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R&P Legal fa assolvere un sindaco nel crack Fadalti

Lo studio R&P Legal, con il senior associate Avv. Alessandro Racano, ha assistito uno dei sindaci coinvolti del processo relativo alla bancarotta Fadalti, uno dei crack più importanti nella regione Friuli che vedeva imputati una ventina di persone che avevano fatto parte del Cda e del collegio sindacale dal 2008 al 2010.
Dopo un processo durato oltre 30 udienze e una richiesta di condanna per i sindaci alla pena di 8 mesi ed al pagamento di una provvisionale per risarcimento danni a favore della Amministrazione Straordinaria di 5 milioni di euro, lo scorso 19 maggio il Tribunale di Pordenone ha assolto il sindaco assistito da R&P perché il fatto non sussiste, condannando altri 11 imputati con pene sino a quattro anni e nove mesi.

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Accesso abusivo a un sistema informatico: dove si consuma?

Per le Sezioni Unite l’accesso abusivo al sistema informatico si consuma nel luogo in cui si trova il soggetto autore del reato.

Cass., Sez. Un., 26 marzo 2015, Pres. Santacroce, Rel. Squassoni

Nel numero precedente ci siamo occupati del provvedimento con cui le Sezioni Unite erano state investite per determinare, una volta per tutte, la competenza per territorio del reato di “accesso abusivo al sistema informatico” previsto all’art. 615 ter, c.p. (che punisce “chiunque abusivamente si introduce in un sistema informaticotelematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo”).
Ci si chiedeva, infatti, se si dovesse dare rilevanza al luogo in cui si trova il soggetto che si introduce abusivamente nel sistema o, invece, a quello nel quale è collocato il "server" che elabora e controlla le credenziali di autenticazione fornite dall'agente.
Ebbene, in data 26 marzo 2015 la Suprema Corte ha risolto il predetto quesito con la seguente soluzione, ad oggi non ancora motivata: «il locus commissi delicti dell’art. 615 ter, c.p. è quello del luogo in cui si trova il soggetto che effettua l'introduzione abusiva»; a tale conclusione, peraltro, si è giunti anche sulle base delle conformi conclusioni del Procuratore generale.
Evidentemente, si immagina, si è data prevalenza al fatto che il reato si perfeziona al momento dell’introduzione abusiva nel sistema e ciò a prescindere dall’acquisizione dei dati in esso contenuto; da ciò si è tratta la conclusione per cui la condotta del reato potrà dirsi già perfezionata nel luogo in cui l’agente, utilizzando il proprio computer locale, ha realizzato la condotta prevista dalla norma.
Il tema è complesso ed un più approfondito esame del provvedimento e delle ragioni che hanno condotto le Sezioni Unite a tale decisione, non può che essere posticipato alla lettura delle motivazioni, ad oggi, come detto, non ancora depositate.

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La competenza territoriale del reato di accesso abusivo al sistema informatico

 

Competenza territoriale del reato di accesso abusivo al sistema informatico ex art. 615 ter, c.p.: la questione all’attenzione delle Sezioni Unite – Corte di Cassazione Sez. I pen., ordinanza del 28 ottobre 2014 (depositata il 18 dicembre 2014), n. 52575, Presidente Siotto, Relatore Locatelli

La sezione I della Cassazione, con l’ordinanza in commento, ha rimesso alla decisione delle Sezioni Unite una questione sulla quale ha rilevato il rischio di potenziali contrasti giurisprudenziali.

La vicenda riguarda il reato di “accesso abusivo al sistema informatico” previsto all’art. 615 ter, c.p. - che punisce “chiunque abusivamente si introduce in un sistema informaticotelematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo” - e, in particolare, i dubbi concernenti la individuazione della competenza territoriale di tale fattispecie. .

Come noto la competenza territoriale non è affatto una questione marginale nell’ambito del processo penale: instaurare un procedimento innanzi ad un giudice territorialmente incompetente fornisce al difensore dell’imputato la possibilità di chiedere la trasmissione degli atti al tribunale correttamente individuato con tutte le conseguenze del caso, anche e soprattutto in tema di prescrizione; e ciò a maggior ragione se la questione, come nel caso in esame, non è affatto pacifica, ma si presta a diverse interpretazioni.

Al fine di comprendere al meglio il problema merita di essere citato il caso concreto che ha generato l’ordinanza in commento.

Il PM di Napoli formulava l'imputazione di “accesso abusivo al sistema informatico” ex art 615 ter, c.p. nei confronti di una dipendente del Ministero dei Trasporti impiegata presso la  Motorizzazione Civile di Napoli e dell'amministratore di fatto di una agenzia automobilistica, per essersi introdotti, in modo abusivo ed utilizzando un computer sito in Napoli, nel sistema informatico del predetto Ente pubblico; ebbene, con sentenza del dicembre 2013, il Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Napoli dichiarava la propria incompetenza territoriale in quanto i server del Ministero dei Trasporti di Napoli erano fisicamente ubicati in Roma.

In buona sostanza, secondo il giudice napoletano il luogo di consumazione del reato era da individuarsi ove risultava effettivamente superata la protezione informatica e si verificava l'introduzione nel sistema e, in conclusione, dove era materialmente situato il sistema violato e l'elaboratore che controlla le credenziali di autocertificazione del client (ovvero Roma); tale scelta del magistrato napoletano trovava conforto anche in una recente sentenza della Cassazione (Cass. pen., sez. I, 27/5/2013, n. 40303) che, ai fini della competenza territoriale, prediligeva, per l’appunto, la materiale localizzazione dei server “colpiti” dall’accesso abusivo.

Il processo, quindi, veniva trasmesso presso il Tribunale di Roma.

Il Giudice romano, però, non condivideva affatto l’impostazione del suo collega tant’è che sollevava un conflitto negativo di competenza investendo della questione la Suprema Corte: a suo avviso, la competenza non si sarebbe dovuta radicare presso di lui, ma sarebbe dovuta restare a Napoli in quanto in tale luogo gli imputati avevano agito collegandosi abusivamente ai server; secondo tale giudice, quindi, il luogo di consumazione andrebbe individuato ove l’accesso è iniziato attraverso l’utilizzo, da parte del reo, dei computer “locali”.

Ebbene, la Corte di Cassazione con l’ordinanza in commento ha rilevato la delicatezza del tema ed il rischio di insorgenza di conflitti giurisprudenziali e, pertanto, ha richiesto l’intervento delle Sezioni Unite.

Vediamo brevemente perché.

Il Supremo Collegio ritiene le impostazioni proposte dal Giudice di Napoli e dalla sentenza della Cassazione del 2013, da cui il GUP ha preso spunto, del tutto errate.

Il reato, si legge nell’ordinanza in commento, si perfeziona al momento della introduzione abusiva nel sistema e ciò - ed ecco il punto saliente del ragionamento – a prescindere dall’acquisizione dei dati in esso contenuto; da tale osservazione, quindi, non può che derivare una sola conclusione e cioè che la condotta del reato si perfeziona nel momento – e nel luogo - in cui l’agente si introduce abusivamente utilizzando il proprio computer locale (a Napoli, nel caso in esame) il quale, al pari del server, costituisce un’“articolazione territoriale” del complessivo sistema informatico nazionale nella disponibilità del Ministero dei Trasporti.

Invero entrambe le soluzioni proposte appaiono, per diverse ragioni, condivisibili anche se, in ultima analisi, qualora fosse accolta l’interpretazione fornita nell’ordinanza commentata (che, come detto, radica la competenza nel luogo ove si trova il pc usato per l’accesso abusivo) verrebbe dato all’ “hacker” un “vantaggio” (forse inutile, ma meritevole di essere citato) e cioè la possibilità di “scegliere” il luogo ed il Tribunale ove potrebbe essere celebrato il processo a suo carico.

Non ci resta quindi che attendere la decisione delle Sezioni Unite e la risoluzione della querelle.

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Sequestro di un sito web: la questione all'attenzione delle Sezioni Unite

 

Sequestro del sito web di una testata giornalistica: la questione all’attenzione delle Sezioni Unite - Corte di Cassazione sezione I penale, ordinanza del 30 ottobre 2014, n. 45053

 

Con l’ordinanza n. 45053 del 30 ottobre 2014 la sezione I della Suprema Corte ha deciso di devolvere all’attenzione delle Sezioni Unite – ovvero la Sezione deputata a dirimere contrasti insorti tra le decisioni delle singole sezioni o a decidere su questioni di speciale importanza – uno dei nodi giuridici più “caldi” in tema di diffamazione giornalistica on line.

 

Va chiarito che sul tema non si era ancora formato un vero e proprio conflitto giurisprudenziale, ma la sezione I ha probabilmente - e saggiamente – deciso di  anticipare i possibili e futuri “scontri” anche alla luce della attualità del tema, concernente le caratteristiche, i diritti ed i limiti del giornalismo on line e la possibilità di applicare a quest’ultimo le regole proprie della carta stampata.

 

Prima di inquadrare la questione giuridica, un breve cenno sui fatti incriminati: si tratta di un articolo dal contenuto diffamatorio ex art. 595 c.p. pubblicato sulla pagina web della testata giornalistica registrata «ilgiornale.it» ed intitolato «Toh giudice Cassazione amico toga diffamata» per il quale era stato disposto il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. ed il relativo oscuramento della pagina web; i difensori dei giornalisti indagati avevano quindi impugnato il provvedimento innanzi al Tribunale del Riesame che però aveva confermato la legittimità del sequestro. Contro tale decisione è stato quindi presentato ricorso in Cassazione la quale, come già detto, alla luce della differenza di vedute caratterizzanti la questione, ha deciso di rivolgersi alle Sezioni Unite tramite l’ordinanza in commento.

 

Il “cuore” del ragionamento della Suprema Corte ricade sulle guarentige previste all’art. 21 della Costituzione ove si sancisce la libertà di pensiero e, in buona sostanza, si impone un generale divieto di sequestro preventivo della stampa. Come emerge chiaramente dal tenore della disposizione la preoccupazione dei costituenti era quella di evitare che si potessero rinnovare le misure limitative della libertà di manifestazione del pensiero realizzate durante il periodo fascista e, per tale ragione, alla libertà di stampa fu riservata una tutela ipergarantista, superiore a quella prevista per altre libertà (come la libertà personale, ad esempio, prevista all’art. 13).

 

Sul punto le pronunce emesse negli ultimi anni (Cass. pen. V, 5/3/2014, n. 10594; Cass. pen. V, 10/1/2011 n. 7155; Cass. pen. V, 19/9/11, n. 46504) sostenevano in buona sostanza che la libertà di pensiero non può costituire un veicolo per la commissione di reati e che le specifiche garanzie previste all’art. 21 della Costituzione, vista la diversità strutturale ed ontologica del mezzo, non sono applicabili al web; in definitiva le motivazioni delle sentenze citate, di cui in parte si dirà meglio di seguito, hanno concluso ribadendo (a volte in termini forse un po’ troppo tranchant) un concetto molto preciso: “la telematica non è stampa” con la conseguenza che ogni applicazione analogica dell’art. 21 andrebbe esclusa in radice.

 

Ebbene, la sezione I, senza mezzi termini, dichiara di non condividere affatto l’orientamento appena citato.

 

Ed infatti uno degli argomenti principali spesi in passato per negare la descritta applicazione analogica risiedeva nella maggior offensività del mezzo informatico rispetto alla stampa che, per tale ragione, avrebbe quindi meritato di essere colpito da provvedimenti maggiormente restrittivi. Ebbene, secondo la Corte tale ragionamento non è congruente al tema in discussione. 

 

Non vi è infatti dubbio che il mezzo telematico consente l’accesso e la fruizione in modo universale da parte di chiunque in qualsiasi luogo si trovi, tuttavia ciò che si tende a dimenticare è che tale profilo è solo uno dei fattori, peraltro non esclusivo, che concorrono a determinare l’offensività della condotta diffamatoria. Del resto una notizia pubblicata su un giornale ad elevatissima tiratura e letto da milioni di persone ben potrebbe arrecare un maggior nocumento rispetto a quello generato da una notizia disponibile su un sito con pochi accessi e pochi utenti.

 

Ad ogni buon conto, poi, la (pretesa) maggior offensività di una diffamazione a mezzo web rispetto a quella a mezzo stampa non avrebbe alcuna influenza sulla individuazione della “eadem ratio” che sottende ad ogni applicazione analogica.

 

Ciò che infatti deve essere considerato prevalente ai fini dell’analogia tra stampa e web è che, a ben vedere, la garanzia costituzionale dell’art. 21 non riguarda il mezzo (stampa), ma cade, in via principale se non esclusiva, sull’esercizio della libertà di pensiero che – e si viene al “nodo” della questione - può essere attuata anche con mezzi diversi dalla stampa e ciò, aggiungiamo noi, a maggior ragione in caso di testate giornalistiche on line registrate: secondo la sezione I, quindi, anche la libertà di pensiero esercitata a mezzo web potrebbe meritare le medesime garanzie costituzionali previste per la carta stampata.

 

 

Sulla base di ciò e, quindi, per evitare il sorgere di un “contrasto giurisprudenziale rispetto agli ordinamenti censiti nella giurisprudenza di legittimità”, si è deciso di investire della questione le Sezioni Unite.

 

 

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Safety E 231: nuovi sviluppi

È online sul sito di Top Legal un contributo degli Avv.ti Piero Magri ed Alessandro Racano, partner e senior associate del dipartimento penale, che affronta alcune delle più importanti problematiche in tema di infortuni sul lavoro e responsabilità da reato delle persone giuridiche.
Dopo i primi anni in cui la giurisprudenza ha atteso gli sviluppi generati dai dibattiti dottrinali in tema di compatibilità tra colpa e interesse o vantaggio per l’ente, sono seguite sentenze esemplari con le prime applicazioni a episodi di omicidio colposo sul lavoro. Più di recente si sta assistendo a contestazioni di responsabilità da reato per lesioni meno gravi a carico delle piccole e medie imprese (PMI), sintomo della volontà, da parte della magistratura inquirente, di diffondere e promuovere l’adozione di Modelli Organizzativi.

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Locandine pubblicitarie di film realizzate da maestri pittori

Con sentenza depositata in data 12 giugno 2012, il Tribunale di Roma ha definito una controversia avente ad oggetto la titolarità dei diritti di utilizzazione economica di immagini tratte da bozzetti originali di manifesti pubblicitari di film, realizzati da maestri pittori, arricchendo due rilevanti principi di diritto già, in parte, elaborati dalla giurisprudenza.

In primo luogo, il Giudicante ha stabilito che dette immagini costituiscono opere realizzate su commissione del produttore cinematografico e tutti i relativi diritti di sfruttamento economico debbono considerarsi sorti ab origine in capo a detto soggetto committente.
In secondo luogo, il Tribunale si è pronunciato nel senso che siffatta titolarità dei diritti patrimoniali in capo al committente di un’opera dell’ingegno non necessita di essere provato per iscritto a norma dell’art. 110 della Legge sul diritto d’autore del 22 aprile 1941, n. 630.
Tribunale di Roma 12 giugno 2012.pdf

Commento
Con riferimento al primo dei predetti principi di diritto, il Tribunale di Roma ha, da un lato, confermato, come detto, quanto già più volte espresso dalla giurisprudenza in ordine al riconoscimento dei diritti di sfruttamento economico di un’opera dell’ingegno in capo al soggetto committente dell’opera stessa.
A ben vedere, peraltro, la pronuncia in esame ha il merito di cristallizzare l’ulteriore convincimento in base al quale le locandine dei film realizzate in passato dai maestri pittori, nonchè, viene da sè, tutte le immagini realizzate nel perseguimento di finalità promozionali legate all’opera cinematografica stessa, debbono considerarsi opere commissionate dal soggetto produttore cinematografico.
Il Giudicante sostiene, invero, che, al di là dell’esistenza di una consolidata prassi in tal senso, parrebbe davvero impensabile che l’esecuzione di disegni che compongono i manifesti con cui il film viene pubblicizzato, avvenga senza che il soggetto interessato, ovvero il produttore del film medesimo, conferisca un apposito incarico all’artista.
Dal predetto convincimento deriva l’estensione del richiamato consolidato principio, avente ad oggetto il riconoscimento dei diritti di sfruttamento economico di un’opera dell’ingegno in capo al soggetto committente dell’opera stessa, all’ipotesi in cui detto soggetto sia un produttore cinematografico, titolare, in quanto tale e a norma degli artt. 45 e ss. della Legge 630/1941, dei diritti di utilizzazione economica sul film.
Sul punto, il Tribunale di Roma osserva, altresì, che una delimitazione temporale dei diritti di sfruttamento dell’opera commissionata radicati in capo al committente/produttore cinematografico sarebbe incompatibile con gli interessi (promozionali o commerciali) che quel soggetto conserva anche dopo un primo ciclo di proiezioni del film.
Da ultimo, il Giudicante esclude che le immagini realizzate per la promozione di un film possano essere liberamente sfruttate economicamente da terzi, atteso l’imprescindibile legame tra le stesse e l’opera filmica per cui sono state realizzate, i cui diritti d’autore spettano, come detto, esclusivamente al produttore cinematografico.
Anche il secondo principio di diritto fissato dal Tribunale di Roma pare confermare quanto già in precedenza osservato dalla giurisprudenza in ordine alla inapplicabilità dell’art. 110 della Legge 630/1941 al trasferimento dei diritti relativi ad un’opera dell’ingegno commissionata.
E’ solo con la sentenza in commento, tuttavia, che detto principio pare estendersi anche all’ipotesi in cui l’opera commissionata sia costituita da immagini legate all’attività promozionale di un film ed il soggetto committente sia un produttore cinematografico.
(R.A.)

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Un caso di diffamazione “anonima” su Facebook

 

Corte di Cassazione Penale, sezione I, 22 gennaio 2014 (dep. 16 aprile 2014), n. 16712

Secondo un recente intervento della Corte di Cassazione il reato di diffamazione si realizza anche nel caso in cui frasi diffamatorie “anonime” siano state riportate da un soggetto sulla propria pagina Facebook.

Esaminiamo la vicenda nel dettaglio.

Un militare aveva pubblicato sul proprio profilo personale Facebook, non accessibile alla generalità degli utenti, alcune frasi offensive nei confronti di un collega - non indicato nominativamente – e coinvolgendo altresì la moglie di questi, destinataria di volgari insinuazioni; la ragione di tale “sfogo”, in particolare, risiedeva nel fatto che l’imputato era stato recentemente e, a suo dire, ingiustamente, sostituito dal soggetto diffamato presso il comando di appartenenza (la frase incriminata, in particolare, era: “attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di un collega raccomandato e leccaculo… per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie”).

La Corte militare d’Appello aveva assolto l’imputato per insussistenza del fatto dal momento che costui non aveva specificato né il nome del soggetto, né la funzione, né il comando di appartenenza, né ulteriori e specifici dati cronologici, così da impedire o comunque rendere non agevole  l’identificazione della persona offesa da parte di un numero peraltro molto limitato di soggetti (ovvero i soggetti “amici” aventi l’accesso al profilo personale Facebook dell’imputato).

A seguito dell’impugnazione del Procuratore Generale, la Corte di Cassazione ha totalmente ribaltato quanto stabilito dai giudici di secondo grado giungendo così all’annullamento della sentenza.

Vediamo gli argomenti proposti dalla Suprema Corte.

1.Vero che il soggetto diffamato non è stato indicato nominativamente, ma il nome della vittima non è l’unico ed esclusivo elemento determinante ai fini della individuazione della persona offesa; ed infatti le circostanze fattuali presenti nelle frasi diffamatorie, per quanto generiche (ovvero il riferimento alla “sostituzione” e la appartenenza ad un corpo militare), favoriscono, comunque, la compiuta identificazione del bersaglio delle offese per quanto mai precisamente nominato.

A supporto di tale principio la Corte richiama la pronuncia del 20/10/2010, n. 7410, CED 249601 che, invero, recepisce altre precedenti sentenze emesse sul punto (Cass. 28/3/2008, n. 18249, CED 239831; Cass. 7/12/1999, n. 2135, CED 215476)

2.Allorché una notizia o, come nel caso in esame, una frase diffamatoria, viene immessa nel circuito di internet, la sua diffusione – e quindi la comunicazione con più persone, requisito indispensabile ai fini della realizzazione del reato di diffamazione – deve presumersi sino a prova contraria; in sostanza, quindi, non è necessario dimostrare che le frasi siano state effettivamente percepite da almeno due persone, ma, si ripete, in caso di utilizzo di internet, tale circostanza si deve ritenere pacifica, salvo prova contraria.

Ovvio che in tale contesto poco importa se il profilo su cui sono comparse le offese incriminate fosse accessibile ad un numero indeterminato di utenti o solo al gruppo di “amici” dell’imputato.

Anche il principio sopradetto trova conferma in un precedente ed ormai consolidato orientamento di legittimità: si veda in tal senso Cass. 21/6/2006, n. 25875, CED 234528; Cass. 4/4/2008, n. 16262, CED 239832; Cass. 27/4/12, n. 23624, CED 252964.

3.Una volta verificata la sussistenza degli elementi oggettivi del reato di diffamazione, la Corte si sofferma brevemente sull’elemento soggettivo del dolo della diffamazione, ritenendolo pacificamente sussistente.

In particolare, si chiarisce in sentenza, la diffamazione non richiede affatto il dolo specifico e, quindi, in altre parole, non ha alcuna importanza che l’imputato non abbia perseguito la finalità – specifica - di danneggiare la reputazione altrui. 

Del resto, come già confermato da diverse pronunce (sul punto si veda, tra le tante, Cass. 15/7/10, n. 36602, CED 248431), ai fini della realizzazione del reato è sufficiente, in capo all’agente, il dolo generico e quindi la mera consapevolezza di pubblicare una frase dal contenuto diffamatorio e la consapevolezza che la stessa venga a conoscenza di almeno due soggetti, così come pacificamente accaduto nel caso in esame.

La sentenza pertanto, avendo integralmente recepito alcuni orientamenti giurisprudenziali ormai pacifici, non può dirsi certamente innovativa, ma ha comunque dalla sua il pregio di definire il perimetro applicativo della diffamazione nell’ambito di uno dei più popolari ed utilizzati social network che molti utenti, forse non pienamente consapevoli delle potenzialità e degli effetti di tale mezzo, ritengono ancora una sorta di “porto franco” in cui esprimere fin troppo liberamente i propri pensieri.

 

 

 

 

 

 

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La responsabilità penale dell’hosting service provider

Con le motivazioni rese il 3 febbraio, la terza sezione penale della Corte di Cassazione ha messo definitivamente la parola fine all’annosa questione salita agli onori delle cronache come vicenda “Google-Vividown”.  La Suprema Corte ha confermato l'assoluzione dei manager di Google Italy sotto processo per un video diffuso nel 2006 nel quale un minorenne disabile di Torino veniva maltrattato dai compagni di scuola. La vicenda ha visto istruire un procedimento penale a carico di tre amministratori della società per i reati di diffamazione e di trattamento illecito di dati personali (art. 167 d.lgs. n. 196 del 2003) e si è articolata, nel corso degli anni, in una sentenza resa in primo grado (Tribunale di Milano, sentenza n. 1972 del 24 febbraio 2010) che ha mandato assolti gli imputati dalle accuse di diffamazione, ma li ha condannati a sei mesi di reclusione (pena sospesa) per violazione della privacy.

Con la successiva sentenza della prima Sezione Penale della Corte d’Appello di Milano, depositata il 27 febbraio 2013, gli imputati sono stati mandati assolti con la formula “perché il fatto non sussiste”.  La Cassazione ha confermato la decisione della Corte di Appello concentrandosi su tre aspetti particolarmente rilevanti in tema di diritto della privacy.

Il primo è che nella sua qualità di fornitore del servizio di hosting “Google Video”, Google non è titolare del trattamento dei dati personali che sono immessi dagli utenti.  Il punto è decisivo: la Cassazione, per la prima volta in maniera così netta, afferma che il trattamento illecito dei dati è reato che può essere compiuto solo ed esclusivamente dal titolare del trattamento. Si tratta, quindi, di un reato “proprio”, ossia di un reato che può essere commesso solo da chi ha una certa qualifica. In particolare, due passaggi delle motivazioni vanno messi in evidenza:

i) il titolare del trattamento è il soggetto che decide di trattare i dati personali per propri fini”: il punto chiave è l’“esistenza di un potere decisionale in ordine alle finalità, alle modalità di trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati”;

ii) nel caso in esame, i titolari dei dati caricati in siti di hosting sono i singoli utenti e quindi nessun obbligo sussiste in capo al provider, non essendo questo, ma il singolo utente il responsabile del trattamento dei dati personali contenuti nel video caricato dall’utente stesso;

Il secondo aspetto riguarda la relazione tra la disciplina del commercio elettronico e quella della privacy. La Suprema Corte sostiene che: l’applicazione delle norme in materia di commercio elettronico deve avvenire in armonia con le norme in materia di tutela dei dati personali, armonia perfettamente riscontrabile - come appena visto - nel caso della determinazione dell’ambito di responsabilità penale dell’Internet hosting provider relativamente ai dati sensibili caricati dagli utenti sulla sua piattaforma”.

Quindi, la disciplina sul commercio elettronico conferma che Google, quale fornitore di hosting, non ha alcun potere decisionale sul contenuto dei video immessi dai propri utenti – dal momento che non ne conosce e non ne deve conoscere il contenuto ai sensi di detta disciplina - e quindi non determina finalità e modalità del trattamento. Interessante anche osservare come Google Video venga definito un servizio di hosting dato che il provider si è limitato a fornire ospitalità ai video inseriti dagli utenti, senza fornire alcun contributo nella determinazione del contenuto dei video stessi”. La sentenza non affronta dunque il tema dell’hosting attivo, escludendo, con riferimento al caso di specie, che Google Video possa essere considerato tale.

Il terzo aspetto, infine, lascia spazio a qualche dubbio; la Suprema Corte, infatti, afferma che Google non è titolare del trattamento fintantoché non ha consapevolezza del contenuto illecito. In altre parole: “finché il dato illecito è sconosciuto al service provider, questo non può essere considerato quale titolare del trattamento, perché privo di qualsivoglia potere decisionale sul dato stesso; quando, invece, il provider sia a conoscenza del dato illecito e non si attivi per la sua immediata rimozione o per renderlo comunque inaccessibile, esso assume a pieno titolo la qualifica di titolare del trattamento ed è, dunque, destinatario dei precetti e delle sanzioni penali del Codice Privacy”.

Si tratta di un passaggio molto delicato, in relazione al quale sarebbe stato auspicabile un intervento più dettagliato, che non lasciasse adito a dubbi interpretativi. Infatti la Cassazione non chiarisce l’aspetto fondamentale, ossia quando e in presenza di quali condizioni il provider deve essere considerato a conoscenza del contenuto illecito.

La questione ha fatto molto discutere sia gli operatori del diritto e che gli operatori di internet perché lungi dal “molto rumore per nulla”, secondo la citazione utilizzata dalla sentenza di primo grado, si è di fronte ad una vicenda che attiene, come affermano i Giudici di appello, alla questione del “governo di internet” che impone ai giudici di perimetrare con estrema attenzione l’ambito della responsabilità penale degli operatori del web.

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