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UE e consumatori: Regolamento 2019/1150 su marketplace e servizi di intermediazione online

Nel corso del 2019, l’Unione Europea è intervenuta ripetutamente al fine di migliorare e modernizzare il quadro normativo relativo alla vendita / fornitura di prodotti / servizi ai consumatori, nonché per disciplinare alcuni rapporti B2B con impatto diretto sulla platea dei consumatori.

Tra i testi di maggior rilevanza, il Regolamento UE 2019/1150 “che promuove equità e trasparenza per gli utenti commerciali dei servizi di intermediazione online” entrerà in vigore il 12/07/2020 introducendo una serie di obblighi in capo ai fornitori di servizi di intermediazione online (ad esempio, i marketplace) che consentano ad utenti commerciali (ossia, professionisti / imprenditori) di offrire beni o servizi ai consumatori attraverso una piattaforma digitale.

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Contratti B2C e diritto di recesso: la Corte di Giustizia chiarisce le modalità con cui le informazioni devono essere fornite ai consumatori

1. Introduzione

Mediante l’emanazione della Direttiva 2008/48/CE, da ultimo modificata ad opera del Regolamento (UE) 2019/1243 (di seguito, la “Direttiva”), sono state poste le basi per l'armonizzazione di taluni aspetti delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri dell’Unione Europea in materia di contratti di credito ai consumatori.

Tra gli obiettivi principali che la Direttiva si prefigge di conseguire, figurano l’armonizzazione dei contratti di credito e la necessità che i contratti stessi contengano tutte le informazioni necessarie esposte in maniera chiara e concisa, così da permettere ai consumatori di comprendere i diritti e gli obblighi sottostanti al contratto stesso (considerando 9 e 31 della Direttiva).

Come noto, il tema della trasparenza e comprensibilità delle obbligazioni contrattuali è comune a tutti i rapporti tra imprenditore e consumatore e travalica la semplice materia bancaria.

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Coronavirus, e-commerce e social media: AGCM in campo a tutela dei consumatori

Con lo scoppio dell’emergenza sanitaria da Covid-19 e l’applicazione di severe misure di quarantena, le vendite online hanno visto in Italia – a febbraio – un incremento dell’80% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un tasso di crescita probabilmente destinato ad aumentare per il mese di marzo quando il lockdown è diventato pressoché totale.

In questo contesto, sono aumentati proporzionalmente anche i rischi per i consumatori di imbattersi in pratiche commerciali ingannevoli o – più banalmente – di trovarsi costretti a pagare prezzi raddoppiati o triplicati per dispositivi medici e beni di prima necessità che, pochi giorni prima, erano facilmente reperibili a basso costo.

Dalla seconda metà di febbraio, nell’arco di meno di un mese, l’AGCM ha quindi riposto particolare attenzione nelle pratiche commerciali online connesse – direttamente o indirettamente – al Coronavirus, ed ha avuto modo di intervenire già 6 volte nei confronti di marketplace e portali di e-commerce.

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Niente risarcimento danni all’utente per i reiterati sms promozionali nel caso in cui la compagnia telefonica sia in grado di documentare l’assenso, ancorché verbale, al trattamento dati personali

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 9982 del 16.5.2016, ha stabilito che alla compagnia telefonica è sufficiente il consenso prestato a voce dall’utente per potergli inviare sms pubblicitari sul cellulare, sempre che il gestore sia comunque in grado di fornire prova scritta dell’assenso del consumatore, ad esempio producendo gli estratti del proprio sistema informatico.

Secondo la Suprema Corte, in tema di telefonia mobile e di sms pubblicitari, la regola dell’art. 23, comma III, del D.Lgs 196/2003, secondo cui il consenso al trattamento dei dati personali c.d. comuni è valido se documentato per iscritto, attiene non alla forma della manifestazione del consenso, prevista invece per il trattamento dei dati sensibili, ma al contenuto dell’onere probatorio gravante sul titolare dei dati personali.

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AGCOM: sanzione da 300 mila euro a due società del gruppo Amazon

Con delibera del 9 marzo 2016, l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato ha irrogato due sanzioni pecuniarie, di 80 e 220 mila euro, alle società Amazon EU Sàrl e Amazon Services Europe Sàrl, adibite alla vendita diretta ed alla gestione della piattaforma marketplace del sito. Le due società, in particolare hanno omesso di fornire, in maniera “immediatamente percepibile” ai consumatori prima dell’acquisto, le informazioni precontrattuali obbligatorie previste dagli articoli 49 e 51.2 del Codice del Consumo, relative all’identità della controparte del contratto di compravendita, alla garanzia legale di conformità, alle condizioni di assistenza post vendita ed al diritto di recesso. Secondo l’AGCOM, nello specifico, tali informazioni devono essere rese ai consumatori “in maniera chiara ed evidente”, non potendo le stesse essere limitate ad un mero link alle sezioni “Termini e Condizioni” e “Garanzie Legali”, poste in calce al sito web.

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Clausole vessatorie: l’Antitrust impone a Paypal la modifica delle Condizioni d’uso del servizio

Con provvedimento del 24 febbraio 2016, l’AGCOM ha ordinato a Paypal la modifica di alcune clausole delle Condizioni Generali d’uso del servizio in quanto vessatorie.

Tali clausole, relative alle modalità di fruizione del Programma di Protezione Acquisti per la restituzione di un prodotto non conforme alla descrizione ed alla previsione del foro competente per la risoluzione delle controversie insorte con i consumatori, sono state considerate vessatorie in quanto in grado, le prime, di riservare a Paypal una mera discrezionalità circa l’accertamento di conformità del bene consegnato rispetto a quello acquistato online, in netto contrasto con gli artt. 33 e 35 del Codice del Consumo e, le seconde, di stabilire la competenza esclusiva delle corti inglesi o del Lussemburgo, in deroga al principio della competenza del foro di residenza del consumatore previsto dal Codice del Consumo.

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Dal Ministero dell’economia e delle finanze una nuova guida sul leasing immobiliare abitativo

Il MEF in collaborazione con ASSILEA (Associazione Italiana Leasing) e con il Consiglio Nazionale del Notariato, e con l’adesione di 11 tra le principali Associazioni dei Consumatori (Adiconsum, Adoc, Assoutenti, Casa del Consumatore, Cittadinanzattiva, Confconsumatori- ACP, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori), ha pubblicato un guida dedicata al leasing immobiliare abitativo, introdotto nel nostro ordinamento dalla Legge di Stabilità 2016.

Illustrate le caratteristiche fondamentali, sono evidenziate le tutele per il cittadino e per la società di leasing - nonché regimi fiscali applicabili.

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Beni di consumo: la Corte di Giustizia dell’Unione europea chiarisce alcuni aspetti relativi alla vendita ed all’azione di garanzia

Con sentenza del 4 giugno 2015 (Faber – Hazet, C-497/13), la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata in merito alla corretta interpretazione della direttiva 1999/44/CE che disciplina, a livello comunitario, la vendita dei beni di consumo.

In tale occasione, la Suprema Corte ha precisato che, “nell’individuare le norme applicabili ad una controversia B2C, è compito del giudice nazionale qualificare i fatti e gli atti dedotti in giudizio dalle parti a sostegno delle loro pretese, verificando, in particolare, se l’acquirente possa essere qualificato come “consumatore” nell’accezione di cui all’art. 1, co. 2, lett. a) di tale direttiva”.

I giudici di Lussemburgo, inoltre, hanno stabilito che la disposizione dell’art. 5.3 della direttiva in oggetto (ripresa fedelmente dall’art. 132.3 del Codice del Consumo italiano), secondo cui, laddove i difetti di conformità del bene compravenduto si manifestino entro sei mesi dal giorno della consegna, l’onere di provare tali difetti è eccezionalmente a carico del venditore - e non del consumatore) dev’essere considerata dal giudice nazionale quale norma equivalente ad una disposizione interna avente rango di ordine pubblico, applicabile d’ufficio dal giudice nazionale anche laddove non sia stata espressamente invocata dal consumatore a sostegno delle proprie ragioni. A tal riguardo, la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che, per poter beneficiare di tale presunzione, il consumatore è tenuto a provare esclusivamente l’esistenza e la manifestazione tempestiva del difetto di conformità e non anche le cause di tale difetto e l’imputabilità dello stesso al venditore.

Secondo la Corte di Giustizia Europea, infine, ogni Stato membro deve concedere ai propri consumatori, al fine del corretto esercizio dei diritti che ad essi spettano in forza della direttiva, un periodo di tempo di almeno 2 mesi per poter denunciare tempestivamente al venditore il difetto di conformità del bene compravenduto.

Leggi qui il testo integrale del provvedimento

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Dal 15.02.2016 la piattaforma di risoluzione delle controversie tra professionisti e consumatori

Dal 15 Febbraio 2016 sarà disponibile a consumatori e professionisti la nuova piattaforma di Online Dispute Resolution (ODR) introdotta dalla Commissione Europea: la piattaforma consentirà di dirimere le loro controversie online (evitando così le lungaggini e i costi dei processi ordinari), anche in relazione a questioni transfrontaliere. Gli operatori online saranno obbligati ad inserire un link alla piattaforma ODR sui loro siti al fine di agevolare l’accesso alla procedura, che prevede che gli organismi di ADR aditi agiscano da arbitri al fine di risolvere le controversie tra i consumatori e i professionisti che proporranno i loro ricorsi su tale piattaforma.

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False recensioni: multata TripAdvisor

L’Autorità Garante della Concorrenza e del mercato, intervenendo su segnalazione dell’Unione Nazionale Consumatori, di Federalberghi e di alcuni consumatori, ha accertato la scorrettezza della pratica commerciale realizzata, a partire da settembre 2011, da TripAdvisor LLC (società di diritto statunitense che gestisce il sito www.tripadvisor.it) e da TripAdvisor Italy S.r.l., irrogando in solido ai due operatori una sanzione amministrativa di ben 500 mila euro. 

Con la propria decisione 24 dicembre 2014, l’Antitrust ha rigettato la difesa svolta dall’inserzionista in forza della quale il suo ruolo sarebbe riconducibile a quello di un mero hosting provider, di talché a fortiori avrebbe dovuto essere apprezzato lo sforzo di porre in essere dei meccanismi di controllo, su base esclusivamente volontaria. Come osservato dall’Antitrust “il professionista non si limita”, infatti, “alla memorizzazione di informazioni, ma a causa del modello di business sviluppato svolge anche e soprattutto un’attività di classificazione e sistematizzazione delle informazioni”.
L’Antitrust ha censurato, in particolare, la “diffusione di informazioni ingannevoli sulle fonti delle recensioni pubblicate”, pubblicate sulla banca dati telematica degli operatori, nonché l’inadeguatezza degli strumenti e delle procedure di controllo adottate, incapaci di contrastare il fenomeno delle false recensioni.
Stupisce, a tale ultimo riguardo, il fatto che le risorse umane addette al controllo manuale delle recensioni fossero ridotte a poche unità (solo cinque per l’intera Europa!), di cui, addirittura, una sola a conoscenza della lingua italiana.
In particolare, sono stati censurati i claim commerciali con cui l’inserzionista pubblicizza la propria attività affermando, in modo assertivo, il carattere autentico e genuino delle recensioni, inducendo così i consumatori a ritenere che le informazioni pubblicate siano sempre attendibili in quanto espressione di reali esperienze turistiche di milioni di viaggiatori. Tra gli altri vengono censurati i seguenti claim: "Non importa se preferisci le catene alberghiere o gli hotel di nicchia: su TripAdvisor puoi trovare tante recensioni vere e autentiche, di cui ti puoi fidare. Milioni di viaggiatori hanno pubblicato on-line le proprie opinioni più sincere su hotel, bed & breakfast, pensioni e molto altro"; "Vuoi organizzare un viaggio? Passa prima su TripAdvisor. I viaggiatori della community di TripAdvisor hanno scritto milioni di recensioni sulle loro vacanze migliori e peggiori che ti aiuteranno a decidere cosa fare".
Alla luce delle considerazioni svolte, le condotte contestate violano, a giudizio dell’Autorità, il disposto degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo, inducendo in errore milioni di consumatori in ordine alla natura e alle caratteristiche principali del servizio reso e condizionandone indebitamente le scelte economiche nell’individuazione delle strutture turistiche ricercate sul sito.
Entro novanta giorni le due società dovranno comunicare le iniziative assunte per ottemperare al divieto di ulteriore diffusione e continuazione della pratica commerciale scorretta. La sanzione amministrativa dovrà essere pagata entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento.

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