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Unione Europea ed i service providers statunitensi firmano un accordo per la redazione di un codice di condotta per contrastare l’hate speech in rete

L’UE sigla un accordo con i principali ISP, tra cui Facebook, Twitter e Youtube, per la redazione di un codice di condotta volto ad intensificare il controllo, la prevenzione ed il contrasto al fenomeno del c.d. “hate speech”, ovvero quei contenuti, pubblicati dagli utenti, che hanno lo scopo di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo sociale.

Le piattaforme si impegnano a predisporre procedure che velocizzino l'intervento nei casi in cui vengano segnalati contenuti illeciti, con l'obiettivo di eliminarli entro 24 ore. Il tema tuttavia è delicato, perché coinvolge istanze opposte quali la libertà di espressione e l’attività censoria.  Forse per questo si è scelto di optare per un testo che sarà periodicamente adeguato all'esperienza maturata e agli scopi che di volta in volta emergeranno.

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La Cassazione conferma l'ammissibilità del sequestro preventivo di blog e pagine web, in quanto non integranti il concetto di stampa

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12536, le cui motivazioni sono state recentemente depositate dalla Sezione V penale, è intervenuta sul tema della diffamazione a mezzo stampa, affermando che i nuovi mezzi di comunicazione quali forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list e social network, in quanto non registrati e non aventi un direttore responsabile non rientrano nel concetto di “stampa”. Ne segue che gli stessi ben possono essere oggetto di sequestro preventivo, non godendo affatto delle garanzie costituzionali a tutela della manifestazione del pensiero, di cui – invece – godono i mezzi di comunicazione registrati.

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L’Italia in Rete: tra diritto fondamentale di accesso ad Internet e divario digitale

In questi anni, sulle colonne di R&P Mag, ci siamo posti spesse volte un punto interrogativo. Ci siamo chiesti, cioè, se la rivoluzione di Internet fosse davvero la rivoluzione del terzo millennio con appresso soltanto effetti positivi per la nostra vita e per la nostra convivenza. I perché di questa domanda sono noti: abbiamo dei seri dubbi che la rivoluzione digitale introdotta da Internet, se non saggiamente gestita, possa portare soltanto virtuosità agli esseri umani. Per questo abbiamo cercato di insinuare dei dubbi nelle certezze del fondamentalismo innovativo; abbiamo cercato di aprire dei cantieri di pensiero sulla necessità di un’educazione digitale soprattutto per le nuove generazioni degli internauti; abbiamo – in altre parole – cercato di dare un contributo…di dubbio laico e proattivo rispetto a delle posizioni politiche e concettuali rigide e apodittiche. Oggi, dopo aver festeggiato le 25 candeline che Tim Berners Lee si merita, riteniamo giusto rifare un po’ la storia di questo primo quarto di secolo di vita di Internet e dei suoi aspetti positivi e negativi.
Il 20 dicembre 2015, celebrando le nozze d’argento della sua creazione, l’inventore di Internet ha manifestato la necessità di rimboccarsi le maniche perché, sebbene la Rete sembri ormai essere parte integrante del quotidiano dei cittadini e il suo sviluppo appaia inarrestabile (ad oggi i siti Internet attivi superano il miliardo), resta ancora molto da fare. Oltre ai bilanci sul passato, operazione tipica al ricorrere di un anniversario, può essere stimolante tentare di individuare quali saranno, plausibilmente, i prossimi sviluppi legati al mondo del Web in Italia.
A sorpresa, una ricerca di Eurostat pubblicata alla fine dello scorso anno colloca il Bel Paese al primo posto nella classifica degli Stati che hanno registrato il maggior numero di nuovi utenti: 1 milione e 800 mila nuovi utilizzatori tra i 16 e i 74 anni si sono avvicinati ad Internet per la prima volta, oltre a 200 mila “nativi digitali” under 16. Se nessuno in Europa ha fatto meglio è anche perché l’Italia partiva da un grado di alfabetizzazione informatica certamente inferiore rispetto ad altri Paesi, e questa è la diretta conseguenza di una politica che non ha fatto abbastanza. Ma paradossalmente questo ritardo accumulato nell’implementazione della Rete potrebbe avere un (non voluto) risvolto positivo. Il digital divide – ossia la disuguaglianza nell’accesso alle nuove tecnologie di comunicazione – non è oggi un’emergenza democratica solo perché, parallelamente alla lentezza dei cittadini nell’approcciare le nuove tecnologie, viaggia l’ancora più marcata lentezza delle istituzioni nell’innovare la pubblica amministrazione: se gli ultimi governi fossero stati più rapidi nella creazione di una vera PA digitale, ci troveremmo di fronte ad un quarto della popolazione incapace di accedere ai servizi di base e, dunque, relegata ai margini della società.
Non è un caso che tra i principi enunciati nella Dichiarazione dei Diritti di Internet figuri l’art. 2, che definisce l’accesso ad Internet come “diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale”. E della qualità di diritto fondamentale sono convinti anche i promotori del comitato “34-bis” che aspira a sancire a livello costituzionale il diritto di accesso alla Rete e lo speculare compito della Repubblica di promozione delle condizioni che ne rendano effettivo l’esercizio.
L’importanza assunta da Internet non manca, comunque, di attirare qualche critica anche da parte di chi – bisogna precisarlo – grazie alla tecnologia ha costruito una fortuna: Bill Gates ha perentoriamente sostenuto che “le cose importanti della vita sono altre” e “l’idea che molti supermanager delle big company del Web hanno dell’importanza della Rete come ‘priorità’ del mondo non può che essere uno scherzo”. Una visione – forse troppo pessimistica – che potrà comunque essere verificata a breve. Una delle principali caratteristiche della tecnologia è infatti la velocità con cui realizza il futuro ipotetico, ossia la rapidità con cui si passa dal sostenere l’impossibilità di qualcosa alla realizzazione che quel qualcosa non solo è già stato creato, ma ha ormai assunto una diffusione globale (tra le più celebri previsioni azzardate, può ricordarsi Kenneth Olsen, fondatore di Digital Equipment, che nel 1977 ha sentenziato “che bisogno ha una persona di tenersi un computer in casa?”).
Il protagonista del futuro immediato sembra essere l’Internet of Things, paradigma che si basa sulla presenza pervasiva intorno a noi di una varietà di oggetti che, attraverso schemi di indirizzamento unico, sono in grado di interagire tra loro e cooperare con quelli vicini per raggiungere uno scopo specifico. Cooperazione che, va da sé, passa quasi esclusivamente per la Rete. Un mercato che in Italia vale 2 miliardi di euro, che cresce del 30% all’anno e che possiamo individuare grazie all’aggettivo “smart”: lo smart metering si riferisce ai contatori intelligenti che consentono di ridurre i consumi, la smart car è un’auto connessa che consente la registrazione dei parametri di guida con finalità assicurative, la smart home è un’abitazione fornita di vari elettrodomestici connessi e controllabili a distanza. Sempre più oggetti connessi e dunque sempre più dati raccolti, con profonde questioni che coinvolgono la privacy perché oltre al mercato primario – la vendita di dispositivi IoT – si sta sviluppando il (forse più rilevante) mercato secondario della valorizzazione dei dati. Pensiamo al premio di un’assicurazione auto che varia in base ai chilometri percorsi: un potenziale risparmio da un lato, ma il costante monitoraggio della nostra posizione dall’altro.
Oggi la distinzione fondamentale è tra online e offline, ci rendiamo tutti conto delle difficoltà in cui si incorre quando non siamo connessi e non abbiamo accesso ad informazioni che siamo ormai abituati ad avere a portata di mano. Nei prossimi anni questa distinzione è destinata a sparire perché la connettività sarà permanente, e noteremo invece la presenza sempre più diffusa di dispositivi che, comunicando tra loro, ci forniscono dati sempre più dettagliati. Il rischio è che al crescere della tecnologia corrisponda un acuirsi di quel divario digitale che, seppur in calo, continua ad essere tra i più ampi d’europa. Recentemente, ha fatto scalpore il listino della catena Mediaworld che elenca i costi di prestazioni di assistenza ai clienti per eseguire procedure che – quasi a chiunque – sembrano intuitive e semplicissime: applicazione pellicola protettiva €2,99, download di un’app €3,99, prima accensione del telefono €4,99 e così via. Vale la pena chiedersi se non sia necessario che lo Stato predisponga un’assistenza “anti-digital divide”, la cosiddetta educazione digitale, in linea con il testo dell’art. 34-bis che richiede una presenza attiva delle istituzioni pubbliche.
Gli ordinamenti si stanno occupando del digitale, ma limitandosi spesso al complesso tema della regolamentazione della Rete che secondo Stefano Rodotà, lungi dall’essere un luogo vuoto di regole, “è sempre più regolato da Stati invadenti e imprese prepotenti”: da un lato i controlli capillari degli Stati con l’argomento della sicurezza, dall’altro il potere normativo esercitato dalle imprese con le condizioni generali di utilizzo di siti e app, e dunque il risultato di un formulario immenso di disposizioni che guidano l’utente in un universo utopisticamente descritto come neutrale e libero da ingerenze esterne. La storia insegna che la proliferazione di norme vincolanti esige la definizione di principi costituzionali che pongano limiti e creino spazi di libertà. La Dichiarazione dei Diritti di Internet, pur non essendo un testo vincolante, è espressione di un indirizzo politico sempre più solido che, nel futuro prossimo, potrebbe rivelarsi fondamentale.
Alla luce di quanto vi abbiamo socializzato, vi possiamo garantire una cosa, cari lettori affezionati di R&P Mag: che continueremo a svolgere il ruolo di sentinella non solo della libertà per gli internauti ma per i pericoli che una Rete non gestita e non educata può presentare. Non ci stancheremo mai, quindi, di denunciare i rischi, i pericoli, le facili suggestioni che questa straordinaria rivoluzione porta quotidianamente nelle nostre vite. Non per fermare il progresso, ma semplicemente per gestirlo da driver attivi e non da pigri soggetti passivi di un bombardamento spinoso e delicato.

Riccardo Rossotto
Nicola Berardi

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Per la Cassazione la propaganda online di gruppi terroristici integra l’apologia di reato e giustifica l’emissione di misure cautelari preventive

Secondo una recente pronuncia della Cassazione, l’uso del web per propagandare l’attività del c.d. “stato islamico” integra il delitto di apologia di associazione con finalità di terrorismo internazionale, così come previsto dall’art. 414 comma 4 c.p. in relazione all’art. 270 bis c.p.  ed è sufficiente a giustificare l’emissione della misura cautelare degli arresti domiciliari. La vicenda trae spunto dalla creazione di siti in lingua italiana, all’interno dei quali si inneggiava alle attività del Califfato e si invitavano i musulmani a supportare le attività del c.d. “stato islamico”.

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A lunch with... Mario Rasetti

autore:

Riccardo Rossotto

Nell’incubo quotidiano che aleggia nelle menti e nei cuori di molti essere umani (non di tutti….), sul tema dei Big Data si intravede una luce. O meglio abbiamo intravisto una luce di speranza incontrando uno scienziato italiano, amante del suo bislacco Paese, animato, a 74 anni, da passione, energia e progettualità che molti ventenni gli dovrebbero invidiare .

Stiamo parlando del Professor Mario Rasetti, torinese con una vita professionale alle spalle vissuta, con la valigia in mano, tra il Politecnico di Torino e l’Institute for Advanced Study di Princeton. Ora è Presidente della Fondazione ISI con sedi a Torino e New York e considerata una delle tre eccellenze mondiali nella ricerca sui Big Data. Vale la pena andare sul sito per capire cosa stia facendo questo Istituto per cambiare il mondo!

Rasetti li chiama "i miei ragazzi" e sono considerati, nel mondo, una delle squadre di scienziati più innovative e moderne in questo specifico settore. In sintesi, studiano il flusso rivoluzionario di dati che circolano in ogni nano secondo nella Rete e costruiscono i famosi algoritmi che servono proprio a trattare e gestire con certe finalità, ogni volta diverse e mirate a obiettivi diversi, tutto questo enorme e spropositato flussi d’informazioni. Solo per fare un esempio, hanno recentemente costruito per gli Stati Uniti un algoritmo che prevede il diffondersi delle epidemie a livello mondiale, con risultati incredibili in termini di attendibilità e quindi di efficacia preventiva per ridurre il rischio di contagi pericolosissimi. 

Abbiamo incontrato il Professor Rasetti in una calda serata di questo Giugno pazzerello, a Torino, decidendo di innovare (con il Prof. è impossibile non farlo!) il format di questa rubrica di RepMag e scegliendo di mangiare a casa, in modo semplice e frugale. Rasetti non beve, ama la cucina in modo sobrio, è sempre attento e concentrato sulla sua passione, sulle sue ricerche, sulle possibili e nuove conquiste della scienza nel mondo della Rete. Non è monocultura fondamentalista ma piuttosto la consapevolezza che, essendo la Rete uno strumento di conoscenza delle materie più varie e lontane magari tra di loro, bisogna studiarla bene, capirne le potenzialità e i rischi, considerarla un "oggetto" da sfruttare. Un "oggetto" che sta trasformando le nostre vite, i nostri comportamenti, le nostre abitudini: un "oggetto" che dobbiamo sfruttare, che dobbiamo dominare e non subire passivamente.

Di fronte ad un minestrone tiepido (il caldo si combatte con il caldo dicono gli abitanti del deserto) Rasetti inizia a rispondere ai nostri dubbi, alle nostre preoccupazioni sullo sviluppo della Rete e delle sue zone d’ombra.   

 

Allora Professore: Big Data, un incubo o un’opportunità? 

 

"Non c’è alcun dubbio che i big data (e l’uso razionale dei dati in generale, siano essi in grandi insiemi oppure no) costituiscano un’opportunità, anzi ben più che un’opportunità. L’essere 'digitale' proprio della nostra epoca, società, cultura, è un fatto paragonabile all’avvento della stampa. Oggi è in corso una rivoluzione – appunto digitale – simile (ma più grandiosa e universale, si pensi al ruolo di Internet in Africa) a quella avvenuta con l’invenzione di Gutenberg nel 1455, che ha pavimentato la strada a Rinascimento, Illuminismo e Rivoluzione Scientifica. Ci sono analogie profonde, e differenze altrettanto profonde. L’introduzione del libro stampato fu, di fatto, una "rivoluzione inavvertita". L’avvento della stampa venne sì accolto dai contemporanei come una specie di miracolo, perché trasformava il libro da oggetto di élite, prezioso e raro, in un prodotto che poteva facilmente essere moltiplicato in un numero arbitrario di esemplari, sempre meno costosi. Essi non si resero conto però che sarebbe stata la stampa a dare vita al passaggio epocale dal Medioevo all’Età Moderna, proprio perché non era solo un contributo enorme alla diffusione dei libri. Pensando questo si confina l’avvento della stampa a una fase della storia del libro, accentuandone il carattere di continuità rispetto all’effettiva portata rivoluzionaria del cambiamento. La continuità però sta altrove. La carta aveva già sostituito la pergamena e la riproduzione dei libri era diventata un’operazione più spedita, ma l’uso della carta di per sé non aveva ridotto il numero di ore necessarie per produrre un testo. La discontinuità rivoluzionaria indotta dalla stampa sta nella standardizzazione dell’ortografia, nelle nuove modalità di fruizione del libro, nella definizione delle lingue moderne; nel rendere cioè accessibili le premesse culturali dei processi epocali che ne seguirono. Fu il libro stampato a far passare dai pochi dotti del primo umanesimo a un vasto pubblico colto che poteva disporre di edizioni corrette degli autori classici, o accedere al libero esame delle Scritture, o ancora avere sotto gli occhi mappe del cielo e della terra, che disgregavano il mondo di Aristotele e Tolomeo. Naturalmente la rivoluzione della stampa non si verificò nell’arco di una generazione; ci vollero oltre 300 anni perché i cambiamenti da essa introdotti nella società e nella conoscenza venissero metabolizzati e altrettanti perché da rivoluzione si trasformasse in normale strumento di progresso. Prima gli autori dei libri erano controllati dalle autorità, religiose o secolari; con l’avvento della stampa essi divennero sempre più laici, spesso eretici. Una volta stampati, i libri passavano agevolmente di mano in mano, con il loro denso contenuto d’informazioni che, molto più avanti, fu ulteriormente aumentato dalla fotografia; passaggio questo la cui rapidità e portata furono nel tempo accresciute a dismisura prima da telegrafo, telefono e radio, poi dalla televisione e infine dal computer. Quest’ultimo monopolizza oggi ormai tutte le forme della comunicazione, facendo proprie – ma aumentandole a scale senza precedenti – le potenzialità di tutte le altre tecnologie di 'trattamento dell’informazione'. Strumento riservato inizialmente solo alle grandi organizzazioni e amministrazioni, ricerca scientifica e comandi militari, è la tecnologia (prima i microprocessori, poi la Rete) che ha reso questa macchina così sofisticata accessibile a tutti. Oggi attività dello spirito grandiose quanto elitarie, come l’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert, sono sostituite dalla democratica Wikipedia quale fonte e strumento (dinamico, interattivo, partecipato) di informazione e di cultura: dove riproduzione, fruizione e generazione del sapere sono unificate in un unico processo. Se la stampa ha consentito un uso diverso della memoria, il computer esalta questo a dismisura, per la vastità delle sue capacità. Ma tutto questo non è ancora che un pezzo di storia della stampa. Oggi c’è molto di più; oggi ci sono i dati (i Big Data): ben più che un’opportunità dunque, bensì una straordinaria discontinuità nel processo della nostra evoluzione culturale. Big Data significa integrazione del mondo – dall’uomo alle tecnologie che ormai ne accompagnano la vita, a tutti i livelli – in un unico ensemble, in una sola 'materia virtuale' di cui tutto e tutti facciamo parte, dalla decifrazione della quale dipenderanno la nostra vita, evoluzione, progresso.  

Sono anche un incubo? Certo, perché sono un oggetto di tale potenza e complessità che come una vera Biblioteca di Babele contengono tutto, il reale e il possibile, anche il male. Come in ogni vera rivoluzione scientifica, i rischi di cattivo uso da parte di menti perverse o malintenzionate sono naturalmente in agguato. Dobbiamo mettere in campo tutte le nostre risorse etiche per preservarne l’enorme potenzialità positiva; nel passato non sempre ci è riuscito. E dobbiamo creare sempre maggiore consapevolezza tra quanti sono generatori/ proprietari dei dati: l'uomo della strada che ha un cellulare in mano, che paga con bancomat, che va al supermercato o in farmacia, che prenota una visita in ospedale, che guarda la televisione, è lui il vero proprietario dei dati e deve saperlo."  

 

Come si può coniugare virtuosamente sicurezza, privacy e valorizzazione dei Big Data? Rasetti alza le palpebre e sorride: questa è la vera e cruciale sfida a cui gli uomini devono dare una risposta adeguata.

 

"La risposta a questa domanda va formulata su due livelli diversi. Da un lato l’aspetto tecnico: sicurezza privacy e preservazione dei valori dei dati sono oggi saldamente nel novero delle possibilità della scienza. I nuovi algoritmi di cui disponiamo, quelli più avanzati, basati su sofisticate metodologie matematiche e di intelligenza artificiale, se applicati nel modo corretto e con appropriate metodologie di reverse engineering possono darci strumenti di anonimizzazione e protezione dei dati praticamente al di là di ogni pensabile aggressione maliziosa. Dall’altro lato, la doverosa attenzione a coniugare virtuosamente sicurezza, privacy e valore dei dati è parte sempre più rilevante dell’etica della nostra società, della società del nuovo millennio. È necessario che la nuova cultura del digitale sia affiancata da una solida etica dei dati, che viva anche della consapevolezza intelligente della forza e della potenzialità che i dati intrinsecamente posseggono. Certo, in un Paese come il nostro, in cui – in spregio di ogni senso delle Istituzioni, dei ruoli e dei valori a esse associati, della stessa dignità umana – un Vice Presidente del Senato in un messaggio twitter definisce 'idiota' il suo Presidente del Consiglio, occorre tutto l’ottimismo che la nostra ragione riesce a concepire per credere che questo sia fattibile, ma io sono fra quanti ci credono."   

 

Federico Rampini ha scritto che i nuovi capitalisti di Internet sono peggiori dei capitalisti della rivoluzione industriale! È una provocazione o si sta consolidando davvero un nuovo monopolio di avidi, cinici e poco solidali capitalisti della Rete?

Siamo intanto passati ad un secondo leggero, un piatto di calamari con melanzane poco condite. Frugalità assoluta e soprattutto un imperativo metodologico: non distraiamoci dai delicati temi che stiamo trattando! 

 

"I processi di Internet, sia di quello che tutti noi ben conosciamo, sia di quello ‘delle cose’ che si sta profilando come l’ubiquo tessuto del nostro mondo futuro, sono tutti rappresentabili come una sequenza di tre passi: estrarre informazione dai dati, generare conoscenza dall’informazione, sintetizzare sapere dalla conoscenza. Tali processi richiedono visione, intelligenza, capacità di analisi e di sintesi non comuni, coraggio e altrettanto non comune rigore. Quanti si servono di Internet come strumento di marketing, commercio, innovazione devono mettere in campo tutto questo bagaglio di strumenti per avere successo. Ora, mentre i metodi di chi opera nella rete e attraverso la rete sono molto diversi, i processi non sono invece di fatto molto differenti da quelli cui il sistema produttivo e di profitti messo in atto dalla rivoluzione industriale ci hanno abituati. Per questo io credo che i nuovi capitalisti non siano né più intelligenti né migliori (o peggiori) in quanto a cinismo e avidità di quelli del passato. Avidità, cinismo, scarsa solidarietà fanno parte della definizione e sono essenza stessa del capitalismo più che non dell’attributo operativo – digitale o industriale – che gli compete in un particolare momento storico. Nel mondo dei neo-capitalisti del digitale, peraltro, stiamo assistendo a episodi di generosità, di sensibilità al sociale e alla sofferenza, di visione umanitaria che molto raramente si sono visti col capitalismo vecchia maniera."  

 

Conoscenza e Innovazione sono in mano a poche imprese, per di più prevalentemente americane? A che punto è l'Europa e come reagisce al monopolio americano? 

 

"C’è ancora una forte polarizzazione della conoscenza scientifica sui paesi occidentali e, all’interno di questo blocco, gli Stati Uniti la fanno da padrone; ma sul fronte della tecnologia è l’estremo oriente che sempre più emerge e domina: Corea, Singapore, Cina. La vera domanda da porre è chiedersi perché questo avvenga, e la risposta appare quasi ovvia: è la quantità di investimenti – mirati e guidati da una forte scelta strategica in favore dello sviluppo – sia economici (ma in un conto economico fatto seriamente è ugualmente ovvio che il ritorno in termini di lavoro e crescita produttiva, ma anche in termini di salute, benessere, qualità della vita siano correlati) sia di risorse umane (dove disattenzione e indifferenza a merito, intelligenza, creatività non facciano dissipare l’unico vero patrimonio che l’uomo inteso come specie biologica possegga al di sopra di ogni altra creatura). Un po’ diverso è il quadro se anziché d’innovazione e di nuova conoscenza parliamo di controllo commerciale delle risorse che scienza e tecnologia ci mettono a disposizione. La polarizzazione è ancora Oriente (lontano) – Occidente, ma in quest’ultimo è l’Europa a essere l’anello debole. Forse un po’ troppo sinteticamente, ma non sbagliando troppo, si può dire che oggi la gestione del nostro patrimonio di conoscenza è nelle mani degli Stati Uniti (Google e i suoi satelliti), mentre quella del commercio e del mercato elettronico è sempre più saldamente nelle mani della Cina (AliBaba sta letteralmente spazzando via i concorrenti e accentrando la gestione globale dell’e-commerce). L’Europa sta alla finestra; in enorme ritardo rispetto alle infrastrutture e agli investimenti, alla capacità di una strategia comune, al coraggio di affrontare la sfida a ritagliarsi un ambito suo nell’universo digitale, in cui gestire un pezzo del mondo della rete. Io personalmente credo che la salute sia l’ultimo pezzo davvero importante di questo universo rimasto senza struttura e penso che se l’Europa trovasse la forza, il coraggio e la dignità di lanciare e gestire in prima persona la sfida di aprire un 'Google della salute' globale avrebbe l’opportunità – non solo importante, forse l’ultima – di proporsi alla guida di un mondo moralmente esangue con un sistema di valori, etici oltre che scientifici e tecnologici, forti."  

   

La Fondazione ISI è un’eccellenza mondiale: com’è nata e come pianifica il suo futuro in termini di continuità e sostenibilità? 

 

"La Fondazione ISI è un istituto di ricerca focalizzato sulla scienza della complessità e sulla scienza dei dati, nata dal sogno condiviso di due scienziati – Tullio Regge ed io – che dopo anni di vita nel paradiso dell’Institute for Advanced Study di Princeton decisero di tornare in Italia e provare a costruire lì un oggetto che di quel prestigioso Istituto avesse la forza e la statura. Siamo stati fortunati, anche perché abbiamo trovato sul nostro percorso un giovane (allora) politico capace di condividere la nostra visione: Giovanni Ferrero, a quei tempi assessore alla cultura della Regione Piemonte. L’essenza di ISI, sin dalla sua costituzione, il motore della sua continuità nel tempo, sta nell’impegno incessante nello sviscerare le domande più interessanti e profonde relative alla natura e alla società, in totale libertà e indipendenza. Scopo dell’Istituto è di incoraggiare i suoi scienziati a pensare, immaginare, rischiare, più e più volte, ricominciando se necessario ogni volta da capo, incuranti delle pressioni esterne. La sua vision è di essere il centro intellettuale di un mondo disperatamente alla ricerca di integrità, di progresso e di intelligenza, servendo di esempio alla comunità scientifica, sì, ma anche alla società in senso lato. È di collocarsi alla frontiera del sapere contemporaneo globale, concentrandosi non solo sul presente ma, soprattutto, sul futuro. La visione di ISI è che un pensiero senza vincoli, indirizzato a comprendere e far sempre più propria la straordinaria ricchezza di fatti, strutture, idee e culture del mondo, finirà per cambiare questo stesso mondo, facendone un posto migliore per viverci. Scopo di base della Fondazione è di promuovere, sostenere e condurre ricerca avanzata nella scienza dei sistemi complessi e dei dati, ispirata esclusivamente dai principi della libertà e della curiosità. 

Per oltre trent’anni ISI ha coltivato un patrimonio esclusivo di cultura del vivere alla frontiera della scienza, con un piccolo gruppo di scienziati visionari che credono nella potenza di una scienza guidata solo dalla curiosità e dalla sete di conoscenza, e disposti a tenere in vita un’istituzione dedicata a realizzare il sogno di un’inusuale forma di cultura scientifica caratterizzata dall’assenza di vincoli disciplinari e geografici. I risultati sino a oggi hanno premiato questo sogno, e hanno permesso di dare vita a un gruppo di ricercatori veramente di élite nel panorama mondiale, su una tematica che crea e promuove i paradigmi più nuovi e avanzati della scienza contemporanea. Una scienza il cui ambito di applicazione è in costante crescita e che si colloca altresì all’incrocio di quei paradigmi di pensiero che sono – o dovrebbero essere – anche gli strumenti di un nuovo modo di gestire e governare la società.  Nel momento stesso in cui vediamo il mondo diventare sempre più iperconnesso globalmente, ISI rifiuta l’isolazionismo della scienza in una torre d’avorio, incomunicabile con la società, ma si confronta con la sfida di condividere la sua conoscenza, il suo sapere. Fa questo con forme diverse dal technology transfer e dalla semplice incubazione di innovazione basata sulla scienza, avviando un processo di condivisione davvero in grado di accendere l’innovazione in nuove direzioni e soprattutto con modalità differenti.  

Certo il tema della sostenibilità è delicato, date queste premesse, ma sino ad ora ce l’abbiamo fatta – anche se una delle ultime scelte in questa prospettiva è dovuta essere il ritorno, sia pure parziale e controllato, all’amata America. Uno dei temi che vorrei citare in questo senso è quello – di nuovo – dell’Europa. Uno dei punti di forza di ISI in questi suoi trent’anni di vita (di fatto trentadue) è stato di aver gestito un flusso costante di progetti di ricerca europei di altissima qualità. Questo ha messo l’Istituto al centro di una rete di eccellenza in cui il piccolo Istituto torinese (solo fra i 50 e i 60 scienziati residenti, sia pure di qualità altissima) effettivamente scala globalmente ad un numero di ricercatori attivi di oltre cinquecento."  

 

Quali sono i principali progetti in cantiere e quali sono stati quelli che vi hanno dato maggiori soddisfazioni? (Siamo al caffè: uno dei pochi vizi che il Professore si concede) 

 

"La scienza dei sistemi complessi e la scienza dei dati – o meglio, la scienza di quei sistemi complessi che sono accessibili e sono rappresentati solo attraverso grandi (spesso enormi) quantità di dati – sono, come ho già detto, il baricentro degli sforzi di ricerca a ISI da oltre trent’anni, e rimangono ancora obiettivo principale della Fondazione, sia in una prospettiva di scienza di base, sia rispetto alle applicazioni. Fra queste ultime, l’attenzione è per la massima parte focalizzata su problematiche suggerite da nuovi aspetti della società: sistemi socio-tecnici, salute, intelligenza; che oltre alle questioni scientifiche ‘per sé’ toccano tipicamente anche delicati temi etici, da sempre fondamento della pervasiva attenzione della Fondazione. Di fatto, il nostro Istituto non solo è sempre vissuto alle frontiere della scienza, creando negli anni nuove sfere d’investigazione e nuovi ambiti di conoscenza che si sono propagate come increspature premonitrici sulla superficie spesso piatta della scienza accademica, ma si è qualificato come un’istituzione che ha occupato e occupa questa posizione di avamposto della scienza contemporanea con un ruolo di precursore intellettuale, di guida e di battistrada.  L’obiettivo di costruire un’impalcatura concettuale nel cui ambito trattare in maniera unificata e universale i sistemi complessi, indipendentemente dalla loro natura, è compito enormemente più difficile e ambizioso di quello che fra la fine dell’ottocento e quella del novecento portò alla costruzione di quel capitolo della fisica teorica (la 'meccanica statistica') che sta alla base della termodinamica, che nacque proprio in simbiosi con la tecnologia di quelle macchine che stavano dando vita alla rivoluzione industriale. 

Questa nuova capacità di comprensione delle dinamiche dei sistemi complessi è destinata a stimolare lo sviluppo di una nuova scienza 'integrativa', capace di andare al di là dei modelli computazionali disponibili oggi e di comprendere gli intrecci complessi dei sistemi socio-tecnici globali in cui la nostra vita è immersa, dipanando il filo della vita, dell’intelligenza, della salute (la diffusione del contagio, i meccanismi del cervello umano, il sistema immunitario), o della società (reti, reti sociali, collettività umane) e predicendone funzioni e disfunzioni. Queste conoscenze potranno aiutare non solo gli individui, ma i decisori in senso lati (politici, classe dirigente) nel loro difficile compito, fornendo loro scenari realistici e soprattutto simulazioni comparate degli effetti delle loro scelte; estendendo i loro orizzonti su domini di conoscenza sempre più ampi grazie agli straordinari volumi of dati, in sempre più rapida crescita ed evoluzione. La Fondazione, grazie all’esperienza accumulate dai suoi scienziati, ha saputo mettere a punto algoritmi di estrazione di informazione e conoscenza dai dati che possono essere applicati ad uno spettro amplissimo di problematiche sistemiche; dalle interdipendenze dei fattori che influenzano l’economia alla diffusione dell’innovazione, dai disordini sociali (criminalità, violenza) ai disordini nervosi come Parkinson, Alzheimer, autismo, dalla epidemiologia digitale ai meccanismi di formazione delle opinioni.  

Mi piace sintetizzare questa nostra continua sfida dicendo che ciò che ISI vuole fare è "andare oltre"; oltre a Turing (perché uno degli effetti dei Big Data è che ci stiamo accorgendo che le nostre machine da calcolo possono essere inadeguate, non in termini di potenza, ma di architettura), oltre all’ergodicità (che è il principio ispiratore della meccanica statistica e che non vale per i sistemi complessi di cui parliamo), oltre all’intelligenza artificiale (che sta alle radici degli algoritmi 'alla Google', che a ISI si cerca di superare), oltre all’idea che non si possano fare predizioni accurate e attendibili anche quando la complessità tenta di sbarrarci la strada. 

In questo lungo percorso, molti sono stati i progetti che ci hanno dato grande soddisfazione. Per quanto riguarda il passato, forse il più importante è il fatto che è a ISI che è nata quella scienza quasi ai confini con la fantascienza che va sotto il nome di ‘computazione quantistica’ (oltra alla quale oggi stiamo cercando di andare). Quanto all’attualità, cito solo due nostri ‘gioielli’. Il primo, uno straordinario algoritmo di predizione della diffusione del contagio, che nacque ed ebbe grandissimo successo con la pandemia di H1N1 nel 2009 e che è continuato a migliorare nel tempo, diventando lo strumento con cui è stata affrontata l’epidemia di Ebola nel 2014; un algoritmo che oggi è stato ufficialmente adottato dal WHO (l’Organizzazione Mondiale per la Sanità) come suo strumento di controllo/predizione delle epidemie. L’altro, un algoritmo assolutamente innovativo (basato su metodi matematici molto sofisticati di topologia algebrica) che ha permesso di estrarre informazione a priori neppure ipotizzabile dalle immagini di risonanza magnetica funzionale sul cervello.

 

In chiusura: un suggerimento a un giovane studente italiano che guarda con angoscia il suo futuro lavorativo. 

 

"Rispondo in due tempi, con considerazioni diverse. Per prima cosa voglio fare riferimento ad un Rapporto Mac Kinsey sui Big Data del 2013, diventato famoso, nel quale questa società internazionale di consulenza manageriale esaminava appunto la questione big data in una prospettiva di economia del lavoro. Fra le varie conclusioni tratte, due sono qui rilevanti: i) i Big Data saranno il più fertile terreno di crescita commerciale, industriale, culturale, sociale dei secoli a venire; ii) soltanto negli Stati Uniti (l’Europa non si è neppure curata di fare un’analisi di questo genere!) entro la fine del 2016 – che è ormai alle porte – ci sarà una carenza di personale in grado di gestire Big Data dell’ordine di 160,000-190,000 unità. IBM con un suo studio complementare del 2014 ha mostrato come se si va oltre e si considerano anche gli addetti di basso livello (programmatori, softweristi, ecc.) i numeri salgano a un fabbisogno di 4.5 milioni (nel mondo), di cui entro la data indicata sarà disponibile circa un terzo (1.5 milioni). Le scuole e le università non sono in grado di sopperire a questa richiesta drammatica. A questo quadro, io aggiungo che la scienza dei dati nei confronti dei Big Data non è solo capacità di manipolare con tecniche ordinarie quantità di dati molto più grandi del consueto. Big data è un approccio totalmente diverso – perché multidisciplinare, fortemente innovativo sul piano degli algoritmi e del pensiero analitico e sintetico necessari, basato su strutture sconosciute e difficili da gestire – e richiede tanta creatività e tanta cultura. Per questo a un giovane studente italiano (ma anche ai suoi docenti e a chi governa un sistema scuola che è sempre più arcaico) io suggerisco di cercare innanzitutto di capire e metabolizzare la portata culturale della rivoluzione digitale, per disegnare poi i suoi percorsi formativi di conseguenza, non focalizzandosi solo sugli aspetti tecnici ma sulla interdisciplinarietà che li caratterizza e sull’immenso ventaglio di problematiche che essa comporta. Dunque provocatoriamente consiglierei ad esempio a chi si costruisca un curriculum di informatico di aggiungere al suo bagaglio un po’ di filosofia del diritto o di etica, e a chi veda per sé un percorso da giurista qualche corso di informatica teorica o logica e teoria del linguaggi formali. Io credo che il nostro paese sopravvivrà alla crisi di identità che lo sta attanagliando solo se la sua futura classe dirigente sarà formata su questa falsariga."  

 

La nostra chiacchierata si chiude qui. Una breve riflessione personale me la concedo, per una volta: salutando il Professore e ringraziandolo per il tempo passato insieme, per il sottoscritto una occasione straordinaria di capire fenomeni che non avevo neanche immaginato prima, mi è venuto in mente un pensiero che riguarda la nostra scuola. Mi sarebbe piaciuto avere un maestro come Rasetti, un grande conoscitore di una materia complessa in grado di raccontarla in maniera semplice, comprensibile, affascinante. Ho provato anche a rispondermi: forse ci riesce così bene perché la ama e la conosce in profondità. 

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Le critiche di Eco e gli echi di chi lo critica

Scrivo questa nota dell'ormai tradizionale editoriale di RepMag (siamo giunti al terzo anno di diffusione...chi l'avrebbe mai detto!) sull'onda del dibattito scatenato da Umberto Eco in occasione del conferimento della laurea honoris causa in "comunicazione e media" da parte dell'Univesità di Torino. Lo scrittore e semiologo ha definito i social network un allevamento di "legioni di imbecilli" e internet una "cucina dove si confezionano bufale, un luogo in cui nascono le più assurde teorie complottistiche.....una comunità dove hanno diritto di parola gli imbecilli, quelli che, d’altronde, in tutti i gruppi con più di cinquanta persone si espongono di più!"

Insomma ha picchiato duro innescando un confronto feroce con i difensori della libertà e indipendenza della Rete. Juan Carlos De Martin, professore al Politecnico di Torino, una delle menti più lucide e disincantate tra i difensori del web, gli ha immediatamente replicato sulle pagine della Stampa: "Mi dispiace contraddirla - ha scritto De Martin - non perché la sua affermazione non sia vera ma perché anche gli imbecilli hanno diritto di esprimersi: la Costituzione non riconosce il diritto di parola solo ai premi Nobel, ai colti o agli intelligenti. La Costituzione Italiana garantisce a TUTTI il diritto di dire la propria opinione....il modo giusto per reagire all'enorme espansione della libertà di espressione resa possibile da internet è quella di dare a tutti gli strumenti critici per valutare ciò che leggono sentono e vedono.....qualche università ha iniziato ad insegnare l'educazione digitale ed è solo questione di tempo prima che diventi obbligatorio per tutte".

La polemica è accesa, il confronto serrato e spesso giocato da due fondamentalismi pieni di pregiudizi reciproci.

Su queste colonne abbiamo sempre cercato di evidenziare le straordinarie possibilità di crescita che la Rete può offrire al genere umano ma, nel contempo, abbiamo segnalato le criticità di uno strumento che, se non gestito e regolamentato, può creare traumi educazionali e comportamentali devastanti per il nostro vivere insieme.

Su questi temi ho pertanto scelto alcune voci, apparse negli ultimi giorni nei convegni o sui media, che hanno sviluppato ragionamenti, preoccupazioni o auspici relativamente allo sviluppo di Internet nella nostra società, alle sue insidie, alle sue straordinarie opportunità, alle sue necessità di avere a che fare con degli operatori umani adeguati ad uno strumento da conoscere, saper maneggiare, saper sfruttare per quello che può offrire. Esseri umani sempre e comunque con il ruolo di driver del processo, non di soggetti passivi bombardati da una folle circolarizzazione di dati incontrollati e potenzialmente non veri (o peggio manipolati). Ascoltiamole insieme.

Michel Serres, il pessimista.

Filosofo francese, da tempo si occupa di approfondire la complessità di un mondo in trasformazione. Ha recentemente pubblicato sulla rivista Riga, diretta da Belpoliti e Grazioli, una summa del suo pensiero. Il suo ultimo libro tradotto in italiano è "Non è un mondo per i vecchi", edito da Bollati Boringhieri e dedicato ai nativi digitali. La rivoluzione digitale, sostiene Serres, sta creando i presupposti di una vera e propria rivoluzione antropologica: "Oggi - scrive il filosofo francese - sta nascendo un uomo nuovo, la cui caratteristica principale è la quasi completa esternalizzazione - nei computer, nei cellulari, in Rete - della sua memoria, delle sue conoscenze e delle sue capacità di calcolo. Viviamo l'ultima fase di un processo che ha accompagnato la storia dell'umanità".

Dalla originaria trasmissione orale che usava il corpo e la voce per supportare i messaggi, si è passati, con l'invenzione della scrittura, ad utilizzare un supporto esterno a noi. Il pensiero di Serres registra enormi cambiamenti positivi in questa fase dell'evoluzione dell'uomo: la nascita della moneta, della legge scritta, delle religioni monoteiste "Da Socrate che vuole solo parlare si passa a Platone che vuole solo scrivere". L'invenzione della stampa ha costituito la terza rivoluzione: "Ha moltiplicato - sostiene Serres - le potenzialità della esternalizzazione producendo altre trasformazioni dal protestantesimo alla nascita della democrazia. Il nuovo eroe è Montaigne, seguito dagli umanisti."

Le preoccupazioni del filosofo francese si concentrano poi sull'oggi, sulla rivoluzione di Internet. "L'esternalizzazione, consentita dai supporti digitali, è senza precedenti. Le nuove tecnologie che sono diventate un'estensione delle nostre facoltà, consentono un accesso facile e permanente a una massa enorme di informazioni. Le conseguenze sono devastanti: si pensi alla quantità di posti di lavoro distrutti dalla disintermediazione consentita dalla Rete. I nuovi eroi sono i nativi digitali che io ho riassunto nel personaggio di Pollicina che, grazie al suo smartphone, ha tutto a portata di pollice."

Pollicina pur in possesso di una straordinaria quantità di informazioni, immagini, programmi, appare stordita in balia di una massa di dati che non riesce a controllare. Questo è il punto chiave del ragionamento di Serres: l'uomo ha sempre cercato di gestire la massa crescente delle informazioni. In passato ha imparato ad ordinarne e classificarne il flusso sempre maggiore: oggi ha inventato i motori di ricerca. Non domina più l'oceano della cultura, si limita a navigarlo. "Dobbiamo - conclude Serres - accettare l'idea che le nuove tecnologie ci mettono a disposizione un immenso mare di cultura in cui dobbiamo tuffarci senza però illuderci di controllarlo."

Quello che preoccupa di piu' Serres è il dilagante pragmatismo, soprattutto anglosassone, che riduce tutto al paradigma Problema/Soluzione: "La cultura non è solo risolvere problemi pratici. Sta a noi europei bilanciare questo eccesso di pragmatismo miope degli anglosassoni. Oggi il singolo internauta dispone di una massa di informazioni che in passato detenevano solo i potenti. Pollicina ha un suo database pari a quello detenuto un tempo da Cesare Augusto o da Luigi XIV ma la sua posizione è molto fragile. L'aver esternalizzato tutta la propria conoscenza e memoria la mette in mano al rischio della perdita e della distruzione di questa massa di dati. Inoltre, rischia la dipendenza da chi detiene queste procedure. Insomma - conclude Serres- i problemi da risolvere sono molti e non dobbiamo dimenticarci il più delicato: affidando la memoria e le conoscenze agli oggetti tecnologici, a poco a poco si perdono alcune importanti funzioni intellettuali. Ad ogni perdita il vuoto viene riempito da qualcosa di altro. Stiamo perdendo la memoria ma l'oblio è una facoltà cognitiva importante. In fondo Galileo ha potuto interessarsi all'esperienza perchè ha" dimenticato" Aristotele! Conservo quindi un pizzico di ottimismo anche se me lo rimproverano."

Fabrizio Saccomanni, il positivista.

Ex Direttore Generale della Banca d'Italia, ex Ministro dell'Economia del governo Letta, Saccomanni e' attualmente Vicepresidente dell'Istituto Affari Internazionali. Proprio in questo suo ruolo ha aperto i lavori del seminario annuale del Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti, tenutosi a Venezia ai primi di Giugno. Il tema centrale del convegno era "l'impatto dell'economia digitale sull'organizzazione del lavoro" sintetizzabile in una parola inglese, "distruption", che significa rottura, sconvolgimento, terremoto.

Saccomanni ha elencato le ragioni di tale sconvolgimento in atto:

1) l'economia digitale va ben al di là della telefonia smart e include ormai nuove tecnologie di raccolta e elaborazione dei dati (cloud computing), robot e macchine intelligenti, sensori applicabili alle auto, droni senza pilota, fino all'Internet delle Cose in grado di rispondere alle molteplici esigenze della gente comune;

2) le nuove tecnologie, perche' di facile uso e di basso costo, si stanno diffondendo velocemente su scala mondiale come non si era mai visto in passato;

3) sono numerosi i settori dell'economia investiti dalla rivoluzione digitale. Alcuni, come quello bancario, rischiano di vedersi portar via da imprese tecnologiche non bancarie funzioni essenziali dei loro servizi come l'effettuazione dei pagamenti, la concessione dei mutui, la valutazione dei rischi dei crediti.

Tutto ciò - scrive Saccomanni - costituisce indubbiamente un fattore di progresso positivo ma richiede una grande capacità gestionale da parte delle imprese, del sistema finanziario, dei governi. L'agenda delle "cose da fare" suggerita dall'ex Ministro dell' Economia a Venezia è ricca e molto sfidante. Vediamola per punti.

A) E' necessario pianificare importanti investimenti nelle nuove tecnologie intervenendo anche sugli strumenti di raccolta del risparmio che devono mirare a rendimenti di lungo periodo.

B) L'ICT deve essere considerato di per se' un settore produttivo, non solo un settore ancillare di sostegno all'industria.

C) Bisogna ridisegnare i modelli di business di molti settori dell'economia per dare spazio alle nuove tecniche. Molte imprese e molti mestieri spariranno ma saranno sostituiti da nuove imprese e da nuovi mestieri.

D) La transizione non sarà indolore e dovrà essere accompagnata da adeguati programmi di ammortizzatori sociali e di strumenti di formazione professionale e riconversione della mano d'opera.

E) Sarà necessario ideare e razionalizzare una vera e propria rivoluzione educativa che insegni agli studenti come utilizzare al meglio le nuove tecnologie per il perseguimento delle loro aspirazioni di inserimento nella società.

L'auspicio finale di Saccomanni è che, soprattutto in Italia, si esca da una fase di distrazione su questi temi e si ponga, con fermezza e lucidità, il tema della rivoluzione digitale come priorità della politica industriale e formativa del nostro Paese: "E' essenziale che dopo tante false partenze il programma europeo di investire massicciamente nello sviluppo dell'economia digitale venga assistito da una visione strategica di lungo periodo, tale da attrarre il necessario sostegno del mercato dei capitali."

Maurizio Ferrari, il lucido dubbioso.

Filosofo, conoscitore della Rete, ha pubblicato recentemente il libro "Mobilitazione Totale", edito da Laterza, un saggio che riflette sul web, sui suoi pericoli e sulle sue potenzialità.....temi cari a RepMag insomma.

Il ragionamento di Ferrari parte da un quesito: perché sempre connessi? Chi ce lo fa fare? La risposta é semplice: “il telefonino e tutta la mobilitazione che ci sta dietro!" Lo controlliamo anche di notte, lo usiamo anche per lavorare quando non dovremmo, anche non retribuiti e al costo di smarrire la distinzione tra il tempo libero e il tempo del lavoro oltre che tra il pubblico e il privato. "Una immagine forte quasi di schiavitù permanente. Anche la privacy, secondo Ferrari ,oggetto di polemiche, paure e angosciose domande in ordine alla nostra stessa libertà individuale futura, e' solo un pezzo di un ingranaggio che ci sta schiacciando. Per non parlare della sicurezza: la Rete è diventata un terrificante megafono del terrorismo moderno e un inquietante strumento di manipolazione e intrusione nei sistemi informatici di governi nazionali e di grandi aziende. Per l'autore, il Web non è informazione, come viene falsamente contrabbandato, ma azione. Azione che chi detiene le nostre profilazioni accumulate nel tempo sa trasformare in potere economico e politico.

Detto ciò, Ferrari non nega le potenziali opportunità del Web, ne riconosce l'immensa, possibile conoscenza. La straordinaria opportunità per tutti di accedere a dei dati fino a qualche decennio fa in possesso solo di alcuni. "Per la prima volta l'umanità - scrive Ferrari - dispone di una biblioteca, cineteca e discoteca infinite. Una occasione irripetibile per rilanciare, contro il discredito postmoderno del sapere, l'ideale della cultura che proprio nell'età del Web può disporre di risorse in precedenza inimmaginabili."

Da un lato quindi siamo schiavi di una chiamata irresistibile di connessione permanente ai nuovi device, con tutti i rischi di sudditanza e manipolazione; dall'altro lato, nel contempo, siamo pronti - chi lo vorrà - a ottimizzare un nuovo mondo di informazioni giornalistiche, artistiche, letterarie, mai state a disposizione del genere umano in questi primi tremila anni di vita.

Il tema centrale, per Ferrari, sarà costituito dalla capacità dei governi sovranazionali di darsi delle regole del gioco tali da poter controllare i Big Players del settore, oggi detentori dei Big Data, di fatto fuori da ogni vigilanza e sanzione. Il trend, secondo il filosofo italiano, è, allo stato, esattamente opposto, ahinoi!

Una riflessione finale.

Augurandomi che le riflessioni e i ragionamenti dei tre autorevoli testimoni che ho selezionato, al di là della condivisione del merito delle loro considerazioni, siano da stimolo per non dare nulla per scontato. Credo fortemente che, anche questa volta, il genere umano, di fronte all'ennesima rivoluzione tecnologica, con un po' di fatica e in un lasso di tempo purtroppo non brevissimo, troverà un giusto equilibrio tra opportunità e pericoli di disfacimento. Non dobbiamo però abdicare su un tema centrale: la volontà di  rimanere protagonisti attivi del processo, driver del pensiero e non soggetti passivi dell'innovazione tecnologica. Solo in questo modo possiamo pensare di passare il testimone ai nostri figli e ai nostri nipoti con la coscienza a posto, per avercela, almeno, messa tutta per rendergli la vita migliore, non solo dal punto di vista tecnologico.

 

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Internet, una rivoluzione da non sprecare!

Alcuni quotidiani hanno titolato in modo forte: "Internet, una falsa rivoluzione!". I temi lanciati da Andrew Keen sono spinosi, choccanti, troppo seri per essere archiviati come una delle tante voci fuori dal coro degli osanna alla rivoluzione del web. L'autore inglese ma residente in California, presentando in Italia, a Torino e Milano, il suo ultimo libro dal titolo chiarissimo "The Internet is not the answer", ha voluto essere provocatoriamente politicaly uncorrect. Basta con i tecnoentusiasti acritici, Internet si sta rivelando - secondo Keen - un boomerang: tante promesse, tante speranze ed invece... meno uguaglianza, poca libertà di espressione, partecipazione non democratica.
Il mondo del web sta andando verso uno scenario concorrenziale molto limitato, con un oligopolio di pochi proprietari dei contenuti che detengono il potere di tanti. In più nascondendosi dietro pronunciamenti ipocriti e falsi del tipo "Internet, la grande occasione per dare voci a chi non ne ha mai avuto una" quando la realtà è ben diversa e tenuta ben nascosta. Dietro la pseudo filantropia ci sta una forma di capitalismo selvaggio e assolutamente speculativo che se ne fotte dei diritti della gente o dei Paesi a libertà limitata ma è concentrato a consolidare il suo potere, acquisendo più o meno illecitamente i nostri dati con una permanente violazione della nostra privacy. E' in atto - sempre secondo Keen - una lucida e cinica politica e strategia commerciale mirata a concentrare nelle mani di pochi (i soliti Google, Facebook, Amazon) una ricchezza enorme forse mai vista nella storia economica degli ultimi secoli: "Aziende come Google e Facebook - scrive e racconta Keen - vendono la nostra privacy al miglior offerente con la pubblicità che ci segue ovunque, profilata esattamente sui nostri gusti. Ogni volta che scriviamo, che facciamo una ricerca o postiamo qualcosa, senza accorgercene lavoriamo per loro gratuitamente offrendolo dati sempre più precisi per aiutarli a farci diventare un target perfetto, puro, costruito ogni giorno sulle nostre manifestazioni di pensiero o di gusto di acquisto".
Già Federico Rampini ci aveva messo sul chi va là! Nel suo recentissimo "Rete Padrona" ha raccontato, da giornalista residente a San Francisco e attento, anche per passione personale, a cosa ci stia accadendo intorno, l'evoluzione dei giganti della Rete, paragonandoli ai peggiori capitalisti della rivoluzione industriale ottocentesca". Il volto oscuro della rivoluzione digitale - scrive il corrispondente negli Stati Uniti di Repubblica - si traduce, nella realtà, in un puro istinto monopolistico, in una concentrazione di ricchezza mai vista, nella permanente e indisturbata intrusione nei diritti degli individui: come è lontano il giardino dell'Eden che ci era stato promesso nei vangeli apocrifi della mia California. "Si sta consolidando, sempre secondo Rampini, ma Keen è sulla stessa lunghezza d'onda, la filosofia per cui il modello di sviluppo di questa nuova e sconosciuta forma di capitalismo selvaggio si debba basare sul concetto del "winner takes all": il vincitore prende tutto. In economia questo principio, valido nello sport o nell'assegnazione di premi, è molto pericoloso: concentra una spaventosa ricchezza e uno straordinario potere nelle mani di uno solo o, comunque, di pochi. La minoranza dei pochi vincitori si accaparra tutto, il miglioramento della produttività, i frutti della crescita, del progresso tecnologico.
Sulle colonne di RepMag, in questi anni, abbiamo sempre voluto evidenziare le opportunità straordinarie della Rete, denunciando però tutti i rischi connessi ad un suo utilizzo senza regole, senza una educazione digitale specifica, soprattutto per i nostri ragazzi. E' amaro constatare come certi nostri editoriali mirati ad allertare gli internauti sui pericoli di un utilizzo passivo e sconsiderato della Rete, oggi siano diventati l'oggetto di ricerche e indagini che dimostrano come la solitudine e la viralità non virtuosa della connessione generalizzata sono le piaghe delle giovani generazioni. Bisogna ricominciare dalla scuola, dall'introduzione nei programmi di corsi di educazione digitale. Contemporaneamente bisogna occuparsi della stesura di regole del gioco condivise che responsabilizzino gli editori e i service provider a gestire in un certo modo, lecito e rispettoso dei diritti dei singoli internauti, i miliardi di dati trasmessi che ogni secondo della nostra vita quotidiana alimentano la Rete.
Il Brasile con la legge denominata Marco Civil nel 2014 ha fatto da battistrada: ha definito il perimetro delle regole, con procedure e sanzioni per i gaglioffi. L'onda lunga sta arrivando anche in Europa dove i parlamenti sono chiamati a legiferare su questo tema decisivo per la nostra convivenza futura. In Germania è stata istituita una commissione parlamentare di studio, in Inghilterra la Camera dei Comuni ha all'ordine del giorno una normativa su queste tematiche.
In Italia, come noto, la Presidente della Camera Boldrini ha battezzato una commissione di esperti che possa scrivere una specie di Costituzione di Internet, denominandola Dichiarazione dei diritti di Internet. A fine marzo si è conclusa la consultazione pubblica e , entro il prossimo giugno, dovremmo avere una prima versione del testo finale della Dichiarazione. Le prime bozze che sono circolate disciplinano la materia attraverso 14 articoli che riteniamo sia utile esaminare uno per uno, con qualche breve commento.

Preambolo: Internet è strumento essenziale per democrazia.
Un principio forte che vuole riaffermare l'importanza del mondo digitale nello sviluppo dei Paesi a democrazia effettiva.

1. Riconoscimento e garanzia del diritto: tutti i diritti fondamentali devono valere anche in Rete.
Si vuole richiamare il principio che tutta la normativa of-line vale anche per l'on-line.

2. Diritto di accesso a Internet: ogni persona ha eguale diritto di accedere alla Rete.
L'estrinsecazione di tale principio condiviso all'unanimità dipenderà anche da fattori tecnologici... banalmente l'esistenza di una copertura WiFi su tutto il territorio nazionale.

3. Neutralità della Rete: chi gestisce le reti non può favorire o sfavorire determinati flussi di dati, applicazioni, dispositivi etc.
Principio tutto da verificare nella realtà proprio per il pericolo costituito dal consolidarsi di oligopoli di pochi che gestiscono sia le reti sia i contenuti.

4. Tutela dei dati personali: ogni persona ha diritto alla protezione dei dati che la riguardano ,per garantire il rispetto della sua dignità, identità e riservatezza.
La realtà che abbiamo di fronte agli occhi ci dimostra che questo sacrosanto principio non é rispettato tra l'altro, spesso, con la complicità bovina di noi utenti. Il tema meriterebbe approfondimenti ulteriori anche a livello di soluzioni tecnologiche che possano davvero proteggere la privacy di chi la voglia proteggere sul serio!

5. Diritto alla autodeterminazione informativa: ogni persona ha il diritto di conoscere e controllare i dati che la riguardano.
Anche questo condivisibile principio è violato quotidianamente nella Rete.

6. Inviolabilità dei sistemi e domicili informatici: i dati delle persone, ovunque si trovino, sono accessibili o intercettabili solo con l'autorizzazione del giudice.
Idem come sopra. La sensazione è che stiamo provando a chiudere il recinto quando tutti i buoi sono già scappati o sono stati rubati.

7. Trattamenti automatizzati: nessuna decisione che tocca la vita delle persone può essere basata unicamente su algoritmi.
Verrebbe da dire... ci mancherebbe! Principio condivisibile il cui enforcement è tutto da verificare.

8. Diritto all'identità: ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in Rete.
Bisognerebbe capire meglio le procedure per pretendere gli aggiornamenti soprattutto dopo vicende giudiziali con eco mediatico.

9. Anonimato: ogni persona può liberamente comunicare in forma anonima per esercitare libertà civili e politiche.
Condivisibile.

10. Diritto all'oblio: ogni persona ha diritto che vengano rimosse informazioni non più rilevanti che la riguardano.
Il tema è molto discusso tra i giuristi soprattutto sulla soglia soggettiva e oggettiva del concetto di "non più rilevante".... Rilevante per chi? Diritto di cronaca e di informazione e diritto ad essere dimenticati: dove sta il giusto equilibrio?

11. Diritti e garanzie delle persone sulle piattaforme: chiarezza, correttezza, inter - operabilità delle piattaforme digitali.
Principio tutto da verificare in sede di controllo e gestione delle pratiche illecite.

12. Sicurezza in Rete: la sicurezza in Rete è un interesse sia pubblico sia dei singoli.
Questo è un tema prioritario assolutamente sottostimato. Come abbiamo già raccontato su RepMag gli attacchi degli hacker aumentano in maniera esponenziale di anno in anno, costituendo una vera minaccia per gli Stati e per i cittadini. Ci vorrebbe più attenzione e più divulgazione di questo pericolo.

13. Diritto alla educazione: ogni persona ha diritto di acquisire le capacità necessarie per usare la Rete in modo consapevole e attivo.
Pieno accordo. Bisogna partire di qui per formare le persone a non diventare strumenti della Rete, soggetti passivi di un bombardamento mediatico micidiale ma a crescere come protagonisti attivi del sistema, filtrando le notizie, scartando quelle illecite o invasive, gestendo con consapevolezza i propri dati e la propria privacy. Bisogna partire dalle scuole elementari per una nuova e grande rivoluzione dei metodi di insegnamento per e sulla Rete.

14. Criteri per il governo della Rete: la Rete è un bene comune da governare in maniera inclusiva, valutando preventivamente l'impatto delle decisioni.
Ci saremmo aspettati qualche articolo di più sulla governance della Rete. Sul punto sarà necessario uscire dalla genericità e porsi in concreto i problemi dell'assetto istituzionale della Rete, dei suoi organi di controllo, perché no autodisciplinari, delle sanzioni per i gaglioffi.

Dalla Dichiarazione del diritti bisognerà passare presto e bene alla fase legislativa non pensando di dotarsi di regole del gioco soltanto nazionali senza uno stretto legame quindi con le legislazioni degli altri paesi. Il web non ha confini e deve quindi essere disciplinato e controllato da sistemi sovranazionali aventi enforcement in tutte le giurisdizioni.
In caso contrario ci saranno sempre zone franche a tutela della malavita organizzata. "Internet could be the answer but in a new era of rules" potrebbe essere la risposta alla stimolante riflessione di Andrew Keen. Il quesito rimane però un altro: ma gli Stati e gli operatori della Rete vogliono davvero costruire un modello sovranazionale di autodisciplina mirato al monitoraggio degli abusi e alla loro repressione? Personalmente qualche dubbio lo nutriamo.

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L’AGCM si pronuncia sull’utilizzo illecito del servizio AdWords

 

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nella sua adunanza del 25 febbraio 2015 condanna per pratica commerciale scorretta e ingannevole l’uso del marchio di un competitor da parte della società First Floor tramite il servizio AdWords.

Oltre alla magistratura ordinaria (vedi in tal senso il nostro commento alla decisione del Tribunale di Milano), ora anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato si è pronunciata in data 25 febbraio 2015 (qui) su un caso avente ad oggetto l’utilizzo di un marchio altrui tramite il servizio di AdWords offerto da Google.
Il servizio AdWords consente agli inserzionisti, mediante la scelta di parole chiave, di promuovere i propri siti web attraverso la visualizzazione di annunci pubblicitari che compaiono nelle pagine contenenti i risultati delle ricerche effettuate dagli utenti Google, con, in aggiunta, la possibilità di selezionare le aree geografiche dove far apparire gli annunci stessi.
L’inserzionista può scegliere di utilizzare il servizio AdWords non solo al fine della mera profilazione del proprio annuncio, ma anche al fine di includere le parole chiave nel testo dell’annuncio che viene definito dinamicamente sulla base della ricerca effettuata dall’utente di Google, impiegando la funzione avanzata “Inserimento parola chiave”, che “aggiorna in maniera automatica il testo dell’annuncio per includere la parola chiave che corrisponde ai termini di ricerca di un cliente”. Tale aggiornamento dinamico avviene, appunto, a partire da una delle parole chiave scelte dall’inserzionista.
Il procedimento in analisi ha preso avvio da una segnalazione pervenuta all’AGCM da parte di Veneta Cucine S.p.A., in cui quest’ultima lamentava l’utilizzo della propria denominazione “Veneta Cucine” da parte di First Floor Home Furniture S.r.l. (“First Floor”) in suoi annunci pubblicitari diffusi con il servizio di Adwords, sottolineando come tale sfruttamento non trovasse giustificazione in un contratto di licenza e/o in qualsivoglia rapporto di natura commerciale, non essendo tale società un rivenditore ufficiale di Veneta Cucina. Nello specifico, la società segnalante precisava che gli annunci in contestazione, presenti sulle pagine del motore di ricerca Google, erano accumunati dal recare nel titolo l’indicazione “Veneta Cucine”.
L’AGCM, dopo aver effettuato idonea istruttoria, ha rilevato in via preliminare che la presenza delle parole “Veneta Cucine” nel titolo degli annunci era ascrivibile ad un comportamento di First Floor, che ha scelto di utilizzare queste parole chiave non solo al fine della mera profilazione degli annunci stessi, ma anche con lo scopo di includere le parole chiave nel testo dell’annuncio che veniva definito dinamicamente sulla base della ricerca effettuata dall’utente di Google.
Svolta tale premessa in ordine al riconoscimento del requisito della legittimazione passiva in capo alla società inserzionista, l’AGCM ha condannato la condotta posta in essere da First Floor come ingannevole in quanto tale società non era un distributore autorizzato di Veneta Cucine: i suoi annunci pubblicitari diffusi tramite il servizio AdWords di Google, quindi, contenendo nel testo la denominazione “Veneta Cucine”, erano idonei a indurre i consumatori a ritenere erroneamente che vi fosse un collegamento commerciale tra il segnalante e la società che gestiva il sito in esame.
La condotta in analisi, inoltre, è stata ritenuta non rispondente alla diligenza professionale ragionevolmente esigibile, ai sensi dell’art. 20, comma 2, del Codice del Consumo. A tal riguardo l’AGCM ha precisato che gli inserzionisti sono liberi di posizionare i propri annunci sponsorizzati in posizioni privilegiate rispetto ai risultati di una ricerca effettuata dagli utenti di Google, ma,, nell’attivare tale servizio, devono fare attenzione ad evitare che il testo dell’annuncio, risultante dall’attivazione del servizio AdWords, possa in qualsivoglia modo indurre in errore il consumatore medio circa l’identità dell’inserzionista medesimo e/o l’attività da esso svolta e/o i prodotti e/o servizi da questo offerti.
La posizione assunta dall’AGCM in tale provvedimento appare estremamente censoria, dal momento che sembra condannare tout court l’uso di un marchio altrui negli annunci pubblicitari che vengono generati sul motore di ricerca Google in maniera dinamica attraverso il servizio AdWords. Occorrerà in ogni caso attendere le prossime decisioni dell’AGCM su tale servizio e/o i provvedimenti che vorranno assumere il TAR e/o il Consiglio di Stato eventualmente adite dalla società inserzionista in merito a tale decisione, per delineare un quadro più completo della posizione che tale autorità indipendente vorrà assumere al riguardo: solo allora, infatti, sarà possibile effettuare una reale analisi comparativa tra l’orientamento dell’AGCM e quello della magistratura ordinaria che, lo ricordiamo in questa sede, non vieta in assoluto l’uso di un marchio competitor tramite il servizio AdWords, che considera una corretta espressione del rapporto concorrenziale, ma si limita a vietare questo servizio solo qualora ingeneri confusione circa l’origine del prodotto promozionato, ossia quando il link comprometta le principali funzioni del marchio altrui, ingenerando confusione tra i prodotti o servizi offerti dal titolare del marchio usato come keyword e quelli del concorrente che ha utilizzato tale segno distintivo per promuovere i propri prodotti.

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