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A lunch with... Leonardo Chiariglione

Dopo aver sentito da Leonardo Chiariglione una serie di riflessioni sul tema “innovazione tecnologica e diritto d’autore” abbiamo ritenuto opportuno approfondire con lui alcuni temi di grande attualità nel mondo del web. Lo abbiamo incontrato “davanti a un caminetto” per cercare di capire un po’ meglio e un po’ più in profondità quali siano i pregi di questa straordinaria ma forse troppo rapida evoluzione della tecnologia della rete e quali le sue criticità. 

Leonardo Chiariglione, in tutti i consessi nazionali ed internazionali, ha sempre cercato di rivestire il ruolo di “facilitatore” del dialogo tra i fondamentalisti della difesa del copyright e i fondamentalisti dell’open source. La nostra chiaccherata è partita proprio da lì e cioè dalla riflessione su come mai le due posizioni non riescano ad uscire da una rigidità filosofica che non aiuta l’industria a trovare una soluzione mediana virtuosa sia per i consumatori sia per i titolari di opere protette sia, soprattutto, per i giudici che devono ogni volta valutare fattispecie sempre più complesse e quindi dall’incerto finale.
(di seguito, la sigla “RR” corrisponde a Riccardo Rossotto, mentre “LC” sta per “Leonardo Chiariglione”). 

 

RR: “Allora Leonardo, perché questa difficoltà di individuare con lucidità e lungimiranza una via mediana tra  i due estremismi?”
LC: “Io direi che non sarebbe giusto dare la colpa solo a una delle due parti, sarebbe meglio interrogarsi sul perché, nella società in cui viviamo, la durata della tutela del copyright è passata dai 14 anni, rinnovabili una volta, del Queen Ann’s Act ai 100 e passa anni di oggi. Perché è successo? E’ successo perché c’è stato un processo legislativo che ha consentito di partire da 14 anni e arrivare non si sa dove, il che non è necessariamente un male. Lo è se questo processo, che sembra non porre mai un limite all’aumento della durata della protezione del copyright avviene senza una ratifica della Società. La conseguenza di questo processo è la progressiva scomparsa di contenuti di pubblico dominio. Da un certo punto di vista sono anche disposto a trattare su questo punto, tuttavia è la collettività dei soggetti interessati a questa tematica che deve cercare di dare una risposta progettuale a questa open issue piuttosto che non limitarsi dare colpe a chi tutela i propri interessi, dall’una o dall’altra parte.”
RR: “Quindi secondo te c’è un eccesso di protezione in termini quantitativi e questo eccesso si è consolidato negli anni. La rivisitazione e la possibile mediazione passa attraverso una disponibilità non solo del legislatore ma anche dell’industria a rinunciare a una parte di questo periodo di protezione. Su tale ragionamento ti seguo e, in qualche misura, ti capisco e condivido il tuo approccio. Quello che mi preoccupa di più culturalmente però è che un singolo che cammina per la strada ed entra in un negozio non può pretendere di prendere un capo di abbigliamento e uscire senza pagare. Per le nuove generazioni,  invece, sembra non esserci alcuna remora ad appropriarsi illecitamente di tutto quello che si trova in Rete.”
LC “Sul primo punto preciso che prima di tutto ci dobbiamo porre il problema delle regole generali che ci governano. Il decidere se è accettabile per la Società che un contenuto abbia protezione illimitata nel tempo è un questione che va decisa dalla Società, non è corretto lasciarlo alla quotidianità delle riunioni parlamentari che non fanno altro che passare da un incremento di durata all’altro. Sul secondo punto io sono terribilmente sensibile per il fatto che sono anni, almeno da quando ero Executive Director della Secure Digital Music Initiative, che dico: “se lasciate crescere tutta questa gioventù con la possibilità di appropriarsi di quello che oggettivamente è proprietà di altri alla fine creerete un consenso diffuso sul fatto che questi contenuti siano liberamente fruibili. La responsabilità è sì dei giovani che commettono questi atti ma è anche vostra, che dovete trovare un sistema che non sia solo portare in tribunale John Doe (nel lessico americano ….. il “Chiunque”) per avere scaricato 100mila canzoni”
RR: “Cosa ne diresti di una soluzione ragionevolmente basata su un triangolo di questo genere: diminuzione della durata, definizione di criteri per l’individuazione di opere che debbano prioritariamente cadere in pubblico dominio e riduzione a costi accessibili – a forfait ad esempio - del corrispettivo per uso privato di opere protette?”
LC “Sono disposto a sottoscrivere una proposta di questo tipo perché ricalca la strada già suggerita da me in passato relativamente agli alternative compensation systems. E’ una signora strada! Togliamo via tutta la complessità della protezione e della monetizzazione delle opere dicendo che i contenuti sono disponibili, e, come si paga una tassa per avere le strade asfaltate, si paga una tassa/costo per accedere ad un bene comune i cui produttori devono essere remunerati. Però questo è facile da dirsi ma non a farsi. E’ facile essere d’accordo sul principio, ma il lato pratico rischia di essere difficoltoso se non concordiamo su come superare la prassi odierna della SIAE, che premia chi ha già successo e trascura i piccoli cantanti. La remunerazione del produttore dell’opera che ha avuto un 1milione di hit rispetto a quello che ha avuto 10hit deve passare dal principio che dev’esserci un contatore, che non vedo come possa essere altrimenti che “tecnologico”,  per misurare l’effettivo utilizzo di queste opere il cui responso che sia accettato dalle parti”.
RR “Avendo raggiunto un apparente condivisione su un ipotesi di soluzione, con le complessità che essa comporta, l’occasione è troppo ghiotta per non capire meglio cosa tu intenda per contatore tecnologico.”
LC “Sul contatore sicuramente d’accordo non lo saremo….. in prima istanza, ma ne parleremo un'altra volta”.
RR “Allora promesso! La prossima volta ci spiegherai qual è la tua idea sul contatore e su come tale strumento potrebbe essere quello ideale per realizzare la rivoluzionaria ipotesi di condivisione di una soluzione tecnico-giuridica che possa andare bene sia ai titolari di diritti d’autore sia ai sostenitori del “sapere libero”.
RR: “Completiamo questa chiaccherata con due riflessioni sul caso Facebook. Grande attesa, una quotazione record alla vigilia, poi il tonfo: le cause legali, la diminuzione degli utenti, i primi inserzionisti che abbandonano il più famoso social network del mondo. Cosa sta succedendo? Da notizie interne all’industria pare che Facebook sia condannato a cambiare se non vuole tramontare dal punto di vista operativo o commerciale.”
LC: “E’ un affermazione parecchio dura, ad oggi non riesco a sottoscriverla. Non so se sia un problema di piattaforma quanto di modello di business. Se il signor Zuckerberg ha la possibilità di vedere ciò che le persone si scambiano e sulla base di questo fare delle analisi che aiutino la redditività della sua azienda, è probabile che il modello Facebook sia valido”
RR “Il patrimonio che vedi collegato, l’asset intangibile di Facebook, è l’insieme dei dati trasferiti tra gli utenti, che attribuisce al titolare della piattaforma due privilegi, uno è quello di avere i dati in quanto tali, l’altro di poterli vendere decodificati: questo è il valore. Ma tutto ciò è lecito?”.
LC “Si, infatti, io come cittadino potrei contestare questa prerogativa, poiché il titolare della piattaforma sa diverse cose di me che io preferirei non fossero utilizzate. La Società ci mette ere geologiche per comprendere l’impatto di alcune iniziative commerciali, però quando se ne accorge potrebbe distruggere ciò che ad oggi è un validissimo modello. Questo è il rischio di Facebook e dei modelli di business impostati in modo analogo”.
RR “Ti propongo una riflessione su questo tema, che impatta ovviamente sulla questione privacy. Ogni volta che sono introdotte norme a tutela della privacy il mercato le vive come un eccesso di burocrazia, un costo improduttivo che genera ostilità nei confronti dell’intera normativa a tutela dei dati personali. Lancio una provocazione: perché è riconosciuto un valore patrimoniale intrinseco alla mia opera dell’ingegno ma non si fa la stessa cosa sui dati che riguardano, oltre che la mia persona, anche la mia personalità, i miei gusti,  i miei orientamenti, così che il loro utilizzo debba sempre ritenersi dotato di significato economico?
LC “Vediamo se ho capito: se io sono autore di un opera, io deliberatamente decido di condividere il prodotto della mia mente per qualsiasi fine. Se io decido di mettere a disposizione le mie preferenze, posso farlo solo se ho un incentivo economico, un beneficio tutto mio”
RR “secondo me sono diritti analoghi. Secondo questa impostazione la tutela della privacy diverrebbe quindi non solo burocrazia allo stato puro ma anche protezione di un bene patrimoniale personale, economicamente monetizzabile”
LC “E’ chiaro che se noi continuiamo a comunicare con i piccioni viaggiatori abbiamo un costo, ma oggi abbiamo strumenti più moderni ed efficienti che consentono di attuare la tutela della privacy in modo inexpensive“
RR “L’esecuzione degli obblighi in materia di privacy in maniera efficiente e non onerosa è l’argomento più delicato nell’ambito dell’implementazione della direttiva privacy per ciò che concerne l’online behavioural advertising, che richiede - a tutela degli utenti - una manifestazione di consenso informato e preventivo al tracciamento della loro navigazione a fronte di una informazione graficamente chiara e comprensibile e di un meccanismo autorizzativo semplice e fruibile dal punto di vista tecnico in qualsiasi stadio della navigazione”
LC “Con la differenza che questo caso - che se implementato porterebbe a mio avviso ad un enorme progresso – è molto più semplice di quello che Zuckerberg deve gestire. Dobbiamo creare una macchina che abbia il potenziale di servire l’umanità – com’è internet oggi – coniugato con la flessibilità necessaria per consentire all’utente di autorizzare di volta in volta il trattamento del dato personale senza che questo sia vissuto come un intralcio alla navigazione”
RR “Questo tipo di riflessioni mi portano solitamente ad una serie di conclusioni, assolutamente soggettive. E’ nell’animo umano (“stessa spiaggia stesso mare”) tornare dove si è stati bene. E’ naturale quindi autorizzare il fornitore di cui mi fido a profilare la mia navigazione. Ma questo non può mai essere interpretato come una autorizzazione a profilarmi sistematicamente, a bombardarmi di pop-ups o peggio a vendere i dati della mia navigazione”

Ma su questo tema, come su molti altri, torneremo su uno dei prossimi numeri di R&P Mag.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

Sito web: www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/130-riccardo-rossotto.html

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