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Facebook: il garante della privacy spagnolo multa la società per 1,2 milioni

Lunedi 11 settembre il Garante della Privacy spagnolo, l’Agencia Española de Protección de Datos (cd. Aepd), ha multato Facebook per violazione della legge sulla protezione dei dati personali. In particolare, secondo l’autorità spagnola, Facebook avrebbe raccolto i dati degli utenti (come religione, ideologia, gusti personali ecc.) per scopi pubblicitari senza informarli chiaramente sull’utilizzo e lo scopo della raccolta e continuerebbe a conservare i dati per più di 17 mesi dalla chiusura dell’account degli iscritti. Facebook inoltre, secondo l’Aepd, raccoglierebbe anche dati da utenti non iscritti a Facebook che navigano sulle pagine contenti il pulsante “like”.

Facebook ora dispone di un termine di due mesi per contestare la multa.

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Garante Privacy: la natura “chiusa” di un profilo Facebook non può essere dimostrata in alcun modo dal suo titolare

Con provvedimento n. 75 del 2017, il Garante Privacy si è pronunciato in relazione al ricorso di un ex marito avente ad oggetto la richiesta di rimozione dal profilo Facebook della ex moglie di due sentenze emesse dal Tribunale di Tivoli, aventi ad oggetto la cessazione degli effetti civili del loro matrimonio e contenenti, nello specifico, diversi riferimenti alla figlia minorenne. Con tale provvedimento, il Garante Privacy ha, dapprima, ribadito che, ai sensi degli artt. 50 e 52.5 del Codice Privacy, è vietata la pubblicazione e la divulgazione, con qualsiasi mezzo, di notizie o immagini idonee a consentire l'identificazione di un minore coinvolto in procedimenti giudiziari (diversi da quello penale) e, successivamente, affermato che l’eventuale natura “chiusa” di profilo di Facebook e la sua accessibilità ad un numero ristretto di "amici" non possono essere in alcun modo dimostrate, posto che (i) ogni profilo può essere agevolmente - ed in ogni momento - modificato da "chiuso" ad "aperto" e (ii) qualunque "amico" ammesso al profilo di un utente ha la possibilità di condividerne sulla propria bacheca i contenuti, rendendoli così potenzialmente visibili a tutti gli utenti di Facebook.

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La Corte di Cassazione conferma il divieto di comunicare sui social network per i soggetti sottoposti ad arresti domiciliari

La Sezione Seconda Penale della Cassazione, con la sentenza n. 46874, depositata a novembre 2016, ha confermato un orientamento piuttosto rigido nei confronti dei moderni strumenti di comunicazione informatica. Infatti, nel confermare l’aggravemento delle misure cautelari a carico di un indagato che aveva pubblicato alcuni contenuti su Facebook, ha ribadito che per i soggetti sottoposti ad arresti domiciliari vige il divieto di comunicazione con terzi estranei ai familiari conviventi ex art. 284 comma 2 c.p.p., anche in relazione all’eventuale utilizzo dei social network.

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Facebook galeotto: intervista di Radio 24 all'avvocato Giuseppe Vaciago

Doina Matei, la donna romena che uccise con un ombrello Vanessa Russo dopo una lite in un tunnel della stazione Termini a Roma, e che dopo 9 anni di carcere aveva cominciato a beneficiare del regime di semilibertà, è tornata in carcere. Il provvedimento del magistrato che ha sospeso il regime di semilibertà è legato alla scoperta di un profilo facebook in cui la donna ha pubblicato delle foto in cui si mostrava sorridente in varie località. Radio 24 intervista sull'argomento l'avvocato Giuseppe Vaciago di R&P Legal.

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Proprietà e paternità delle foto del profilo Facebook secondo il tribunale di Roma

Con sentenza 12076/15 dell’11 Maggio 2015 il Tribunale di Roma si è pronunciato in merito alla proprietà, all’uso e al riconoscimento di paternità delle foto dei profili personali degli utenti di Facebook. 

In termini di principi generali di diritto d’autore la decisione – nelle sue conclusioni - non ha nulla di particolarmente rivoluzionario, ma presenta, nell’ambito complessivo delle sue motivazioni, diversi passaggi di grande interesse per quanto riguarda la prova delle titolarità delle immagini pubblicate sul profilo di Facebook e l’ambito di efficacia della licenza contenuta nelle condizioni generali d’uso del social network.

La questione sottoposta all’attenzione dei giudici romani riguardava alcune fotografie realizzate dal titolare di un account Facebook e da questo pubblicate sul proprio profilo e, successivamente, prelevate da terze parti che le hanno cedute a un quotidiano nazionale. Successivamente alla pubblicazione delle foto sul quotidiano, un telegiornale nazionale ha ulteriormente diffuso le immagini nell’ambito di un reportage concernente la medesima notizia pubblicata dal quotidiano. In tutti questi casi né era stata chiesta autorizzazione all’uso delle foto al titolare dell’account né era stata riconosciuta a questo la paternità delle immagini. 

Il Tribunale di Roma ha ritenuto in primo luogo tutelabili ai sensi della LDA le foto del profilo, pur non riconoscendo alle stesse la tutela autorale riservata alla opere indicata all’art. 2 LDA. I giudici romani, infatti, hanno considerato le foto del profilo, eseguite al solo fine di documentare una situazione reale e senza alcun particolare estro creativo, non “artistiche” e quindi oggetto del diritto connesso previsto dall’art. 87 LDA (che riconosce al titolare il diritto di controllare la circolazione delle proprie fotografie). 

In secondo luogo, il Tribunale di Roma, ritenendo provata la paternità delle foto in capo al titolare dell’account, ha accolto le richieste di tutela di quest’ultimo contro i convenuti (coloro che avevano ceduto le sue foto al quotidiano e il quotidiano stesso), respingendo la difesa di questi ultimi secondo cui il caricamento su Facebook delle foto avrebbe implicato la perdita di titolarità dei diritti sulle stesse in virtù di quanto previsto dalle condizioni generali d’uso del social network. E’ questo il passaggio più importante (come anticipato sopra, infatti, non vi è nulla di innovativo nella conferma dei diritti ex art. 87 LDA in capo al titolare di una foto), perché il Tribunale di Roma vi inserisce importanti principi in merito alle prove sulla titolarità dei diritti sulle foto del profilo Facebook e sull’effettiva portata della licenza concessa a Facebook da parte degli utenti sui contenuti. 

Secondo i giudici romani “pur essendo astrattamente condivisibile l’affermazione secondo la quale la mera pubblicazione di una fotografia di una fotografia nella pagina personale di un social network, in specie Facebook, non costituisce, di per sé, prova della titolarità dei diritti di proprietà intellettuale su quel contenuto, tuttavia tale elemento, in mancanza di altre emergenze probatorie di segno contrario (come l’indicazione sulla fotografia di un terzo quale fotografo; la condivisione del contenuto appartenente ad altro utente o di altra pagina web; la notorietà dell’immagine appartenente ad altro fotografo, ecc.) può assurgere a presunzione grave, precisa e concordante della titolarità dei diritti fotografici in capo al titolare della pagina del social network nella quale sono pubblicate (art. 2729 c.c.)”. 

Inoltre, per il Tribunale di Roma, la pubblicazione di una foto sul proprio profilo Facebook non solo da luogo alla suddetta presunzione grave, precisa e concordante, ai fini della titolarità del diritto previsto dall’art. 87 LDA, ma soddisfa anche i requisiti previsti dall’art. 90 LDA (indicazione di nome del fotografo e data della fotografia) in virtù di una interpretazione evolutiva di tale norma. Infatti, nel caso di pubblicazione su Facebook “i terzi sono posti comunque nella condizione di individuare con l’ordinaria diligenza il nome del fotografo e la data della fotografia” e in grado di distinguere i “Contenuti IP” pubblicati da un utente (di cui lo stesso è titolare) “da quelli di terzi semplicemente condivisi da quello stesso utente”. In virtù di tali considerazioni secondo il Tribunale di Roma vi sarebbe una inversione dell’onere della prova “per cui la titolarità dei diritti fotografici si presume in capo a colui che ha pubblicato il contenuto e, affinché la riproduzione non venga considerata abusiva, spetta al riproduttore provare che la sua utilizzazione si è basata sul prelevamento di un file digitale non coperto da diritti di proprietà intellettuale in capo a colui che ha pubblicato la fotografia sul sito Facebook”: onere non assolto dai convenuti che non hanno fornito alcuna prova di segno contrario rispetto alla presunzione di titolarità prospettata dal Tribunale. 

L’ulteriore importante considerazione dei giudici riguarda anche la portata della licenza concessa dagli utenti a Facebook ai sensi delle condizioni generali d’uso del social network: tale licenza non sarebbe una autorizzazione “generalizzata di utilizzo e sfruttamento dei contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale in favore di qualunque terzo che accede alla pagina Facebook”. In ogni caso, la “pubblicazione sul social network Facebook non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici spettanti all’utente”: motivo per cui il Tribunale di Roma ha ritenuto il titolare dell’account legittimato a tutelare in sede giudiziaria i suoi diritti esclusivi sulle foto del suo profilo ai sensi degli artt. 88 e ss. LDA. 

La sentenza, nel metabolizzare le regole e il funzionamento di Facebook, indica pertanto due principi importanti: il titolare dell’account si presume titolare dei diritti sulle foto pubblicate (e non condivise) sul suo profilo e l’accettazione delle condizioni generali d’uso di Facebook non comporta alcuna limitazione dei diritti su tali fotografie e sulla possibilità di controllarne l’utilizzazione. 

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Il reato di molestia alle persone realizzato attraverso i social network

 

Il reato di molestia alle persone realizzato attraverso i social network: l’interpretazione della Cassazione con la sentenza n. 37596/2014

Una recentissima sentenza della I Sezione Penale della Corte di Cassazione, relativa ad un caso di molestie effettuate tramite Facebook, ha finalmente sciolto un nodo molto importante sull’interpretazione che deve essere data alla accezione di “Luoghi aperti al pubblico”, sancendo, di fatto, l’eguaglianza tra luoghi fisici e quelli virtuali e al contempo ha ampliato la portata punitiva di numerose fattispecie di reato che sempre più spesso vengono commesse attraverso l’utilizzo di internet.

La pronuncia in esame prende le mosse da una vicenda del 2008 che vede come protagonista il caporedattore di una testata  giornalistica che, mediante l’utilizzo del noto social network e di un falso profilo, postava sulla pagina principale di facebook di una sua collega ripetuti e continui apprezzamenti sul fisico di quest’ultima, nonché le inviava numerosi messaggi privati a sfondo sessuale.

La questione, in primo e in secondo grado, aveva portato a due decisioni in netto disaccordo in quanto in primo grado l’imputato veniva assolto perché né la redazione del Giornale, né Facebook venivano identificati come luoghi pubblici o aperti al pubblico; mentre in secondo grado veniva emessa sentenza di condanna poiché la corte d’Appello, pur non potendo qualificare la redazione del giornale come luogo aperto al pubblico in relazione alle condizioni di accesso poste dal titolare dello ius excludendi, riconosceva l’invio dei messaggi sul social network equipollenti a quelli perpetrati con il mezzo telefonico.

Investita del caso la Suprema Corte ha precisato che “la riconducibilità delle condotte alla fattispecie di cui all’art. 660 c.p. non dipenderebbero tanto dall’assimilabilità della comunicazione telematica alla comunicazione telefonica, quanto alla natura stessa di luogo virtuale aperto all’accesso di chiunque utilizzi la rete, di un social network o community quale Facebook”

Infatti, i giudici di P.zza Cavour hanno osservato che non vi fosse, negli atti processuali, sufficiente chiarezza sul fatto che gli apprezzamenti veicolati attraverso il social network fossero stati inseriti sulla pagina principale di Facebook della giornalista e quindi leggibili da parte di tutti coloro che l’avessero aperta, o piuttosto attraverso il servizio di messaggi, che  invece  permetterebbe la lettura dei messaggi al solo destinatario. Soltanto nella prima ipotesi, infatti, secondo la Suprema Corte, si sarebbe in condizioni di ritenere pubbliche le molestie perpetrate ai danni della vittima, dovendo invece, nell’altra ipotesi, queste ultime considerarsi private.
Su questi presupposti, la Cassazione ha definito il noto social network come “una piazza immateriale” che consente un numero indeterminato di accessi e di visioni resa possibile da un’evoluzione scientifica, che certo il legislatore non era arrivato ad immaginare. Ma che la lettera di legge non impedisce di escludere dalla nozione di luogo che, a fronte della rivoluzione portata alle forme di aggregazione e alle tradizionali nozioni di comunità sociale, la sua ratio impone anzi di considerare.”
Gli ermellini, perciò, hanno semplicemente constatato che l’evoluzione tecnologica ha portato con sè nuove forme e nuovi modi di intraprendere le relazioni sociali e, di conseguenza, anche nuovi modi di realizzare le condotte criminose attraverso l’uso degli stessi mezzi informatici che permettono  tale l’interazione.
Occorre quindi osservare come, sempre più spesso oramai, la Suprema Corte sia chiamata a dirimere questioni relative al progresso tecnologico e sociale, svolgendo un ruolo chiave nell’eliminazione della vecchia dicotomia tra questioni pratiche e reali ed invece quelle relative ad attività virtuali, riconoscendo l’aderenza dei precetti normativi anche a fattispecie che il legislatore in origine non aveva di certo potuto prevedere. 
Infatti, la decisione in oggetto può avere un impatto su  molte altre fattispecie di reato che in principio erano state previste esclusivamente se commesse in luoghi pubblici o aperti al pubblico e che adesso possono essere perseguite se la condotta viene perfezionata attraverso l’uso di internet e di altri strumenti telematici. Si pensi, ad esempio, al commercio di scritti, disegni o altri oggetti contrari alla pubblica decenza che potrebbe essere potenzialmente applicato al mondo della Rete con sanzioni fino a 1000 euro.
Inoltre, la sentenza riprende anche un filone interpretativo che aveva già interessato la Corte di Cassazione, la quale aveva rilevato come i social network, attraverso la loro maggiore e incontrollata diffusione, sono un mezzo di potenziale lesione di diritti e valori costituzionali, come la reputazione, l’onore e il decoro degli utenti. Con conseguente applicazione dei reati di ingiuria e diffamazione.
In definitiva, la decisione della Suprema Corte è da apprezzare, in quanto è una delle prime che analizza con competenza il funzionamento del social network cercando di ristabilire il giusto equilibrio tra libertà di espressione e diritti del soggetto diffamato. Deve essere quindi essere considerata come un punto di partenza per una maggiore consapevolezza da parte della giurisprudenza di legittimità del mondo della Rete e dei rischi in essa insiti.

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Fanno sul serio?

Avete notato? In questa pausa agostana quando tutta l'Italia, nonostante la crisi, si ferma e una gran parte del mondo continua ad andare avanti, nel drammatico bombardamento di tragiche notizie dal Kurdistan, dalla striscia di Gaza e dall'Ucraina, sulla stampa americana, con cadenza settimanale, appare sempre un articolo con taglio basso, non urlato ma impaginato in prima pagina, di nuove iniziative del big players della Rete. Soprattutto il team di Facebook è stato protagonista di una serie di scoop non banali. Testimonianze concrete di un attivismo frenetico che continua a caratterizzare il grande momento di turbolenza del Web.

Proviamo a ricapitolare la scansione dei nuovi progetti comunicati da Facebook negli ultimi 20 giorni. Si è partiti da una serie di notizie mirate a dimostrare che il social network di Menlo Park, CA, si è posto l'obiettivo di curare di più la privacy dei propri clienti. È stata annunciata l'instaurazione di un sistema di sicurezza basato su principi di rispetto del consenso dei singoli utenti molto più ispirato ai format normativi europei che non a quelli più "flessibili” americani. La settimana dopo,  proprio i ricercatori, protagonisti della furibonda polemica scoppiata al momento in cui è venuta a galla la manipolazione emotiva realizzata da Facebook a 700.000 dei propri utenti, hanno voluto fare marcia indietro denunciando la necessità dell'apertura di un confronto pubblico e legislativo sulla definizione e condivisione di regole del gioco non solo giuridiche ma anche etiche in materia di realizzazioni di ricerche sui comportamenti degli iscritti al social network americano. Una scelta mediatica importante soprattutto perché deliberata dal protagonista di un caso, appunto quello della manipolazione delle timeline dei profili, che aveva scatenato vivaci proteste contro il cinismo e la spregiudicatezza della società di Zuckerberg. 

E ancora: Youtube ha dichiarato di aver inserito nel proprio software un format che segnala, a causa del contenuto di alcuni filmati, che gli stessi sono vietati ai minori. Proprio oggi Facebook ha annunciato di voler aiutare i propri utenti a selezionare le notizie vere da quelle false e/ comunque oggetto di satira e/o di provocazione politica o commerciale. Secondo quanto diffuso da Menlo Park, comparirà sui messaggi non reali ma manipolati, una dizione grafica con la scritta "satira", un po' alla stregua di quei super che compaiono durante le trasmissioni televisive sui teleschermi in basso e segnalano agli utenti che l'oggetto della trasmissione in quel momento diffusa è pubblicitario. 

In questa onda lunga di interventi mirati a "riverginare" l'immagine dei big players dei social network, si è inserita anche Twitter che, sul delicatissimo tema dei videogiochi per bimbi, apparentemente gratuiti ma poi in realtà sempre più onerosi per il portafoglio dei genitori....latitanti, ha adottato un sistema di immediata cancellazione dei siti che promuovono pubblicità ingannevole rispetto alla natura gratuita del videogioco proposto. 

Sembrerebbe dunque che questo agosto 2014 rappresenti un giro di boa importante nell'evoluzione legalitaria della web community. 

Qualche dubbio in realtà rimane seppur coniugato con la speranza di adeguate e convincenti risposte comportamentali dei big player dei social network. Perché ci permettiamo di sollevare qualche perplessità rispetto a questa operazione di riposizionamento dell'immagine dei vari protagonisti del web? Perché, contestualmente a questa rappresentazione di iniziative mirate ai fini sopra esposti, siamo venuti a conoscenza di una circostanza non sorprendente dal punto di vista del business ma che apre qualche scenario di dubbio rispetto alla linearità e buona fede di tale strategia. Come abbiamo raccontato proprio sulle colonne di RepMag, è in corso ormai da alcuni mesi la vera e propria campagna di sensibilizzazione da parte di team di specialisti delle singole firms per convincere gli investitori in pubblicità della novità e innovazione di una campagna pubblicitaria di prodotti o servizi diffusa attraverso i social network. Le ragioni ci sono state ampiamente spiegate e sono di facilissima comprensione: rispetto ad un investimento pubblicitario in un media tradizionale e generalista come sono la maggior parte di quelli esistenti nel mondo offline, l'efficienza in termini di costo beneficio di un investimento sui social media - secondo questo teorema - non ha eguali: infatti i social media, avendo acquisito tutti i profili dei propri iscritti, possono offrire agli inserzionisti, in stretta correlazione con i loro prodotti o i loro servizi, una pianificazione mirata che va a colpire esattamente il target di coloro che hanno già comprato, comprano e immaginano quindi di ripetere l'acquisto di quel prodotto. Forse il costo della pubblicità potrebbe essere considerato più oneroso rispetto a quello dei media tradizionali ma i commerciali del social network dimostrano facilmente che il poter sparare i propri messaggi con delle pallottole che colpiscono sicuramente il bersaglio già potenzialmente predisposto a quel tipo di acquisto, è come pescare le trote in un laghetto artificiale dove è impossibile non metterle all'amo. 

Il dubbio allora che ci assale è il seguente, ripetiamo pronti e speranzosi di essere smentiti dai diretti interessati: non è che gli strateghi di Facebook e compagnia cantante da un lato mediaticamente si riposizionano la reputazione diventando seri, garantisti dei diritti dei propri iscritti, legalitari nel rispetto della normativa e poi, contemporaneamente, non cercano di realizzare monetariamente quell'avviamento costituito da una registrazione di tutte le nostre scelte di acquisto fatte negli ultimi anni e debitamente registrate e conservate nel Big Data, al di là di ogni aspetto legale poetico?

E ancora: perché, se si vogliono davvero mettere le mani nel "fango" delle cose che non vanno in internet, non si affronta anche il tema dei fake follower, quegli "amici" fittizi creati solo per dimostrare un traffico di utenti enorme e non corrispondente alla realtà? Perché non si denuncia apertamente che molti degli operatori che si vendono come punti di riferimento di migliaia di follower, nella realtà sono visitati ed utilizzati da una percentuale che può scendere addirittura fino al 20% dei dati pubblicizzati? Ma non è finita: non è che i big players, acquisita più o meno legittimamente una posizione dominante sul mercato (basti pensare al miliardo e trecento milioni di utenti di Facebook), non vogliano proprio da ora inserire una serie di regole del gioco molto più rigorose e tali da rappresentare una barriera d'accesso per i nuovi competitors?

Se ci fosse davvero la volontà di iniziare una operazione di pulizia della rete, gli strumenti ci sarebbero: bisognerebbe soltanto metterli in pratica. E per non limitarci ad una facile critica dall'esterno, accettiamo la sfida e ci rendiamo promotori di una proposta di governance nel sistema digitale che potrebbe avviare, sulla scorta di esperienze estremamente positive già accadute nel mondo dell'off-line, un percorso virtuoso sovranazionale e di immediata repressione ed emarginazione degli operatori e degli utenti sleali.

LA PROPOSTA

La giustizia ordinaria, anche in Stati in cui il sistema giudiziario funziona molto meglio del nostro, sarà sempre soccombente ed in ritardo rispetto alla velocità di consumazione degli illeciti nel mondo del web. Dobbiamo prenderne atto e pensare a qualche altro format che ci aiuti a sorvegliare e governare meglio tutto il sistema a livello mondiale. Da questa considerazione nasce una proposta banalmente recuperata da un format già esistente internazionalmente e che proprio in campo pubblicitario, ad esempio, ha dato brillanti risultati in termini di monitoraggio e repressione degli illeciti. Proviamo a sintetizzarla così: i grandi operatori del settore, per primi, per dare il buon esempio ed innescare il processo virtuoso, costituiscono un ente no profit internazionale che abbia il compito da un lato di autodisciplinare le regole del gioco di internet, e dall'altro codifichi una procedura con enforcement sovranazionale che possa in brevissimo tempo reprimere illeciti ed abusi. I soggetti  promotori (con l'auspicio, che poi, a seguire il numero dei partecipante al club dei "buoni e seri" aumenti nel tempo fino a ricomprendere il maggior numero dei player del mercato) dovrebbero condividere un codice di autodisciplina strutturato con alcuni principi generali (tipo: rispetto di un certo livello della privacy degli users; la lotta contro la pubblicità ingannevole; la battaglia contro le derive usate dai fake follower o dai trolls ecc) e magari alcune regole specifiche per alcuni settori merceologici bisognosi di regolamentazione ad hoc. Dovrebbero poi immaginare la costituzione di un organo giudicante sovranazionale, sul tipo del nostro Giurì della pubblicità, che in una sede che potrebbe ruotare ogni enne anni in diversi Paesi del mondo, dovrebbe essere costituito da esperti con professionalità nel mondo giuridico, tecnologico, psicologico e comunicazionale. Proprio per rappresentare tutti i variegati approcci culturali a questa materia esistenti nel mondo, la composizione del Giurì dovrebbe prevedere esperti proveniente dal mondo americano, altri dal mondo europeo, altri ancora dai Paesi emergenti. Tutti i soggetti promotori e poi comunque firmatari della piattaforma autodisciplinare, dovrebbero impegnarsi giuridicamente a rispettare immediatamente le decisioni del Giurì, inibendo nei propri siti, la diffusione dei messaggi ritenuti illeciti dall'organo giudicante. Tale autodisciplina dovrebbe riguardare, almeno inizialmente, soltanto la fase cautelare, quella d'urgenza, quella che, su istanza di parte e/o d'ufficio, tende a valutare ed eventualmente inibire, nel giro di pochi giorni, un prospettato illecito. Tutta la procedura potrebbe essere attuata online con un'evidente efficienza in termini di tempi e di costi. La parte soccombente, nella nostra idea tutta da approfondire, potrebbe, a quel punto, adire una autorità giudiziaria ordinaria, secondo una disciplina della competenza territoriale da condividere (cosa complessa ma non impossibile) in modo tale da avere poi tutto il tempo e tutti i diritti per poter sperare di ribaltare il giudizio reso in via d'urgenza dal Giurì. 

Tenendo conto che a livello europeo esiste già un organismo sovranazionale che associa tutte le autodiscipline nazionali e che, in molti Paesi del mondo, il self regulation system non solo è auspicato, ma è applicato da anni con soddisfazione da tutte le parti in causa, la proposta così come provocatoriamente lanciata su queste colonne non dovrebbe rappresentare una mission impossible.

Il tema vero è probabilmente un altro: ma i grandi giocatori nel mondo della rete vogliono davvero, in questo momento storico in cui stanno per monetizzare gli investimenti effettuati, abbandonare il Far West per darsi delle regole del gioco chiare, certe e soprattutto verificabili e sanzionabili? 

Questo è un po' il dilemma di questi nostri tempi. Questa potrebbe essere una exit strategy alla turbolenza denunciata da molti analisti del settore.

Vediamo, alla prova dei fatti, che tipo di reazioni potranno scatenare.

Meditate gente, meditate.

 

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L’eredità digitale: prospettive sul futuro dei nostri bit

Le molteplici opportunità di comunicazione ed interazione digitale, sorte con l’affermazione definitiva di Internet, hanno rivoluzionato le nostre abitudini ed i nostri gesti quotidiani: sempre più grande è il numero di individui che utilizzano quotidianamente la rete per effettuare operazioni su conti online, prenotare visite mediche, stipulare contratti, intrattenere relazioni personali e commerciali, archiviare foto, acquistare libri, cartacei come anche digitali, musica e contenuti video.


Volgendo lo sguardo all’orizzonte, non è visionario chi intravede il tramonto dei supporti tradizionali, soprattutto considerando l’ingresso nell’età adulta dei cosiddetti “nativi digitali”, cosi come viene chiamata – secondo una definizione coniata da Marc Prensky nel suo Digital Natives, Digital Immigrants, pubblicato nel 2001 – la generazione cresciuta con le tecnologie digitali come i computer, Internet, telefoni cellulari e mp3.
Il fatto che il baricentro della vita di tutti noi sia sempre più spostato online, tuttavia, impone una presa di coscienza e maggiore consapevolezza riguardo alla sorte di questa mole di informazioni e, in certi casi, anche di beni economici, che rischiano un domani di essere persi per sempre. Negli ultimi dieci anni, dall’inizio dello sviluppo delle tecnologie digitali fino al recente avvento delle piattaforme di social networking, i principali temi affrontati dai pionieri del diritto sono stati quelli riguardanti questioni inter vivos: gli innumerevoli e a volte spigolosi problemi di privacy, quelli di diritto applicabile, quelli relativi alle modalità di conclusione di contratti a distanza, fino all’annosa questione delle responsabilità degli hosting provider. Da un po’ di tempo a questa parte, invece, si è iniziato ad affrontare, purtroppo non ancora a livello legislativo, il tema dell’eredità digitale e dell’adeguatezza del diritto delle successioni – così come previsto nel codice civile e nelle leggi di settore, ad iniziare dal D. Lvo 196/2003 – ad un mondo sensibilmente diverso da quello in cui è stato predisposto il nostro apparato normativo.

Di eredità digitale, in Italia, si è giunti a parlare solo nel 2012, con la diffusione, online per l’appunto, delle prime linee guida rilasciate dal Consiglio Nazionale del Notariato, mentre il problema si è posto da anni in altri paesi, tecnologicamente più avanzati, dove gli utenti hanno già iniziato a interrogarsi sulla sorte della propria vita digitale. Cosa accadrà il giorno che non ci saremo più? Chi avrà diritto di accedere ai nostri contenuti? Rimarranno online per sempre o saranno dimenticati insieme col loro titolare?
Il nostro diritto civile non si occupa specificamente di eredità digitale ma, se riteniamo di aver disseminato la rete di informazioni, contenuti e beni giuridici digitali, intangibili ma pur significativi, la soluzione consigliabile è quella di predisporre un testamento con il quale lasciare ai nostri eredi precise indicazioni al riguardo. Il testamento è un atto unilaterale revocabile con cui un soggetto dispone del proprio patrimonio ovvero detta una disposizione di carattere non patrimoniale per il tempo in cui avrà cessato di vivere. In Italia è regolamentato dagli articoli 601 e seguenti del codice civile. Essendo un atto personale, chi decide di redigere un testamento può prevedere una specifica disposizione con cui affida ad una o più persone di fiducia i profili web, i dispositivi che contengono files personali, nonché gli account attivi sui diversi servizi di cloud computing, precisando, eventualmente, l’uso che gli eredi potranno fare di quei dati. Al tempo stesso, laddove il desiderio, viceversa, fosse quello di tenere nascosti alcuni aspetti della propria vita agli eredi, è possibile nominare un esecutore testamentario e sempre attraverso l’istituto del mandato post mortem, affidargli il compito di chiudere i profili sui social networks e di cancellare email e files che desideriamo non ci sopravvivano.
In ogni caso, occorre tener presente che, per quanto apparentemente virtuali siano, i rapporti conclusi in rete sono in effetti veri e consueti rapporti giuridici, contratti con i quali si stabilisce l’erogazione e l’utilizzazione di determinati servizi forniti da società di servizi.
Sebbene, in linea di massima, si possa affermare che gli eredi subentrano in tutti i rapporti giuridici del defunto, le cose non devono apparire poi così semplici e ciò non per esigenze di privacy, ma per un duplice ordine di motivi. Innanzitutto, la gran parte dei servizi web è fornita da società di diritto estero, per cui potrebbero porsi questioni complicate in relazione alla legge ed alle procedure applicabili. In secondo luogo, bisognerà fare attenzione a quanto prevedono le clausole contrattuali dei singoli accordi che l’utente ha sottoscritto con i fornitori dei nostri servizi 2.0 (si pensi al leading case intentato per la restituzione di un profilo Facebook nel 2010 dai familiari di un soldato statunitense deceduto in Iraq, oppure alla pubblica denuncia dell’attore Bruce Willis, sollevata – nuovamente online – quando ha scoperto che Apple, nel licenziare il famoso software di distribuzione di contenuti digitali iTunes, non consente di trasferire agli eredi i brani acquistati dall’utente, pur profumatamente pagati). Volendo predisporre una veloce panoramica, troviamo che, a titolo esemplificativo e naturalmente non esaustivo: Facebook consente (fortunatamente, per una volta in ottemperanza del disposto normativo italiano, di cui all’art. 7 del Codice Privacy, n.d.a.) agli eredi che ne facciano richiesta, la possibilità di chiudere e quindi oscurare la pagina del defunto (alternativamente, essi possono disporre la conservazione della timeline, trasformandola in una sorta di mausoleo virtuale e senza la possibilità di aggiornamenti di stato, tramite il servizio “memorialization of a deceased person's account”); Google, che da un lato permette l’accesso alle caselle di posta Gmail previa esibizione di un certificato di morte e la dimostrazione del rapporto di parentela (salvo inibire, stranamente, l’accesso in assenza di rapporti digitali, quali uno scambio di email, tra richiedente e deceduto), dall’altro ha lanciato, poco prima dell’estate, il servizio Google Inactive Account Manager, con il quale gli utenti possono impostare il limite temporale di inattività (tre, sei, dodici mesi) che lasci presupporre la morte del titolare, nonché disporre la consegna delle credenziali e di un messaggio postumo personalizzabile ad un mandatario, purchè egli abbia un indirizzo email a cui notificare il tutto. Diversa e più terrena riflessione necessitano le successioni dei conti correnti online: affidarne la password ad un terzo non significa lasciargli la risorsa in caso di morte, perché esso non è altro che l’estensione virtuale di un conto reale. Quindi, per esempio, in una coppia non sposata e senza figli, ed in mancanza di idonea disposizione testamentaria, saranno comunque fratelli, sorelle e genitori ad ereditare la giacenza. Ragionando specularmente, gli eredi possono quindi reclamare quanto loro spetta attraverso i canali tradizionali: il notaio, così come uno studio legale specializzato, potrà assisterli e consigliarli.

In ambito aziendale, tutti i dati nella disponibilità del defunto, ma che appartengono a terzi, come caselle di posta elettronica, spazi di lavoro condivisi, profili autorizzativi bancari, di regola vanno loro restituiti ed il loro utilizzo inappropriato potrebbe generare problematiche di natura penale, di solito erroneamente non considerate.
In attesa di servizi online analoghi a quelli stranieri, se si vogliono evitare rischi e problemi senza arrivare a disporre un apposito testamento, anche dai computer di casa nostra si può utilizzare uno dei tantissimi servizi di digital inheritance in cui, come se fosse una cassetta di sicurezza, lasciare le nostre password in modo che, al momento del decesso, vengano comunicate via email alle persone indicate. In Germania, ad esempio, ci si può affidare ad una nuova società specializzata nel regolare l’eredità digitale e nel cancellare i profili e i conti online di chi non c’è più. La società, chiamata Columba, agisce come una sorta di amministratore dell’eredità digitale: i parenti o gli eredi della persona scomparsa possono farle pervenire generalità del defunto e certificazione di morte avvenuta. A quel punto Columba confronta questi dati con le informazioni salvate presso alcune società online con cui collabora. Tra queste ci sono social network, negozi online, banche e servizi per i pagamenti su internet, siti di giochi e scommesse. I parenti possono ad esempio decidere se far disattivare o cancellare i conti e i profili del defunto oppure se rilevare o disdire i contratti che aveva stipulato sulla rete. Columba si occupa inoltre di rintracciare gli eventuali saldi positivi sui conti online della persona deceduta – ad esempio sui portali per il pagamento o il trasferimento di denaro – e di girare le rispettive somme agli eredi. Un servizio che ha il suo costo: l’azienda offre il suo “pacchetto di protezione online” a 249 euro. Il servizio della Legacy Locker, basata a San Francisco e quindi assoggettata al diritto della California, prevede l’identificazione di tutti gli “online assets”, le username e le password e la loro assegnazione ad uno o più beneficiari, persone care (poeticamente definite guardians dall’omologa società Cyrrus Legacy, corrente nel Regno Unito) a cui decidiamo di affidare le nostre informazioni personali.

Insomma in attesa che il tema dell’eredità digitale venga affrontato dal legislatore, in quanto già inserito nell’agenda dell’Unione Europea tra le innovazioni promesse dal nuovo Regolamento Comunitario, che pur tarda ad arrivare e che dovrà sostituire l’ormai obsoleta impostazione della direttiva 95/46 CE, possiamo sostenere che, così come per altri importanti aspetti della nostra vita, anche in tema di successioni mortis causae, nuovamente il web, come molti sostengono, non sta solo cambiando la società, il costume, le forme di democrazia ma anche l’esercizio vero e proprio dei nostri diritti.

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Un caso di diffamazione “anonima” su Facebook

 

Corte di Cassazione Penale, sezione I, 22 gennaio 2014 (dep. 16 aprile 2014), n. 16712

Secondo un recente intervento della Corte di Cassazione il reato di diffamazione si realizza anche nel caso in cui frasi diffamatorie “anonime” siano state riportate da un soggetto sulla propria pagina Facebook.

Esaminiamo la vicenda nel dettaglio.

Un militare aveva pubblicato sul proprio profilo personale Facebook, non accessibile alla generalità degli utenti, alcune frasi offensive nei confronti di un collega - non indicato nominativamente – e coinvolgendo altresì la moglie di questi, destinataria di volgari insinuazioni; la ragione di tale “sfogo”, in particolare, risiedeva nel fatto che l’imputato era stato recentemente e, a suo dire, ingiustamente, sostituito dal soggetto diffamato presso il comando di appartenenza (la frase incriminata, in particolare, era: “attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di un collega raccomandato e leccaculo… per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie”).

La Corte militare d’Appello aveva assolto l’imputato per insussistenza del fatto dal momento che costui non aveva specificato né il nome del soggetto, né la funzione, né il comando di appartenenza, né ulteriori e specifici dati cronologici, così da impedire o comunque rendere non agevole  l’identificazione della persona offesa da parte di un numero peraltro molto limitato di soggetti (ovvero i soggetti “amici” aventi l’accesso al profilo personale Facebook dell’imputato).

A seguito dell’impugnazione del Procuratore Generale, la Corte di Cassazione ha totalmente ribaltato quanto stabilito dai giudici di secondo grado giungendo così all’annullamento della sentenza.

Vediamo gli argomenti proposti dalla Suprema Corte.

1.Vero che il soggetto diffamato non è stato indicato nominativamente, ma il nome della vittima non è l’unico ed esclusivo elemento determinante ai fini della individuazione della persona offesa; ed infatti le circostanze fattuali presenti nelle frasi diffamatorie, per quanto generiche (ovvero il riferimento alla “sostituzione” e la appartenenza ad un corpo militare), favoriscono, comunque, la compiuta identificazione del bersaglio delle offese per quanto mai precisamente nominato.

A supporto di tale principio la Corte richiama la pronuncia del 20/10/2010, n. 7410, CED 249601 che, invero, recepisce altre precedenti sentenze emesse sul punto (Cass. 28/3/2008, n. 18249, CED 239831; Cass. 7/12/1999, n. 2135, CED 215476)

2.Allorché una notizia o, come nel caso in esame, una frase diffamatoria, viene immessa nel circuito di internet, la sua diffusione – e quindi la comunicazione con più persone, requisito indispensabile ai fini della realizzazione del reato di diffamazione – deve presumersi sino a prova contraria; in sostanza, quindi, non è necessario dimostrare che le frasi siano state effettivamente percepite da almeno due persone, ma, si ripete, in caso di utilizzo di internet, tale circostanza si deve ritenere pacifica, salvo prova contraria.

Ovvio che in tale contesto poco importa se il profilo su cui sono comparse le offese incriminate fosse accessibile ad un numero indeterminato di utenti o solo al gruppo di “amici” dell’imputato.

Anche il principio sopradetto trova conferma in un precedente ed ormai consolidato orientamento di legittimità: si veda in tal senso Cass. 21/6/2006, n. 25875, CED 234528; Cass. 4/4/2008, n. 16262, CED 239832; Cass. 27/4/12, n. 23624, CED 252964.

3.Una volta verificata la sussistenza degli elementi oggettivi del reato di diffamazione, la Corte si sofferma brevemente sull’elemento soggettivo del dolo della diffamazione, ritenendolo pacificamente sussistente.

In particolare, si chiarisce in sentenza, la diffamazione non richiede affatto il dolo specifico e, quindi, in altre parole, non ha alcuna importanza che l’imputato non abbia perseguito la finalità – specifica - di danneggiare la reputazione altrui. 

Del resto, come già confermato da diverse pronunce (sul punto si veda, tra le tante, Cass. 15/7/10, n. 36602, CED 248431), ai fini della realizzazione del reato è sufficiente, in capo all’agente, il dolo generico e quindi la mera consapevolezza di pubblicare una frase dal contenuto diffamatorio e la consapevolezza che la stessa venga a conoscenza di almeno due soggetti, così come pacificamente accaduto nel caso in esame.

La sentenza pertanto, avendo integralmente recepito alcuni orientamenti giurisprudenziali ormai pacifici, non può dirsi certamente innovativa, ma ha comunque dalla sua il pregio di definire il perimetro applicativo della diffamazione nell’ambito di uno dei più popolari ed utilizzati social network che molti utenti, forse non pienamente consapevoli delle potenzialità e degli effetti di tale mezzo, ritengono ancora una sorta di “porto franco” in cui esprimere fin troppo liberamente i propri pensieri.

 

 

 

 

 

 

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