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Legittima la perquisizione ma niente sequestro presso lo studio dell’avvocato indagato per reato fiscale

Secondo la Cassazione (sent. n. 28069, depositata il 7.6.17), è legittima la perquisizione effettuata presso i luoghi di svolgimento dell’attività dell’avvocato indagato per reato fiscale (art. 10 D.Lgs. 74/2000, per essersi reiteratamente rifiutato di esibire le scritture contabili nel corso di una verifica fiscale) poiché le garanzie previste dall’art. 103 c.p.p. (tra cui, il previo avviso al Consiglio dell’Ordine) non tutelano “chiunque” eserciti la professione legale, ma solo colui che riveste la qualità di difensore in forza di uno specifico mandato. Illegittimo invece il sequestro della documentazione attinente l’attività professionale, non essendo emersi indizi che dimostravano che tale documentazione costituiva corpo del reato ipotizzato a carico del professionista. Tale sequestro, conclude la Corte, costituisce pertanto una indebita e non necessaria ingerenza nella sfera dell’attività difensiva svolta dall’indagato nei confronti di soggetti terzi estranei al reato.  

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Sequestro di un sito web: la questione all'attenzione delle Sezioni Unite

 

Sequestro del sito web di una testata giornalistica: la questione all’attenzione delle Sezioni Unite - Corte di Cassazione sezione I penale, ordinanza del 30 ottobre 2014, n. 45053

 

Con l’ordinanza n. 45053 del 30 ottobre 2014 la sezione I della Suprema Corte ha deciso di devolvere all’attenzione delle Sezioni Unite – ovvero la Sezione deputata a dirimere contrasti insorti tra le decisioni delle singole sezioni o a decidere su questioni di speciale importanza – uno dei nodi giuridici più “caldi” in tema di diffamazione giornalistica on line.

 

Va chiarito che sul tema non si era ancora formato un vero e proprio conflitto giurisprudenziale, ma la sezione I ha probabilmente - e saggiamente – deciso di  anticipare i possibili e futuri “scontri” anche alla luce della attualità del tema, concernente le caratteristiche, i diritti ed i limiti del giornalismo on line e la possibilità di applicare a quest’ultimo le regole proprie della carta stampata.

 

Prima di inquadrare la questione giuridica, un breve cenno sui fatti incriminati: si tratta di un articolo dal contenuto diffamatorio ex art. 595 c.p. pubblicato sulla pagina web della testata giornalistica registrata «ilgiornale.it» ed intitolato «Toh giudice Cassazione amico toga diffamata» per il quale era stato disposto il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. ed il relativo oscuramento della pagina web; i difensori dei giornalisti indagati avevano quindi impugnato il provvedimento innanzi al Tribunale del Riesame che però aveva confermato la legittimità del sequestro. Contro tale decisione è stato quindi presentato ricorso in Cassazione la quale, come già detto, alla luce della differenza di vedute caratterizzanti la questione, ha deciso di rivolgersi alle Sezioni Unite tramite l’ordinanza in commento.

 

Il “cuore” del ragionamento della Suprema Corte ricade sulle guarentige previste all’art. 21 della Costituzione ove si sancisce la libertà di pensiero e, in buona sostanza, si impone un generale divieto di sequestro preventivo della stampa. Come emerge chiaramente dal tenore della disposizione la preoccupazione dei costituenti era quella di evitare che si potessero rinnovare le misure limitative della libertà di manifestazione del pensiero realizzate durante il periodo fascista e, per tale ragione, alla libertà di stampa fu riservata una tutela ipergarantista, superiore a quella prevista per altre libertà (come la libertà personale, ad esempio, prevista all’art. 13).

 

Sul punto le pronunce emesse negli ultimi anni (Cass. pen. V, 5/3/2014, n. 10594; Cass. pen. V, 10/1/2011 n. 7155; Cass. pen. V, 19/9/11, n. 46504) sostenevano in buona sostanza che la libertà di pensiero non può costituire un veicolo per la commissione di reati e che le specifiche garanzie previste all’art. 21 della Costituzione, vista la diversità strutturale ed ontologica del mezzo, non sono applicabili al web; in definitiva le motivazioni delle sentenze citate, di cui in parte si dirà meglio di seguito, hanno concluso ribadendo (a volte in termini forse un po’ troppo tranchant) un concetto molto preciso: “la telematica non è stampa” con la conseguenza che ogni applicazione analogica dell’art. 21 andrebbe esclusa in radice.

 

Ebbene, la sezione I, senza mezzi termini, dichiara di non condividere affatto l’orientamento appena citato.

 

Ed infatti uno degli argomenti principali spesi in passato per negare la descritta applicazione analogica risiedeva nella maggior offensività del mezzo informatico rispetto alla stampa che, per tale ragione, avrebbe quindi meritato di essere colpito da provvedimenti maggiormente restrittivi. Ebbene, secondo la Corte tale ragionamento non è congruente al tema in discussione. 

 

Non vi è infatti dubbio che il mezzo telematico consente l’accesso e la fruizione in modo universale da parte di chiunque in qualsiasi luogo si trovi, tuttavia ciò che si tende a dimenticare è che tale profilo è solo uno dei fattori, peraltro non esclusivo, che concorrono a determinare l’offensività della condotta diffamatoria. Del resto una notizia pubblicata su un giornale ad elevatissima tiratura e letto da milioni di persone ben potrebbe arrecare un maggior nocumento rispetto a quello generato da una notizia disponibile su un sito con pochi accessi e pochi utenti.

 

Ad ogni buon conto, poi, la (pretesa) maggior offensività di una diffamazione a mezzo web rispetto a quella a mezzo stampa non avrebbe alcuna influenza sulla individuazione della “eadem ratio” che sottende ad ogni applicazione analogica.

 

Ciò che infatti deve essere considerato prevalente ai fini dell’analogia tra stampa e web è che, a ben vedere, la garanzia costituzionale dell’art. 21 non riguarda il mezzo (stampa), ma cade, in via principale se non esclusiva, sull’esercizio della libertà di pensiero che – e si viene al “nodo” della questione - può essere attuata anche con mezzi diversi dalla stampa e ciò, aggiungiamo noi, a maggior ragione in caso di testate giornalistiche on line registrate: secondo la sezione I, quindi, anche la libertà di pensiero esercitata a mezzo web potrebbe meritare le medesime garanzie costituzionali previste per la carta stampata.

 

 

Sulla base di ciò e, quindi, per evitare il sorgere di un “contrasto giurisprudenziale rispetto agli ordinamenti censiti nella giurisprudenza di legittimità”, si è deciso di investire della questione le Sezioni Unite.

 

 

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Court Of New York: la reasonable expection of privacy di un tweet

Il caso

In data 26 gennaio 2012 il Procuratore del Distretto di New York chiedeva il sequestro dei dati di un utente di Twitter, Malcom Harris, accusato di “comportamento atto a turbare l'ordine pubblico” (New York Penal Law, article §240.20[5]) per aver preso parte ad una marcia di protesta del movimento “Occupy Wall Street” il 1° ottobre 2011. Il provvedimento, in particolare, era diretto ad ottenere l’indirizzo mail e i “tweet” postati sull’account @destructuremal e successivamente cancellati tra il 15 settembre e il 31 dicembre 2011, al fine di sconfessare la linea difensiva di Harris che, al contrario di quanto ritenuto dal Procuratore, aveva affermato che era stata la Polizia a condurre e scortare l’accusato sulla carreggiata del ponte di Brooklyn.
Twitter Inc. si opponeva alla richiesta di sequestro, ma il 30 giugno 2012, il Tribunale di New York rigettava l’istanza affermando che:
(i) i “tweet” degli utenti non trovano protezione all’interno del Quarto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che tutela il cittadino da perquisizioni, arresti e confische irragionevoli;
(ii) la richiesta di sequestro in discussione trova tutela in base alle leggi dello Stato di New York (art. I, § 12 della Costituzione dello Stato di New York).
Di conseguenza, il Tribunale ordinava a Twitter Inc. di dare attuazione alla richiesta di sequestro del Procuratore. In data 27 agosto 2012 Twitter Inc. ha presentato appello contro tale decisione.

Le motivazioni dell’accusa
Il Procuratore di New York, al fine di dare legittimazione alla propria richiesta di sequestro dei “tweet” dell’account di Harris, ha anzitutto sostenuto il carattere pubblico degli stessi, affermando che l’ISP, in questo caso, è come se fosse il testimone di un reato: di conseguenza, è lecito obbligarlo a rendere note le informazioni in suo possesso. In secondo luogo, ha affermato che il Quarto Emendamento, applicabile all’abitazione fisica di un individuo non è invece applicabile al mondo della rete, dove le informazioni sono inviate e custodite presso terze parti, e non in uno spazio fisico o virtuale nella disponibilità esclusiva dell’utente della rete. In terzo luogo, la richiesta del Procuratore era relativa a fatti sufficientemente specifici e non generica, circostanza che le conferiva legittimità in base ai principi contenuti nello Stored Communications Act (18 USC §§2701-2711).

La difesa di Twitter Inc.
Twitter Inc. ha, invece, sostenuto che:
(i) il singolo utente ha legittimazione ad impugnare la richiesta del Procuratore perché è un diritto protetto dal Primo Emendamento (libertà di espressione) e i termini e condizioni di utilizzo attribuiscono all’utente un “interesse proprietario” riguardo ai propri “tweet”;
(ii) i “tweet” sarebbero anche protetti dal Quarto Emendamento perché il Procuratore ammette di non potervi accedere liberamente, così dimostrando l’esistenza di una “reasonable expectation of privacy” (ragionevole aspettativa di riservatezza) da parte dell’utente;
(iii) sulla base dell’Uniform Act (Uniform Act to Secure the Attendance of Witnesses from Without a State in Criminal Proceedings) la richiesta doveva essere fatta ad un Tribunale della California, Stato in cui ha sede Twitter Inc.

Tralasciando le questioni procedurali, è chiaro che i Giudici della Suprema Corte dello Stato di New York dovranno fornire una risposta alla seguente domanda: una ragionevole aspettativa di riservatezza può essere riconosciuta riguardo ad un “tweet” rimasto online per un certo periodo e poi rimosso dall’utente?

L’approccio Europeo alla privacy dell’utente in Rete
Mentre negli Stati Uniti si discute dell’opportunità di proteggere il “tweet” di un utente attraverso il Quarto Emendamento, in Europa si valuta l’ipotesi di modificare l’attuale normativa sulla privacy. Le recenti proposte della Commissione, relative al nuovo quadro giuridico europeo in materia di protezione dei dati personali, prevedono l’entrata in vigore entro la fine del 2012 di un Regolamento, che andrà a sostituire la direttiva 95/46/CE, e di una Direttiva che dovrà disciplinare i trattamenti per finalità di giustizia e di polizia (attualmente esclusi dal campo di applicazione della direttiva 95/46/CE).
Qualora entrasse in vigore, il nuovo Regolamento introdurrebbe il "diritto all’oblio", ossia il diritto di decidere quali informazioni possano continuare a circolare (in particolare nel mondo online) dopo un determinato periodo di tempo, fatte salve specifiche esigenze (ad esempio, per rispettare obblighi di legge, per garantire l’esercizio della libertà di espressione o per consentire la ricerca storica).
Negli Stati Uniti, quindi, il Primo e Quarto Emendamento si pongono come baluardo difficilmente superabile della libertà di espressione e del diritto alla riservatezza, e dirigono necessariamente l’oggetto delle riflessioni giuridiche sul piano dei rapporti tra i poteri delle istituzioni e le libertà degli individui.
In Europa invece, i problemi legati alla “reputazione digitale” costringono le Autorità giudiziarie ad adottare decisioni spesso contrastanti fra loro, che in assenza di rigide affermazioni in merito alla libertà di espressione lasciano gli utenti della Rete, oltre che gli stessi internet service provider, in balia di affermazioni di principio spesso insufficienti e/o poco aderenti alla realtà di un fenomeno – la diffusione globale delle informazioni – per il quale non sono ancora state messe nero su bianco le “regole del gioco”.
Secondo James Q. Whitman, titolare della cattedra di diritto comparato presso la Yale Law School, questa differente impostazione giuridica è frutto della diversa formazione storica, politica e culturale dei due continenti.
La privacy europea tende a salvaguardare la riservatezza della persona di fronte al principale soggetto che la minaccia: il sistema dei media e, con l’avvento delle nuove tecnologie, quello derivante dalla società dell’informazione. La privacy statunitense, invece, si erge a tutore dell’inviolabilità delle pareti domestiche dalla possibile intrusione dello Stato.
Se si considera, tuttavia, che i tre principali internet service provider statunitensi collocati nell’area della Silicon Valley (Google, Facebook e Twitter) contano ad oggi circa 2 miliardi e trecento milioni di utenti nel mondo e buona parte di essi sono cittadini dell’Unione Europea, è facile immaginare come queste differenti impostazioni debbano urgentemente trovare un punto di equilibrio.

(avv. Giuseppe Vaciago)

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