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Autodisciplina pubblicitaria: stop a modelli estetici non salutari

di Monica Togliatto e Avv. Nicola Berardi

È entrata in vigore la modifica del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale che prevede ora, all’art. 12-bis, una disposizione specifica in tema di salute e sicurezza: “La comunicazione commerciale relativa a prodotti suscettibili di presentare pericoli, in particolare per la salute, la sicurezza e l’ambiente, specie quando detti pericoli non sono facilmente riconoscibili, deve indicarli con chiarezza. Comunque la comunicazione commerciale non deve contenere descrizioni o rappresentazioni tali da indurre i destinatari a trascurare le normali regole di prudenza o a diminuire il senso di vigilanza e di responsabilità verso i pericoli, tra cui immagini del corpo ispirate a modelli estetici chiaramente associabili a disturbi del comportamento alimentare nocivi per la salute”.

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CEDU: l’uso di simboli religiosi nelle campagne pubblicitarie può essere lecito

Con sentenza resa il 30/01/2018 (caso 69317/14), la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha accolto il ricorso di una società di abbigliamento lituana che – realizzata una campagna pubblicitaria utilizzando immagini riferibili a Gesù e Maria, con i claim Gesù, che pantaloni!” o “Maria, che vestito!” – aveva ricevuto una sanzione dall’istituto di autoregolamentazione pubblicitaria nazionale, poi confermata dalle competenti corti giurisdizionali. La CEDU ha statuito che la campagna non è “gratuitamente offensiva né profana” e che per poter limitare legittimamente la libertà di espressione nei Paesi democratici le Corti nazionali devono motivare in maniera approfondita in che modo il riferimento a simboli religiosi sarebbe offensivo, non essendo sufficiente il mero uso per finalità non religiose: “freedom of expression also extends to ideas which offend, shock or disturb […]. In a pluralist democratic society those who choose to exercise the freedom to manifest their religion cannot reasonably expect to be exempt from all criticism. They must tolerate and accept the denial by others of their religious beliefs and even the propagation by others of doctrines hostile to their faith”. Non si tratta, dunque, di un’apertura generalizzata all’uso spregiudicato dei simboli religiosi, ma della conferma che il bilanciamento tra la protezione della pubblica moralità e della libertà di espressione impone un onere motivazionale rafforzato.

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Sfruttamento pubblicitario dei beni culturali: i Tribunali di Firenze e Palermo fissano limiti e criteri

Lo sfruttamento commerciale di un bene culturale richiede, ai sensi dell’art. 108, D.Lgs. 42/2004, il consenso dell’autorità che ha in consegna l’opera che può inoltre richiedere il pagamento di un canone di concessione.

Questo principio di diritto è stato recentemente affermato dal Tribunale di Firenze – che ha emesso un’ordinanza cautelare inibendo l’utilizzo di alcune fotografie del David di Michelangelo e della Galleria dell’Accademia di Firenze su dépliant e siti internet – e dal Tribunale di Palermo – che ha riconosciuto in capo alla Fondazione Teatro Massimo il diritto ad ottenere il pagamento di un canone per l’utilizzo e la riproduzione dell’immagine del Teatro, sfruttata da una Banca locale nell’ambito di una massiccia campagna pubblicitaria. Il Tribunale di Palermo ha inoltre statuito l’irrilevanza del reperimento delle immagini sul web, condannando la Banca al pagamento del prezzo del consenso.

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Cassazione Civile: lo sfruttamento del progetto pubblicitario altrui viola il diritto d’autore

Con sentenza n. 24062 del 12/10/2017, la Corte di Cassazione ha stabilito che in mancanza di prova scritta della cessione del diritto di sfruttamento dell’idea creativa, la società committente non possa utilizzare il progetto realizzato da un’agenzia pubblicitaria in quanto i compensi ad essa corrisposti si limitano a remunerare l’attività professionale svolta, senza alcuna rinuncia ai diritti di questa sull’oggetto della propria creazione. Il giudizio di legittimità era stato promosso dalla committente che, dopo aver fatto predisporre un primo catalogo promozionale da un’agenzia pubblicitaria, ne aveva fatti realizzare altri due – caratterizzati dalla medesima idea originale – ad altra società. La Corte ha inoltre specificato di non potersi esprimere, in sede di legittimità, sulla rilevanza di un mero preventivo che, ad ogni modo, si limitava a prevedere che il messaggio potesse essere “eventualmente declinabile su altri mezzi pubblicitari”.

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L’avvocato Riccardo Rossotto relatore al corso di IAP sul tema de “Le regole della pubblicità”

  • 11 October 2017 |
  • Pubblicato in News

L’avv. Riccardo Rossotto parteciperà, in veste di relatore, al corso organizzato da IAP, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, sul tema de “Le regole della pubblicità”.

Il Corso si terrà presso la sede IAP, in Via Larga 15 a Milano, nei giorni 15-16-17 Novembre 2017.

Per informazioni e iscrizioni: segreteria iap 02/58304941 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Programma del Corso

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La pubblicità dei web influencer allo studio del Governo

Il 29 giugno, a margine dell’adozione da parte della Camera del testo definitivo del DDL Concorrenza, è stato approvato un ordine del giorno – fortemente voluto dall’Unione Nazionale Consumatori – che impegna il Governo a legiferare “affinché l'attività dei web influencer sia regolata, permettendo ai consumatori di identificare in modo univoco quali interventi realizzati all'interno della rete internet costituiscano sponsorizzazione”.

L’obiettivo è di fornire al consumatore un’informativa più completa sui contenuti veicolati su Internet, così che possa individuare con facilità se un contenuto relativo ad un prodotto sia un autentico consiglio dell’utente che l’ha pubblicato (solitamente, un personaggio conosciuto) oppure costituisca una comunicazione commerciale a scopo pubblicitario. La proposta non è nuova nel panorama internazionale: la Federal Trade Commission statunitense, in una recente pronuncia di inibitoria emanata nei confronti della campagna promozionale di un videogioco, ha indicato alcune regole da rispettare in caso di campagne pubblicitarie promosse sui social network, tutte incentrate sulla piena conoscibilità della finalità commerciale dei post pubblicati sui social network.

Nella stessa direzione, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria italiano ha da poco pubblicato la versione aggiornata delle proprie linee guida in ambito digitale nelle quali, dopo aver definito l’endorsement come forma di accreditamento di un prodotto o di un brand da parte di celebrity e influencer, viene previsto che l’eventuale fine promozionale di un post su un social media debba essere chiaramente riconoscibile e reso noto all’utente con mezzi idonei, quali l’uso degli hashtag #pubblicità o #sponsorizzatoda.

Sebbene le campagne pubblicitarie sui social possano già essere sanzionate ai sensi dell’art. 22 del Codice del Consumo, norma che fa rientrare tra le pratiche commerciali scorrette quelle in cui un professionista ometta informazioni rilevanti di cui il consumatore medio necessita per prendere una decisione consapevole, o quelle in cui presenti in modo ambiguo tali informazioni o non indichi l’intento commerciale della pratica stessa, il Governo dovrà valutare se e come regolamentare in maniera specifica l’attività dei web influencer al fine di limitare la veicolazione occulta di messaggi pubblicitari sui social media.

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Il museo 4.0 è una realtà!

Vi chiedo di chiudere per un minuto gli occhi e sognare insieme a me. Immaginare un contesto che in un futuro quanto mai prossimo diventerà realtà. Un'autentica rivoluzione che trasformerà le modalità della didattica e della valorizzazione del nostro patrimonio artistico e culturale. Vi chiedo pertanto di giocare con me entrando in un Museo 4.0 dotato di tutte le nuove tecnologie studiate  per rendere più semplice, emozionante ed istruttiva la fruizione da parte dei visitatori del contenuto, nel nostro caso, di un museo virtuale qualsiasi. Sono reduce dalla visita al Blanton Museum of Art di Austin in Texas dove Koven Smith, uno dei responsabili del sito, mi ha illustrato e fatto constatare con gli occhi molte delle straordinarie opportunità che grazie allo sviluppo delle tecnologie digitali oggi ci possono permettere una visita al museo assolutamente diversa rispetto a quella che ciascuno di noi si porta dietro nel suo "zainetto" di esperienze maturate da studente o da appassionato.

Mi riferisco in particolare a dei tavoli interattivi che rendono possibile una visita a tutto il museo e in cui ciascuno di noi può, semplicemente pigiando con l'indice della propria mano un certo tasto, ingrandire le singole opere di interesse ricevendone informazioni dettagliate sull'artista, sul contesto storico in cui venne realizzata l’opera, sulle sue caratteristiche realizzative.

Un secondo esempio molto suggestivo è rappresentato dalla possibilità di utilizzare il visore denominato Oculus Rift che permette ai personaggi rappresentati in un quadro di "uscire" dall'opera d'arte e materializzarsi davanti al visitatore interloquendo con lui in una realtà virtuale allargata ed interattiva.

Per non parlare poi degli ormai famosi Google Glass che possono accompagnare il visitatore nel suo percorso museale arricchendone l’apprendimento con ricostruzioni virtuali e video emozionanti.

L’elenco delle sorprendenti novità tecnologiche potrebbe continuare a lungo: ci limitiamo ad alcuni degli esempi più significativi. Le cuffie immersive che permettono al visitatore di vedere le opere attraverso l’ascolto di musiche particolari adatte al contenuto storico e culturale di quanto esibito nella mostra. I video toten che, attraverso un monitor, narrano in prima persona la storia dei protagonisti delle opere raffigurate. I video game, ideati e realizzati per attirare e affascinare il pubblico giovanile, che permettono di visualizzare l’opera con una prospettiva più completa all’interno di modalità di utilizzo ludiche. E poi ancora un’infinità di app che consentono di localizzare, attraverso il GPS, il visitatore durante il percorso museale per fornirgli stanza per stanza, opera per opera, tutte le informazioni relative a cosa sta vedendo o a cosa sta per vedere.

Insomma, la tecnologia ci permette ormai di immaginare un museo non come un luogo "old fashion" in cui, al di là di spiegazioni più o meno affascinanti o più o meno scolastiche, si deve seguire un percorso fisso e unidirezionale tra l'utente e l'opera d'arte.

L'innovazione ci schiude dei mondi che ci  permettono di immaginare dei nuovi modelli organizzativi dei musei mirati a rendere più suggestiva, stimolante e perché no? divertente, la visita alle sue sale.

Dobbiamo uscire, a mio avviso, da una logica perversa che fa coincidere l'insegnamento, il trasferimento di cultura, con ambienti tetri, narrazioni noiose e manieristiche, fruizioni delle opere statiche e obsolete. Nel contempo non dobbiamo però pensare che la tecnologia sia di per sé la medicina per riempire i musei di visitatori. La vera sfida, come ci confermava lo stesso Koven Smith, non è tanto sull'acquisizione degli strumenti tecnologici, quanto nell' immaginare dei nuovi contenuti che l'innovazione tecnologica può implementare e valorizzare in modo nuovo e affascinante. L'alibi di aver acquistato uno schermo touch screen e di aver cosi risolto i temi collegati all'innovazione del proprio museo dura poco se non è associato ad una precisa volontà di investire nei contenuti più adatti a essere valorizzati dai nuovi devices o comunque dai nuovi strumenti che ogni giorno il grande laboratorio del mondo digitale sforna con incessante ripetitività.

Tutto ciò senza contare su un altro aspetto estremamente nuovo e, per noi, delle vecchie generazioni quasi incomprensibile: esistono dei software realizzati attraverso dei robot che camminano nelle stanze dei musei e che permettono la visita alle mostre o alle collezioni anche a distanza, per quegli appassionati che non possono permettersi la presenza fisica nei locali del museo.

Il museo 4.0 è un museo fruibile anche a distanza sul proprio device con tutta una serie di video e di informazioni che non fanno perdere nulla al visitatore che per scelta o per necessità ha deciso di visitarlo standosene comodamente seduto nella sua poltrona di casa.

Chi si occupa di digitale in ambito museale oggi reputa che la vera sfida nei prossimi anni sarà legata alla progettualità: alla capacità cioè - mi ha confermato Koven Smith - di sperimentare in modo permanente il miglior mix esistente tra il contenuto artistico del museo, le tecnologie utilizzabili per la sua valorizzazione e la costruzione di una vera e propria interattività tra l'opera e il singolo appassionato visitatore.

La gente deve essere coinvolta, attirata a visitare i musei per arricchire la sua cultura, ma anche per divertirsi.

Mi sono convinto che il cuore del problema, stimolante e strategico per un Paese come il nostro ricco di storia, cultura e arte, sia proprio quello di valorizzare finalmente il proprio patrimonio in maniera adeguata e competitiva rispetto ai concorrenti esteri, salvaguardando rigorosamente la scientificità dei progetti museali ma coniugandola sempre di più con l'utilizzo delle più moderne tecnologie mirate ad una divulgazione più semplice, più divertente, più interattiva, insomma, più “glamour”.

Nel nostro Paese ogni anno nascono decine e decine di start up di imprese gestite da giovani che si determinano necessariamente a candidarsi come piccoli imprenditori del nuovo contesto industriale ed economico di questo secondo decennio del terzo millennio. Ebbene proprio nel settore della cultura e della fruizione dell'enorme e non conosciuto completamente patrimonio artistico e culturale italiano, vi sono grandi opportunità di ideazione, studio e realizzazione di app che si inseriscono proprio nel più grande progetto strategico denominato appunto Museo 4.0.

Una occasione da non perdere! Una occasione che potrebbe davvero determinare una svolta per la valorizzazione di un’asset intangibile, oggi a rischio di deperimento, costituito proprio dallo straordinario patrimonio archeologico, artistico e culturale italiano.

Un’asset intangibile oggi soltanto minimamente valorizzato che potrebbe davvero creare valore in termini economici, occupazionali ed educazionali.

Riccardo Rossotto

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Cogliamo l’occasione: la scelta di Apple

Nei nostri editoriali abbiamo sempre trattato questioni attinenti la Rete, le sue problematiche giuridiche, economiche e sociali. Abbiamo sviluppato in questi anni temi che riguardano il futuro della nostra società, sempre più digitalizzata, cercando di capirne i risvolti, analizzarne le sfaccettature, gridarne i pericoli, anticipandone, talvolta, le criticità.

All'inizio del nostro quarto anno di diffusione, ci permettiamo una divagazione strategica. All'inizio del 2015 scrivevamo che la lotta tra i Big Players della Rete si sarebbe accentuata, che la competizione si sarebbe resa più dura, più cinica nella conquista di quel mercato straordinario degli internauti di tutto il mondo. Lo sviluppo dei Big Data e le incredibili potenzialità connesse a tale sfruttamento avrebbero aperto nuove frontiere nella competizione tra i quattro/cinque grandi protagonisti americani di questo mondo con tutte le virtuosità ma anche con tutte le criticità inerenti. Lo scrivevamo da abitanti di un Paese ai margini di tale settore, relegato agli ultimi posti nella classifica delle nazioni sulla via della digitalizzazione dei lori sistemi nazionali. Un Paese, l'Italia, ancora legato, salvo qualche rara eccellenza, ad un sistema "vecchio", basato su regole del gioco superate e su una modernizzazione tutta da sognare e mai realizzata nonostante le promesse della politica. Un Paese a rischio di declino non solo economico ma culturale: pigro, chiuso in se stesso, egoista e non reattivo alle provocazioni della scienza e della tecnologia, come annualmente lo registra e fotografa lucidamente il Censis. Un Paese senza un futuro reale per i nostri giovani, destinato a diventare un grande pensionato per le generazioni dei "diritti quesiti" e un deserto di speranze per le nuove. Un Paese avviluppato su se stesso incapace di affrontare le sfide della modernizzazione mondiale, nonostante una storia, una cultura, un territorio, un ecosistema generale insomma, unico al mondo.

Uno strazio prospettico insomma sorprendente e incomprensibile per quella moltitudine di stranieri che continuano ad indicarlo come la meta favorita dei loro sogni vacanzieri e non solo.

Ebbene in questo contesto funereo, proprio in questi giorni di inizio 2016, si è verificato un evento, a nostro avviso, di portata strategica fondamentale che non sappiamo quanto sia stato recepito da tutti noi nella sua essenza prospettica: una straordinaria opportunità per girare pagina, tirarci su le maniche, smetterla di fare i Tafazzi e guardare all'oggi e al domani con una spirito nuovo e con una nuova visione del nostro futuro. Proprio in un settore che impatta sulla Rete e sul nostro futuro digitale.

Ci riferiamo alla decisione della Apple di investire nel nostro Paese, a Napoli, in quel meridione di Italia cioè tanto bistrattato e oggetto più di cronaca nera che di altro, per realizzare una scuola che formi 600 sviluppatori di App ogni anno. Una notizia ovviamente riportata da tutti i giornali che, sempre a nostro avviso, va però ben al di là del progetto specifico deciso dal capo azienda della Apple Tim Cook. Tocca alcuni temi prospettici che potrebbero davvero permetterci, se sapremo cogliere questa opportunità (forse l'ultima che ci viene concessa?), di invertire la rotta della sfiducia e del pessimismo, rilanciandoci proprio attraverso lo sviluppo e l’ottimizzazione di quei valori che hanno spinto uno dei quattro grandi giocatori del mercato mondiale della Rete di sceglierci per un investimento importante e strategico mirato alla innovazione del suo futuro.

Abbiamo provato a rileggere nei dettagli le dichiarazioni rilasciate alla stampa da Tim Cook, durante la sua visita in Italia, ricostruendone il pensiero e le prospettive, certo per la Apple, ma anche per noi italiani.

Eccovi quindi una rilettura, soggettiva ma non troppo, del pensiero strategico che ha determinato la scelta della Apple di privilegiare l'Italia rispetto a centinaia di opzioni alternative offerte da altri Paesi, magari, di per sé, più interessanti dal punto di vista finanziario e fiscale.

Un’utile e stimolante lista di punti che, lo ripetiamo, se non saremo così miopi da non tesaurizzare, potrebbe offrirci lo spunto per una grande ripartenza nazionale sia industriale, sia psicologica, sia culturale del nostro tanto e giustamente bistrattato Paese.

Andiamo con ordine.

Un Paese meraviglioso: proprio con queste parole, sorprendenti se riferite allo stato dell’arte italiano, Tim Cook ha iniziato la spiegazione dei “perché” Apple abbia scelto l’Italia “Quando vado a Bruxelles respiro pesantezza, burocrazia, difficoltà, mentre qui in Italia c’è una meravigliosa area di cambiamento, ottimismo, opportunità; qui sento che “The sky is the limit”, che tutto è davvero possibile”. Sembra incredibile, ma nonostante il nostro imperante, cinico “tafazismo” un grande imprenditore americano vede nell’Italia, a differenza dell’Europa, un Paese fertile per una fondamentale voglia di cambiamento, di innovazione. Dobbiamo rifletterci sopra e adattare i nostri comportamenti a tale lettura che viene data del nostro Paese. Non è vero allora che siamo a rischio di declino, basta solo invertire una inerziale attitudine a parlare male di noi stessi, a sottostimarci, a ritenerci cinicamente ormai “perduti”. Con un po’ di passione, un po’ di determinazione e nuove voglie di serietà e virtuosità possiamo veramente ripartire confortati dal giudizio estremamente positivo di una delle più grandi multinazionali esistenti nel villaggio globale.

Un modello per l’Europa: ma Tim Cook è andato oltre. Nel complesso articolato e conflittuale dibattito esistenti fra i paesi membri dell’Unione Europea, l’Amministratore Delegato di Apple ci socializza una riflessione addirittura sorprendente: “Credo – ha dichiarato Cook – che l’Europa avrebbe bisogno di più Italia in questo momento cioè di credere che il futuro sarà migliore del presente. Sarebbe un vero peccato non farlo”. Anche su questa affermazione varrebbe la pena di soffermarci un attimo a riflettere. La creatività e flessibilità italiana potrebbe davvero rappresentare una svolta per rifondare l’Unione Europea, richiamando magari i valori originari del trattato di Roma.

Un incredibile spirito imprenditoriale: Cook ha ribadito quanto già detto all’apertura dell’Anno Accademico della Bocconi due mesi fa. Parole forti che sottendono una  grande stima nei confronti del nostro DNA imprenditoriale: “Amo lo spirito dell’Italia. Abbiamo, noi americani, molto in comune con voi italiani. Apple è sempre stata concentrata sul fare “the best not the most”, le cose migliori piuttosto che tante cose buone. E l’Italia ha lo stesso talento. Nella mia esperienza milanese ho avvertito un incredibile spirito imprenditoriale e un gusto per il design che altrove non esiste. Per questo abbiamo ritenuto che questo è esattamente il paese dove Apple voleva stare e questo è il momento ideale per farlo. Sappiatelo, stiamo arrivando con moltissimo entusiasmo”. Pur nella nostra visione pessimistica ed eccessivamente portata all’autocriminalizzazione, esiste sempre in noi la consapevolezza di aver sviluppato un DNA imprenditoriale (la miriade di PMI di successo, che hanno superato brillantemente la crisi degli ultimi anni, ne è la dimostrazione migliore) assolutamente peculiare e competitivo nel  mondo del business. L’endorsement di Cook dovrebbe darci una spinta per valorizzarlo ancora di più, farlo diventare sistema (piccolo non è bello!), consolidandolo e sviluppandolo in tutto il mondo.

Il meridione d’Italia è una opportunità di business: proprio una parte del Paese che per alcuni di noi è perduta e ormai in mano alla malavita, costituisce per gli stranieri, naturalmente a certe condizioni di presidio del territorio da parte dello stato di diritto, una opportunità di investimento: “Quando parlai a Renzi della nostra intenzione di aprire una scuola per sviluppatori di App lui mi chiese di immaginare una linea che divide l’Italia in due. A nord ci sono dei dati demografici ed economici più alti dei paesi più ricchi d’Europa; a sud siamo ai livelli della Grecia. Questo discorso mi ha molto colpito ed è per questo che abbiamo deciso di andare al sud scegliendo Napoli che ci è sembrata la scelta più logica. Speriamo di poter partire prima dell’estate e già dalla prossima settimana un nostro team di lavoro sarà nel capoluogo campano per valutare le numerose opzioni sul tavolo con l’obiettivo di fare presto e bene”. Anche questa scelta della Apple è estremamente significativa. La contaminazione positiva di un insediamento della multinazionale americana a Napoli deve rappresentare l’inizio di un’onda lunga virtuosa che permetta anche al nostro meridione di eliminare la gramigna e di invertire il trend, valorizzando le qualità positive della stragrande maggioranza degli abitanti di quelle regioni. L’esempio della Apple deve rappresentare, con l’aiuto dello Stato italiano che deve garantire sicurezza e legalità, l’inizio di un effetto emulativo positivo che riduca le aree infestate dal malaffare e riapra speranze per le nuove generazioni di quei territori.

La App economy: una grande opportunità di creazione di posti di lavoro. L’industria delle App fornisce in tutto il mondo esempi di forte impatto sul PIL nazionale e quindi sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Cook su questo aspetto è stato molto preciso e fermo: “Questo è ormai un importante segmento del mondo del lavoro – ha detto a Roma durante la presentazione del progetto Napoli – siamo all’inizio dell’era delle App: in pratica si verifica lo stesso fenomeno che c’è stato durante la Prima Rivoluzione Industriale. Guardate i numeri: in Europa 1,4  milioni di persone lavorano solo sulle nostre App e questo numero è una frazione di quello che vedremo nei prossimi anni. Avete mai pensato a quante cose si possono fare con una App? Non ci sono limiti praticamente”. Questa autorevole testimonianza del capo azienda della Apple ci consente di poter immaginare uno scenario industriale estremamente positivo per tutto il nostro Paese. Infatti intorno alla scuola di formazione di Napoli potrà iniziare  a sorgere un indotto di ricerca e sviluppo con, a cascata, la nascita di un vero e proprio distretto industriale specializzato nella ideazione, studio e realizzazione di quelle App che costituiranno il cuore dell’innovazione nel mondo del web. Avendo ormai abdicato ad essere un paese strategico nella produzione di hardware, possiamo riacquistare una posizione di grande autorevolezza competitiva internazionale nel settore dei software.

La necessità di un cambio culturale: per fare tutto ciò, secondo Cook, ma non solo secondo lui, è necessario che tutto il mondo e quindi anche l’Italia, si convinca della necessità di operare uno scarto culturale rispetto alle pregresse categorie concettuali con le quali abbiamo convissuto nell’ultimo secolo. L’innovazione tecnologica portata da internet ci costringe a  modificare il nostro pensiero, le nostre abitudini, il nostro metodo di lavoro: “E’ un immenso cambio culturale quello che abbiamo di fronte, ma voi italiani siete pronti per farlo. L’ho capito proprio alla Bocconi guardando le facce dei giovani in sala quando dissi “Alzatevi e cambiate il mondo, ora potete farlo!”. I cinque sviluppatori di App incontrati da Cook a Roma e cioè Stefano Porcu (DoveConviene); Alessandra Petazzi (Musement); Roberto Macina (Qurami); Filippo Veronese (Cuokky) e Francesco Marino (Ganizza) ne sono i testimoni viventi: “L’ho capito anche dall’entusiasmo e dalla passione – ha sottolineato Cook – dei cinque sviluppatori che oggi stanno vivendo il loro sogno: non c’è ragione perché quel numero non possa moltiplicarsi per 100 o per 1000”.

La responsabilità sociale: Cook ha voluto poi lasciare un messaggio relativo agli obiettivi che si pone la Apple nel suo progetto strategico di sviluppo: “Noi vogliamo essere una forza che contribuisce al bene del mondo, é questo il nostro vero obiettivo. Non ci misuriamo soltanto sui profitti e sui fatturati ma vogliamo cambiare il mondo in meglio”. Un’altra grande sfida dunque quella dell’etica nel mondo degli affari, un altro grande cantiere nel quale il nostro Paese deve entrare valorizzando la generosità istintiva degli italiani e coniugandola con un maggior senso dell’etica nella conduzione del business.

Questi i macro temi affrontati da Cook nel suo dialogo con la stampa italiana e con i vari stakeholder del territorio. Una serie di affermazioni sorprendentemente positive e beneauguranti sul futuro del nostro Paese. Certo, qualcuno potrà dire che Cook si è portato a casa comunque un accordo sulle tasse pregresse non pagate molto favorevole. Dunque cosa gli costava parlar bene dell’Italia dove per anni ha pagato poche imposte e oggi a saldo e stralcio ha chiuso una transazione molto vantaggiosa! Noi crediamo che questo sarebbe un approccio cinico e molto miope. Infatti la transazione appena conclusa dalla Apple con la nostra Agenzia delle Entrate sta costituendo un benchmark per gli altri paesi europei che si stanno confrontando con i big del mondo digitale per risolvere il tema della fiscalità pregressa non accertata od elusa. L’Inghilterra ha chiuso proprio in queste ore un accordo analogo a quello italiano a cifre inferiori rispetto a quelle ottenute dalla nostra Agenzia delle Entrate. Dunque, per una volta, pensiamo positivo, non facciamo della facile dietrologia e meditiamo invece sulla straordinaria opportunità che ci potrebbe derivare da una lucida metabolizzazione dei concetti espressi da Cook sulle potenzialità del nostro Paese.

P.S.: nell’ultimo Editoriale su R&P Mag avevamo approfondito le tematiche scaturenti dalla decisione della Corte di Giustizia Europea del 6.10.2015 che aveva dichiarato non valido e legittimo il Safe Harbor. Avevamo auspicato che alla luce di tale decisione della giustizia europea si arrivasse presto ad un nuovo accordo tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti per la regolamentazione dei dati personali degli europei da parte delle multinazionali americane. Serve un accordo ha gridato il nostro Garante della privacy Antonello Soro: il vecchio sistema non è più legale ma il nuovo non esiste. Ai primi di febbraio ci dovrebbe essere una importante riunione tra la task force europea e quella americana per addivenire ad una piattaforma condivisa delle nuove regole del gioco.  In caso contrario il far west continuerà a danno della privacy dei cittadini europei e a vantaggio dei big players americani. Stiamo a vedere!

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Sicurezza o privacy? Questo è il problema

Parigi ci ha lasciato sgomenti. Allibiti. Colpiti al cuore e nei sentimenti più fragili come la sicurezza, la paura, la speranza, il futuro. Ci ha sbattuto in faccia una tremenda realtà che riguarda il nostro oggi, il domani dei nostri figli, il futuro dei cittadini del mondo. Siamo quotidianamente esposti, anche in siti che reputavamo sicuri simboli dello svago, dell'intrattenimento, del relax fuori dal lavoro, al rischio di diventare vittime di attentati terroristici. Un incubo al quale dobbiamo e vogliamo reagire per difendere la nostra normalità, la nostra voglia di una vita, magari semplice, ma non condizionata da eventi al di sopra della nostra percezione e controllo, che possono drammaticamente cambiare il corso delle nostre felicità.

Torna violentemente alla ribalta un dilemma che già dopo l'11 settembre ha riempito le pagine dei giornali, le agende della politica, il dibattito tra i cittadini: tra sicurezza e privacy chi deve prevalere? Tra la difesa dei nostri diritti alla riservatezza delle nostre vite private e il nostro diritto ad essere protetti dalla Stato contro aggressioni terroristiche come si fa ad individuare un punto di equilibrio che non incida sulla limitazione, o peggio, riduzione di uno di questi due diritti fondamentali della nostra convivenza umana?

Sicuramente una delle armi più efficaci per combattere il terrorismo internazionale è costituito da una continua, metodica e professionale attività di Intelligence che monitori tutti quei soggetti potenzialmente a rischio di essere terroristi. In questa delicata operazione non c'è dubbio che si nasconda il rischio di violazioni alla nostra privacy: più l'intelligence è efficacie e più diventa invasiva nel controllo dei nostri movimenti, nell'ascolto delle nostre telefonate, nella profilazione dei nostri identikit. In un recente passato abbiamo purtroppo assistito a numerosi episodi (per tutti il caso Snowden) di governi che, dietro l'alibi della sicurezza e quindi della necessità del controllo analitico delle nostre vite, hanno iniziato vere e proprie operazioni, assolutamente illecite, di pianificazione, di analisi e registrazione di colloqui telefonici di molti individui, anche capi di stato, che non avevano nessuna relazione con il terrorismo ma che era utile ascoltare e conoscere. Quello scandalo che ha riaperto il dibattito sul dilemma "maggior sicurezza - minor riservatezza" non ha però risolto il problema di fondo. Ne ha solo evidenziato le derive e le strumentalizzazioni possibili: se, con la scusa dell'ordine pubblico, le autorità preposte possono ingerirsi nella nostra vita privata senza limiti, come possiamo noi cittadini tutelare il sacrosanto e fondamentale diritto alla nostra libertà, alla nostra riservatezza, alla protezione della nostra dignità e reputazione?

Parigi ha drammaticamente ributtato sui tavoli istituzionali questa "patata bollente" tra l'altro sempre più potenzialmente invasiva e devastante con il progressivo e inarrestabile sviluppo delle tecnologie digitali. I nostri I-Phone sono dei registratori permanenti delle nostre telefonate, dei nostri pagamenti, di tutte le informazioni che ci scambiamo quotidianamente per lavoro o diletto.

Uno strumento fantastico per la prevenzione corretta degli Intelligence, una arma straordinaria per chi voglia controllare illegalmente le nostre vite.

Questa delicatissima questione torna alla ribalta proprio quando la Corte di Giustizia Europea, lo scorso Ottobre, ha statuito, con una decisione che segnerà la storia dell'industria digitale, che le società americane che hanno acquisito i dati degli European Internet Users nei loro server non possono più utilizzarli. L'accordo commerciale UE-USA, hanno detto i giudici europei, non tutela la privacy delle informazioni detenute dalle società private americane rispetto alle ingerenze delle agenzie americane delegate alla protezione della sicurezza nazionale. Per la legge americana infatti le società private, in caso di richiesta di una agenzia federale, non possono rifiutare l'accesso ai Big Data della propria clientela. Proprio il citato caso Snowden ha scatenato il caso risolto dalla Corte di Giustizia con una decisione che blocca formalmente la possibilità per le società americane private di usare i dati di noi clienti europei utilizzatori di piattaforme digitali americane. Per la Corte "una normativa che permetta alle autorità pubbliche di accedere in maniera generalizzata al contenuto di comunicazioni elettroniche deve essere considerata lesiva del contenuto essenziale del diritto fondamentale al rispetto della vita privata".

Una tegola in testa per tutto il mondo della e-economy statunitense che si vede dichiarare illegittimo il Safe Harbour, nato proprio per permettere lo scambio di dati personali.

Il caso concreto deciso dalla Corte di Giustizia è interessante : uno studente austriaco, Max Schrems, aveva contestato alla filiale europea di Facebook in Irlanda che i suoi dati personali erano stati trasferiti su un server americano, che, proprio alla luce delle rivelazioni di Snowden, non era sicuro per la tutela della sua privacy. In primo grado il tribunale irlandese aveva respinto il ricorso del giovane austriaco sostenendo che Facebook aveva ottemperato proprio al Safe Harbour, contenuto nell'accordo multilaterale tra Unione Europea e Stati Uniti. L'Alta Corte irlandese, ricevuto l'atto di appello del cittadino austriaco, investiva della problematica la Corte di Giustizia che ha appunti emanato la clamorosa decisione citata.

Quindi? Si chiederà giustamente qualche lettore: quindi sorge la necessità di immaginare una nuova regolamentazione internazionale che, pur permettendo il trasferimento dei dati dei singoli cittadini ne tuteli in qualche modo la riservatezza contro le aggressioni delle agenzie federali o dei governi medesimi.

Ma tutto ciò è cascato proprio nel bel mezzo dell'insorgere dei fatti di Parigi con l'ordine pubblico e la prevenzione degli atti di terrorismo internazionale che sono tornati ad essere prepotentemente una priorità per tutti gli stati.

Persa ogni speranza? No di certo.

Ancora una volta, l'industria dei content del web ha anticipato i tempi lavorando a delle soluzioni che possano, in qualche modo, salvaguardare il suo business ed essere compliant con gli ordinamenti statali.

Il primo esempio di tale nuova e necessaria strategia commerciale e giuridica ci arriva da Microsoft, uno dei colossi del settore, uno dei primi, sotto la gestione del nuovo capo azienda Satya Nadella, ad offrire una soluzione convincente che possa superare il diniego della Corte di Giustizia. Teniamo conto che Microsoft è il numero uno del mondo in termini di ricavi prodotti dalla vendita dei servizi di cloud computing, davanti a Amazon e Salesforce ed è quindi interessatissima a trovare soluzioni che le possano salvare le sue quote di mercato e i suoi clienti europei.

Vediamone il contenuto: le società americane che dal prossimo anno intendano offrire servizi della e- economy alla clientela europea, dovranno utilizzare due data centers, collocati in Germania, gestiti, come un Trustee, da Deutsche Telecom, la compagnia tedesca di telecomunicazioni.

Microsoft non ha accesso a tali dati che sono blindati tecnologicamente e gestiti esclusivamente dal Trustee, come abbiamo detto rappresentato da una società di telecomunicazioni tedesca, assoggettata alla normativa tedesca ed europea in materia di privacy.

Soltanto con il consenso manifesto del cliente europeo Microsoft potrà usare e trasferire i suoi dati, altrimenti non avrà alcun sistema di accesso agli stessi.

"Se vogliamo mantenere la leadership del settore - ha detto in questi giorni Nadella - dobbiamo essere credibili e affidabili. Per questo motivo abbiamo affinato questa nuova procedura che rispetta la decisione della Corte di Giustizia e protegge la riservatezza dei nostri clienti europei".

Quello che Microsoft ha denominato il "Data Trustee Program" costituisce oggi la miglior risposta ai vincoli formulati dal tribunale europeo, ottenendo tra l'altro un giudizio positivo proprio da Max Schrems, lo studente austriaco che aveva iniziato il contenzioso contro la filiale di Facebook irlandese.

La soluzione adottata da Microsoft, da un lato, evidenzia una debolezza del sistema, confermando la necessita di un garante esterno, il trustee Deutsche Telecom appunto, per garantire la riservatezza dei dati dei clienti europei. Dall'altro, una forza: la reale volontà... speriamo!!!!....di voler rispettare in pieno il disposto della sentenza della Corte. Anche a rischio, come sta succedendo proprio in questi giorni, di tirarsi addosso un contenzioso in America da parte del Dipartimento di Giustizia che chiede l'accesso, per motivi di sicurezza nazionale, al magazzino dati Microsoft in Irlanda. Richiesta a cui Microsoft si oppone giudiziariamente. D’altronde questo è il pregio/difetto di tutte le multinazionali, obbligate a confrontarsi su diversi mercati con legislazioni diverse proprio in materia di Privacy.

Siamo dunque tornati drammaticamente in mezzo al dubbio di sempre: se valga o meno la pena sacrificare pezzi della nostra vita privata all'insegna di una presunta maggior sicurezza tutta da verificare.

Noi di RepMag saremo vigili a monitorare i prossimi passi di questa grande e importante sfida in corso.

Riccardo Rossotto

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