza, miopia o egoismo!

Non lasciamo che l’educazione digitale dei nostri ragazzi sia solo più in mano al buon senso creativo di un ristoratore colombiano di Cartagena che, all’esterno del suo locale, ha affisso il cartello che vi abbiamo fotografato come monito.

Giovani, start up e innovazione: stimoli e speranze

Reduce da una stimolante trasferta a Lecce per partecipare ad un seminario promosso dalla Regione Puglia e da Arti (Agenzia regionale per la tecnologia e Innovazione) e organizzato dai Laboratori dal Basso e Arti, sul tema start-up innovative, vorrei socializzare ai lettori di RepMag alcune riflessioni maturate nel corso dei lavori. I nostri giovani, soprattutto quelli che studiano o iniziano ad affacciarsi nel mondo del lavoro, o meglio del …“non” lavoro, in certi territori del nostro bizzarro Paese, hanno bisogno di speranze. Dobbiamo, e qui sta la nostra responsabilità, metterli in condizione di avere la possibilità di confrontarsi con percorsi professionali o imprenditoriali possibili, realizzabili, non velleitari. La cultura del “posto fisso” è probabilmente datata, superata: bisogna affrontare il mondo del lavoro con approcci diversi, più imprenditoriali, più competitivi, più confacenti con le regole di un villaggio globale stimolante, ma estremamente cinico e meritocratico. Competenza, serietà e impegno sono sicuramente i fattori fondamentali per provare “a giocare”, ciascuno nel suo settore, la propria partita. Ma non sono più sufficienti di per sé. Bisogna essere in grado di crearsi un percorso che, tenuto conto dei bisogni attuali o prospettici del mercato, realizzi un progetto, diventando quindi impresa, in grado di rispondere adeguatamente alla domanda del mercato. Il seminario di Lecce ha messo a confronto, con riferimento all’industria digitale ma non solo, rappresentanti delle istituzioni, dei fondi di venture capital, dei “mestieri” e delle professioni utili, ad aiutare i giovani talentuosi start-upper nella loro difficile intrapresa. Ne è emerso un quadro per certi versi stimolante per altri preoccupante. Paradossalmente la materia prima “denaro”, da coinvolgere sulle start-up davvero innovative e non velleitarie, esiste e anzi alla disperata ricerca di investimenti virtuosi. Il quadro normativo, anche fiscale, è molto migliorato offrendo opportunità e incentivi finalmente interessanti e competitivi. E allora qual’è o, meglio, dov’è il problema? L’esiguità di candidati, pronti, soprattutto culturalmente, ad affrontare questo tipo di sfida imprenditoriale. Abbiamo tutti, chi più chi meno, allevato le nuove generazioni con un approccio vecchio e superato, poco collegato alle rivoluzioni in atto in tutto il mondo. I partecipanti al seminario ci hanno dimostrato (gridandoci il loro bisogno di aiuto, di supporto, di sentirsi meno soli!) che, con un po’ di sforzo e voglia di innovare davvero, possiamo recuperare il gap di questi ultimi 30 anni di pigrizia. Il materiale umano esiste e prima di arrendersi ed emigrare all’estero è pronto ad investire tempo e speranze pur di riuscire a rimanere nell’ex “bel paese”, contribuendo a migliorarne cultura e competitività. Qui sta la nostra responsabilità pubblica e privata per non sperperare l’ennesima opportunità che ci passa di fronte. Come?
Provo a mettere in fila alcuni punti.

1. Occupandoci di più di “loro”, ascoltandoli e stimolandoli a “fare” delle cose, a curiosare nel mercato globale, per capirne bisogni e opportunità.

2. Rafforzando, o formando ex novo, la loro cultura imprenditoriale, la “chiave” per non abdicare alla speranza di trovare un lavoro e conseguentemente un reddito dignitoso.

3. Supportandoli nel processo di fare Rete, di abituarsi a pensare e realizzare progetti di co-working, creando valore proprio dalla complementarietà dei contributi. Basta con le duplicazioni delle stesse idee, basta con lo stillicidio di incentivi dati a pioggia a prescindere dalla sostenibilità e della dimensione del impresa.

4. Aiutandoli a impostare i loro progetti con il metodo della fattibilità coniugato con la sostenibilità. Solo così le imprese nascono, crescono e creano valore anche occupazionale.

5. Il nostro bistrattato sud potrebbe essere una miniera di innovazioni, banalmente partendo dal turismo associato a storia, cultura, enogastronomia e paesaggio. Il mondo digitale rappresenta uno strumento di veicolazione dell’Italian Beauty straordinario: bisogna riempirlo di contenuti mirati all’afflusso turistico e di business.

Mi fermo qui. Ma il team dell’ing. Salvatore Modeo, il promotore del seminario leccese, rappresenta un esempio di come valga ancora la pena di combattere, lottare e sconfiggere la depressione dilagante, attraverso la valorizzazione di giovani che, con grande fatica, coraggio e speranza, si aspettano da noi un aiuto concreto per rimanere cittadini, residenti e operativi in Italia. Il caso che vi ho raccontato è attinente all’oggetto di RepMag? Non lo so, forse, formalmente, no! Ma credo fermamente che, anche nel mondo di internet e dintorni, l’uomo e il pensiero dell’uomo, inteso come genere umano, debba tornare centrale in tutti i nostri progetti. La tecnologia è importante ma non può diventare sostitutiva del pensiero umano. Allora investiamo tempo, interessi e capacità di ascolto, verso quei giovani talentuosi e desiderosi di confrontarsi con il mondo, che non aspettano altro che la nostra attenzione e il nostro supporto. Questo, a mio parere, significa ridare concrete speranze ai nostri discendenti. Buone meditazioni

Riccardo Rossotto

 

2014 – L’anno del cybercrime

La violazione dei sistemi informatici e la sottrazione dei dati, secondo la stampa statunitense e non solo, è stata la grande "peste" del 2014. Un fenomeno che si è sviluppato sempre di più, coinvolgendo società private e pubbliche, singoli cittadini e comunità informatiche.

Quello che ci preoccupa maggiormente è la sottovalutazione che regna in Italia e in Europa su questo nuovo tipo di crimini dai risvolti potenzialmente distruttivi per la nostra convivenza.

Proviamo a fare il punto della situazione partendo da alcuni report pubblicati in chiusura di anno da alcune testate americane e arabe.

I casi più eclatanti di violazione dei dati aziendali da parte di hacker nel 2014 sono stati, in sequenza: febbraio, la Neiman Marcus subisce il furto di 350.000 carte di credito di cui 9.000 utilizzate fraudolentemente dagli hacker; maggio, Ebay viene attaccata ed espropriata di 145 milioni di registered account; luglio, Goodwill Industries, un'altra società operante nel credito al consumo, si vede sottrarre in qualche minuto 868.000 carte di credito/debito in parte riutilizzate dagli assalitori; agosto, la famosissima JPMorganChase ,sotto attacco, perde 76 milioni di numeri telefonici e di indirizzi mail di clienti e 7 milioni di indirizzi di small businesses; settembre, gli hacker "rubano" al colosso dell'arredamento americano Home Depot i dati di 56 milioni di carte di credito e gli indirizzi email di 53 milioni di clienti; a novembre la società Target subisce il furto dei dati di 40 milioni di carte di credito/debito e di 70 milioni di indirizzi di clienti; infine a dicembre la Sony Pictures è protagonista di un assalto di cybercriminali che assume risonanza mondiale in relazione al film satirico sul leader della Corea del Sud, prodotto appunto da Sony.

Insomma, un bollettino di guerra vero e proprio, pur limitandoci soltanto ad elencare i casi più noti che hanno colpito grandi multinazionali. Come si può notare, sono sostanzialmente due gli obbiettivi dei ladri del cyberspazio: impossessarsi dei dati dei clienti e dei dati relativi alle carte di credito. Bisogna poi distinguere tra gli hackers che mirano a realizzare un business, seppur illecito, acquisendo strumenti che significano "denaro" come le carte di credito o potenzialità di guadagno come i dati anagrafici dei clienti delle grandi corporation, e gli hackers che invece si divertono a creare un baco nel sistema informatico delle società per godersi lo spettacolo delle sgomente reazioni degli assaliti o per puro narcisismo o senso di potere....per aver violato la sicurezza dei colossi dell'economia mondiale.

In ogni caso il fenomeno è in drammatica evoluzione e i dati statistici sono impressionanti. Secondo un report della Kaspersky Lab and B2B International, pubblicato sul quotidiano Gulf News del 26 dicembre 2014, il 51% delle società finanziarie operanti nei paesi del Golfo hanno subito nel corso dell'ultimo anno un cyber-attacco e nel 10% dei casi hanno perduto denaro come conseguenza di tale attacco.

In base alla nostra esperienza, in Italia le aziende stanno sottovalutando questo rischio e un po' per miopia, un po' per risparmiare dei soldi in un momento economicamente delicato, evitano di fare investimenti nel loro sistema di sicurezza anti hackers. Non esiste la consapevolezza che il furto di dati possa compromettere molti settori aziendali di vitale importanza, come la proprietà intellettuale, la fidelizzazione dei clienti, la continuità nell’erogazione dei servizi. Insomma il core business dell’impresa.

Il report della società Kaspersky evidenzia che soltanto Cina, Hong Kong, Olanda, Singapore e USA hanno acquisito generalmente una maturità e consapevolezza della problematica, adottando rimedi adeguati. Tutti gli altri paesi sono molto più indietro.

Il miglior consiglio che i massimi esperti di sicurezza informatica danno oggi agli imprenditori e di fare del loro meglio per implementare le difese contro gli attacchi informatici, mappando il rischio per poi condividere una strategia difensiva con professionisti preparati per queste nuove e semisconosciute attività criminali. Occorre immaginare diversi livelli di difesa che toccano tutte le aree tecnologiche a rischio dai computer agli smart phone ad ogni tecnologia esistente in azienda.

Iniziamo dunque il nuovo anno inserendo nelle priorità da affrontare e risolvere, ciascuno ad un diverso livello di sicurezza e complessità, questa nuova e spinosa problematica, potenzialmente in grado di distruggere asset aziendali costruiti con la fatica e il lavoro di anni.

Riccardo Rossotto

 

BUON 2015! UN VADEMECUM PER DIVENTARE OTTIMISTI

Il realismo della ragione o l'ottimismo della speranza? Il dilemma si dipana di fronte ai nostri occhi, bisognosi di rivedere la luce in fondo al tunnel ma timorosi che tale momento non sia ancora arrivato. Amareggia pensare che gli americani (per una volta meno miopi e neofiti di noi europei) abbiano ripreso la marcia della crescita con i macro indici economici tutti di segno positivo mentre il nostro Paese è agli ultimi posti, in pessima compagnia, tra i membri dell'Unione Europea, con un bel segno meno sulla chiusura del 2014 e sulle previsioni del 2015.

Che fare? Come reagire ad una deriva depressiva che rischia di diventare un ulteriore volano negativo del ciclo economico? Il Censis ha fotografato lucidamente e cinicamente lo stato psicologico degli italiani in questi ultimi giorni dell'anno: poche speranze di un futuro roseo, pessimismo cronico latente, blocco quasi totale delle spese e degli investimenti nell'incertezza di cosa potrebbe accadere a breve.

Abbiamo allora deciso di non arrenderci e di provare a stilare una lista di 10 punti che dovrebbero stimolarci a ragionare in senso positivo, magari anche sull'onda dell'emotività.

Un ragionamento improntato a guardare il bicchiere mezzo pieno ignorando, almeno per un momento, quello mezzo vuoto.

Eccovi dunque, cari amici di RepMag, il Vademecum per smetterla di piangerci addosso e per tirarci su le maniche  e ricominciare ad affrontare le difficili sfide che abbiamo davanti consci di vivere in un Paese bizzarro e davvero peculiare ma in possesso di tutti i requisiti per farcela.

A patto che.... a patto che alle  parole seguano davvero i fatti, distinti e distanti da quelli degli ultimi venti-venticinque anni, consapevoli che soltanto con uno scatto, anche etico, corale potremo ridare ai nostri figli e nipoti una parvenza di speranza concreta di rimanere a vivere in quello che veniva chiamato un tempo "il Paese più bello del mondo".

1- Nonostante la fotografia del Censis e l'immagine del Paese che scaturisce dalle prime pagine dei giornali in questo dicembre 2014, la maggioranza di noi è migliore di quanto si pensi. Forse ci siamo un po' impigriti, forse ci siamo lasciati andare a derive egoistiche, miopi e non solidali. Nel complesso però, pur stanchi, invecchiati e meno creativi di un tempo, abbiamo conservato ampie riserve di virtuosa determinazione e serietà che, proprio in questi anni difficili, ci stanno consentendo di resistere e ci devono far sperare. Bisogna innescare un effetto domino positivo che inverta il trend e ci rifaccia ripartire con volontà e determinazione nonostante la complessità del contesto economico mondiale. La ripartenza deve avvenire con due obbiettivi prioritari: il ripristino di una educazione civica in senso lato e la riduzione della forbice esistente tra ricchi e poveri.

2- Gli italiani, quando chiamati da emergenze varie, interne o esterne, a dimostrare la loro generosità non sono mai mancati all'appuntamento. Basta guardarsi intorno per constatare quanti siano i volontari che, in via sussidiaria rispetto ad uno Stato che sta arretrando in termini di welfare, si adoperano per offrire ugualmente una parvenza di qualità di vita ai meno fortunati. Ecco un esempio dal quale partire per sentirci migliori e potenzialmente idonei allo scarto di virtù. Basta crederci e basta volerlo...abbiamo tutti i requisiti per farlo.

3- Ci siamo accorti negli ultimi anni che "il film" della nostra convivenza tra cittadini doveva cambiare sceneggiatura. Le vacche grasse erano finite e, con fatica e ...ovvia resistenza, dovevamo cambiare modalità di vita, non solo economica ma anche sociale. Oggi abbiamo la consapevolezza di aver toccato "quasi" il fondo e che sia necessario ripartire con sacrifici e passione. La classe politica deve tenerne conto perché questo è uno stato d'animo che, se deluso, porta alla irreversibile perdita di speranze per il futuro.

4- Il nostro giovane Presidente del Consiglio ha colto questo "attimo fuggente" ma rischia di farsi avvolgere dalla melassa delle caste e delle corporazioni. Criticandolo costruttivamente, sempre e su ogni cosa che non ci convinca, dobbiamo però aiutarlo, anche psicologicamente ad andare avanti nella sua mission...proprio perché non diventi ...impossible.

5- Storicamente siamo considerati il Paese dei mille comuni e dei mille campanili. Una straordinaria varietà di tradizioni, culture e storie che rende l'Italia unica e affascinante per il visitatore straniero. Oggi pero' bisogna invertire il format: convincerci che il frazionismo e il pensare che "piccolo è bello" ci butta fuori dal mercato globale, ci rende marginali e non competitivi. Dobbiamo riuscire a conservare le nostre tradizioni coniugandole con una nuova cultura di sistema, fare Rete. Soltanto così possiamo davvero valorizzare il nostro patrimonio ridiventando competitivi in un villaggio globale che ci ama, ci invidia e non vede l'ora di visitarci o comprare i nostri prodotti o servizi. Bisogna però "esserci" nel mondo e tale presenza non può essere fatta soltanto da migliaia di singoli, anche se straordinari, imprenditori solitari e individualisti. Soltanto facendo sistema possiamo dire la nostra, piantare la nostra bandiera, valorizzare la "Italian Beauty".

6- La conservazione ma soprattutto la valorizzazione del nostro patrimonio artistico e culturale è un passaggio vitale della nostra speranza di tornare a crescere. Il 92% dei cittadini del mondo afferma pubblicamente che vorrebbe venire in Italia a visitarla ma...soltanto il 5% realizza però il suo sogno. Come intercettare questo enorme target mondiale che non vede l'ora di ricevere un’offerta, economicamente adeguata, per poter coronare il sogno di venire in Italia, vedere i suoi tesori e gustare la sua cucina? Attraverso una narrazione diversa della Italian Beauty, più moderna e più incisiva, raccontata da professionisti che sappiano valorizzare adeguatamente un patrimonio che abbiamo gestito fino ad ora pigramente all'insegna dell'adagio .."tanto gli stranieri devono venire qui per vedere il Colosseo...!". Così abbiamo perso quote di mercato e oggi vivacchiamo nell'industria turistica mondiale dietro paesi con molte meno risorse di noi. Il ministro Franceschini, conscio di questa sfida decisiva, sta mettendo mano alla riforma del Mibact; un ministero che dovrebbe non solo avere budget di spesa ma diventare uno dei driver della nostra politica economica e che invece svolge un ruolo marginalissimo. Aiutiamo il ministro in questo suo compito spinoso ma determinante, anche in termini occupazionali, per il nostro futuro. Cultura e turismo non sono una accoppiata blasfema e puramente di marketing ma una leva di creazione di ricchezza inimmaginabile, come ci dimostrano molti paesi di cultura anglosassone. Usciamo dallo snobismo delle accademie ed entriamo, a pieno titolo, nel novero dei Paesi che sanno valorizzare il proprio passato, la propria posizione geografica e le proprie tradizioni culinarie per offrire a tutto il mondo la possibilità di godersele.

8- Siamo esportatori  naturali ed istintivi: la conquista dei mercati esteri è nel DNA dei nostri imprenditori, grandi e piccoli. Dobbiamo concentrarci su tale filone costruendo, con le minori risorse pubbliche esistenti, reali incentivi di sistema per aiutare i nostri coraggiosi ambasciatori industriali e commerciali della nostra Italian Beauty. Basta carrozzoni pubblici costosi e inefficienti: valorizziamo, ad esempio, le competenze ed esperienze di tutta una fascia generazionale di cinquantenni rimasti drammaticamente senza lavoro, coinvolgendoli in progetti di tutoraggio e supporto alle nostre PMI che si internazionalizzano. Anche qui fare sistema è decisivo. Il frazionismo e gli individualismo sono un tappo alla nostra necessaria competitività internazionale.

9- La presidenza Draghi alla Banca Europea è stata per noi, senza scorciatoie o privilegi, fondamentale per gestire gli ultimi due, terribili anni dal punto di vista dei conti pubblici del nostro stato. Valorizziamo la presenza di questo autorevolissimo italiano, seduto dietro la scrivania più importante della governance economica europea, per offrirgli l'opportunità di non doversi scusare delle nostre bizzarrie o instabilità politiche e imprenditoriali. Può (come ha già dimostrato di poter fare senza concederci nessun privilegio) darci una grossa mano anche in termini reputazionali nelle sedi istituzionali di tutto il mondo. Aiutiamolo ad aiutarci!

10- Last but not least, Papa Francesco. Sfogliando la stampa internazionale di questi ultimi e tristi giorni dell'anno che se ne va, le uniche citazioni del nostro Paese riguardano proprio gli interventi e le decisioni assunte dal Santo Padre. Abbiamo la fortuna che ami l'Italia e gli italiani nonostante il loro cattolicesimo vissuto "un pò alla buona". Dovremmo farlo diventare, con tutto il dovuto rispetto, il nostro miglior ambasciatore nel mondo, non solo dei cristiani ma di tutti i cittadini del villaggio globale. La narrazione semplice, chiara, ma terribilmente precisa di Papa Francesco induce tutti ad uno spietato esame di coscienza sul come ci siamo ridotti...tutti salvo poche eccezioni. Bene, credenti o no, ripartiamo da lì, con modestia, determinazione, passione ed energia per riscoprire quei valori e principi che hanno reso famosi nel mondo i nostri nonni e i nostri papà soltanto cinquant'anni orsono. La catechesi di Francesco è un supporto straordinario alla ripartenza dell'Italia.

Buon 2015 a tutti

Riccardo Rossotto

 

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