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Internet delle Cose (“I.o.T”): non perdiamo altro tempo!”

La rivoluzione è in atto e noi facciamo finta di non accorgercene! O meglio: ne parliamo, facciamo convegni, realizziamo suggestive slides ma nella realtà facciamo poco o nulla di concreto. I dispositivi interconnessi nel mondo – ci dice uno studio della Ericsson – sono circa 16 miliardi e arriveranno presto a 28 miliardi: in Italia il business connesso al I.o.T è di circa 2 miliardi di euro con un trend in aumento molto sensibile. L’ultimo rapporto della Cisco, il Visual Networking Index, pubblicato proprio in queste ore, registra che a fine 2016 abbiamo toccato quota 4.9 miliardi di persone connesse al web da un dispositivo mobile, con 8 miliardi di apparecchi collegati. Se pensiamo che ormai, noi esseri umani, siamo circa 7.4 miliardi di individui viventi, abbiamo superato la soglia di un device a testa. L’Italia è al 12° posto davanti agli Stati Uniti con un +47% di incremento. La peculiarità, tutta italiana, sempre secondo il rapporto Cisco, è che siamo tra i primi paesi a comprare i device di ultima generazione adottando immediatamente tutto quello che passa per lo schermo di uno smartphone, ma poi continuiamo a essere indietro, molto indietro, rispetto agli altri paesi, nell’usare tecnologie e logiche del nuovo mondo applicate alla pubblica amministrazione.

Dunque il “villaggio globale” viaggia ad una velocità digitale mostruosa e il sistema Italia perde colpi. La digitalizzazione del paese, consentiteci questo termine generico ma che ci auguriamo sia rappresentativo della rivoluzione in essere, langue. Rimane al centro del dibattito formale ma non va oltre superficiali affermazioni o false promesse di realizzazione. Non “scende” nel paese reale né nella parte pubblica (l’ultima legge di stabilità dello scorso anno impose un taglio delle spese a ICT degli enti pubblici territoriali del 50% nel triennio, proprio in questo settore dunque!) né in quella privata. La fabbrica 4.0 è, per ora, salvo poche eccezioni, uno slogan da workshop delle associazioni di categoria. Siamo l’ultimo paese tra i membri dell’Unione Europea a livello di informatizzazione sia come copertura sia come investimenti. Renzi, “campione” del mondo del web è riuscito a convincere un grande manager italiano costretto ad emigrare negli Stati Uniti “per necessità”, Piacentini, a rinunciare ai milioni di dollari del suo compenso in Amazon per venire a Palazzo Chigi a guidare una task force per il rilancio della digitalizzazione della pubblica amministrazione. Un miracolo! Oggi, con Renzi “a casa” ad occuparsi “solo” di politica, il progetto è ancora in piedi ma Piacentini deve scontrarsi con una burocrazia che lo vincola nella sua energia propulsiva e innovativa. La squadra è di qualità ma molto “corta” si direbbe in termini calcistici. Con poca forza negoziale verso le strutture ministeriali vecchie ed arrugginite. Lavora intensamente e ha come primo obiettivo da raggiungere la mappatura delle risorse esistenti a livello nazionale. La fotografia, in altre parole, delle risorse di ICT sparse fra le varie branche nazionali e locali dello stato.

Detto ciò, che fare? Impigrirci su un processo che ci sta facendo perdere, in termine competitivi, straordinarie opportunità di business? I campi investiti dalla rivoluzione dell’I.o.T di cui sopra, sono innumerevoli: si va dalla video sorveglianza alla sicurezza nelle smart home (domotica); dal controllo delle flotte aziendali alla tracciabilità degli oggetti di valore o al monitoraggio del traffico cittadino. Quello che sorprende, irrita e poi si trasforma in malessere distruttivo e mirato poi a lasciare il “bel Paese” è soprattutto un dato: se l’I.o.T fosse applicato davvero alla smart city i risultati in termini di risparmio della spesa pubblica (la famosa Spending Review) sarebbero impressionanti. Stiamo parlando di “illuminazione pubblica intelligente”, di “gestione automatizzata della mobilità”, di “automazione intelligente del ciclo dei rifiuti e della raccolta urbana”. Interventi che permetterebbero in base ad alcuni autorevoli studi americani, (per tutti Telefonica, “The Smart Meter Revolution”, gennaio 2014) di risparmiare 4.2 miliardi di euro, tagliare 7.2 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica ed evitare le solite frustranti code nel traffico cittadino. Code che si portano dietro come conseguenza automatica ed immediata l’aumento delle ore improduttive del nostro sistema economico. Proprio in questi giorni la rivista on line Competere ha pubblicato uno studio denominato “9 proposte per l’Internet delle Cose” condotto da Benedetta Fiani, di cui consigliamo vivamente la lettura e la meditazione. Dopo aver fotografato il misero scenario attuale in Italia, il report si concentra su alcuni punti programmatici di attenzione, da discutere e condividere, ma soprattutto da realizzare al più presto. Una “lista della spesa” che vale la pena riprendere e commentare titolo per titolo

Riprendiamo quindi i 9 punti della piattaforma propositiva di Competere, commentandoli in calce e sperando così di stimolare ulteriormente i nostri “Decisori” politici nazionali a porsi il problema e soprattutto a far diventare davvero la digitalizzazione del paese e della pubblica amministrazione, una priorità di politica industriale. Le risorse sono poche e diminuite negli ultimi anni? Non è un alibi che tenga: basta considerare sul serio l’I.o.T. una priorità strategica del nostro futuro a breve per poi dirottare su tale capitolo di spesa risorse da altri settori meno prioritari o addirittura inutili, inefficienti e improduttivi. Questa è davvero la sfida sulla quale il governo deve metterci faccia, risorse e fiducia. Prima che sia troppo tardi.

Ma veniamo alle 9 proposte di Competere: in calce ad ogni proposta evidenzieremo in carattere corsivo il nostro pensiero in merito.

  1. Sviluppare una roadmap. Sarebbe opportuno che ogni governo nazionale sviluppasse una roadmap strategica per favorire l’implementazione e l’adozione dell’I.o.T in ambito pubblico, creando le condizioni migliori perché il privato operi in modo competitivo. Le istituzioni potrebbero, in questo modo, coinvolgere settori specifici che siano in grado di sviluppare azioni mirate a beneficio di determinate filiere industriali.

Come dicevamo è importante che il governo italiano metta davvero e in concreto tra le priorità del paese l’agenda digitale. Oggi, sulla carta tale scelta è stata fatta ma in realtà gli enti preposti (sia l’agenzia per la digitalizzazione sia la task force di Piacentini) hanno strutture limitate e poche risorse disponibili. E’ necessario investire in tali strutture in modo tale che diventino davvero le cabine di regia di uno sviluppo del settore che si basi su una collaborazione innovativa e virtuosa tra il pubblico e i privati, a beneficio delle filiere industriali domestiche.

  1. Dare l’esempio. Se il settore pubblico adottasse per primo un piano favorevole alla diffusione dell’I.o.T per dimostrarne i benefici, il valore e il volume degli investimenti aumenterebbero in modo proporzionale.

L’esperienza americana ci insegna che l’innesco pubblico è fondamentale per accelerare i processi di innovazione nelle industrie private. Senza lo start-up promosso dal settore pubblico tutto diventa più difficile e faticoso

  1. Investire nelle partnership per superare gli ostacoli. Molti dei progetti che includono lo sviluppo dell’I.o.T potrebbero sfruttare la partnership tra settori pubblici e privati. Questo tipo di collaborazione potrebbe ridurre il gap fra grandi e piccoli operatori a favore delle realtà locali più ristrette e con budget limitati.

Un nuovo format di Public Private Partnership è fondamentale per operare davvero un salto di qualità e di accelerazione del settore.

  1. Ridurre le barriere normative e i ritardi. Un lungo e massiccio processo di regolamentazione non solo rallenterebbe la disponibilità di avere i dispositivi disponibili e operativi sul mercato, ma scoraggerebbe gli investimenti da parte del settore privato e da parte degli investitori internazionali.

La semplificazione normativa e l’efficientamento della macchina amministrativa sono due chiavi di volta del processo di sviluppo della digitalizzazione del paese. Non abbiamo bisogno di nuove norme, di nuovi regolamenti, di nuova burocrazia: abbiamo bisogno di risorse adeguate, di professionalità e di efficienza. L’auspicio è che il governo si concentri su questi aspetti operativi

  1. Facilitare la condivisione e il riutilizzo dei dati. Poter utilizzare e condividere con assoluta semplicità i dati garantirebbe ai consumatori la possibilità di sfruttare al meglio i benefici connessi all’I.o.T. La decisione riguardo gli standard da utilizzare è decisiva. La scelta di utilizzare standard aperti e condivisi a livello internazionale sembra essere la soluzione migliore per garantire la massima iperoperabilità.

Il Data Sharing e il riuso sono due elementi fondamentali per razionalizzare e valorizzare le risorse esistenti. Soltanto in questo modo potranno essere ottimizzate le eccellenze esistenti in certi settori attraverso la socializzazione con quelli rimasti più indietro.

  1. Continuare ad investire per ottenere tecnologie sempre più performanti. Investire costantemente sulle nuove tecnologie può permettere di raccogliere dati sempre più completi e puntuali. Utilizzare dati migliori garantirebbe un monitoraggio più attento ai processi interni e una maggiore resa produttiva.

Il punto è assolutamente condivisibile e deve essere coniugato con i concetti espressi precedentemente.

  1. Ridurre il “data devide”. Nessuno può rimanere escluso. E’ necessario che una leadership politica lungimirante in fatto di innovazione permetta all’intera comunità di godere dei benefici socio-economici derivanti dall’I.o.T, senza limitare la libertà del settore privato.

Idem come sopra. La rivoluzione digitale non deve portare ad inique nicchie di privilegiati. Deve essere un processo globale che fa beneficiare tutta l’intera comunità dei benefici derivanti dall’applicazione dei risultati dell’I.o.T.

  1. Utilizzare i dati per risolvere le questioni più difficili. La costante connessione degli oggetti ad internet potrebbe non solo semplificare la nostra vita, ma renderla addirittura migliore. Implementare l’I.o.T in settori chiave quali la sanità e la pubblica sicurezza è fondamentale per garantire un livello di innovazione competitivo a livello globale.

Sanità e pubblica sicurezza sono i primi due settori che potrebbero dare ai cittadini la concreta sensazione degli straordinari risultati ottenibili con una efficiente e professionale utilizzazione dei risultati dell’applicazione dell’I.o.T. Sicurezza e salute sono le due priorità principali di ogni comunità civile: bisogna incominciare di lì per dimostrare concretamente il beneficio della rivoluzione digitale.

  1. Regolamentare solo dove è necessario e mai in via precauzionale. Molte delle nuove tecnologie vengono guardate dai consumatori con incertezza, a volte addirittura con paura. Tuttavia porre un freno ai benefici derivanti dall’innovazione tecnologica rappresenta un rischio da evitare. Per questo motivo il decisore pubblico dovrebbe agire con cautela nel regolamentare eccessivamente in via precauzionale questo settore: agendo in questo modo, oltre a limitare la competitività e la libera concorrenza, si rischierebbe di rallentare tutti i benefici socio-economici connessi all’I.o.T

Condividiamo, come detto, la necessità di una semplificazione normativa ma è indubbio che l’innovazione dell’I.o.T porrà problemi prospettici di nuovi inquadramenti giuridici delle novità scaturenti dalla rivoluzione digitale. Pensiamo soltanto all’Intelligenza Artificiale e a tutte le questioni inerenti e conseguenti il proliferare di robot sempre più autosufficienti ed operativi nella nostra vita lavorativa e quotidiana. Il nostro sistema giuridico è incentrato sugli esseri umani e sui loro rapporti con i terzi: come inquadrare la nuova figura del robot, nuovo soggetto giuridico scaturente dalla Intelligenza Artificiale? Come disciplinarne le responsabilità e conseguentemente i perimetri operativi? Interrogativi inquietanti ma che dovranno trovare a breve una adeguata risposta da parte dei giuristi. Senza contare un aspetto di education fondamentale per far crescere una cultura generale sull’utilizzo di queste nuove tecnologie: l’introduzione di corsi di Educazione Digitale nelle scuole. Uno strumento necessario per istruire i nostri ragazzi ad avere gli anticorpi necessari nella lettura e nell’utilizzo di tutto il mondo collegato ai social network.

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Come avviare lo sviluppo di tale agenda di cose da fare? Competere fotografa quattro modelli possibili di intervento: quattro tipologie di governance del processo attuativo. Vediamole singolarmente.

  1. Regolamentazione preventiva: una corrente di pensiero, per ora prevalente, tende a sottolineare l’importanza di una regolamentazione preventiva dei potenziali rischi connessi all’I.o.T. Tali misure, secondo questo filone propositivo, accrescerebbero la fiducia del consumatore accelerando la diffusione delle nuove tecnologie. Il rischio di tale approccio è che un intervento così invasivo imporrebbe parecchi vincoli all’evoluzione del settore rallentandone lo sviluppo.
  2. Nessuna nuova regolamentazione: questo filone di pensiero tende a lasciare al mercato la possibilità di raggiungere la massima efficienza/beneficio per i consumatori. Il maggior rischio sarebbe rappresentato dall’assenza di strategie proattive pubbliche che promuovano la diffusione delle nuove tecnologie. Si favorirebbe sicuramente la libera competizione sul mercato da parte dei privati ma si rischierebbe la limitazione degli effetti positivi dell’impatto sociale di questa rivoluzione.
  3. Innovazione a livello locale: l’I.o.T viene vissuta come un asset fondamentale a supporto delle imprese per l’incremento delle loro esportazioni di beni e servizi. Tale approccio presenta il rischio di approvare regolamentazioni che ostacolino l’attrazione di investimenti esteri a favore delle nostre imprese nazionali. In altre parole una forma di protezionismo con tutte le sue possibili derive negative.
  4. Partnership pubblico-private con il governo in una posizione neutrale: il governo potrebbe aiutare l’accelerazione dello sviluppo e della diffusione dell’I.o.T limitandosi a finanziare la ricerca sulle reti mobili, creando progetti pilota per le smart city, evitando un eccesso di regolamentazione e fornendo incentivi mirati per la distribuzione delle smart grid. Tale filone di pensiero vede il governo come una cabina di regia di coordinamento e armonizzazione del mercato con l’istituzione di PPP fondamentali per la promozione dei benefici derivanti dall’I.o.T. L’intervento pubblico sarebbe limitato, la libera concorrenza sarebbe garantita, il ruolo delle istituzioni sarebbe quello di controllare il mercato evitando squilibri e fornendo un indirizzo strategico univoco.

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Il tema è ampio, complesso e impegnativo. Ma il nostro paese non può sottrarsi da questa sfida se vuole davvero farsi carico non solo dei destini delle nostre generazioni ma anche di quelle dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Riccardo Rossotto

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A lunch with... Mario Rasetti

autore:

Riccardo Rossotto

Nell’incubo quotidiano che aleggia nelle menti e nei cuori di molti essere umani (non di tutti….), sul tema dei Big Data si intravede una luce. O meglio abbiamo intravisto una luce di speranza incontrando uno scienziato italiano, amante del suo bislacco Paese, animato, a 74 anni, da passione, energia e progettualità che molti ventenni gli dovrebbero invidiare .

Stiamo parlando del Professor Mario Rasetti, torinese con una vita professionale alle spalle vissuta, con la valigia in mano, tra il Politecnico di Torino e l’Institute for Advanced Study di Princeton. Ora è Presidente della Fondazione ISI con sedi a Torino e New York e considerata una delle tre eccellenze mondiali nella ricerca sui Big Data. Vale la pena andare sul sito per capire cosa stia facendo questo Istituto per cambiare il mondo!

Rasetti li chiama "i miei ragazzi" e sono considerati, nel mondo, una delle squadre di scienziati più innovative e moderne in questo specifico settore. In sintesi, studiano il flusso rivoluzionario di dati che circolano in ogni nano secondo nella Rete e costruiscono i famosi algoritmi che servono proprio a trattare e gestire con certe finalità, ogni volta diverse e mirate a obiettivi diversi, tutto questo enorme e spropositato flussi d’informazioni. Solo per fare un esempio, hanno recentemente costruito per gli Stati Uniti un algoritmo che prevede il diffondersi delle epidemie a livello mondiale, con risultati incredibili in termini di attendibilità e quindi di efficacia preventiva per ridurre il rischio di contagi pericolosissimi. 

Abbiamo incontrato il Professor Rasetti in una calda serata di questo Giugno pazzerello, a Torino, decidendo di innovare (con il Prof. è impossibile non farlo!) il format di questa rubrica di RepMag e scegliendo di mangiare a casa, in modo semplice e frugale. Rasetti non beve, ama la cucina in modo sobrio, è sempre attento e concentrato sulla sua passione, sulle sue ricerche, sulle possibili e nuove conquiste della scienza nel mondo della Rete. Non è monocultura fondamentalista ma piuttosto la consapevolezza che, essendo la Rete uno strumento di conoscenza delle materie più varie e lontane magari tra di loro, bisogna studiarla bene, capirne le potenzialità e i rischi, considerarla un "oggetto" da sfruttare. Un "oggetto" che sta trasformando le nostre vite, i nostri comportamenti, le nostre abitudini: un "oggetto" che dobbiamo sfruttare, che dobbiamo dominare e non subire passivamente.

Di fronte ad un minestrone tiepido (il caldo si combatte con il caldo dicono gli abitanti del deserto) Rasetti inizia a rispondere ai nostri dubbi, alle nostre preoccupazioni sullo sviluppo della Rete e delle sue zone d’ombra.   

 

Allora Professore: Big Data, un incubo o un’opportunità? 

 

"Non c’è alcun dubbio che i big data (e l’uso razionale dei dati in generale, siano essi in grandi insiemi oppure no) costituiscano un’opportunità, anzi ben più che un’opportunità. L’essere 'digitale' proprio della nostra epoca, società, cultura, è un fatto paragonabile all’avvento della stampa. Oggi è in corso una rivoluzione – appunto digitale – simile (ma più grandiosa e universale, si pensi al ruolo di Internet in Africa) a quella avvenuta con l’invenzione di Gutenberg nel 1455, che ha pavimentato la strada a Rinascimento, Illuminismo e Rivoluzione Scientifica. Ci sono analogie profonde, e differenze altrettanto profonde. L’introduzione del libro stampato fu, di fatto, una "rivoluzione inavvertita". L’avvento della stampa venne sì accolto dai contemporanei come una specie di miracolo, perché trasformava il libro da oggetto di élite, prezioso e raro, in un prodotto che poteva facilmente essere moltiplicato in un numero arbitrario di esemplari, sempre meno costosi. Essi non si resero conto però che sarebbe stata la stampa a dare vita al passaggio epocale dal Medioevo all’Età Moderna, proprio perché non era solo un contributo enorme alla diffusione dei libri. Pensando questo si confina l’avvento della stampa a una fase della storia del libro, accentuandone il carattere di continuità rispetto all’effettiva portata rivoluzionaria del cambiamento. La continuità però sta altrove. La carta aveva già sostituito la pergamena e la riproduzione dei libri era diventata un’operazione più spedita, ma l’uso della carta di per sé non aveva ridotto il numero di ore necessarie per produrre un testo. La discontinuità rivoluzionaria indotta dalla stampa sta nella standardizzazione dell’ortografia, nelle nuove modalità di fruizione del libro, nella definizione delle lingue moderne; nel rendere cioè accessibili le premesse culturali dei processi epocali che ne seguirono. Fu il libro stampato a far passare dai pochi dotti del primo umanesimo a un vasto pubblico colto che poteva disporre di edizioni corrette degli autori classici, o accedere al libero esame delle Scritture, o ancora avere sotto gli occhi mappe del cielo e della terra, che disgregavano il mondo di Aristotele e Tolomeo. Naturalmente la rivoluzione della stampa non si verificò nell’arco di una generazione; ci vollero oltre 300 anni perché i cambiamenti da essa introdotti nella società e nella conoscenza venissero metabolizzati e altrettanti perché da rivoluzione si trasformasse in normale strumento di progresso. Prima gli autori dei libri erano controllati dalle autorità, religiose o secolari; con l’avvento della stampa essi divennero sempre più laici, spesso eretici. Una volta stampati, i libri passavano agevolmente di mano in mano, con il loro denso contenuto d’informazioni che, molto più avanti, fu ulteriormente aumentato dalla fotografia; passaggio questo la cui rapidità e portata furono nel tempo accresciute a dismisura prima da telegrafo, telefono e radio, poi dalla televisione e infine dal computer. Quest’ultimo monopolizza oggi ormai tutte le forme della comunicazione, facendo proprie – ma aumentandole a scale senza precedenti – le potenzialità di tutte le altre tecnologie di 'trattamento dell’informazione'. Strumento riservato inizialmente solo alle grandi organizzazioni e amministrazioni, ricerca scientifica e comandi militari, è la tecnologia (prima i microprocessori, poi la Rete) che ha reso questa macchina così sofisticata accessibile a tutti. Oggi attività dello spirito grandiose quanto elitarie, come l’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert, sono sostituite dalla democratica Wikipedia quale fonte e strumento (dinamico, interattivo, partecipato) di informazione e di cultura: dove riproduzione, fruizione e generazione del sapere sono unificate in un unico processo. Se la stampa ha consentito un uso diverso della memoria, il computer esalta questo a dismisura, per la vastità delle sue capacità. Ma tutto questo non è ancora che un pezzo di storia della stampa. Oggi c’è molto di più; oggi ci sono i dati (i Big Data): ben più che un’opportunità dunque, bensì una straordinaria discontinuità nel processo della nostra evoluzione culturale. Big Data significa integrazione del mondo – dall’uomo alle tecnologie che ormai ne accompagnano la vita, a tutti i livelli – in un unico ensemble, in una sola 'materia virtuale' di cui tutto e tutti facciamo parte, dalla decifrazione della quale dipenderanno la nostra vita, evoluzione, progresso.  

Sono anche un incubo? Certo, perché sono un oggetto di tale potenza e complessità che come una vera Biblioteca di Babele contengono tutto, il reale e il possibile, anche il male. Come in ogni vera rivoluzione scientifica, i rischi di cattivo uso da parte di menti perverse o malintenzionate sono naturalmente in agguato. Dobbiamo mettere in campo tutte le nostre risorse etiche per preservarne l’enorme potenzialità positiva; nel passato non sempre ci è riuscito. E dobbiamo creare sempre maggiore consapevolezza tra quanti sono generatori/ proprietari dei dati: l'uomo della strada che ha un cellulare in mano, che paga con bancomat, che va al supermercato o in farmacia, che prenota una visita in ospedale, che guarda la televisione, è lui il vero proprietario dei dati e deve saperlo."  

 

Come si può coniugare virtuosamente sicurezza, privacy e valorizzazione dei Big Data? Rasetti alza le palpebre e sorride: questa è la vera e cruciale sfida a cui gli uomini devono dare una risposta adeguata.

 

"La risposta a questa domanda va formulata su due livelli diversi. Da un lato l’aspetto tecnico: sicurezza privacy e preservazione dei valori dei dati sono oggi saldamente nel novero delle possibilità della scienza. I nuovi algoritmi di cui disponiamo, quelli più avanzati, basati su sofisticate metodologie matematiche e di intelligenza artificiale, se applicati nel modo corretto e con appropriate metodologie di reverse engineering possono darci strumenti di anonimizzazione e protezione dei dati praticamente al di là di ogni pensabile aggressione maliziosa. Dall’altro lato, la doverosa attenzione a coniugare virtuosamente sicurezza, privacy e valore dei dati è parte sempre più rilevante dell’etica della nostra società, della società del nuovo millennio. È necessario che la nuova cultura del digitale sia affiancata da una solida etica dei dati, che viva anche della consapevolezza intelligente della forza e della potenzialità che i dati intrinsecamente posseggono. Certo, in un Paese come il nostro, in cui – in spregio di ogni senso delle Istituzioni, dei ruoli e dei valori a esse associati, della stessa dignità umana – un Vice Presidente del Senato in un messaggio twitter definisce 'idiota' il suo Presidente del Consiglio, occorre tutto l’ottimismo che la nostra ragione riesce a concepire per credere che questo sia fattibile, ma io sono fra quanti ci credono."   

 

Federico Rampini ha scritto che i nuovi capitalisti di Internet sono peggiori dei capitalisti della rivoluzione industriale! È una provocazione o si sta consolidando davvero un nuovo monopolio di avidi, cinici e poco solidali capitalisti della Rete?

Siamo intanto passati ad un secondo leggero, un piatto di calamari con melanzane poco condite. Frugalità assoluta e soprattutto un imperativo metodologico: non distraiamoci dai delicati temi che stiamo trattando! 

 

"I processi di Internet, sia di quello che tutti noi ben conosciamo, sia di quello ‘delle cose’ che si sta profilando come l’ubiquo tessuto del nostro mondo futuro, sono tutti rappresentabili come una sequenza di tre passi: estrarre informazione dai dati, generare conoscenza dall’informazione, sintetizzare sapere dalla conoscenza. Tali processi richiedono visione, intelligenza, capacità di analisi e di sintesi non comuni, coraggio e altrettanto non comune rigore. Quanti si servono di Internet come strumento di marketing, commercio, innovazione devono mettere in campo tutto questo bagaglio di strumenti per avere successo. Ora, mentre i metodi di chi opera nella rete e attraverso la rete sono molto diversi, i processi non sono invece di fatto molto differenti da quelli cui il sistema produttivo e di profitti messo in atto dalla rivoluzione industriale ci hanno abituati. Per questo io credo che i nuovi capitalisti non siano né più intelligenti né migliori (o peggiori) in quanto a cinismo e avidità di quelli del passato. Avidità, cinismo, scarsa solidarietà fanno parte della definizione e sono essenza stessa del capitalismo più che non dell’attributo operativo – digitale o industriale – che gli compete in un particolare momento storico. Nel mondo dei neo-capitalisti del digitale, peraltro, stiamo assistendo a episodi di generosità, di sensibilità al sociale e alla sofferenza, di visione umanitaria che molto raramente si sono visti col capitalismo vecchia maniera."  

 

Conoscenza e Innovazione sono in mano a poche imprese, per di più prevalentemente americane? A che punto è l'Europa e come reagisce al monopolio americano? 

 

"C’è ancora una forte polarizzazione della conoscenza scientifica sui paesi occidentali e, all’interno di questo blocco, gli Stati Uniti la fanno da padrone; ma sul fronte della tecnologia è l’estremo oriente che sempre più emerge e domina: Corea, Singapore, Cina. La vera domanda da porre è chiedersi perché questo avvenga, e la risposta appare quasi ovvia: è la quantità di investimenti – mirati e guidati da una forte scelta strategica in favore dello sviluppo – sia economici (ma in un conto economico fatto seriamente è ugualmente ovvio che il ritorno in termini di lavoro e crescita produttiva, ma anche in termini di salute, benessere, qualità della vita siano correlati) sia di risorse umane (dove disattenzione e indifferenza a merito, intelligenza, creatività non facciano dissipare l’unico vero patrimonio che l’uomo inteso come specie biologica possegga al di sopra di ogni altra creatura). Un po’ diverso è il quadro se anziché d’innovazione e di nuova conoscenza parliamo di controllo commerciale delle risorse che scienza e tecnologia ci mettono a disposizione. La polarizzazione è ancora Oriente (lontano) – Occidente, ma in quest’ultimo è l’Europa a essere l’anello debole. Forse un po’ troppo sinteticamente, ma non sbagliando troppo, si può dire che oggi la gestione del nostro patrimonio di conoscenza è nelle mani degli Stati Uniti (Google e i suoi satelliti), mentre quella del commercio e del mercato elettronico è sempre più saldamente nelle mani della Cina (AliBaba sta letteralmente spazzando via i concorrenti e accentrando la gestione globale dell’e-commerce). L’Europa sta alla finestra; in enorme ritardo rispetto alle infrastrutture e agli investimenti, alla capacità di una strategia comune, al coraggio di affrontare la sfida a ritagliarsi un ambito suo nell’universo digitale, in cui gestire un pezzo del mondo della rete. Io personalmente credo che la salute sia l’ultimo pezzo davvero importante di questo universo rimasto senza struttura e penso che se l’Europa trovasse la forza, il coraggio e la dignità di lanciare e gestire in prima persona la sfida di aprire un 'Google della salute' globale avrebbe l’opportunità – non solo importante, forse l’ultima – di proporsi alla guida di un mondo moralmente esangue con un sistema di valori, etici oltre che scientifici e tecnologici, forti."  

   

La Fondazione ISI è un’eccellenza mondiale: com’è nata e come pianifica il suo futuro in termini di continuità e sostenibilità? 

 

"La Fondazione ISI è un istituto di ricerca focalizzato sulla scienza della complessità e sulla scienza dei dati, nata dal sogno condiviso di due scienziati – Tullio Regge ed io – che dopo anni di vita nel paradiso dell’Institute for Advanced Study di Princeton decisero di tornare in Italia e provare a costruire lì un oggetto che di quel prestigioso Istituto avesse la forza e la statura. Siamo stati fortunati, anche perché abbiamo trovato sul nostro percorso un giovane (allora) politico capace di condividere la nostra visione: Giovanni Ferrero, a quei tempi assessore alla cultura della Regione Piemonte. L’essenza di ISI, sin dalla sua costituzione, il motore della sua continuità nel tempo, sta nell’impegno incessante nello sviscerare le domande più interessanti e profonde relative alla natura e alla società, in totale libertà e indipendenza. Scopo dell’Istituto è di incoraggiare i suoi scienziati a pensare, immaginare, rischiare, più e più volte, ricominciando se necessario ogni volta da capo, incuranti delle pressioni esterne. La sua vision è di essere il centro intellettuale di un mondo disperatamente alla ricerca di integrità, di progresso e di intelligenza, servendo di esempio alla comunità scientifica, sì, ma anche alla società in senso lato. È di collocarsi alla frontiera del sapere contemporaneo globale, concentrandosi non solo sul presente ma, soprattutto, sul futuro. La visione di ISI è che un pensiero senza vincoli, indirizzato a comprendere e far sempre più propria la straordinaria ricchezza di fatti, strutture, idee e culture del mondo, finirà per cambiare questo stesso mondo, facendone un posto migliore per viverci. Scopo di base della Fondazione è di promuovere, sostenere e condurre ricerca avanzata nella scienza dei sistemi complessi e dei dati, ispirata esclusivamente dai principi della libertà e della curiosità. 

Per oltre trent’anni ISI ha coltivato un patrimonio esclusivo di cultura del vivere alla frontiera della scienza, con un piccolo gruppo di scienziati visionari che credono nella potenza di una scienza guidata solo dalla curiosità e dalla sete di conoscenza, e disposti a tenere in vita un’istituzione dedicata a realizzare il sogno di un’inusuale forma di cultura scientifica caratterizzata dall’assenza di vincoli disciplinari e geografici. I risultati sino a oggi hanno premiato questo sogno, e hanno permesso di dare vita a un gruppo di ricercatori veramente di élite nel panorama mondiale, su una tematica che crea e promuove i paradigmi più nuovi e avanzati della scienza contemporanea. Una scienza il cui ambito di applicazione è in costante crescita e che si colloca altresì all’incrocio di quei paradigmi di pensiero che sono – o dovrebbero essere – anche gli strumenti di un nuovo modo di gestire e governare la società.  Nel momento stesso in cui vediamo il mondo diventare sempre più iperconnesso globalmente, ISI rifiuta l’isolazionismo della scienza in una torre d’avorio, incomunicabile con la società, ma si confronta con la sfida di condividere la sua conoscenza, il suo sapere. Fa questo con forme diverse dal technology transfer e dalla semplice incubazione di innovazione basata sulla scienza, avviando un processo di condivisione davvero in grado di accendere l’innovazione in nuove direzioni e soprattutto con modalità differenti.  

Certo il tema della sostenibilità è delicato, date queste premesse, ma sino ad ora ce l’abbiamo fatta – anche se una delle ultime scelte in questa prospettiva è dovuta essere il ritorno, sia pure parziale e controllato, all’amata America. Uno dei temi che vorrei citare in questo senso è quello – di nuovo – dell’Europa. Uno dei punti di forza di ISI in questi suoi trent’anni di vita (di fatto trentadue) è stato di aver gestito un flusso costante di progetti di ricerca europei di altissima qualità. Questo ha messo l’Istituto al centro di una rete di eccellenza in cui il piccolo Istituto torinese (solo fra i 50 e i 60 scienziati residenti, sia pure di qualità altissima) effettivamente scala globalmente ad un numero di ricercatori attivi di oltre cinquecento."  

 

Quali sono i principali progetti in cantiere e quali sono stati quelli che vi hanno dato maggiori soddisfazioni? (Siamo al caffè: uno dei pochi vizi che il Professore si concede) 

 

"La scienza dei sistemi complessi e la scienza dei dati – o meglio, la scienza di quei sistemi complessi che sono accessibili e sono rappresentati solo attraverso grandi (spesso enormi) quantità di dati – sono, come ho già detto, il baricentro degli sforzi di ricerca a ISI da oltre trent’anni, e rimangono ancora obiettivo principale della Fondazione, sia in una prospettiva di scienza di base, sia rispetto alle applicazioni. Fra queste ultime, l’attenzione è per la massima parte focalizzata su problematiche suggerite da nuovi aspetti della società: sistemi socio-tecnici, salute, intelligenza; che oltre alle questioni scientifiche ‘per sé’ toccano tipicamente anche delicati temi etici, da sempre fondamento della pervasiva attenzione della Fondazione. Di fatto, il nostro Istituto non solo è sempre vissuto alle frontiere della scienza, creando negli anni nuove sfere d’investigazione e nuovi ambiti di conoscenza che si sono propagate come increspature premonitrici sulla superficie spesso piatta della scienza accademica, ma si è qualificato come un’istituzione che ha occupato e occupa questa posizione di avamposto della scienza contemporanea con un ruolo di precursore intellettuale, di guida e di battistrada.  L’obiettivo di costruire un’impalcatura concettuale nel cui ambito trattare in maniera unificata e universale i sistemi complessi, indipendentemente dalla loro natura, è compito enormemente più difficile e ambizioso di quello che fra la fine dell’ottocento e quella del novecento portò alla costruzione di quel capitolo della fisica teorica (la 'meccanica statistica') che sta alla base della termodinamica, che nacque proprio in simbiosi con la tecnologia di quelle macchine che stavano dando vita alla rivoluzione industriale. 

Questa nuova capacità di comprensione delle dinamiche dei sistemi complessi è destinata a stimolare lo sviluppo di una nuova scienza 'integrativa', capace di andare al di là dei modelli computazionali disponibili oggi e di comprendere gli intrecci complessi dei sistemi socio-tecnici globali in cui la nostra vita è immersa, dipanando il filo della vita, dell’intelligenza, della salute (la diffusione del contagio, i meccanismi del cervello umano, il sistema immunitario), o della società (reti, reti sociali, collettività umane) e predicendone funzioni e disfunzioni. Queste conoscenze potranno aiutare non solo gli individui, ma i decisori in senso lati (politici, classe dirigente) nel loro difficile compito, fornendo loro scenari realistici e soprattutto simulazioni comparate degli effetti delle loro scelte; estendendo i loro orizzonti su domini di conoscenza sempre più ampi grazie agli straordinari volumi of dati, in sempre più rapida crescita ed evoluzione. La Fondazione, grazie all’esperienza accumulate dai suoi scienziati, ha saputo mettere a punto algoritmi di estrazione di informazione e conoscenza dai dati che possono essere applicati ad uno spettro amplissimo di problematiche sistemiche; dalle interdipendenze dei fattori che influenzano l’economia alla diffusione dell’innovazione, dai disordini sociali (criminalità, violenza) ai disordini nervosi come Parkinson, Alzheimer, autismo, dalla epidemiologia digitale ai meccanismi di formazione delle opinioni.  

Mi piace sintetizzare questa nostra continua sfida dicendo che ciò che ISI vuole fare è "andare oltre"; oltre a Turing (perché uno degli effetti dei Big Data è che ci stiamo accorgendo che le nostre machine da calcolo possono essere inadeguate, non in termini di potenza, ma di architettura), oltre all’ergodicità (che è il principio ispiratore della meccanica statistica e che non vale per i sistemi complessi di cui parliamo), oltre all’intelligenza artificiale (che sta alle radici degli algoritmi 'alla Google', che a ISI si cerca di superare), oltre all’idea che non si possano fare predizioni accurate e attendibili anche quando la complessità tenta di sbarrarci la strada. 

In questo lungo percorso, molti sono stati i progetti che ci hanno dato grande soddisfazione. Per quanto riguarda il passato, forse il più importante è il fatto che è a ISI che è nata quella scienza quasi ai confini con la fantascienza che va sotto il nome di ‘computazione quantistica’ (oltra alla quale oggi stiamo cercando di andare). Quanto all’attualità, cito solo due nostri ‘gioielli’. Il primo, uno straordinario algoritmo di predizione della diffusione del contagio, che nacque ed ebbe grandissimo successo con la pandemia di H1N1 nel 2009 e che è continuato a migliorare nel tempo, diventando lo strumento con cui è stata affrontata l’epidemia di Ebola nel 2014; un algoritmo che oggi è stato ufficialmente adottato dal WHO (l’Organizzazione Mondiale per la Sanità) come suo strumento di controllo/predizione delle epidemie. L’altro, un algoritmo assolutamente innovativo (basato su metodi matematici molto sofisticati di topologia algebrica) che ha permesso di estrarre informazione a priori neppure ipotizzabile dalle immagini di risonanza magnetica funzionale sul cervello.

 

In chiusura: un suggerimento a un giovane studente italiano che guarda con angoscia il suo futuro lavorativo. 

 

"Rispondo in due tempi, con considerazioni diverse. Per prima cosa voglio fare riferimento ad un Rapporto Mac Kinsey sui Big Data del 2013, diventato famoso, nel quale questa società internazionale di consulenza manageriale esaminava appunto la questione big data in una prospettiva di economia del lavoro. Fra le varie conclusioni tratte, due sono qui rilevanti: i) i Big Data saranno il più fertile terreno di crescita commerciale, industriale, culturale, sociale dei secoli a venire; ii) soltanto negli Stati Uniti (l’Europa non si è neppure curata di fare un’analisi di questo genere!) entro la fine del 2016 – che è ormai alle porte – ci sarà una carenza di personale in grado di gestire Big Data dell’ordine di 160,000-190,000 unità. IBM con un suo studio complementare del 2014 ha mostrato come se si va oltre e si considerano anche gli addetti di basso livello (programmatori, softweristi, ecc.) i numeri salgano a un fabbisogno di 4.5 milioni (nel mondo), di cui entro la data indicata sarà disponibile circa un terzo (1.5 milioni). Le scuole e le università non sono in grado di sopperire a questa richiesta drammatica. A questo quadro, io aggiungo che la scienza dei dati nei confronti dei Big Data non è solo capacità di manipolare con tecniche ordinarie quantità di dati molto più grandi del consueto. Big data è un approccio totalmente diverso – perché multidisciplinare, fortemente innovativo sul piano degli algoritmi e del pensiero analitico e sintetico necessari, basato su strutture sconosciute e difficili da gestire – e richiede tanta creatività e tanta cultura. Per questo a un giovane studente italiano (ma anche ai suoi docenti e a chi governa un sistema scuola che è sempre più arcaico) io suggerisco di cercare innanzitutto di capire e metabolizzare la portata culturale della rivoluzione digitale, per disegnare poi i suoi percorsi formativi di conseguenza, non focalizzandosi solo sugli aspetti tecnici ma sulla interdisciplinarietà che li caratterizza e sull’immenso ventaglio di problematiche che essa comporta. Dunque provocatoriamente consiglierei ad esempio a chi si costruisca un curriculum di informatico di aggiungere al suo bagaglio un po’ di filosofia del diritto o di etica, e a chi veda per sé un percorso da giurista qualche corso di informatica teorica o logica e teoria del linguaggi formali. Io credo che il nostro paese sopravvivrà alla crisi di identità che lo sta attanagliando solo se la sua futura classe dirigente sarà formata su questa falsariga."  

 

La nostra chiacchierata si chiude qui. Una breve riflessione personale me la concedo, per una volta: salutando il Professore e ringraziandolo per il tempo passato insieme, per il sottoscritto una occasione straordinaria di capire fenomeni che non avevo neanche immaginato prima, mi è venuto in mente un pensiero che riguarda la nostra scuola. Mi sarebbe piaciuto avere un maestro come Rasetti, un grande conoscitore di una materia complessa in grado di raccontarla in maniera semplice, comprensibile, affascinante. Ho provato anche a rispondermi: forse ci riesce così bene perché la ama e la conosce in profondità. 

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