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Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

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Internet delle Cose (“I.o.T”): non perdiamo altro tempo!”

La rivoluzione è in atto e noi facciamo finta di non accorgercene! O meglio: ne parliamo, facciamo convegni, realizziamo suggestive slides ma nella realtà facciamo poco o nulla di concreto. I dispositivi interconnessi nel mondo – ci dice uno studio della Ericsson – sono circa 16 miliardi e arriveranno presto a 28 miliardi: in Italia il business connesso al I.o.T è di circa 2 miliardi di euro con un trend in aumento molto sensibile. L’ultimo rapporto della Cisco, il Visual Networking Index, pubblicato proprio in queste ore, registra che a fine 2016 abbiamo toccato quota 4.9 miliardi di persone connesse al web da un dispositivo mobile, con 8 miliardi di apparecchi collegati. Se pensiamo che ormai, noi esseri umani, siamo circa 7.4 miliardi di individui viventi, abbiamo superato la soglia di un device a testa. L’Italia è al 12° posto davanti agli Stati Uniti con un +47% di incremento. La peculiarità, tutta italiana, sempre secondo il rapporto Cisco, è che siamo tra i primi paesi a comprare i device di ultima generazione adottando immediatamente tutto quello che passa per lo schermo di uno smartphone, ma poi continuiamo a essere indietro, molto indietro, rispetto agli altri paesi, nell’usare tecnologie e logiche del nuovo mondo applicate alla pubblica amministrazione.

Dunque il “villaggio globale” viaggia ad una velocità digitale mostruosa e il sistema Italia perde colpi. La digitalizzazione del paese, consentiteci questo termine generico ma che ci auguriamo sia rappresentativo della rivoluzione in essere, langue. Rimane al centro del dibattito formale ma non va oltre superficiali affermazioni o false promesse di realizzazione. Non “scende” nel paese reale né nella parte pubblica (l’ultima legge di stabilità dello scorso anno impose un taglio delle spese a ICT degli enti pubblici territoriali del 50% nel triennio, proprio in questo settore dunque!) né in quella privata. La fabbrica 4.0 è, per ora, salvo poche eccezioni, uno slogan da workshop delle associazioni di categoria. Siamo l’ultimo paese tra i membri dell’Unione Europea a livello di informatizzazione sia come copertura sia come investimenti. Renzi, “campione” del mondo del web è riuscito a convincere un grande manager italiano costretto ad emigrare negli Stati Uniti “per necessità”, Piacentini, a rinunciare ai milioni di dollari del suo compenso in Amazon per venire a Palazzo Chigi a guidare una task force per il rilancio della digitalizzazione della pubblica amministrazione. Un miracolo! Oggi, con Renzi “a casa” ad occuparsi “solo” di politica, il progetto è ancora in piedi ma Piacentini deve scontrarsi con una burocrazia che lo vincola nella sua energia propulsiva e innovativa. La squadra è di qualità ma molto “corta” si direbbe in termini calcistici. Con poca forza negoziale verso le strutture ministeriali vecchie ed arrugginite. Lavora intensamente e ha come primo obiettivo da raggiungere la mappatura delle risorse esistenti a livello nazionale. La fotografia, in altre parole, delle risorse di ICT sparse fra le varie branche nazionali e locali dello stato.

Detto ciò, che fare? Impigrirci su un processo che ci sta facendo perdere, in termine competitivi, straordinarie opportunità di business? I campi investiti dalla rivoluzione dell’I.o.T di cui sopra, sono innumerevoli: si va dalla video sorveglianza alla sicurezza nelle smart home (domotica); dal controllo delle flotte aziendali alla tracciabilità degli oggetti di valore o al monitoraggio del traffico cittadino. Quello che sorprende, irrita e poi si trasforma in malessere distruttivo e mirato poi a lasciare il “bel Paese” è soprattutto un dato: se l’I.o.T fosse applicato davvero alla smart city i risultati in termini di risparmio della spesa pubblica (la famosa Spending Review) sarebbero impressionanti. Stiamo parlando di “illuminazione pubblica intelligente”, di “gestione automatizzata della mobilità”, di “automazione intelligente del ciclo dei rifiuti e della raccolta urbana”. Interventi che permetterebbero in base ad alcuni autorevoli studi americani, (per tutti Telefonica, “The Smart Meter Revolution”, gennaio 2014) di risparmiare 4.2 miliardi di euro, tagliare 7.2 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica ed evitare le solite frustranti code nel traffico cittadino. Code che si portano dietro come conseguenza automatica ed immediata l’aumento delle ore improduttive del nostro sistema economico. Proprio in questi giorni la rivista on line Competere ha pubblicato uno studio denominato “9 proposte per l’Internet delle Cose” condotto da Benedetta Fiani, di cui consigliamo vivamente la lettura e la meditazione. Dopo aver fotografato il misero scenario attuale in Italia, il report si concentra su alcuni punti programmatici di attenzione, da discutere e condividere, ma soprattutto da realizzare al più presto. Una “lista della spesa” che vale la pena riprendere e commentare titolo per titolo

Riprendiamo quindi i 9 punti della piattaforma propositiva di Competere, commentandoli in calce e sperando così di stimolare ulteriormente i nostri “Decisori” politici nazionali a porsi il problema e soprattutto a far diventare davvero la digitalizzazione del paese e della pubblica amministrazione, una priorità di politica industriale. Le risorse sono poche e diminuite negli ultimi anni? Non è un alibi che tenga: basta considerare sul serio l’I.o.T. una priorità strategica del nostro futuro a breve per poi dirottare su tale capitolo di spesa risorse da altri settori meno prioritari o addirittura inutili, inefficienti e improduttivi. Questa è davvero la sfida sulla quale il governo deve metterci faccia, risorse e fiducia. Prima che sia troppo tardi.

Ma veniamo alle 9 proposte di Competere: in calce ad ogni proposta evidenzieremo in carattere corsivo il nostro pensiero in merito.

  1. Sviluppare una roadmap. Sarebbe opportuno che ogni governo nazionale sviluppasse una roadmap strategica per favorire l’implementazione e l’adozione dell’I.o.T in ambito pubblico, creando le condizioni migliori perché il privato operi in modo competitivo. Le istituzioni potrebbero, in questo modo, coinvolgere settori specifici che siano in grado di sviluppare azioni mirate a beneficio di determinate filiere industriali.

Come dicevamo è importante che il governo italiano metta davvero e in concreto tra le priorità del paese l’agenda digitale. Oggi, sulla carta tale scelta è stata fatta ma in realtà gli enti preposti (sia l’agenzia per la digitalizzazione sia la task force di Piacentini) hanno strutture limitate e poche risorse disponibili. E’ necessario investire in tali strutture in modo tale che diventino davvero le cabine di regia di uno sviluppo del settore che si basi su una collaborazione innovativa e virtuosa tra il pubblico e i privati, a beneficio delle filiere industriali domestiche.

  1. Dare l’esempio. Se il settore pubblico adottasse per primo un piano favorevole alla diffusione dell’I.o.T per dimostrarne i benefici, il valore e il volume degli investimenti aumenterebbero in modo proporzionale.

L’esperienza americana ci insegna che l’innesco pubblico è fondamentale per accelerare i processi di innovazione nelle industrie private. Senza lo start-up promosso dal settore pubblico tutto diventa più difficile e faticoso

  1. Investire nelle partnership per superare gli ostacoli. Molti dei progetti che includono lo sviluppo dell’I.o.T potrebbero sfruttare la partnership tra settori pubblici e privati. Questo tipo di collaborazione potrebbe ridurre il gap fra grandi e piccoli operatori a favore delle realtà locali più ristrette e con budget limitati.

Un nuovo format di Public Private Partnership è fondamentale per operare davvero un salto di qualità e di accelerazione del settore.

  1. Ridurre le barriere normative e i ritardi. Un lungo e massiccio processo di regolamentazione non solo rallenterebbe la disponibilità di avere i dispositivi disponibili e operativi sul mercato, ma scoraggerebbe gli investimenti da parte del settore privato e da parte degli investitori internazionali.

La semplificazione normativa e l’efficientamento della macchina amministrativa sono due chiavi di volta del processo di sviluppo della digitalizzazione del paese. Non abbiamo bisogno di nuove norme, di nuovi regolamenti, di nuova burocrazia: abbiamo bisogno di risorse adeguate, di professionalità e di efficienza. L’auspicio è che il governo si concentri su questi aspetti operativi

  1. Facilitare la condivisione e il riutilizzo dei dati. Poter utilizzare e condividere con assoluta semplicità i dati garantirebbe ai consumatori la possibilità di sfruttare al meglio i benefici connessi all’I.o.T. La decisione riguardo gli standard da utilizzare è decisiva. La scelta di utilizzare standard aperti e condivisi a livello internazionale sembra essere la soluzione migliore per garantire la massima iperoperabilità.

Il Data Sharing e il riuso sono due elementi fondamentali per razionalizzare e valorizzare le risorse esistenti. Soltanto in questo modo potranno essere ottimizzate le eccellenze esistenti in certi settori attraverso la socializzazione con quelli rimasti più indietro.

  1. Continuare ad investire per ottenere tecnologie sempre più performanti. Investire costantemente sulle nuove tecnologie può permettere di raccogliere dati sempre più completi e puntuali. Utilizzare dati migliori garantirebbe un monitoraggio più attento ai processi interni e una maggiore resa produttiva.

Il punto è assolutamente condivisibile e deve essere coniugato con i concetti espressi precedentemente.

  1. Ridurre il “data devide”. Nessuno può rimanere escluso. E’ necessario che una leadership politica lungimirante in fatto di innovazione permetta all’intera comunità di godere dei benefici socio-economici derivanti dall’I.o.T, senza limitare la libertà del settore privato.

Idem come sopra. La rivoluzione digitale non deve portare ad inique nicchie di privilegiati. Deve essere un processo globale che fa beneficiare tutta l’intera comunità dei benefici derivanti dall’applicazione dei risultati dell’I.o.T.

  1. Utilizzare i dati per risolvere le questioni più difficili. La costante connessione degli oggetti ad internet potrebbe non solo semplificare la nostra vita, ma renderla addirittura migliore. Implementare l’I.o.T in settori chiave quali la sanità e la pubblica sicurezza è fondamentale per garantire un livello di innovazione competitivo a livello globale.

Sanità e pubblica sicurezza sono i primi due settori che potrebbero dare ai cittadini la concreta sensazione degli straordinari risultati ottenibili con una efficiente e professionale utilizzazione dei risultati dell’applicazione dell’I.o.T. Sicurezza e salute sono le due priorità principali di ogni comunità civile: bisogna incominciare di lì per dimostrare concretamente il beneficio della rivoluzione digitale.

  1. Regolamentare solo dove è necessario e mai in via precauzionale. Molte delle nuove tecnologie vengono guardate dai consumatori con incertezza, a volte addirittura con paura. Tuttavia porre un freno ai benefici derivanti dall’innovazione tecnologica rappresenta un rischio da evitare. Per questo motivo il decisore pubblico dovrebbe agire con cautela nel regolamentare eccessivamente in via precauzionale questo settore: agendo in questo modo, oltre a limitare la competitività e la libera concorrenza, si rischierebbe di rallentare tutti i benefici socio-economici connessi all’I.o.T

Condividiamo, come detto, la necessità di una semplificazione normativa ma è indubbio che l’innovazione dell’I.o.T porrà problemi prospettici di nuovi inquadramenti giuridici delle novità scaturenti dalla rivoluzione digitale. Pensiamo soltanto all’Intelligenza Artificiale e a tutte le questioni inerenti e conseguenti il proliferare di robot sempre più autosufficienti ed operativi nella nostra vita lavorativa e quotidiana. Il nostro sistema giuridico è incentrato sugli esseri umani e sui loro rapporti con i terzi: come inquadrare la nuova figura del robot, nuovo soggetto giuridico scaturente dalla Intelligenza Artificiale? Come disciplinarne le responsabilità e conseguentemente i perimetri operativi? Interrogativi inquietanti ma che dovranno trovare a breve una adeguata risposta da parte dei giuristi. Senza contare un aspetto di education fondamentale per far crescere una cultura generale sull’utilizzo di queste nuove tecnologie: l’introduzione di corsi di Educazione Digitale nelle scuole. Uno strumento necessario per istruire i nostri ragazzi ad avere gli anticorpi necessari nella lettura e nell’utilizzo di tutto il mondo collegato ai social network.

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Come avviare lo sviluppo di tale agenda di cose da fare? Competere fotografa quattro modelli possibili di intervento: quattro tipologie di governance del processo attuativo. Vediamole singolarmente.

  1. Regolamentazione preventiva: una corrente di pensiero, per ora prevalente, tende a sottolineare l’importanza di una regolamentazione preventiva dei potenziali rischi connessi all’I.o.T. Tali misure, secondo questo filone propositivo, accrescerebbero la fiducia del consumatore accelerando la diffusione delle nuove tecnologie. Il rischio di tale approccio è che un intervento così invasivo imporrebbe parecchi vincoli all’evoluzione del settore rallentandone lo sviluppo.
  2. Nessuna nuova regolamentazione: questo filone di pensiero tende a lasciare al mercato la possibilità di raggiungere la massima efficienza/beneficio per i consumatori. Il maggior rischio sarebbe rappresentato dall’assenza di strategie proattive pubbliche che promuovano la diffusione delle nuove tecnologie. Si favorirebbe sicuramente la libera competizione sul mercato da parte dei privati ma si rischierebbe la limitazione degli effetti positivi dell’impatto sociale di questa rivoluzione.
  3. Innovazione a livello locale: l’I.o.T viene vissuta come un asset fondamentale a supporto delle imprese per l’incremento delle loro esportazioni di beni e servizi. Tale approccio presenta il rischio di approvare regolamentazioni che ostacolino l’attrazione di investimenti esteri a favore delle nostre imprese nazionali. In altre parole una forma di protezionismo con tutte le sue possibili derive negative.
  4. Partnership pubblico-private con il governo in una posizione neutrale: il governo potrebbe aiutare l’accelerazione dello sviluppo e della diffusione dell’I.o.T limitandosi a finanziare la ricerca sulle reti mobili, creando progetti pilota per le smart city, evitando un eccesso di regolamentazione e fornendo incentivi mirati per la distribuzione delle smart grid. Tale filone di pensiero vede il governo come una cabina di regia di coordinamento e armonizzazione del mercato con l’istituzione di PPP fondamentali per la promozione dei benefici derivanti dall’I.o.T. L’intervento pubblico sarebbe limitato, la libera concorrenza sarebbe garantita, il ruolo delle istituzioni sarebbe quello di controllare il mercato evitando squilibri e fornendo un indirizzo strategico univoco.

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Il tema è ampio, complesso e impegnativo. Ma il nostro paese non può sottrarsi da questa sfida se vuole davvero farsi carico non solo dei destini delle nostre generazioni ma anche di quelle dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Riccardo Rossotto

Google vs copyright: questa volta ci prova l’Unione Europea

A fine agosto è stato annunciato il nuovo Regolamento Europeo sul copyright, il tanto discusso, amato e odiato, diritto d’autore. L’ipotesi di una disciplina che faccia rientrare nel perimetro normativo della protezione tutte le forme di informazioni circolate nella Rete, e ovviamente dotate dei requisiti richiesti, ha riscatenato il dibattito già apertosi qualche anno fa con le prime due puntate della questione, scoppiate in Spagna e poi in Germania.

È giusto che gli editori rivendichino il copyright sugli articoli o meglio e soprattutto sui ritagli degli articoli (gli ormai famosi snippets) nei confronti degli utilizzatori professionali (Google & Co, tanto per capirci)? È un “tappo” inaccettabile alla circolazione delle informazioni nella Rete la posizione assunta dagli editori in materia di copyright? E ancora: perché il professionista (l’editore, nel caso in esame) che investe e paga i rilevanti costi dell’organizzazione aziendale mirata a realizzare contenuti giornalistici da vendere sul mercato non deve pretendere che chi utilizzata tali contenuti, sia tenuto a pagare un equo compenso?

La questione non è banale e nasce proprio dalla diffusione dei modelli di business dei maggiori giocatori del settore, i motori di ricerca. La Rete vive di scambio/connessione di notizie-informazioni-dati: negli ultimi anni la dimensione del fenomeno ha fatto crescere di molto il valore d’uso dei contenuti di tali dati, passando da una fase di gratuità d’uso (lancio del prodotto e fidelizzazione degli utenti) ad una fase di onerosità d’uso a carico degli utilizzatori (consolidato il “bisogno-utilità” di questi contenuti, ora si pagano!). Perché se “a valle” l’intermediario (il motore di ricerca, cioè) vende tali contenuti a fronte di un corrispettivo più o meno diretto, “a monte” non li deve pagare a chi li ha scritti e organizzati?

Proviamo a fare un punto della situazione mettendo in ordine i vari elementi della problematica.

La ratio della legge sul diritto d’autore

Il diritto d’autore ha radici antiche, si intravede in una sua forma embrionale in Inghilterra già nei primi anni del ‘700 con la funzione di tutelare gli interessi degli editori e poi degli autori tramite la concessione di privilegi di stampa.

Nella sua configurazione attuale, le ragioni che giustificano l’esistenza del copyright si ravvisano nell’esigenza di favorire ed incentivare gli investimenti volti non solo alla realizzazione, ma anche alla diffusione, di opere creative, riconoscendo all’autore il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera dell’ingegno, oltre al diritto morale di rivendicarne la paternità. Nessuno o quasi, cioè, opererebbe professionalmente nel settore delle creazioni artistiche se l’ordinamento non fosse in grado di fornire una tutela solida e certa, al ricorrere dei caratteri di originalità e novità dell’opera. Come gli altri diritti afferenti alla proprietà intellettuale, insomma, il livello di protezione offerto dal diritto d’autore è da individuare nel giusto punto di equilibrio tra l’interesse del titolare/creatore e quello della collettività che fruisce dell’opera.

Scenario attuale: la rivoluzione di Google

La rivoluzione digitale ha prepotentemente modificato i canoni del copyright, con i legislatori che hanno dovuto rincorrere ed adeguarsi ai nuovi paradigmi, senza avere la possibilità di governare la vicenda. Internet ha reso possibili metodi di diffusione e di sfruttamento economico delle opere che fino a pochi anni fa non erano neanche prospettabili, introducendo il concetto di accesso globale e diretto ai contenuti. Google, con la sua posizione di assoluto rilievo nel mondo della Rete, ha conquistato il ruolo di principale motore di ricerca, tanto che oggi l’indicizzazione delle pagine Web consente agli utenti di raggiungere (quasi) ogni pagina tramite i servizi offerti da Mountain View.

E la questione ruota proprio attorno a ciò. Gli editori pubblicano articoli e contenuti sui propri portali, indicizzati su Google, Big G. (o altri motori simili) li rende disponibili a chi li ricerca che, lette un paio di righe di anteprima, decide se aprire o meno la pagina. Se l’utente visita la pagina dell’editore, quest’ultimo avrà un ritorno economico (essenzialmente in pubblicità); in caso contrario, non guadagnerà. Google, invece, guadagnerà in ogni caso, per il semplice fatto che l’utente ha effettuato una ricerca.

I due precedenti specifici in Spagna e in Germania

Da qui l’esigenza – o l’opportunità, a seconda dei profili che si vogliono evidenziare – di prevedere una qualche forma di corrispettivo da Google verso gli editori, che consenta di riequilibrare il rapporto tra le parti. Un compenso che nasce dalla semplice visualizzazione, da parte dell’utente, di una piccola anteprima del contenuto finale.

Il tentativo è già stato fatto, un po’ pionieristicamente, in Spagna ed in Germania. Nel primo caso, Madrid ha previsto un compenso obbligatorio a carico di Google, in favore degli editori, per poter linkare un loro qualsiasi contenuto. Il risultato è stato disastroso. Google, forte della propria posizione, ha chiuso definitivamente il servizio News con una doppia beffa per gli editori: non solo non hanno goduto di alcun beneficio diretto, ma hanno anche registrato un crollo drastico del traffico poiché gli utenti – solitamente indirizzati ai portali proprio tramite il motore di ricerca – non vi erano più reindirizzati.

In Germania, invece, la cosiddetta “Lex Google” ha introdotto la semplice possibilità per gli editori di farsi corrispondere un compenso per gli snippet. Con la conseguenza – forti, anche, dell’esperienza iberica – che gli editori hanno scelto di evitare tale opzione per non rischiare di incorrere in un abbattimento del traffico sul proprio sito.

Il contenuto della bozza del Regolamento Europeo

Su questo terreno insidioso, la Commissione Europea ha deciso di valutare l’introduzione di un diritto connesso – specificando con forza che non si tratterebbe di una tassa – in favore dei gruppi editoriali che consenta loro, in maniera facoltativa, di poter chiedere ai motori di ricerca un compenso per la pubblicazione degli estratti dei propri contenuti. La finalità, dunque, è di creare una base normativa con la quale anche i player più deboli possano avere il potere contrattuale per negoziare con i giganti del Web il pagamento di una nuova forma di licenza.

Abbandonata (o mai considerata) l’opzione di un corrispettivo obbligatorio, che avrebbe forse condotto ad effetti simili a quelli creatisi in Spagna, si tenterebbe di riallineare almeno parzialmente il ruolo degli attori del mercato, ponendo gli editori in una posizione di maggior (seppur limitata) forza in sede di negoziazione con i motori di ricerca. Sarà quindi la stampa a decidere se offrire gratuitamente i propri contenuti agli aggregatori di notizie oppure se avviare una trattativa, tenendo sempre a mente il caso-Spagna e gli effetti che ne sono derivati.

A dimostrazione della spinosità del tema, le penne di due dei principali quotidiani nazionali si sono schierate su posizioni distanti, se non addirittura opposte tra loro. Da un lato Massimo Sideri, sul Corriere della Sera dello scorso 27 agosto, riconosce che “la Rete ha fatto crescere molto il valore d’uso delle notizie, ampliando la circolazione, ma ha fatto calare quello di scambio (il pagamento)”, sottolineando che il riequilibrio di questi fattori sarà fondamentale per il futuro dell’informazione di qualità, con una visione non pessimistica dell’intervento comunitario. Con diverso piglio, il giorno successivo Luca De Biase, sulle colonne de Il Sole 24 Ore, critica in maniera ben più vivace la posizione dell’Unione Europea, accusando prima gli editori di non aver voluto investire nello sviluppo del digitale (trovandosi, poi, a dipendere da Google), e poi la Commissione UE di ignorare la questione andando per la sua strada, senza volersi rendere conto che “la realtà digitale è troppo complessa per le banalizzazioni della politica”.

Alcune riflessioni finali

In questo quadro in continua evoluzioni industriale e normativa, ci permettiamo alcune considerazioni finali.

  1. I principi della normativa sul copyright devono essere salvaguardati a pena di rischiare di rivoluzionare le fondamenta degli stimoli ai giovani talenti di studiare e sacrificarsi per realizzare opere d’arte.
  2. I contenuti giornalistici “figli” di investimenti, costi, professionalità devono essere tutelati per non mettere gli editori tradizionali nelle condizioni o di abbandonare il campo o di ridurre la qualità dei loro prodotti.
  3. La Rete, o meglio i giocatori della Rete, non devono, sul presupposto di una presunta innovazione e di una irreversibile necessità tecnologica, pensare di poter usare contenuti diversi senza pagare il “giusto corrispettivo”.
  4. Bisogna trovare un equo equilibrio che non permetta alla pura forza economica e negoziale dei motori di ricerca di determinare “il buono e il cattivo tempo” in materia.
  5. Il principio di legge, anche con riguardo agli Snippets o a figure analoghe di diritti affini, deve essere riaffermato in modo Forte e Chiaro! Consolidando tale principio, si potrà delegare alle intese tra titolari di diritti e utilizzatori dei contenuti la quantificazione dell’“equo compenso” da rapportare sempre ad una verifica di mercato attualizzata tra i costi di realizzazione dei contenuti protetti e i ricavi-profitti prospettici degli utilizzatori.

Questo è lo sforzo che ci auguriamo possa/debba ispirare la posizione europea al di là degli egoismi miopi delle parti in causa.

Stiamo a vedere.

Riccardo Rossotto

(ha collaborato Nicola Berardi)

Brexit: Much Ado About Nothing?

  • 01 July 2016 |
  • Pubblicato in News

E’ passata una settimana dalla vittoria del leave al referendum avente ad oggetto la permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea. Bollata dagli europeisti come il Black Friday del nostro secolo e dai brexiters come data-simbolo della liberazione dalla asfissiante burocrazia di Bruxelles, non vi sono dubbi che la giornata del 24 giugno 2016 entrerà nelle pagine dei libri di storia. Favorevoli o contrari, l’unica certezza è che il leave ha irrimediabilmente modificato lo status quo, con effetti dirompenti su molti fronti, politici e finanziari in primis.

Non sono mancati colpi di scena tra subitanei ripensamenti del corpo votante, dissolvimento di inverosimili promesse da campagna elettorale (i presunti fondi da investire nel sistema sanitario inglese) e avvicendamenti politici (le dimissioni di Cameron, la lotta per la leadership sia nel partito Tory che Labour). Si è trattato, infatti, di un testa a testa, che ha lasciato a molti dell’ amaro in bocca e acuito conflitti mal sopiti all’interno della società inglese. In particolare, si è delineata una netta contrapposizione tra città e provincia, popolazione giovane e più anziana, oltre alla riemersione di spinte indipendentiste.

Tra le analisi moltiplicatesi negli ultimi giorni un tema spesso trascurato, ma di grande interesse giuridico ed enorme rilevanza nei mesi a venire, riguarda la natura della consultazione referendaria.

Può sembrare un aspetto scontato, posto che le recenti discussioni si sono concentrate esclusivamente sulle conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione, ma da un punto di vista prettamente giuridico va chiarito che l’esito del voto sulla Brexit non ha di per sé alcuna efficacia vincolante.

Come affermato dalla stessa House of Commons, il referendum appena tenutosi era dotato di un’efficacia meramente consultiva e, pertanto, il voto espresso non ha alcuna conseguenza immediata e diretta in merito all’uscita del Regno Unito dall’UE.

Ciò sulla base di due distinte fonti normative.

Innanzitutto, lo European Union Referendum Act del 2015, ossia la legge istitutiva del referendum, non ha previsto, in caso di voto affermativo,  alcun obbligo per il governo di legiferare in conformità allo stesso (a differenza di quanto era accaduto nel 2011 con il referendum sulla riforma del sistema elettorale), di fatto escludendo qualsiasi effetto vincolante della consultazione.

Inoltre, l’art. 50 del Trattato di Lisbona prevede che uno Stato Membro possa decidere di recedere dall’Unione nel rispetto dei propri principi costituzionali. 

In punta di diritto, il Regno Unito è uno dei pochi Paesi al mondo privi di una costituzione scritta, situazione che rende complessa l’applicazione dell’art. 50 laddove impone il rispetto dei dettami costituzionali per l’uscita dall’Unione.

La procedura stabilita all’art. 50 consiste in una  notifica che lo Stato Membro deve inviare al Consiglio europeo manifestando la propria volontà di recedere, a decorrere dalla quale scatta un termine di due anni per i negoziati finalizzati all’uscita. Una volta inviata la notifica, non è prevista la possibilità di ritirarla: alea iacta est. Ecco perché, ad oggi, Londra pare temporeggiare.

Peraltro, anche tralasciando il clima di incertezza politica conseguente alle dimissioni di Cameron e alla ribellione dello shadow cabinet di Corbyn, a livello formale non è chiaro chi abbia l’autorità di provvedere alla notifica. In proposito, ci si domanda astrattamente se sarebbe sufficiente l’iniziativa del Primo Ministro o, in considerazione del principio della sovranità del parlamento (il solo, nelle parole di  Dicey ad avere “il potere di fare e disfare le leggi”), sarebbe comunque necessario un avvallo da parte di Westminster? Il Parlamento inglese, ed è intorno a questo che ruota la questione, non è in alcun modo vincolato dal voto popolare e dunque, proprio in virtù di quella sovranità che lo contraddistingue, ben potrebbe esprimere un parere negativo e, di fatto, bloccare del tutto il processo di uscita.

Di certo, si riscontra del tipico humor inglese all’idea che, qualora il Parlamento inglese dovesse essere chiamato a votare, gli attuali paladini della sovranità dello stesso nei confronti delle ingerenze di Bruxelles si troverebbero a difendere la vincolatività di un voto popolare extraparlamentare, che, in parte, esautora Westminster.

Alla luce di quanto sopra, è chiaro che la questione non riguarda tanto l’efficacia giuridica quanto la mera  opportunità politica.

Come ha sottolineato David Allen Green, avvocato inglese e autorità in materia costituzionale “Ciò che accade ora è una questione di politica, non di diritto. Si ridurrà tutto a ciò che è politicamente opportuno e fattibile. Il governo inglese potrebbe cercare di ignorare il voto, bollandolo come poco affidabile. O potrebbe sostenere  che si tratti di una materia di competenza del Parlamento, cercando di trovare una maggioranza favorevole all’esito sperato”.

Alcuni sottolineano come in passato referenda relativi all’Unione Europea siano stati ripetuti al fine di rovesciare un precedente risultato “sfavorevole”.

Di certo, l’eventuale discostamento dalla volontà espressa tramite il referendum costituirebbe un atto di forza da parte del governo, uno strappo difficile da sanare, quasi un suicidio politico, soprattutto se si considerano le parole di Cameron nel celebre Bloomberg Speech del gennaio 2013, con cui si è abbracciata l’iniziativa del referendum: “E’ tempo per il popolo inglese di avere la parola. E’ tempo di risolvere la questione europea all’interno della politica inglese. Io dico agli inglesi: questa sarà una vostra decisione”.

Se l’esito della consultazione referendaria si è dimostrato imprevedibile anche per i sondaggisti più infallibili,  al momento pare ancora più  arduo supporre  quali saranno le mosse politiche del prossimo inquilino del numero 10 di Downing Street.

Insomma, Brexit è tutt’altro che deciso: nei prossimi mesi ne vedremo delle belle.

Sicuramente gli scenari sono molteplici e non costituisce una corretta forma di informazione il comunicare che la Gran Bretagna debba  ormai uscire dall’Unione Europea a causa del referendum. La sua sarà una decisione politica non vincolata giuridicamente.

Come ha detto recentemente Papa Francesco, l’Europa deve avere la forza e l’umiltà per rivisitare il suo modello di governance ma deve soprattutto metterci coraggio e creatività.

Proprio dentro questi due ultimi termini risiede, a nostro avviso, la soluzione meno traumatica di Brexit.

 

Riccardo Rossotto

(ha collaborato Giulia Pairona)

L’Italia alla sfida della digital economy

La paura del cambiamento. La resistenza all’innovazione. La difficoltà di mettersi in gioco di fronte alle nuove sfide. Potremmo procedere a lungo in questo triste elenco di “tappi” psicologici che animano le menti di molti di noi che, quotidianamente, rifiutano di adattarsi o, meglio, di sfruttare la straordinaria opportunità originata dalla rivoluzione tecnologica che sta cambiando il mondo del nostro modo di vivere.

Questo atteggiamento molto tipico delle generazioni più avanzate di età che tendono a difendere il “conquistato”, ma anche di molti italiani, in generale, che non percepiscono le opportunità offerte dalla digitalizzazione del Paese, ci lascia indietro rispetto allo sviluppo globale, ci arrugginisce il cervello, e lascia a pochi, per lo più giovani, il tremendo compito di tenere aperto il microfono della sfida in questo settore chiave. Molti, stremati, lasciano il nostro Paese; altri si impigriscono sulla conservazione; pochi gridano la loro rabbia/sorpresa nel vedere loro coetanei stranieri messi in condizione di avvantaggiarsi nella competizione internazionale dalle innovazioni tecnologiche, sinteticamente definibili nell’Internet of Things o nell’Internet of People.

Una recente ricerca promossa dalla multinazionale americana Accenture ci serve ad inquadrare meglio questo delicatissimo tema offrendoci spunti per cercare di uscire da questo imbarazzante stallo psicologico.

Partiamo da un dato fondamentale: l’economia digitale, definita come la fetta della produzione economica di un Paese derivata da un qualsiasi input digitale, non è limitata al pittoresco gruppo di amici che decide di fondare una startup nel garage di casa. Si tratta di un fenomeno pervasivo a 360°, che ha investito ogni settore produttivo e che continuerà a modificarne le componenti di qui ai prossimi anni. Ritenere che la rivoluzione digitale non riguardi “la mia professione”, oltre a rivelare una limitatissima visione prospettica, è un errore frutto di quel locale particolarismo che non consente al sistema di crescere.

Uno dei principali freni allo sviluppo del digitale in Italia deriva proprio dall’incapacità dei più di intravedere un fine che – visti i potenziali effetti benefici che potrebbe apportare – dovrebbe condurre ad avere un approccio condiviso da ogni parte della società politica e civile. Come ha sostenuto in una recente intervista Layla Pavone, a.d. di Digital Magics per l’Industry Innovation, “siamo un Paese molto parcellizzato … se ognuno pensa al suo orticello non si riuscirà mai a fare qualcosa di grande”.

Proprio in quest’ottica si inserisce lo studio pubblicato in questi giorni da Accenture, frutto di un metodo diverso da quanto siamo abituati a vedere: non si limita ad affermare principi già noti (o forse non troppo) come quello secondo cui un ambiente diffusamente digitalizzato aumenta in maniera rilevante la produttività di chi lavora al suo interno; non si sofferma banalmente sui grandi ritorni che si possono ottenere con gli investimenti sul digitale; ma identifica tre specifiche “leve” nelle quali investire per ottenere i migliori risultati, specificando per ogni Paese l’ottimale allocazione delle risorse.

E così emerge che l’Italia, con i giusti investimenti, ha le potenzialità per un aumento del PIL del 4,2% da qui al 2020, per un controvalore di 81 miliardi di dollari. Le tre leve da utilizzare riguardano le competenze personali, le tecnologie e i c.d. acceleratori o fattori abilitanti (infrastrutture, pubblica amministrazione, contesto regolatorio). Il risultato della ricerca sorprende. Secondo Accenture, i cittadini italiani possiedono l’expertise per operare in maniera efficace in un mercato digitale, tanto che su un ipotetico capitale investibile pari a 10, la quota consigliata da investire nelle digital skills è 0. Il 40% delle risorse sarebbe da indirizzare verso i fattori acceleranti, ossia verso la creazione di un ambiente meno ostile alla digitalizzazione (e, in questo, la pigrizia di cui abbiamo parlato in apertura gioca un ruolo fondamentale), mentre ben il 60% di quanto a disposizione dovrebbe riguardare le tecnologie e la loro diffusione sul territorio.

Insomma, per quanto il Paese arranchi dietro alle grandi potenze mondiali, le capacità dei singoli ci sono. Ciò che manca sono gli strumenti per farle fruttare al meglio. E non si tratta solo di investimenti pubblici, dell’ormai costante refrain secondo cui lo Stato deve farsi carico della situazione per dare una svolta decisa. Questo è certamente vero, ma la digitalizzazione interna alle imprese non è di competenza del pubblico laddove attiene alle scelte di manager che, con un budget sul tavolo, devono scegliere come suddividerlo. Magari con una copia dello studio Accenture a vista.

In parziale controtendenza (perché lo sfondo è comunque quello dell’aumento degli investimenti per sfruttare al meglio le occasioni offerte dalla digital economy), un report realizzato dal Global Center for Digital Business Transformation ha messo sull’attenti i vari manager che, focalizzati sull’incremento nell’uso di risorse informatiche per permettere la trasformazione digitale del proprio business, hanno trascurato l’asset più prezioso: le persone. In buona sostanza, l’adozione di soluzioni tecnologiche non basta a trasformare automaticamente una forza lavoro che dunque rischierebbe, secondo il centro di studi creato da Cisco, di non riuscire a gestire l’immensa mole di dati che negli anni a venire non potrà che aumentare a dismisura.

Tornando ad occuparci nello specifico di ciò che avviene lungo lo Stivale, bisogna prendere atto che la competizione con colossi come Stati Uniti e Cina nel settore tecnologico a tutto tondo non sembra, ad oggi, qualcosa di prospettabile. Tuttavia abbiamo un punto di forza che ha costituito trama e ordito del tessuto produttivo italiano: siamo un Paese manifatturiero, e in questo siamo leader nel mondo. Questa eredità può (e deve) essere tradotta in qualcosa di moderno, proprio con l’aggiunta del digitale. Se è vero che il futuro è dell’Internet of Things, ossia della connettività in Rete di ogni oggetto materiale, un Paese legato alla creazione di beni come l’Italia non può lasciarsi scappare l’opportunità di implementare il digitale nel Made in Italy.

Abbiamo, noi italiani, dimostrato in altri momenti della storia del nostro Paese, di avere talento, determinazione, creatività e capacità lavorativa tali da farci diventare leader mondiali in aree a rilevante creazione di valore.

La trasformazione digitale della nostra economia è davanti a noi e costituisce un “tram che non possiamo non prendere”. Ci vuole più consapevolezza, meno pigrizia mentale, più voglia di mettersi in gioco. Insomma, ci vogliono quelle caratteristiche che abbiamo dimostrato in alcuni momenti della nostra storia di avere e di saper “mettere sul terreno”. Diamoci una mossa, ascoltiamo il grido di dolore e di stimolo dei nostri giovani. Ritroviamo lo spirito, le voglie e il senso di responsabilità del primo dopoguerra.

Buone riflessioni.

Riccardo Rossotto
Nicola Berardi

 

Real estate in un mercato complesso

In un video pubblicato su c4Legal Channel, l'avvocato Riccardo Rossotto, senior partner di R&P Legal, ci parla del settore Real Estate e del nuovo possibile modello di sviluppo.

Internalizzazione PMI

  • 16 June 2016 |
  • Pubblicato in News

In un video pubblicato su c4Legal Channel, l'avvocato Riccardo Rossotto, senior partner di R&P Legal, ci parla dell'internalizzazione delle piccole e medie imprese italiane (PMI) e di come affrontarne la sfida nei prossimi anni.

Start up: una necessità non un'opzione

  • 16 June 2016 |
  • Pubblicato in Startup

In un video pubblicato su c4Legal Channel, l'avvocato Riccardo Rossotto, senior partner di R&P Legal, ci parla delle start-up e della loro importanza in una realtà di mercato profondamente cambiata.

L’Italia alla sfida della digital economy

La paura del cambiamento. La resistenza all’innovazione. La difficoltà di mettersi in gioco di fronte alle nuove sfide. Potremmo procedere a lungo in questo triste elenco di “tappi” psicologici che animano le menti di molti di noi che, quotidianamente, rifiutano di adattarsi o, meglio, di sfruttare la straordinaria opportunità originata dalla rivoluzione tecnologica che sta cambiando il mondo del nostro modo di vivere.

Questo atteggiamento molto tipico delle generazioni più avanzate di età che tendono a difendere il “conquistato”, ma anche di molti italiani, in generale, che non percepiscono le opportunità offerte dalla digitalizzazione del Paese, ci lascia indietro rispetto allo sviluppo globale, ci arrugginisce il cervello, e lascia a pochi, per lo più giovani, il tremendo compito di tenere aperto il microfono della sfida in questo settore chiave. Molti, stremati, lasciano il nostro Paese; altri si impigriscono sulla conservazione; pochi gridano la loro rabbia/sorpresa nel vedere loro coetanei stranieri messi in condizione di avvantaggiarsi nella competizione internazionale dalle innovazioni tecnologiche, sinteticamente definibili nell’Internet of Things o nell’Internet of People.

Una recente ricerca promossa dalla multinazionale americana Accenture ci serve ad inquadrare meglio questo delicatissimo tema offrendoci spunti per cercare di uscire da questo imbarazzante stallo psicologico.

Partiamo da un dato fondamentale: l’economia digitale, definita come la fetta della produzione economica di un Paese derivata da un qualsiasi input digitale, non è limitata al pittoresco gruppo di amici che decide di fondare una startup nel garage di casa. Si tratta di un fenomeno pervasivo a 360°, che ha investito ogni settore produttivo e che continuerà a modificarne le componenti di qui ai prossimi anni. Ritenere che la rivoluzione digitale non riguardi “la mia professione”, oltre a rivelare una limitatissima visione prospettica, è un errore frutto di quel locale particolarismo che non consente al sistema di crescere.

Uno dei principali freni allo sviluppo del digitale in Italia deriva proprio dall’incapacità dei più di intravedere un fine che – visti i potenziali effetti benefici che potrebbe apportare – dovrebbe condurre ad avere un approccio condiviso da ogni parte della società politica e civile. Come ha sostenuto in una recente intervista Layla Pavone, a.d. di Digital Magics per l’Industry Innovation, “siamo un Paese molto parcellizzato … se ognuno pensa al suo orticello non si riuscirà mai a fare qualcosa di grande”.

Proprio in quest’ottica si inserisce lo studio pubblicato in questi giorni da Accenture, frutto di un metodo diverso da quanto siamo abituati a vedere: non si limita ad affermare principi già noti (o forse non troppo) come quello secondo cui un ambiente diffusamente digitalizzato aumenta in maniera rilevante la produttività di chi lavora al suo interno; non si sofferma banalmente sui grandi ritorni che si possono ottenere con gli investimenti sul digitale; ma identifica tre specifiche “leve” nelle quali investire per ottenere i migliori risultati, specificando per ogni Paese l’ottimale allocazione delle risorse.

E così emerge che l’Italia, con i giusti investimenti, ha le potenzialità per un aumento del PIL del 4,2% da qui al 2020, per un controvalore di 81 miliardi di dollari. Le tre leve da utilizzare riguardano le competenze personali, le tecnologie e i c.d. acceleratori o fattori abilitanti (infrastrutture, pubblica amministrazione, contesto regolatorio). Il risultato della ricerca sorprende. Secondo Accenture, i cittadini italiani possiedono l’expertise per operare in maniera efficace in un mercato digitale, tanto che su un ipotetico capitale investibile pari a 10, la quota consigliata da investire nelle digital skills è 0. Il 40% delle risorse sarebbe da indirizzare verso i fattori acceleranti, ossia verso la creazione di un ambiente meno ostile alla digitalizzazione (e, in questo, la pigrizia di cui abbiamo parlato in apertura gioca un ruolo fondamentale), mentre ben il 60% di quanto a disposizione dovrebbe riguardare le tecnologie e la loro diffusione sul territorio.

Insomma, per quanto il Paese arranchi dietro alle grandi potenze mondiali, le capacità dei singoli ci sono. Ciò che manca sono gli strumenti per farle fruttare al meglio. E non si tratta solo di investimenti pubblici, dell’ormai costante refrain secondo cui lo Stato deve farsi carico della situazione per dare una svolta decisa. Questo è certamente vero, ma la digitalizzazione interna alle imprese non è di competenza del pubblico laddove attiene alle scelte di manager che, con un budget sul tavolo, devono scegliere come suddividerlo. Magari con una copia dello studio Accenture a vista.

In parziale controtendenza (perché lo sfondo è comunque quello dell’aumento degli investimenti per sfruttare al meglio le occasioni offerte dalla digital economy), un report realizzato dal Global Center for Digital Business Transformation ha messo sull’attenti i vari manager che, focalizzati sull’incremento nell’uso di risorse informatiche per permettere la trasformazione digitale del proprio business, hanno trascurato l’asset più prezioso: le persone. In buona sostanza, l’adozione di soluzioni tecnologiche non basta a trasformare automaticamente una forza lavoro che dunque rischierebbe, secondo il centro di studi creato da Cisco, di non riuscire a gestire l’immensa mole di dati che negli anni a venire non potrà che aumentare a dismisura.

Tornando ad occuparci nello specifico di ciò che avviene lungo lo Stivale, bisogna prendere atto che la competizione con colossi come Stati Uniti e Cina nel settore tecnologico a tutto tondo non sembra, ad oggi, qualcosa di prospettabile. Tuttavia abbiamo un punto di forza che ha costituito trama e ordito del tessuto produttivo italiano: siamo un Paese manifatturiero, e in questo siamo leader nel mondo. Questa eredità può (e deve) essere tradotta in qualcosa di moderno, proprio con l’aggiunta del digitale. Se è vero che il futuro è dell’Internet of Things, ossia della connettività in Rete di ogni oggetto materiale, un Paese legato alla creazione di beni come l’Italia non può lasciarsi scappare l’opportunità di implementare il digitale nel Made in Italy.

Abbiamo, noi italiani, dimostrato in altri momenti della storia del nostro Paese, di avere talento, determinazione, creatività e capacità lavorativa tali da farci diventare leader mondiali in aree a rilevante creazione di valore.

La trasformazione digitale della nostra economia è davanti a noi e costituisce un “tram che non possiamo non prendere”. Ci vuole più consapevolezza, meno pigrizia mentale, più voglia di mettersi in gioco. Insomma, ci vogliono quelle caratteristiche che abbiamo dimostrato in alcuni momenti della nostra storia di avere e di saper “mettere sul terreno”. Diamoci una mossa, ascoltiamo il grido di dolore e di stimolo dei nostri giovani. Ritroviamo lo spirito, le voglie e il senso di responsabilità del primo dopoguerra.

Buone riflessioni.

Riccardo Rossotto
Nicola Berardi

L’Italia in Rete: tra diritto fondamentale di accesso ad Internet e divario digitale

In questi anni, sulle colonne di R&P Mag, ci siamo posti spesse volte un punto interrogativo. Ci siamo chiesti, cioè, se la rivoluzione di Internet fosse davvero la rivoluzione del terzo millennio con appresso soltanto effetti positivi per la nostra vita e per la nostra convivenza. I perché di questa domanda sono noti: abbiamo dei seri dubbi che la rivoluzione digitale introdotta da Internet, se non saggiamente gestita, possa portare soltanto virtuosità agli esseri umani. Per questo abbiamo cercato di insinuare dei dubbi nelle certezze del fondamentalismo innovativo; abbiamo cercato di aprire dei cantieri di pensiero sulla necessità di un’educazione digitale soprattutto per le nuove generazioni degli internauti; abbiamo – in altre parole – cercato di dare un contributo…di dubbio laico e proattivo rispetto a delle posizioni politiche e concettuali rigide e apodittiche. Oggi, dopo aver festeggiato le 25 candeline che Tim Berners Lee si merita, riteniamo giusto rifare un po’ la storia di questo primo quarto di secolo di vita di Internet e dei suoi aspetti positivi e negativi.
Il 20 dicembre 2015, celebrando le nozze d’argento della sua creazione, l’inventore di Internet ha manifestato la necessità di rimboccarsi le maniche perché, sebbene la Rete sembri ormai essere parte integrante del quotidiano dei cittadini e il suo sviluppo appaia inarrestabile (ad oggi i siti Internet attivi superano il miliardo), resta ancora molto da fare. Oltre ai bilanci sul passato, operazione tipica al ricorrere di un anniversario, può essere stimolante tentare di individuare quali saranno, plausibilmente, i prossimi sviluppi legati al mondo del Web in Italia.
A sorpresa, una ricerca di Eurostat pubblicata alla fine dello scorso anno colloca il Bel Paese al primo posto nella classifica degli Stati che hanno registrato il maggior numero di nuovi utenti: 1 milione e 800 mila nuovi utilizzatori tra i 16 e i 74 anni si sono avvicinati ad Internet per la prima volta, oltre a 200 mila “nativi digitali” under 16. Se nessuno in Europa ha fatto meglio è anche perché l’Italia partiva da un grado di alfabetizzazione informatica certamente inferiore rispetto ad altri Paesi, e questa è la diretta conseguenza di una politica che non ha fatto abbastanza. Ma paradossalmente questo ritardo accumulato nell’implementazione della Rete potrebbe avere un (non voluto) risvolto positivo. Il digital divide – ossia la disuguaglianza nell’accesso alle nuove tecnologie di comunicazione – non è oggi un’emergenza democratica solo perché, parallelamente alla lentezza dei cittadini nell’approcciare le nuove tecnologie, viaggia l’ancora più marcata lentezza delle istituzioni nell’innovare la pubblica amministrazione: se gli ultimi governi fossero stati più rapidi nella creazione di una vera PA digitale, ci troveremmo di fronte ad un quarto della popolazione incapace di accedere ai servizi di base e, dunque, relegata ai margini della società.
Non è un caso che tra i principi enunciati nella Dichiarazione dei Diritti di Internet figuri l’art. 2, che definisce l’accesso ad Internet come “diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale”. E della qualità di diritto fondamentale sono convinti anche i promotori del comitato “34-bis” che aspira a sancire a livello costituzionale il diritto di accesso alla Rete e lo speculare compito della Repubblica di promozione delle condizioni che ne rendano effettivo l’esercizio.
L’importanza assunta da Internet non manca, comunque, di attirare qualche critica anche da parte di chi – bisogna precisarlo – grazie alla tecnologia ha costruito una fortuna: Bill Gates ha perentoriamente sostenuto che “le cose importanti della vita sono altre” e “l’idea che molti supermanager delle big company del Web hanno dell’importanza della Rete come ‘priorità’ del mondo non può che essere uno scherzo”. Una visione – forse troppo pessimistica – che potrà comunque essere verificata a breve. Una delle principali caratteristiche della tecnologia è infatti la velocità con cui realizza il futuro ipotetico, ossia la rapidità con cui si passa dal sostenere l’impossibilità di qualcosa alla realizzazione che quel qualcosa non solo è già stato creato, ma ha ormai assunto una diffusione globale (tra le più celebri previsioni azzardate, può ricordarsi Kenneth Olsen, fondatore di Digital Equipment, che nel 1977 ha sentenziato “che bisogno ha una persona di tenersi un computer in casa?”).
Il protagonista del futuro immediato sembra essere l’Internet of Things, paradigma che si basa sulla presenza pervasiva intorno a noi di una varietà di oggetti che, attraverso schemi di indirizzamento unico, sono in grado di interagire tra loro e cooperare con quelli vicini per raggiungere uno scopo specifico. Cooperazione che, va da sé, passa quasi esclusivamente per la Rete. Un mercato che in Italia vale 2 miliardi di euro, che cresce del 30% all’anno e che possiamo individuare grazie all’aggettivo “smart”: lo smart metering si riferisce ai contatori intelligenti che consentono di ridurre i consumi, la smart car è un’auto connessa che consente la registrazione dei parametri di guida con finalità assicurative, la smart home è un’abitazione fornita di vari elettrodomestici connessi e controllabili a distanza. Sempre più oggetti connessi e dunque sempre più dati raccolti, con profonde questioni che coinvolgono la privacy perché oltre al mercato primario – la vendita di dispositivi IoT – si sta sviluppando il (forse più rilevante) mercato secondario della valorizzazione dei dati. Pensiamo al premio di un’assicurazione auto che varia in base ai chilometri percorsi: un potenziale risparmio da un lato, ma il costante monitoraggio della nostra posizione dall’altro.
Oggi la distinzione fondamentale è tra online e offline, ci rendiamo tutti conto delle difficoltà in cui si incorre quando non siamo connessi e non abbiamo accesso ad informazioni che siamo ormai abituati ad avere a portata di mano. Nei prossimi anni questa distinzione è destinata a sparire perché la connettività sarà permanente, e noteremo invece la presenza sempre più diffusa di dispositivi che, comunicando tra loro, ci forniscono dati sempre più dettagliati. Il rischio è che al crescere della tecnologia corrisponda un acuirsi di quel divario digitale che, seppur in calo, continua ad essere tra i più ampi d’europa. Recentemente, ha fatto scalpore il listino della catena Mediaworld che elenca i costi di prestazioni di assistenza ai clienti per eseguire procedure che – quasi a chiunque – sembrano intuitive e semplicissime: applicazione pellicola protettiva €2,99, download di un’app €3,99, prima accensione del telefono €4,99 e così via. Vale la pena chiedersi se non sia necessario che lo Stato predisponga un’assistenza “anti-digital divide”, la cosiddetta educazione digitale, in linea con il testo dell’art. 34-bis che richiede una presenza attiva delle istituzioni pubbliche.
Gli ordinamenti si stanno occupando del digitale, ma limitandosi spesso al complesso tema della regolamentazione della Rete che secondo Stefano Rodotà, lungi dall’essere un luogo vuoto di regole, “è sempre più regolato da Stati invadenti e imprese prepotenti”: da un lato i controlli capillari degli Stati con l’argomento della sicurezza, dall’altro il potere normativo esercitato dalle imprese con le condizioni generali di utilizzo di siti e app, e dunque il risultato di un formulario immenso di disposizioni che guidano l’utente in un universo utopisticamente descritto come neutrale e libero da ingerenze esterne. La storia insegna che la proliferazione di norme vincolanti esige la definizione di principi costituzionali che pongano limiti e creino spazi di libertà. La Dichiarazione dei Diritti di Internet, pur non essendo un testo vincolante, è espressione di un indirizzo politico sempre più solido che, nel futuro prossimo, potrebbe rivelarsi fondamentale.
Alla luce di quanto vi abbiamo socializzato, vi possiamo garantire una cosa, cari lettori affezionati di R&P Mag: che continueremo a svolgere il ruolo di sentinella non solo della libertà per gli internauti ma per i pericoli che una Rete non gestita e non educata può presentare. Non ci stancheremo mai, quindi, di denunciare i rischi, i pericoli, le facili suggestioni che questa straordinaria rivoluzione porta quotidianamente nelle nostre vite. Non per fermare il progresso, ma semplicemente per gestirlo da driver attivi e non da pigri soggetti passivi di un bombardamento spinoso e delicato.

Riccardo Rossotto
Nicola Berardi

I Panama Papers e l’ennesimo attacco alla privacy

Sembra non possa passare settimana senza che esploda un nuovo caso mediatico che coinvolge, in un modo o nell’altro, la questione della privacy. E la causa – o la responsabilità, che dir si voglia – non può che individuarsi nelle nuove tecnologie che ormai da anni stanno sgretolando pezzo per pezzo la riservatezza delle persone. Riservatezza che, con la diffusione globale di Internet, ha raggiunto i suoi minimi storici.

L’ultimo scandalo è stato ribattezzato “Panama Papers” e si riferisce agli oltre 11 milioni di documenti legati allo studio legale Mossack Fonseca che, dal 2005 ad oggi, ha prestato assistenza nella costituzione di 210mila società offshore domiciliate a Panama. Più di 35 al giorno considerando anche le domeniche e i festivi. Il caso non può non appassionare chi segue con attenzione le questioni legate alla Rete, perché i risvolti della vicenda contribuiranno ad aggiungere un nuovo tassello alla regolamentazione – quasi esclusivamente giurisprudenziale – del Web: in assenza di un corpus di norme applicabili al digitale, con disposizioni tradizionali che sempre più faticano a registrare i cambiamenti portati dallo sviluppo della tecnologia, ogni avvenimento di questo tipo dà la possibilità a giornalisti, studiosi ed eventualmente magistrati che vengano coinvolti, di esprimersi su una nuova fattispecie concreta e valutarne a fondo i risvolti giuridici.

L’attenzione dell’opinione pubblica sugli scandali – soprattutto quelli finanziari – è sempre stata alta e lo è ancora di più al giorno d’oggi, forse perché Internet consente a chiunque di accedere ad atti e documenti in via diretta, senza intermediari e dunque senza avere l’impressione di avere tra le mani delle informazioni che sono state in qualche modo filtrate o manipolate dai media tradizionali, tacciati sempre più frequentemente di mancanza di terzietà. Da un lato gli utenti, sempre in attesa che i whistleblowers – gli “usignoli” che scelgono di rivelare al pubblico dati e notizie segrete – sfruttino la Rete per caricare online migliaia di file che in breve tempo avranno ottenuto una propagazione inarrestabile; dall’altro la magistratura, talvolta dubbiosa sull’utilizzabilità a fini probatori di queste notizie, ma conscia del fatto che le notizie di reato derivanti dalla diffusione online di informazioni riservate saranno sempre più frequenti (si pensi al caso della lista Falciani, sulla cui utilizzabilità in giudizio la Corte di Cassazione ha espresso parere positivo).

Tuttavia, l’impressione dell’utente di essere in possesso di veri e propri documenti originali non manipolati né intermediati in alcun modo dovrebbe essere messa seriamente in discussione. Non tanto per la veridicità dei singoli documenti, posto che difficilmente si può pensare di alterare decine di milioni di pagine prima di renderle pubbliche, quanto per le ragioni che hanno condotto alla diffusione di determinate informazioni segrete e per i fini sottesi ad una scelta di questo tipo.

Come rispondiamo alla vecchia domanda che dobbiamo porci “cui prodest?”? Si può semplicisticamente ritenere di essere di fronte a soggetti che – senza uno scopo preciso – scelgono di scatenare uno scandalo globale, o si può legittimamente dubitare di questa versione e – pur senza finire nella deriva del complottismo e della dietrologia – porsi il tema del perché oggi e perché su questo argomento. Non si giungerà, plausibilmente, ad alcuna risposta, ma si incanalerà il pensiero sul giusto binario, quello dell’autonomia di giudizio: Snowden, Assange, Vatican Leaks, sono solo alcuni dei più recenti casi di cui conosciamo i contenuti, pur ignorando le vere ragioni degli “usignoli”.

Trovandoci nell’impossibilità di gestire e valutare lo tsunami di informazioni che ci colpisce ogni giorno, dobbiamo porci nella condizione di essere in grado di selezionare quelle più rilevanti per analizzarne a fondo i profili principali. Operazione tutt’altro che semplice, ma di fondamentale rilevanza se vogliamo rimanere padroni del nostro pensiero e non diventare soggetti passivi delle trame di terzi che, grazie alla Rete, hanno la possibilità di influenzare la lettura che milioni di utenti danno degli eventi.

Nell’arco di pochi giorni, i nomi e i cognomi di centinaia di persone sono stati pubblicati su ogni giornale per il solo fatto di essere presenti tra i documenti dello studio Mossack Fonseca. Alcuni potrebbero certamente essere realmente legati a casi di evasione o frode fiscale, altri potrebbero esserne estranei ma difficilmente riusciranno a dimostrarlo ad un’opinione pubblica che – dopo aver etichettato un soggetto come “colpevole di qualcosa” – è raramente disposta a riconoscerne l’innocenza a posteriori.

La questione della privacy e dell’accertamento dei reati è spinosa perché coinvolge diversi profili di rilevanza costituzionale, già evidenziati su RepMag (pensiamo all’infinita diatriba tra Apple e FBI sull’accesso agli iPhone degli indagati di crimini gravi): fino a che punto si può violare la riservatezza di un soggetto per poterne accertare un’eventuale responsabilità di tipo penale? Fino al punto necessario e senza alcun limite, secondo i fautori della sicurezza nazionale (ma in questo caso, a differenza di quelli che coinvolgono il fenomeno del terrorismo, la sicurezza non c’entra); mentre la posizione ufficiale dello studio Mossack Fonseca è diametralmente opposta: “la privacy è un diritto umano sacro”, e dunque inviolabile. I personaggi emersi dalle carte dello scandalo sarebbero dunque vittime di una pesante violazione della riservatezza personale, prima ancora di essere potenziali colpevoli di qualche reato fiscale.

Il tema è stato recentemente affrontato sulle colonne de La Stampa da Massimo Russo, condirettore del quotidiano torinese, e Vladimiro Zagrebelsky, già giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo,  che hanno avuto modo di esprimere gli stessi concetti, auspici e preoccupazioni, ma con approcci diversi. Se il primo ha evidenziato la necessità di lavorare con attenzione sulle rivelazioni dei whistleblowers che, “anche quando siano verificate, illuminano solo una parte della scena”, il giurista esperto di diritti fondamentali ha voluto porre l’accento sul fatto che nella società democratica “deve poter operare chi professionalmente o occasionalmente cerca di superare e forzare i segreti”, a patto che il giornalista d’inchiesta – vero tramite tra un’infinità di dati e la nostra conoscenza – mantenga sempre salda la sua correttezza professionale, condizione indispensabile “perché l’interesse pubblico alla informazione sia adeguatamente soddisfatto”.

Nella questione si fondono aspetti sociologici, etici e giuridici che difficilmente potranno essere sintetizzati in poche righe di dettato normativo. L’auspicio è che il lettore, prima di trarre conclusioni affrettate arroccandosi sulle proprie posizioni e prima ancora che il legislatore indichi la direzione da seguire, sfrutti i dati – in questo caso, qualche milione di pagine – per arricchire la propria conoscenza e formarsi un’opinione propria, e non per uniformarsi a quanto prescritto da chi, quei dati, ha deciso di diffonderli.

Riccardo Rossotto

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