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La diffusione di una conversazione acquisita illecitamente

 

La diffusione di una conversazione telefonica acquisita illecitamente: il caso del dott. Fabrizio Barca e del “finto” Nichi Vendola 

Il Garante per la Protezione dei Dati personali è intervenuto, con il provvedimento n. 400 dell’11 settembre 2014 su un caso che è stato elevato agli onori della cronaca nel febbraio scorso.
La nota trasmissione radiofonica “La Zanzara” aveva mandato in onda su Radio 24 uno scherzo telefonico, particolarmente riuscito, al dott. Fabrizio Barca, nell’ambito del quale l’onorevole riceveva una chiamata telefonica da uno dei conduttori della trasmissione che si presentava però al suo interlocutore con l’identità e l’imitazione della voce di Nichi Vendola, suo stretto amico e confidente.
Indotto in errore circa l’identità del proprio interlocutore, il dott. Barca si lasciava andare a commenti ed esternazioni circa la sua possibile candidatura a Ministro dell’Economia del costituendo Governo presieduto da Matteo Renzi.
A seguito della diffusione di tale conversazione nel corso della trasmissione radiofonica “La Zanzara” il dott. Barca presentava una segnalazione al Garante privacy lamentando una violazione della disciplina in materia di protezione dei dati personali ed il mancato rispetto dei principi deontologici della professione di giornalista, che impongono che quest’ultimo renda noto all’interlocutore la propria identità, professione, nonché la finalità della raccolta dei dati e delle informazioni.
Il dott. Barca lamentava che lo scoop era stato foriera di un grave pregiudizio ai suoi danni ostacolando la sua futura collaborazione con il costituendo Governo Renzi, che successivamente, infatti, non si era concretizzata. Lamentava, altresì una grave lesione delle sue opportunità di azione come soggetto politico pubblico all’interno del partito di sua appartenenza. Il dott. Barca chiedeva conseguentemente all’Autorità di disporre “la cancellazione ed il blocco del citato contenuto audio pubblicato e consultabile sul sito”.
Radio 24 ribadiva, invece, la legittimità della propria condotta allegando l’interesse pubblico a conoscere le opinioni politiche del dott. Barca, che avrebbero, peraltro, potuto essere acquisite soltanto utilizzando l’escamotage proprio della trasmissione.
Radio 24 sottolineava in replica come il codice deontologico all’art. 2 prevede che il giornalista possa tacere la sua identità …”quando ciò renderebbe impossibile l’esercizio della funzione informativa”.
Con provvedimento dell’11 settembre 2014 il Garante accoglieva il ricorso dell’on. Barca ritenendo che la raccolta dei dati personali suoi propri fosse avvenuta in violazione dell’art. 2, comma 1, del Codice deontologico dei giornalisti che impone di evitare “artifici”.
Osservava il Garante come “... la notizia inerente le dinamiche di formazione del Governo Renzi e gli incarichi proposti al dott. Barca ben avrebbe potuto essere acquisita con gli strumenti propri dell’inchiesta giornalistica e non, invece, con il ricorso a pratiche ingannevoli, quali il mascheramento dell’identità dell’interlocutore o la simulazione. Pratiche che vanno ben oltre l’omissione dell’informativa e alle quali non si applica, ai sensi del citato articolo 2, l’esimente in parola”.
Né varrebbe a sostenere una diversa conclusione la circostanza che vi fosse, nel caso di specie, un sicuro interesse pubblico a conoscere l’oggetto della conversazione, riconosciuto anche dal Garante privacy. Se così fosse, osserva l’Autorità, “… non vi sarebbe più alcun limite nella correttezza dell’acquisizione delle notizie e qualsiasi metodo di raccolta verrebbe legittimato “ in ragione del fine” e per ciò solo”.
Sulla basi di tali conclusioni il Garante, preso atto della spontanea rimozione della registrazione dal sito Internet dell’emittente, ne inibiva l’ulteriore diffusione.
In senso parimenti restrittivo si era, in passato, peraltro, già pronunciata la Corte di Cassazione, che con la sentenza 13 maggio 2011, n. 18908  aveva statuito che “… non è illecito registrare una conversazione perché chi conversa accetta il rischio che la conversazione sia documentata mediante registrazione, ma è violata la privacy se si diffonde la conversazione per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui”.
E’ dunque la fine dei metodi non convenzionali che stanno alla base degli scoop giornalistici? D’ora in poi sarà possibile mandarli in onda solo con il consenso dei soggetti artatamente coinvolti?
Il dibattito è aperto.

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Marchio di fatto e accordi di cessione: il caso "R10"

Poche ore prima dell’inizio dei mondiali di calcio brasiliani recentemente conclusisi, il Tribunale Europeo di Primo Grado ha emesso un’importante sentenza (T-137/09 RENV) riguardante il marchio “R10”, ovverosia il segno distintivo del famoso fantasista brasiliano Ronaldo de Assis Moreira, meglio conosciuto come Ronaldinho. Il marchio “R10” è infatti formato dall’iniziale del giocatore (“R”) e dal numero di maglia (“10”) più frequentemente utilizzato da Ronaldinho nelle varie squadre in cui ha giocato.

Nel gennaio 2006, il sig. Aurelio Munoz Molina ha domandato la registrazione del marchio comunitario “R10” per articoli di pelletteria, abbigliamento, scarpe e servizi di vendita di indumenti. Il sig. Molina, tuttavia, nulla ha a che fare con Ronaldinho che, a quel tempo, era all’apice della sua fama e fresco vincitore del pallone d’oro.

Nell’ottobre del 2006, la società DL Sports, detentrice di alcuni diritti di immagine e marchi relativi alla star del calcio carioca, si è opposta alla domanda di registrazione del marchio “R10” del sig. Molina, dichiarandosi titolare di un identico ed anteriore marchio di fatto spagnolo.

La Divisione di Opposizione UAMI ha quindi chiesto a DL Sports di provare l’anteriore utilizzo di tale marchio di fatto. DL Sports, tuttavia, non è riuscita a depositare prove sufficienti di tale utilizzo. L’opposizione è stata quindi respinta.

Nel frattempo, la Nike, uno dei principali sponsor del giocatore, ha concluso un accordo con DL Sports prevedendo il trasferimento di diverse domande di marchio concernenti i segni “R10” e “10R”. Nike, pertanto, si è sostituita a DL Sports nel procedimento di opposizione contro la domanda di marchio del sig. Molina e ha presentato ricorso contro la decisione della Divisione di Opposizione UAMI.

Il ricorso presentato dalla Nike è stato però rigettato dalla Commissione Ricorsi che, senza sentire le parti, ha affermato che la società americana non ha dato prova di essere titolare del marchio di fatto spagnolo su cui si è basato l’intero procedimento di opposizione. Ciò in quanto l’accordo di cessione concluso con DL Sports non nomina espressamente il marchio di fatto spagnolo.

Dopo varie fasi di giudizio, la Corte di Giustizia Europea ha rinviato la causa al Tribunale di Primo Grado chiedendogli di esprimersi sulla titolarità del marchio spagnolo di fatto “R10”.

Il 12 giugno 2014, il Tribunale di Primo Grado ha sancito che il marchio spagnolo di fatto “R10” non appartenga alla Nike, confermando la decisione della Commissione Ricorsi. In particolare, il Tribunale ha sottolineato che il contratto di cessione concluso tra DL Sports e Nike indica dettagliatamente tredici domande di marchio riguardanti il segno “R10” e altre sette concernenti il segno “10R”, ma in nessun punto fa riferimento al marchio di fatto spagnolo “R10”. Il Tribunale ha inoltre respinto ogni interpretazione estensiva dell’accordo proposta da Nike.

Il Tribunale ha oltretutto escluso che Nike possa essere titolare del marchio di fatto spagnolo “R10” sulla base di un precedente accordo con il giocatore secondo il quale Nike è titolare di “tutti i diritti, i titoli e gli interessi relativi ai loghi, i disegni, i modelli, i marchi e i diritti di proprietà intellettuale” relativi all’attività di Ronaldinho. La stessa Nike, infatti, nel corso del procedimento di opposizione ha sempre sostenuto di essere titolare del marchio di fatto spagnolo in base all’accordo con DL Sports e non, invece, in base al citato precedente accordo con il giocatore.

La lunga querelle riguardante il marchio “R10” ha quindi avuto un unico e per certi versi inatteso vincitore, ovverosia il sig. Molina che per primo ha registrato il marchio. L’esito di questa vicenda può quindi fornirci due preziosi insegnamenti. In primo luogo, qualora un determinato segno acquisti una certa distintività, è sempre meglio che il titolare proceda alla sua registrazione. Non a caso, altri segni simili a “R10”, ovverosia “CR7”, riferito al calciatore portoghese Cristiano Ronaldo, e “R9”, riferito all’ex stella brasiliana Ronaldo, sono stati registrati dai calciatori stessi o dai loro sponsor. In secondo luogo, la vicenda in esame ha sottolineato la necessità di indicare specificatamente i marchi di fatto all’interno di accordi di cessione. Come visto, infatti, formule, anche ampie, che non facciano tuttavia espresso riferimento al marchio di fatto potrebbero non essere ritenute idonee a provare l’avvenuta cessione di tale tipologia di marchio.

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Registrazioni di opere musicali prodotte ante 2004

autore:

Francesca Florio

Ai fini della determinazione della base imponibile su cui calcolare i contributi ENPALS (ora, INPS), dovuti per le prestazioni rese dagli artisti nelle sale di registrazione per la realizzazione delle registrazioni di opere musicali prodotte negli anni antecedenti al 2004, deve essere tenuto in considerazione anche quanto pagato a titolo di royalty agli artisti stessi.
Corte d’Appello Milano.pdf

Commento
Abbiamo ritenuto opportuno commentare questa sentenza, seppur emanata nel mese di dicembre del 2011, non solo perché, sino ad ora, la decisione in questione non era stata oggetto di attenzione persino da parte degli esperti della materia, ma anche in quanto, qualora il principio in essa sancito fosse accolto dalla giurisprudenza, si verificherebbero diverse dirompenti conseguenze, anche di natura economica, per l’industria discografica.

1. Il principio sancito dalla sentenza in oggetto.
La sentenza in oggetto, come descritto nella massima sopra riportata, ha stabilito che le somme liquidate agli artisti a titolo di royalty sulla commercializzazione delle registrazioni prodotte prima dell’anno 2004 facciano parte della base di calcolo per la determinazione dei contributi ENPALS (l’attuale INPS) relativi alle attività espletate dagli artisti medesimi in sala di registrazione.

Il principio che sembra emergere dalla predetta sentenza non è proprio del tutto nuovo nella nostra giurisprudenza, benché esistano precedenti anche di Cassazione che lo negano. Già nel passaggio finale di una sentenza del Tribunale di Milano del 13 giugno 2011, i nostri Giudici avevano enunciato qualcosa di velatamente simile, respingendo, però, la richiesta dell’ente per una questione processuale di mancato adempimento dell’onere della prova gravante su quest’ultimo in relazione alle diverse tipologie di compensi spettanti agli artisti anche in considerazione dell’annosa questione del calcolo che deve tenere conto delle “giornate lavorative” in sala di incisione.

Ciò detto, riteniamo doveroso evidenziare che, in applicazione del predetto principio, si determinerebbe:

(i) un doppio binario contributivo: un primo, forfetario, in relazione alle registrazioni dal 2004 in avanti, secondo quanto stabilito dal D.M. 29 dicembre 2003, ed un secondo, da calcolarsi tenuto conto anche delle royalty, per le registrazioni prodotte ante 2004;

(ii) una nuova base di calcolo ricomprendente le somme liquidate agli artisti a titolo di royalty. Sul punto, desideriamo, però, evidenziare che, anche laddove venisse acclarata l’assoggettabilità contributiva di quanto versato a titolo di royalty, il relativo onere sarebbe limitato al 60% dell’importo riconosciuto all’artista. Ciò detto in quanto, come è noto, l’imponibile su cui calcolare i contributi ENPALS deve riguardare solo il 60% di quanto in realtà versato agli artisti, rimanendo il residuo 40% forfetariamente considerato a titolo di compenso per la cessione dei diritti oggetto del contratto discografico.

2. Prescrizione degli oneri contributivi
Sulla base di una recentissima circolare dell’INPS, risulta ormai accertato il principio secondo cui l’obbligo di contribuzione soggiace ad un termine prescrizionale quinquennale.
In considerazione di quanto sopra, un ente previdenziale non potrà, pertanto, chiedere il versamento di un onere contributivo dovuto oltre il quinquennio precedente al giorno della richiesta.
Questa notazione ci sembra di grande importanza, perché limita fortemente le conseguenze negative economiche a carico delle aziende coinvolte anche qualora fosse applicato il predetto principio.
Se, infatti, trova applicazione una prescrizione quinquennale e poiché stiamo parlando di registrazioni ante 2004, nella peggiore delle ipotesi, la richiesta di versamento di contribuzione ipoteticamente avanzata dall’INPS potrà riguardare solo le royalty pagate dal 2007 ad oggi e, quindi, dopo che le registrazioni in questione abbiano già avuto almeno quattro anni di sfruttamento.
(F.F.)

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Corte di Giustizia e registrazione di domini “.eu”

Il 7 dicembre 2005 è stata avviata la registrazione dei nomi di dominio “.eu” disciplinata dal regolamento (CE) n. 874/2004 che ha ribadito il principio comune in materia «primo arrivato, primo servito» a mente del quale il primo a richiedere la registrazione ha diritto di precedenza. Il principio generale è stato tuttavia temperato dalla previsione di un trattamento preferenziale a favore dei diritti preesistenti. Per «diritti preesistenti» si intendono, tra l'altro, marchi nazionali registrati, marchi comunitari registrati, indicazioni o denominazioni geografiche di origine e, nella misura in cui siano tutelati dal diritto nazionale dello Stato membro in cui sono detenuti, marchi non registrati, nomi commerciali, identificatori di imprese, nomi di imprese, cognomi e titoli distintivi di opere letterarie e artistiche protette.

Nelle intenzioni del legislatore comunitario il dominio di primo livello “.eu”  dovrebbe garantire al mercato interno maggiore visibilità nell’ambito del centro di scambi commerciali virtuale basato su Internet, offrendo un nesso chiaramente identificabile con la Comunità e consentendo inoltre alle imprese, alle organizzazioni ed alle persone fisiche comunitarie di registrarsi in un dominio specifico che renda evidente tale nesso.
Di conseguenza il regolamento esige, quale condizione essenziale per poter registrare un nome di dominio “.eu”, un legame con la Comunità europea che può esser costituito, per le imprese, dall’aver stabilito la propria sede legale, amministrazione centrale o sede di affari principale nel territorio della Comunità europea o, per le persone fisiche, nell’essere residenti all’interno del territorio medesimo.
Il regolamento (CE) 874/2004 ha stabilito, inoltre, una procedura di registrazione per fasi, in modo tale da riservare ai titolari di diritti preesistenti un adeguato lasso di tempo per la registrazione dei loro nomi. A partire dal 7 dicembre 2005, infatti, per un periodo di quattro mesi (c.d. periodo «sunrise») solo i titolari di diritti preesistenti erano abilitati alla registrazione sotto il dominio “.eu”.
In considerazione del fatto che tale trattamento privilegiato è stato esteso anche ai licenziatari di diritti preesistenti, la Cour d’Appel di Bruxelles ha chiesto alla Corte di Giustizia di definire la nozione di “licenziatario” che, ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 2, terzo comma del regolamento (CE) n. 874/2004, aveva il diritto di chiedere la registrazione per il dominio “.eu” durante il periodo “sunrise”.
La Corte, dopo aver chiarito che il termine “licenziatario” non trova definizione nel diritto comunitario, ribadisce la propria costante giurisprudenza secondo la quale l’applicazione uniforme del diritto dell’Unione esige che i termini di una disposizione comunitaria, priva di espresso richiamo al diritto degli Stati membri, debbano essere interpretati in modo uniforme in tutta l’Unione. Tale interpretazione deve essere effettuata tenendo conto del contesto della disposizione stessa e dello scopo perseguito dalla normativa.
In considerazione delle finalità del dominio di primo livello “.eu”, creato per accrescere la visibilità del mercato interno nell’ambito del centro di scambi commerciali basato su Internet, la Corte di Giustizia ha chiarito che i licenziatari di diritti preesistenti devono soddisfare il criterio della presenza nel territorio dell’Unione e, al contempo, disporre al posto del titolare, perlomeno parzialmente o temporaneamente, del diritto preesistente interessato.
Contrasterebbe difatti con gli obiettivi predetti il consentire al titolare di un marchio, che non soddisfi il criterio di presenza sul territorio dell’Unione, di ottenere la registrazione di un nome di dominio”.eu” attraverso una persona fisica o giuridica che soddisfa il criterio di presenza nella Comunità ma non dispone, anche solo parzialmente o temporaneamente, del diritto oggetto della licenza.
Nel caso di specie la società americana Walsh Optical, poco prima dell’inizio del periodo «sunrise», aveva fatto registrare il marchio Benelux «Lensworld» ed aveva concluso un accordo, definito impropriamente «contratto di licenza», con la Bureau Gevers, una società belga che effettua consulenze in materia di proprietà intellettuale. Il contratto aveva in realtà il solo scopo di far effettuare la registrazione del nome “Lensworld.eu” a nome della società belga ma per conto della Walsh Optical, in modo tale che la società americana, naturalmente esclusa dall’ambito di applicazione della normativa comunitaria, potesse tuttavia beneficiare del trattamento privilegiato (periodo “sunrise”) riservato dal regolamento (CE) n. 874/2004 ai titolari o licenziatari di diritti preesistenti stabiliti nella Comunità.
La Corte osserva che, mediante la concessione di una licenza, il titolare di un marchio concede al licenziatario, nei limiti definiti dalle clausole del contratto di licenza, il diritto di usare tale marchio a fini commerciali, garantendo in tal modo ai consumatori la provenienza del prodotto interessato.

Al fine di delimitare l’ambito di applicazione del regolamento la Corte chiarisce le differenze tra un contratto di servizi e un contratto di licenza: mentre la nozione di servizi implica che la parte che li fornisce effettui una determinata attività in cambio di un corrispettivo, il contratto di licenza, con il quale il titolare di un diritto di proprietà intellettuale concede alla controparte il diritto di sfruttarlo, non comporta siffatta attività.
Pertanto l’accordo con cui una parte si impegna a  depositare una domanda e ad ottenere la registrazione per un nome di dominio”.eu”, sebbene definito “contratto di licenza”, si avvicina più ad un contratto di servizi che ad un contratto di licenza. E ciò soprattutto quando tale contratto non accordi alla parte definita «licenziatario» il diritto di usare commercialmente il marchio corrispondente al nome di dominio.
Di conseguenza, la parte che abbia il compito di registrare un nome di dominio”.eu” per conto del titolare di un marchio, senza poter utilizzare tale marchio a fini commerciali, non può essere qualificata come “licenziatario” ai sensi del regolamento 874/2004.
Leggi la sentenza

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Cambiano gli indirizzi internet: i domini personalizzati

autore:

Alberto Fogola

Da un po’ di mesi si parla, sempre con maggiore insistenza, di una novità di particolare interesse per quelle imprese (perlopiù medio-grandi) che vedono nel web un importante canale attraverso cui veicolare il proprio business: si tratta dei c.d. domini personalizzati che consentiranno di raggiungere un sito internet attraverso indirizzi differenti rispetto a quelli a noi familiari.
Fino ad oggi, infatti, c’è sempre stata una chiara distinzione tra domini di primo livello (i c.d. Top Level Domain: TLD) e domini di secondo livello: gli uni assegnati dalle varie Registration Authority (pensiamo a quelli generici quali .com, .info, .net; ovvero a quelli “nazionali” come .it, .uk, .eu; i c.d. country code Top Level Domain: ccTLD); gli altri scelti dal titolare del sito e rappresentanti il principale segno attraverso cui quest’ultimo vuole essere raggiunto attraverso il web.

La novità in atto riguarda la possibilità per il titolare di un sito internet (e, naturalmente, per chi vuole crearne uno) di scegliere, e dunque “personalizzare”, anche quella parte dell’indirizzo che si trova oltre il “punto” e che, fino ad oggi, è stata sempre “imposta” dalle Registration Authority.
La registrabilità di nuovi TLD non conosce preclusioni particolari e, quindi, possono essere registrati come tali tanto marchi (come, ad esempio,.google e .facebook) quanto indicazioni descrittive e generiche di un servizio o di un prodotto (pensiamo ad esempio a .video, .news, .cloud ecc.).
Tale novità, come tutte le innovazioni in un ambito in buona parte ancora deregolarizzato quale quello on line, presenta degli elementi certamente positivi insieme ad alcune criticità a cui l’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers; ente californiano che ha, tra le sue competenze, anche l’assegnazione dei nuovi domini personalizzati) sta cercando di porre rimedio visto il notevole numero di richieste già ricevute.

Senz’altro i domini personalizzati consentono alle imprese di promuovere in modo più diretto ed immediato il proprio business grazie alla creazione di indirizzi internet aventi una maggiore capacità distintiva rispetto ai comuni domini di primo livello o, comunque, una maggiore presa sul pubblico (basti pensare che il TLD .com, oggi maggiormente utilizzato e nato come abbreviazione di “company”, è assolutamente privo di qualsiasi capacità individualizzante).
La prima criticità che consegue all’introduzione dei domini personalizzati è rappresentata da ipotesi di domain grabbing sostanzialmente analoghe a quelle che si sono già verificati in passato per i domini di secondo livello. In altre parole potrebbe accadere che qualcuno richieda la registrazione di un TLD composto da un noto marchio di titolarità di un terzo, per il solo fine di rivenderlo. Si tratta tuttavia di un rischio prevalentemente teorico, temperato dagli elevati costi di registrazione e, soprattutto, dal fatto che chi chiede l’assegnazione di un TLD deve fornire all’ICANN i dettagli della propria organizzazione, nonché le modalità d’uso del dominio.

Accanto alle ipotesi di domain grabbing vi è poi un’altra criticità che dipende anch’essa dalla regola “first come, first served” che contraddistingue da sempre la registrazione dei domain name. Si fa riferimento all’ipotesi in cui due soggetti siano entrambi interessati al medesimo dominio di primo livello, magari perché titolari di marchi identici utilizzati da sempre in settori merceologici differenti (pensiamo al marchio FERRARI che, al tempo stesso, contraddistingue la celebre casa automobilistica e uno spumante; oppure al marchio MARIE-CLAIRE che è sia un segno distintivo di titolarità di l’Oréal che il titolo di una rivista). Anche per questa criticità è comunque previsto un temperamento, in quanto, qualora ci siano due o più soggetti interessati al medesimo dominio, l’ICANN effettuerà tutte le verifiche del caso e, laddove necessario, istituirà un’asta assegnando il dominio al miglior offerente.
Come detto l’ente che provvede all’assegnazione dei domini personalizzati è l’ICANN e il costo per tale registrazione si aggira intorno ai 180.000 dollari. Nonostante il costo non certo trascurabile della registrazione tra il 12 gennaio e il 30 maggio 2012 (periodo in cui era possibile presentare domande di assegnazione), l’ICANN ha ricevuto complessivamente circa 2.000 richieste.
Dall’elenco di domande presentate, reso pubblico dallo stesso ICANN, si può notare come le principali società attive sul web abbiano dato vita ad una vera e propria corsa ad alcuni TLD personalizzati; basti pensare che Google (per il tramite della società Charleston Road Registry, Inc) ha richiesto 101 domini e Amazon 76. Numerose sono le sovrapposizioni di richieste per alcune denominazioni che, vista la forte presa sul pubblico, risultano particolarmente ambite; si tratta di domini quali: .blog, .book, .cloud, .free, .game, .mail, .movie, .music, .news, .web.

I nuovi domini non sono ancora stati assegnati e, presumibilmente tale assegnazione non avverrà prima del 2013; sarà certamente interessante vedere le modalità attraverso cui l’ICANN accoglierà o meno le varie comande e, soprattutto, a favore di chi saranno risolte le sovrapposizioni sulle denominazioni su cui si è maggiormente soffermata l’attenzione delle società richiedenti, nonché se queste ultime concederanno l’utilizzo di alcuni TLD personalizzati anche a terzi.
 (A.F.) 
ICANN – TLD personalizzati_elenco application.pdf

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Corte di Cassazione Penale: legge sulla stampa e testate on line

autore:

Alberto Fogola

La Corte di Cassazione penale si è recentemente pronunciata sulla questione relativa all’applicabilità della legge sulla stampa (legge n. 47/1946) alle c.d. “testate telematiche”, ossia i siti internet (blog e giornali on line) che diffondono notizie sul web.
Tale decisione, che comunque non ha messo la parola fine a tale problematica, ha stabilito che l’obbligo di registrazione della testata telematica presso la cancelleria del Tribunale sussiste solo nell’ipotesi in cui il titolare voglia beneficiare delle provvidenze economiche previste per l’editoria.

Cass. Pen. 10 maggio 2012 n. 23230. pdf

Commento
La Corte di Cassazione ha recentemente concluso un lungo contenzioso sorto nell’ambito di un procedimento nei confronti del titolare di un sito internet che, non avendo registrato presso la cancellaria del tribunale il proprio giornale di informazione diffuso sul web, era stato condannato per il reato di stampa clandestina di cui all’art. 16 della legge sulla stampa.
Sia in primo grado sia in appello i giudici di merito avevano ravvisato la violazione della normativa sulla stampa sul presupposto che la stessa troverebbe applicazione nel mondo dell’on-line e, quindi, anche nei confronti delle testate telematiche.
I giudici di legittimità, invece, sono giunti ad una conclusione differente sulla base, tra l’altro, di due ragioni. La prima deriva dal fatto che una testata telematica non soddisfa i due requisiti essenziali affinché si possa parlare di stampa, ossia: (i) l’attività di riproduzione tipografica e (ii) la destinazione alla pubblicazione dei risultati di tale attività. La seconda, invece, si basa su un dato normativo: tanto la legge 62/2001 (disciplina sull’editoria), quanto il decreto legislativo 70/2003 (commercio elettronico) prevedono che la registrazione delle testate telematiche abbia finalità esclusivamente amministrative e sia dovuta solo nell’ipotesi in cui il titolare voglia avvalersi della possibilità di usufruire delle provvidenze economiche previste per l’editoria.
Da ciò si ricava che il titolare di un sito internet di informazione (sia esso un blog o un giornale on line), che non voglia usufruire dei benefici riconosciuti dalla legge agli editori, non è tenuto a registrare la propria testata presso la cancelleria del Tribunale con la conseguenza che nei suoi confronti non troverà applicazione alcuna previsione della legge sulla stampa del 1946.
Come anticipato questa decisione della Corte di Cassazione, per quanto autorevole, non sembra aver risolto la problematica in via definitiva. Il legislatore (successivamente alla sentenza in commento), infatti, sembra andare in una direzione diversa che ridimensiona la “libertà” riconosciuta dalla Suprema Corte.
La nuova legge di riordino dei contributi alle imprese editrici del 16 luglio 2012, infatti, prevede che: “Le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero on line, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 Euro, non sono soggetti agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 […]”. Secondo il Parlamento, dunque, l’obbligo di registrazione sembrerebbe sussistere per tutti  le testate on line i cui editori conseguano ricavi annui superiori ai 100.000 Euro.
A distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, la Corte di Cassazione ed il Parlamento hanno affrontato la medesima problematica, giungendo a soluzioni, almeno apparentemente, differenti, salvo non si ritenga che anche il Parlamento abbia voluto far riferimento a quella stessa finalità meramente amministrativa richiamata dalla Suprema Corte.
Il contrasto tra la recente pronuncia della Corte di Cassazione e l’ultima novella normativa confermano, una volta di più che la battaglia a favore della libertà di informazione sul web, sostenuta da più parti, sia ancora lunga e dall’esito incerto.

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Indicazioni geografiche senza registrazione comunitaria

Il caso "salame felino"

Come noto ai più il “Salame Felino” è un salume prodotto storicamente nel paese di Felino e in alcuni comuni limitrofi in provincia di Parma. La sua origine geografica, tuttavia, non ha trovato riconoscimento fino al 2013, quando l’indicazione geografica “Salame Felino” è stata registrata come marchio d’origine IGP (Indicazione Geografica Protetta).

La mancata registrazione per molti anni dell’indicazione geografica riferita a tale salume ha aperto la strada ad una battaglia legale che si protrae oramai da quasi quindici anni.

Sul finire degli anni ’90, infatti, la multinazionale Kraft avviava la commercializzazione sotto il marchio “Invernizzi” di un salume denominato “Salame Felino” il quale, tuttavia, veniva prodotto a Cremona. 

L’associazione per la tutela del “Salame Felino”, insieme a dodici produttori dello stesso, citavano in giudizio la Kraft lamentando l’uso improprio dell’indicazione geografica “Salame Felino”, in quanto prodotto in un’area geografica estranea alla provincia di Parma.

Nel 2001, il Tribunale di Parma stabiliva che l’indicazione geografica “Salame Felino” non poteva godere della protezione conferita a livello comunitario alle indicazioni geografiche dei prodotti agricoli ed alimentari dal Regolamento n. 2081 del 1992, mancando la condizione essenziale della registrazione dell’indicazione geografica. La medesima sentenza condannava comunque Kraft per concorrenza sleale a causa dell’ingannevolezza dell’uso della dicitura “Salame Felino” che lasciava intendere al consumatore che tale salame provenisse da una determinata area geografica quando invece così non era. E ciò in base all’art. 31 del D.Lgs. 198 del 1996, che, aggiornando la disciplina nazionale delle indicazioni geografiche, vieta ogni forma di riferimento geografico decettivo. 

La Corte d’appello di Bologna confermava la sentenza di primo grado sottolineando che la tutela contro l’uso decettivo delle indicazioni geografiche fornita a livello nazionale dall’art. 31 del D.Lgs. 198 del 1996 non è in contrasto con il sistema di protezione delle indicazioni geografiche previsto a livello comunitario dal Regolamento 2081/92. 

La questione della compatibilità tra la normativa nazionale contro l’uso decettivo delle indicazioni geografiche (art. 31 del D.Lgs. 198 del 1996) e la disciplina comunitaria per la tutela di queste ultime (Regolamento 2081/92) veniva quindi affrontata dalla Corte di Cassazione. Kraft sosteneva infatti che tali normative erano tra di loro incompatibili, di conseguenza affermando che un’indicazione geografica non registrata, non potendo godere di tutela a livello comunitario in forza del Regolamento 2081/92, non poteva neppure essere tutelata a livello nazionale contro atti di concorrenza sleale.  

La Corte di Cassazione sospendeva il procedimento e sottoponeva alla Corte di Giustizia Europea le seguenti questioni pregiudiziali: (i) se, in forza del Regolamento 2081/1992, può essere conferito il diritto esclusivo di utilizzare all’interno dell’area comunitaria un’indicazione geografica che non sia stata oggetto di registrazione; (ii) quale tutela debba essere concessa, sia a livello nazionale che a livello comunitario, ad un’indicazione geografica non registrata.

Con la recentissima sentenza dell’8.5.2014, la Corte di Giustizia Europea confermava che condizione essenziale per poter accedere alla tutela comunitaria fornita dal Regolamento 2081/92 è la registrazione dell’indicazione geografica. L’indicazione geografica “Salame Felino”, pertanto, poteva godere di detta tutela solamente a far data dalla sua registrazione (e quindi dal 2013).

In merito alla seconda questione pregiudiziale, la Corte di Giustizia sottolineava che il Regolamento 2081/92 non osta di per sé al conferimento di una tutela nazionale ad un’indicazione geografica non registrata. La Corte di Giustizia affermava infatti che la normativa nazionale e quella comunitaria sono in linea di principio compatibili, a patto  che l’applicazione della normativa nazionale (i) non sia in contrasto con il principio di libera circolazione delle merci all’interno del mercato comunitario e (ii) non comprometta la realizzazione degli obbiettivi perseguiti dal Regolamento 2081/92 ovverosia l’armonizzazione della tutela delle indicazioni geografiche a livello comunitario al fine di favorire la concorrenza tra gli operatori del mercato.

Toccherà ora alla Corte di Cassazione stabilire se la normativa nazionale contro gli usi decettivi di indicazioni geografiche sia o meno in contrasto con gli obbiettivi del Regolamento 2081/92 e/o con il principio di libera circolazione delle merci.

Pur se la questione non può ancora dirsi conclusa in attesa del pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione, vi è da sottolineare l’importanza delle conclusioni a cui è pervenuta la Corte di Giustizia Europea, in particolar modo con riferimento al fatto che, di per sé, il Regolamento 2081/92 non impedisce agli stati membri di prevedere una tutela a livello nazionale per quelle denominazioni geografiche che non godano di tutela a livello comunitario. 

Non vi è dubbio, tuttavia, che la decisione della Corte di Giustizia Europea costituisca un segnale incoraggiante per quanto riguarda la tutela in ambito nazionale di quelle denominazioni d’origine che non siano state fatte oggetto di registrazione.

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