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Tiziano Ferro vince la causa per diffamazione contro Enrico Nascimbeni

Tiziano Ferro, assistito dallo studio legale R&P Legal con gli avvocati Pierluigi De Palma e Allegra Bonomo, ha vinto il giudizio, avviato davanti al Tribunale di Roma, nei confronti del ex giornalista e cantautore Enrico Nascimbeni, responsabile della diffusione di notizie false e diffamatorie relative alla vita sentimentale dell’artista.

I fatti risalgono al 2010, quando Tiziano Ferro in una intervista al settimanale "Vanity Fair", oltre a dichiarare pubblicamente il proprio orientamento sessuale, raccontava una storia di privazioni sentimentali, di dolorose rinunce frutto di profondi conflitti interiori ed invocava la speranza di poter godere in futuro di una vita sentimentale sempre inseguita e mai avuta.

All’indomani delle rivelazioni di Tiziano Ferro, Enrico Nascimbeni rilasciava diverse interviste in cui, affermando il falso, smentiva quanto raccontato dal cantante, attribuendogli una felice e duratura relazione sentimentale.

Il Tribunale di Roma ha dato ragione a Tiziano Ferro riconoscendo che “il contenuto dell’intervista assume una valenza diffamatoria non tanto perché attribuisce falsamente a Ferro l’esistenza di una relazione affettiva … ma perché mina la credibilità dell’artista ed ottiene l’effetto di screditare la sua immagine agli occhi dei lettori e del pubblico in generale, facendolo apparire come colui che aveva offerto a tutti una falsa rappresentazione di sé … In altre parole, la notizia pubblicata, per la falsità, scalfisce la reputazione dell’artista, da intendersi come la considerazione di cui il medesimo gode nell’ambiente in cui opera ed è conosciuto, e suona come una insidiosa insinuazione, un gratuito pettegolezzo, che non soddisfa alcuna esigenza informativa dei lettori, ma che ottiene l’unico risultato di mettere in cattiva luce l’artista, restituendone al pubblico un’immagine deformata ed ipocrita”.

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Il servizio di suggest search all’interno dei motori di ricerca: due ordinanze a confronto

autore:

Alberto Fogola

Il servizio di suggest search, utilizzato dai principali motori di ricerca, è stato recentemente al centro di due ordinanze cautelari che, con riferimento a fattispecie sostanzialmente analoghe, sono giunte a soluzioni differenti.

La prima decisione (emessa dal Tribunale di Milano) ha ritenuto sussistente la responsabilità del motore di ricerca se, attraverso il servizio di completamento delle query (c.d. suggest search), vengono forniti all’utente, all’interno della stringa di ricerca, suggerimenti aventi contenuto diffamatorio; diversamente, la seconda ordinanza (emessa dal Tribunale di Pinerolo), sempre in un’ipotesi di presunta diffamazione, ha negato ogni responsabilità in capo al motore di ricerca.
Tribunale Milano 24-03-2011.pdf
Tribunale Pinerolo 02-05-2012.pdf

Commento
Il servizio di suggest search (denominato anche “Autocomplete”), presente nei principali motori di ricerca si basa su un software che consente di “guidare” l’utente nella ricerca mostrandogli le query più comuni che iniziano con le parole che vengono inserite nella stringa di ricerca.
I suggerimenti forniti sono indicatori della popolarità delle query e derivano da un’elaborazione statistica/automatica (costantemente aggiornata) delle ricerche effettuate dagli utenti nell’ultimo periodo.
La questione alla base di entrambe le ordinanze in commento riguarda la configurabilità o meno di un illecito in capo al motore di ricerca allorquando venga fornito all’utente un suggerimento a contenuto diffamatorio; nel caso del Tribunale di Milano si trattava dell’accostamento del nome di una persona alle parole “truffa” e “truffatore”, mentre nel caso del Tribunale di Pinerolo i termini in questione erano “indagato” e “arrestato”.
Al di là dell’aspetto, esclusivamente di merito, circa la portata diffamatoria (o meno) di tali suggerimenti, entrambe le ordinanze analizzano il ruolo del motore di ricerca (in entrambi i casi si trattava di Google) e, soprattutto, l’eventuale responsabilità dello stesso in relazione ad un servizio automatico fondato su rivelazioni statistiche.
Il Tribunale di Milano ha concluso ritenendo responsabile il motore di ricerca, in quanto il servizio di suggest search, pur essendo basato su un sistema automatico di algoritmi matematici, è un servizio solo astrattamente neutro che perde tale prerogativa quando i criteri, scelti dallo stesso motore di ricerca, generano un abbinamento improprio tra i termini di ricerca. Per tale ragione, i giudici milanesi hanno ravvisato una responsabilità extracontrattuale del motore di ricerca che risponde degli abbinamenti derivanti dal servizio di suggest search pur non ricoprendo alcun ruolo rispetto ai siti indicizzati che, ovviamente, sono gestiti da terzi.
Diversamente, il Tribunale di Pinerolo ha dichiarato che, attraverso il servizio di suggest search, il motore di ricerca si limita a svolgere con neutralità un mero servizio di Internet Service Provider, rientrante nella disciplina di cui al d.lgs. 70/2003 (attuativo della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico). Di conseguenza la responsabilità del motore di ricerca non è configurabile, salvo che l’informazione ospitata (nel caso di specie la query suggerita all’utente e non, ovviamente il/i risultato/i indicizzato/i) sia illecita ed il prestatore del servizio ne sia consapevole.
L’ordinanza del Tribunale di Pinerolo, dunque, diversamente dal precedente milanese, ritiene applicabile il decreto 70/2003 e nega la configurabilità di una responsabilità del motore di ricerca per gli abbinamenti derivanti dal servizio di suggest search che, in effetti, non sono altro che la conseguenza di comportamenti collettive degli utenti e, dunque, loro personale manifestazione del pensiero che, come tale, è estranea al motore di ricerca. 
(A.F.)

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Siti web responsabili dei commenti anonimi postati dai lettori

Delfi, uno dei siti d’informazione più conosciuti in Estonia, pubblica nel 2006 un articolo relativo ad una società di traghetti locale, la AS Saaremaa Shipping Company. La società ha, infatti, appena varato un piano per distruggere le ice roadsche collegano le isole estoni alla terraferma.

A seguito della pubblicazione dell’articolo si scatenano i commenti postati dagli utenti contro Vjatséeslav Leedo, azionista di maggioranza della Società di traghetti, il quale si determina così a querelare la testata per diffamazione ed a agire in sede civile a fronte della veicolazione di alcuni post giudicati altamente offensivi. Il ricorrente richiede, oltre alla rimozione dei relativi post, un risarcimento per i danni d’immagine subiti nella misura di 500.000 kroons (circa 32.000,00 euro).

Il processo si conclude, in secondo grado, con una condanna per  la Delfi ritenuta responsabile per i commenti degli utenti giudicati volgari e minacciosi e sanzionata con una (modesta) multa di euro 320,00.

Delfi ricorre avverso detta sentenza alla Corte europea dei diritti dell’uomo la quale, con sentenza pronunciata in data 10 ottobre 2013, rigetta però il ricorso escludendo che nel caso di specie si possa ravvisare una violazione della libertà d’espressione.

A parere della Corte Delfi avrebbe, infatti, dovuto intervenire in via preventiva per impedire la pubblicazione di post giudicati altamente offensivi, mentre invece il portale ha scelto di non intervenire, neppure ex post (essendo la relativa cancellazione successiva al ricevimento della diffida legale da parte del diffamato), volendo trarre indebitamente profitto dall’accresciuto numero di visite degli utenti, utile per incrementare il suo fatturato pubblicitario.

Senza contare che, osserva la Corte, i gestori del sito sono gli unici in grado di cancellare i commenti in questione una volta “postati”, attività che, in effetti, non può essere effettuata né dalla parte offesa, né dagli utenti.

La responsabilità di Delfi viene altresì, infine, ricondotta alla scelta di consentire agli utenti di restare anonimi inserendo i commenti attraverso l’uso di nickname. In questo contesto, sostiene la Corte, imporre alla parte lesa dalla diffamazione l’onere dell’identificazione degli autori dei commenti appare, a parere della Corte, sproporzionato.

A prima vista sembrerebbe, dunque, che la Corte abbia voluto ipotizzare in capo al sito d’informazione una sorta di “responsabilità oggettiva”, a fronte della quale per liberarsi Delfi avrebbe dovuto fornire la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare l’illecito diffamatorio produttivo del danno. Se così fosse, ci si troverebbe ad imporre ai siti d’informazione una responsabilità che non trova fondamento nella normativa oggi vigente.

Siamo dunque a una svolta?

Forse no. Per una corretta valutazione della portata della decisione bisogna, infatti, considerare che la decisione della Corte di Strasburgo non è definitiva in quanto è ancora soggetta ad impugnazione al Tribunale di Grande Istanza della Corte e che, in ogni caso, alla Corte non è riconosciuto il potere di interpretare la normativa vigente, bensì solo quello di condannare la parte ad un’equa riparazione laddove rinvenga la violazione della Convenzione dei diritti dell’uomo, nella specie esclusa.

Ciò che è però interessante è che, secondo quanto riportato dai principali siti d’informazione che l’hanno commentata,  a seguito di questa sentenza Delfi ha imposto ai propri utenti una nuova policy che richiede di registrarsi preventivamente ove vogliano commentare con propri post le notizie pubblicate sul sito. Ha, inoltre, deciso di sottoscrivere il codice di autodisciplina che in Estonia regolamenta privatisticamente l’attività dell’informazione tradizionale cartacea. Con riguardo ai siti d’informazione manca, infatti, una normativa di natura cogente.

Per una lettura integrale della decisione si rinvia al sito

http://hudoc.echr.coe.int/sites/eng/pages/search.aspx?i=001-126635

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Il Tribunale di Milano su blog e diffamazione online

Con sentenza pronunciata in data 19 febbraio 2014 il Tribunale di Milano, Sezione prima, Giudice dott.ssa Flamini, ha condannato il titolare di un blog per aver pubblicato sul medesimo blog e sul proprio sito Internet un articolo, da lui stesso redatto, gravemente diffamatorio e lesivo della reputazione di una multinazionale operante nel settore dell’elettronica.

Nell’aprile 2010 detta multinazionale aveva lanciato sul mercato italiano un nuovo televisore, che consentiva la riproduzione delle immagini e dei colori con grandissima precisione. A distanza di poco tempo dal relativo lancio era comparso sul blog un articolo che evidenziava nel titolo che detto prodotto era “una cagata pazzesca” e che “i produttori di tv raccontano solo stronzate”, articolo pubblicato con il corredo di immagini marcatamente volgari e con contenuti denigratori della tecnologia incorporata nel televisore pubblicizzato.

L’articolo aveva sollevato un enorme dibattito sul blog e pertanto lo stesso risultava visualizzato in posizione privilegiata dai più importanti motori di ricerca.

La società multinazionale aveva diffidato, senza esito, il titolare del blog richiedendo l’immediata cancellazione dell’articolo. Anzi, detta diffida era stata essa stessa altresì pubblicata sul blog e sui social network, alimentando ulteriormente il dibattito e la visibilità dei relativi contenuti. 

In questo quadro, la multinazionale agiva, in sede penale ed in sede civile, nei confronti del titolare del blog, al fine di tutelare l’immagine aziendale e la credibilità dei propri prodotti.

La sentenza oggetto di commento accoglieva le domande della multinazionale, accertando il carattere diffamatorio dell’articolo e condannando il titolare del blog al pagamento in favore della multinazionale di una somma di euro 50.0000,00 oltre interessi dalla data della sentenza al saldo, a titolo risarcitorio del danno non patrimoniale subito. Ordinava altresì la pubblicazione della sentenza per estratto (intestazione e dispositivo) sull’home page del blog e del sito internet personale del suo titolare, a spese di quest’ultimo, con condanna a suo carico al pagamento delle spese processuali.

Osservava il Giudice come “un blog è una sorta di bacheca virtuale dalla quale è possibile esprimere idee, opinioni o fornire notizie nell’ambito di uno spazio di condivisione creato dalla rete” e che, nel caso in esame, lo stesso “… ben lungi dall’assolvere ad una funzione informativa assimilabile a quella della stampa tradizionale, sembra solo il luogo virtuale nel quale, in modo più o meno volgare, i partecipanti si scambiano idee e informazioni”.

Alla luce di tale giudizio, il Tribunale di Milano escludeva che il ruolo del convenuto potesse essere assimilato a quello di un direttore responsabile con obblighi di controllo sugli scritti pubblicati dagli altri partecipanti al blog e con responsabilità a suo carico per i contenuti volgari ed insultanti degli stessi. Riteneva, invece, il convenuto  responsabile in quanto autore dell’articolo diffamatorio, non avendo dimostrato la verità del giudizio prestazionale negativo formulato con riguardo al televisore pubblicizzato ed avendo, in ogni caso, violato il principio di continenza attraverso una forma espressiva (verbale e figurativa) indiscutibilmente volgare ed insultante. 

Osservava il Tribunale di Milano come fossero del tutto inconferenti “… le censure relative al fatto che il requisito della continenza deve essere valutato in modo meno rigoroso quando le notizie sono contenute in un blog, atteso che l’evoluzione della tecnologia, la diffusione di nuovi luoghi virtuali per lo scambio di opinioni ed informazioni non giustifica in alcun modo gli eccessi verbali o figurativi”.

Con riguardo alle richieste risarcitorie formulate dalla multinazionale il Tribunale di Milano riteneva, infine, non provata l’esistenza di danni patrimoniali in capo alla società attrice, stante la visualizzazione dell’articolo ad opera di poco più di 3000 utenti, mentre riteneva sussistente un danno non patrimoniale, non solo per l’oggettiva portata diffamatoria dell’articolo e delle immagini pubblicate, bensì anche per la tipologia di utenti del blog (appassionati di tecnologia) e per l’eco ed il vivace dibattito che era scaturito dalla pubblicazione dell’articolo.

Quanto alla quantificazione del risarcimento, il Tribunale procedeva alla liquidazione del danno nella misura sopra riportata, “tenuto conto della diffusività del mezzo di comunicazione utilizzato per commettere la diffamazione (un blog ed un sito Internet), delle caratteristiche della società attrice (una delle società leader nel settore della tecnologia), delle inevitabili conseguenze sulla reputazione commerciale” della società attrice.

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Un caso di diffamazione “anonima” su Facebook

 

Corte di Cassazione Penale, sezione I, 22 gennaio 2014 (dep. 16 aprile 2014), n. 16712

Secondo un recente intervento della Corte di Cassazione il reato di diffamazione si realizza anche nel caso in cui frasi diffamatorie “anonime” siano state riportate da un soggetto sulla propria pagina Facebook.

Esaminiamo la vicenda nel dettaglio.

Un militare aveva pubblicato sul proprio profilo personale Facebook, non accessibile alla generalità degli utenti, alcune frasi offensive nei confronti di un collega - non indicato nominativamente – e coinvolgendo altresì la moglie di questi, destinataria di volgari insinuazioni; la ragione di tale “sfogo”, in particolare, risiedeva nel fatto che l’imputato era stato recentemente e, a suo dire, ingiustamente, sostituito dal soggetto diffamato presso il comando di appartenenza (la frase incriminata, in particolare, era: “attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di un collega raccomandato e leccaculo… per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie”).

La Corte militare d’Appello aveva assolto l’imputato per insussistenza del fatto dal momento che costui non aveva specificato né il nome del soggetto, né la funzione, né il comando di appartenenza, né ulteriori e specifici dati cronologici, così da impedire o comunque rendere non agevole  l’identificazione della persona offesa da parte di un numero peraltro molto limitato di soggetti (ovvero i soggetti “amici” aventi l’accesso al profilo personale Facebook dell’imputato).

A seguito dell’impugnazione del Procuratore Generale, la Corte di Cassazione ha totalmente ribaltato quanto stabilito dai giudici di secondo grado giungendo così all’annullamento della sentenza.

Vediamo gli argomenti proposti dalla Suprema Corte.

1.Vero che il soggetto diffamato non è stato indicato nominativamente, ma il nome della vittima non è l’unico ed esclusivo elemento determinante ai fini della individuazione della persona offesa; ed infatti le circostanze fattuali presenti nelle frasi diffamatorie, per quanto generiche (ovvero il riferimento alla “sostituzione” e la appartenenza ad un corpo militare), favoriscono, comunque, la compiuta identificazione del bersaglio delle offese per quanto mai precisamente nominato.

A supporto di tale principio la Corte richiama la pronuncia del 20/10/2010, n. 7410, CED 249601 che, invero, recepisce altre precedenti sentenze emesse sul punto (Cass. 28/3/2008, n. 18249, CED 239831; Cass. 7/12/1999, n. 2135, CED 215476)

2.Allorché una notizia o, come nel caso in esame, una frase diffamatoria, viene immessa nel circuito di internet, la sua diffusione – e quindi la comunicazione con più persone, requisito indispensabile ai fini della realizzazione del reato di diffamazione – deve presumersi sino a prova contraria; in sostanza, quindi, non è necessario dimostrare che le frasi siano state effettivamente percepite da almeno due persone, ma, si ripete, in caso di utilizzo di internet, tale circostanza si deve ritenere pacifica, salvo prova contraria.

Ovvio che in tale contesto poco importa se il profilo su cui sono comparse le offese incriminate fosse accessibile ad un numero indeterminato di utenti o solo al gruppo di “amici” dell’imputato.

Anche il principio sopradetto trova conferma in un precedente ed ormai consolidato orientamento di legittimità: si veda in tal senso Cass. 21/6/2006, n. 25875, CED 234528; Cass. 4/4/2008, n. 16262, CED 239832; Cass. 27/4/12, n. 23624, CED 252964.

3.Una volta verificata la sussistenza degli elementi oggettivi del reato di diffamazione, la Corte si sofferma brevemente sull’elemento soggettivo del dolo della diffamazione, ritenendolo pacificamente sussistente.

In particolare, si chiarisce in sentenza, la diffamazione non richiede affatto il dolo specifico e, quindi, in altre parole, non ha alcuna importanza che l’imputato non abbia perseguito la finalità – specifica - di danneggiare la reputazione altrui. 

Del resto, come già confermato da diverse pronunce (sul punto si veda, tra le tante, Cass. 15/7/10, n. 36602, CED 248431), ai fini della realizzazione del reato è sufficiente, in capo all’agente, il dolo generico e quindi la mera consapevolezza di pubblicare una frase dal contenuto diffamatorio e la consapevolezza che la stessa venga a conoscenza di almeno due soggetti, così come pacificamente accaduto nel caso in esame.

La sentenza pertanto, avendo integralmente recepito alcuni orientamenti giurisprudenziali ormai pacifici, non può dirsi certamente innovativa, ma ha comunque dalla sua il pregio di definire il perimetro applicativo della diffamazione nell’ambito di uno dei più popolari ed utilizzati social network che molti utenti, forse non pienamente consapevoli delle potenzialità e degli effetti di tale mezzo, ritengono ancora una sorta di “porto franco” in cui esprimere fin troppo liberamente i propri pensieri.

 

 

 

 

 

 

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Una nuova proposta di legge a tutela della dignità in internet

E’ ancora una bozza ad uno stadio embrionale il progetto di legge presentato dai deputati del Pd Alessandra Moretti e Francesco Sanna. Tuttavia siamo certi che, stante l’attualità degli argomenti che si prefiggono di affrontare – rinnovando trasversalmente l’impianto normativo di codice penale, legge sulla stampa e codice della privacy –  le nuove disposizioni faranno parlare di sé, e non soltanto gli addetti ai lavori.

Quattro articoli che intervengono sulla «tutela dell’identità personale in Internet» (art. 1), in particolare per i minori, sul «diritto all’oblio, aggiornamento e rettificazione dei dati personali» (art. 2) e infine altre «disposizioni in materia di diffamazione e ingiuria» (art. 3 e 4), con in particolare una revisione della disciplina relativa alla diffamazione a mezzo stampa. Di seguito proviamo ad introdurre e presentare il testo così come apparso in rete e sulla stampa di settore, seppur con una eloquente etichetta riportante l’avviso “Bozza non corretta”, che ci ricorda che l’iter parlamentare non è ancora iniziato e che quindi l’eventuale approvazione è ancora molto lontana.

Con l’art. 1 il DDL aggiunge un art. 131-bis al D.Lgs. 196/2003, meglio conosciuto come “Codice della Privacy”. Tale norma – rubricata Tutela dei minori – introduce la possibilità per i genitori di un minore (ovviamente di anni 18) che abbia registrato mediante falsa dichiarazione di maggiore età i propri dati su un sito web”, di inoltrare anche singolarmente una richiesta (non è indicato a chi debba essere inoltrata, tuttavia si potrebbe supporre che si faccia riferimento al fornitore di servizi di comunicazione elettronica”, ossia al soggetto indicato dal secondo comma lett. e) dell’art. 4 del D.Lgs. 196/2003) per l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore.

Ma non saranno solo i genitori a potersi rivolgere al Garante in caso di richiesta di intervento in tema di aggiornamento e rettifica dei dati personali. Si introducono, infatti, gli artt. 137-bis e 137-ter (sempre nel Codice della Privacy) in base ai quali l’interessato ha diritto di ottenere l’aggiornamento e l’integrazione dei propri dati personali pubblicati in emeroteche telematiche, secondo gli sviluppi che la notizia abbia avuto,  così come diventa un diritto codificato la deindicizzazione degli articoli pregiudizievoli dai risultati offerti tramite i motori di ricerca. Come già accaduto con il neonato regolamento AGCOM, dunque, l’Autorità amministrativa verrebbe chiamata a svolgere compiti fino ad oggi riservati all’Autorità giudiziaria.

Proseguendo nell’analisi della proposta di legge, e passando all’argomento stampa e diffamazione, con l’art. 3 del DDL si vorrebbero apportare ampie e consistenti novità alla L. 47/1948. Si introduce, innanzitutto, un secondo comma all’art. 1 della legge-stampa, prevedendo l’applicabilità delle norme precedentemente previste anche alle testate giornalistiche on line registrate”. Tale norma parrebbe voler “riequilibrare” quella situazione che – a seguito di numerose sentenze di legittimità (tra tutte Cass. Pen. 35511/2010) e di merito – aveva escluso per le testate online l’applicabilità, in ambito penale, di una serie di norme (tra cui, ad esempio, l’aggravante di cui all’art. 13 L.S. o il reato di cui all’art. 57 c.p.) in quanto confliggenti con il divieto di interpretazione analogica in malam partem della norma penale e, più in generale, confliggente con l’art. 25 Cost.

Una modifica più sostanziosa viene riservata, sempre dall’art. 3 del DDL, all’art. 8 della Legge Stampa in tema di risposte e rettifiche”. Si prevede l’estensione anche alla testata giornalistica online registrata l’obbligo per il direttore – o responsabile – di pubblicare gratuitamente e senza commento, la rettifica, oltretutto non oltre due giorni dalla ricezione della richiesta. Ebbene, così facendo, si eliminerebbe dunque l’attuale situazione di “disparità” tra stampa tradizionale e stampa online rendendo, di fatto, applicabili le sanzioni penali a situazioni prima non disciplinate.

E’ previsto poi che, qualora la rettifica venga pubblicata in ritardo o non venga pubblicata affatto entro i suddetti termini, il richiedente potrà rivolgersi anche in questo caso al Garante della Privacy. Ciò a differenza di quanto avviene oggi  tramite richiesta avanzata al Giudice in composizione monocratica nelle forme del procedimento cautelare civile di cui all’art. 700 c.p.c. Non è chiaro tuttavia se, anche innanzi all’Autorità amministrativa il “richiedente” (o meglio il ricorrente) debba esporre anche il fumus, ossia le ragioni di fondo che giustificano la richiesta di rettifica (e, quindi, anche il fumus in merito alla sussistenza dell’eventuale lesione della dignità personale).

Sempre in tema di diffamazione a mezzo stampa, dopo aver previsto l’abrogazione dell’art. 12 L.S., il DDL Sanna-Moretti si prefigge il compito di riformulare ex novo l’art. 13 della Legge Stampa. Ed è qui si trova la più importante novità della proposta di legge. L’attuale articolo 13, infatti, prevede che nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e della multa non inferiore a lire 500.000”. Questo articolo rappresenta, attualmente, un’aggravante per il solo reato di diffamazione (non anche per il reato di omesso controllo di cui all’art. 57 c.p.) che eleva la pena detentiva sino al massimo edittale di 6 anni, e comporta, in base all’art. 550 c.p.p., che per il reato di diffamazione a mezzo stampa (secondo l’accezione delimitata dalla Cassazione) consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, sia prevista la celebrazione dell’udienza preliminare.

Il nuovo primo comma dell’art. 13, invece, così come disegnato dal DDL, stravolge completamente questa impostazione, introducendo una fattispecie autonoma e speciale rispetto a quella prevista dall’art. 595 c.p. e creando, quindi, una sorta di disparità di trattamento tra i casi di diffamazione “a mezzo stampa” (secondo la nuova definizione dell’art. 1 della L.S. introdotta dal DDL) e gli altri casi di diffamazione. Bisogna, però, evidenziare che l’aggravante ad effetto speciale che si vorrebbe introdurre in base all’ultimo periodo del primo comma del novellato art. 13 prevede l’aggravante del solo fatto determinato falso la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità. A parte i profili problematici legati alla prova della sussistenza di tale elemento del fatto tipico descritto si crea un discrimine tra la diffamazione dell’art. 13 L.S. e la diffamazione dell’art. 595 c.p. dove, in quest’ultimo caso, non si prevede che il fatto determinato debba anche essere falso. Alla condanna per la diffamazione dell’art. 13 L.S. consegue la pena accessoria della pubblicazione della sentenza e, in caso di recidiva per reato della stessa indole, la pena accessoria dell’interdizione dalla professione di giornalista per un periodo da uno a sei mesi.

Il progetto di legge vorrebbe introdurre poi un nuovo reato che richiama le pene previste dal primo comma dell’art. 13 per il direttore o vicedirettore responsabile del quotidiano, del periodico o della testata giornalistica, radiofonica o televisiva o della testata giornalistica online registrata che abbia rifiutato di pubblicare le dichiarazioni o le rettifiche previste ex art. 8, prevedendo una sanzione amministrativa pecuniaria da € 8.000 ad € 16.000, nonchè una sanzione penale per il caso di rifiuto.

Sempre in tema di diffamazione, si introdurrebbe una deroga alle norme sulla competenza, probabilmente tenendo a mente, ma disponendo a contrario, le recenti pronunce della Cassazione in tema di competenza territoriale per i casi di diffamazione online (ultimo “nuovo” comma dell’art. 21 L.S.).

Poche le modifiche al reato di ingiuria ex art 594 c.p.: giusto quelle suggerite dalla CEDU nel caso Belpietro contro Italia (ricorso n. 42612/10), ossia la eliminazione della sanzione detentiva, seppur con un sostanzioso incremento della sanzione pecuniaria.

Anche all’art. 595 c.p. (diffamazione) vengono apportate modifiche esigue, e nello stesso senso di quelle previste dall’art. 594, seppur con una – forse ridondante – precisazione e distinzione: l’inserimento, nel terzo comma, dell’inciso “in via telematica”. Checché se ne possa pensare, infatti, l’attuale formulazione del terzo comma dell’art. 595 c.p. (“qualsiasi altro mezzo di pubblicità”) ricomprende già i casi di diffamazione a mezzo internet o, se si preferisce, “in via telematica”.

Destinando eventuali commenti approfonditi all’esito dell’esame del testo eventualmente approvato in Parlamento, non ci rimane che attendere che l’assemblea si confronti sulle tante innovazioni proposte. Data la velocità con cui muta la materia di riferimento, speriamo prima che sia troppo tardi.

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