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Linee Guida per la regolamentazione delle modalità di mantenimento dei figli nelle cause di diritto familiare

Il Consiglio Nazionale Forense ha approvato le Linee Guida in materia di mantenimento della prole con particolare riguardo alle c.d. spese straordinarie.

In caso di mancato accordo tra i genitori, le spese saranno così qualificate:

tra le spese comprese nell’assegno di mantenimento vi sono:

  • abbigliamento;
  • materiale scolastico di cancelleria;
  • mensa;
  • ricarica cellulare;
  • trasporto urbano (tessera autobus e metro);

tra le spese extra assegno obbligatorie, per le quali non è richiesto l’accordo tra i genitori vi sono:

  • libri scolastici;
  • spese sanitarie urgenti;
  • spese ortodontiche e sanitarie effettuate tramite SSN in difetto di accordo sulla terapia con uno specialista privato;

tra le spese extra assegno, per le quali occorre il consenso di entrambi i genitori vi sono:

  • ripetizioni;
  • viaggi di istruzione;
  • corsi di musica, disegno e pittura;
  • attività sportiva compresa l’attrezzatura necessaria;
  • visite mediche specialistiche;
  • cicli di psicoterapia e logopedia;
  • organizzazione di ricevimenti, celebrazione e festeggiamenti dedicati ai figli.

 

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Non rileva l’astratta capacità lavorativa della moglie priva di redditi adeguati

Nella separazione personale, i "redditi adeguati" a cui va rapportato l'assegno di mantenimento sono quelli necessari al coniuge 'debole' a mantenere il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

Nel caso in esame, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28938 del 4.12.2017, ha riconosciuto che, a fronte di una sproporzione reddituale e patrimoniale tra i coniugi, il marito, professionista affermato e proprietario di numerosi immobili, è tenuto a corrispondere il contributo al mantenimento alla moglie, priva di fonti di reddito e che non aveva lavorato durante il matrimonio per dedicarsi alla famiglia.

Non rileva l'astratta capacità lavorativa della moglie poiché l'attitudine del coniuge al lavoro assume importanza solo in caso di effettiva sopravvenuta possibilità di svolgimento di un'attività lavorativa retribuita (Cass. civ. 25697/17).

Rileva invece il permanente dovere di assistenza materiale nei confronti della moglie.

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Autosufficienza e benessere economico: no all’assegno divorzile nel caso Berlusconi/Lario

Nella separazione il dovere di assistenza materiale conserva la sua efficacia in quanto costituisce uno dei cardini del matrimonio e giustifica la corresponsione dell’assegno di mantenimento. Non può affermarsi lo stesso quanto alla solidarietà postconiugale alla luce della recente sentenza della Corte di Cassazione n. 11504/2017 che ha sancito il passaggio dal parametro del ‘tenore di vita durante il matrimonio’ a quello dell’ ‘indipendenza o autosufficienza economica’, desunta dal possesso di: 1) redditi di qualsiasi specie; 2) cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari; 2) capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso e al mercato del lavoro ); 4) stabile disponibilità di una casa di abitazione. Occorre, quindi, svolgere un preliminare concreto giudizio, ai sensi dell’art. 5 L.898/1970, sulla sussistenza o meno di mezzi adeguati o dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive da parte del coniuge richiedente l’assegno divorzile.

La Corte d’Appello di Milano, nel caso affrontato, ha revocato l’assegno divorzile alla luce dell’autosufficienza e del benessere economico goduto dalla ex moglie, facendo decorrere la revoca dell’assegno dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza di scioglimento del matrimonio, quindi da un periodo di gran lunga precedente la pubblicazione della sentenza di secondo grado.

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Nessun mantenimento all’ex coniuge che rifiuta un impiego

Con l’ordinanza n. 25697/2017 la Corte di Cassazione ha affrontato il caso della corresponsione del mantenimento a favore della ex moglie in caso di inerzia nella ricerca di un impiego e di rifiuto di una concreta opportunità lavorativa. Secondo la Suprema Corte “deve trovare adeguata considerazione, nella decisione del giudice del merito, l’attitudine a procurarsi un reddito da lavoro (insieme ad ogni altra situazione suscettibile di valutazione economica) da parte del coniuge che pretenda l’assegno di mantenimento a carico dell’altro, tenendo quindi conto della effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita”. Dovrà, quindi, essere disposta la riduzione o la soppressione dell’assegno di mantenimento, ove l’ex coniuge abbia rifiutato concrete occasioni di lavoro presentatesi.

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Disegno di Legge in materia di accordi prematrimoniali

E’ all’esame della Commissione Giustizia della Camera il DDL in materia di accordi prematrimoniali la cui finalità è di riconoscere ai futuri coniugi, nel momento precedente al matrimonio, l’autonomia di disciplinare con una apposita convenzione i loro rapporti patrimoniali e personali relativamente all’eventuale fase della separazione e del divorzio. Secondo quanto esplicato nel disegno di legge, la gestione anticipata e consensuale permetterebbe di evitare la negoziazione nel momento in cui il matrimonio è già in crisi e, quindi, può essere molto difficoltoso il raggiungimento di un accordo. Tra i punti salienti:

- l’obbligo di atto pubblico o negoziazione assistita;

- l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica in presenza di figli minori;

- l’accordo sul mantenimento, fatto salvo in ogni caso il diritto agli alimenti;

- in deroga al divieto dei patti successori, la previsione di norme in caso di successione di uno o di entrambi i coniugi, fatti salvi i diritti degli altri legittimari.

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No all’assegno divorzile se l’ex coniuge guadagna più di 1.000,00 euro al mese

A seguito del revirement della Corte di Cassazione (sentenza n. 11504/2017), il Giudice del divorzio, sulla base del principio di autoresponsabilità economica di ciascuno degli ex coniugi, deve riconoscere l’assegno divorzile solo ove l’ex coniuge richiedente non sia indipendente o autosufficiente economicamente. Il Tribunale di Milano, con l’ordinanza del 22.5.2017, fornisce una prima interpretazione di “indipendenza economica”, da intendersi come “la capacità di provvedere al proprio sostentamento”, cioè di avere risorse sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio ed esercizio dei diritti fondamentali). Il parametro di riferimento economico concreto può essere rappresentato “dall’ammontare degli introiti che, secondo le leggi dello Stato, consente (ove non superato) a un individuo di accedere al patrocinio a spese dello Stato”. Considerato che la soglia per accedere al patrocinio a spese dello stato è, ad oggi, di euro 11.528,41, cioè circa euro 1.000,00 mensili, secondo il Tribunale, se l’ex coniuge guadagna almeno euro 1.000,00 mensili, non ha diritto a ricevere alcun assegno. Tuttavia, tale parametro non viene ritenuto esclusivo. Un ulteriore riferimento può essere il reddito medio percepito nella zona in cui il richiedente l’assegno vive e abita.

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Cambiano i parametri per l’assegno di divorzio

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11504 del 10.5.2017, ha rivoluzionato l’interpretazione dei criteri su cui i Giudici, sino ad oggi, si sono basati nella concessione e nella quantificazione dell’assegno divorziale. Non ha più rilevanza il mantenimento in capo all’ex coniuge ‘debole’ di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio. Il Giudice, attenendosi ad un principio di ‘autoresponsabilità economica’ di ciascuno degli ex coniugi, per concedere l’assegno divorzile dovrà verificare se il richiedente non abbia ‘mezzi adeguati’ o, comunque, non possa procurarseli per ragioni oggettive. Ciò andrà accertato sulla base dei seguenti indici: 1) possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari; 3) capacità e possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) stabile disponibilità di una casa di abitazione. Solo qualora tale accertamento dovesse concludersi con un riconoscimento del diritto all’assegno divorziale, allora il Giudice dovrà determinare in concreto la misura dell’assegno. Diventa, pertanto, fondamentale l’indagine sull’indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge richiedente.

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Le spese della madre per una nuova abitazione vanno considerate nella determinazione del contributo al mantenimento

Se la madre, che ha lasciato la casa familiare, sostiene spese di affitto per una nuova abitazione, il giudice deve tenerne conto nello stabilire l’ammontare del contributo al mantenimento per il figlio minore a carico del padre. Questo è quanto chiarito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 24821, pubblicata il 5 dicembre 2016. La doglianza del padre ricorrente, secondo il quale il contributo al mantenimento del minore non può essere integrato con una quota delle spese che la madre deve sostenere per la propria abitazione, non ha trovato accoglimento. Secondo la Corte, il debito gravante sulla madre va tenuto nella debita considerazione in conformità a quanto previsto dall’art. 337 ter, comma IV, c.c.: ciascun genitore deve provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, tenuto conto, tra l’altro, delle risorse economiche di entrambi i genitori.

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