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Il servizio “Autocomplete”, già oggetto di due interessanti ordinanze (cfr. il numero 2 di questa stessa rivista), è passato nuovamente al vaglio del Tribunale di Milano che si è soffermato sul tema della responsabilità dei motori di ricerca.

Secondo l’ordinanza in commento, un motore di ricerca non è responsabile dell’eventuale contenuto diffamatorio derivante dagli accostamenti di parole suggeriti agli utenti allorquando gli stessi immettano una query nella barra di ricerca.
Tale conclusione si basa, tra l’altro, sul fatto che non è possibile ravvisare negli accostamenti di parole, prodotti da un algoritmo automatico memorizzato al fine di facilitare la ricerca degli utenti, una qualsivoglia affermazione o dichiarazione di contenuto diffamatorio, in quanto si tratta di uno strumento inidoneo a rappresentare la manifestazione del pensiero dell’Internet Service Provider.  
Tribunale di Milano.pdf

Commento
La giurisprudenza ha recentemente scritto un nuovo capitolo sulla responsabilità degli Internet Service Provider e, in particolare, dei motori di ricerca che forniscono il servizio di “Autocomplete” (denominata anche “suggest search”). Tale servizio ha la finalità di “guidare” e agevolare gli utenti nelle ricerche sul web, fornendo loro i risultati più frequenti, ricercati da altri soggetti, partendo dalle medesime query.
Il procedimento è sorto a seguito di un’istanza cautelare promossa da due associazioni che lamentavano la lesione dei propri diritti per effetto dell’accostamento a termini quali “Plagio”, “Setta” e “Truffa”. La motivazione della sentenza, senza entrare nel merito della specifica portata diffamatoria degli accostamenti in questione, si sofferma sul ruolo del motore di ricerca e sulla portata del servizio di interesse.
Respingendo la tesi di parte ricorrente, il Tribunale nega la qualifica di content provider in capo al motore di ricerca che, attraverso il servizio “Autocomplete”, si limita a riprodurre le ricerche più popolari effettuate dagli utenti, senza archiviarle, strutturarle, organizzarle e/o influenzarle. Gli accostamenti di parole, frutto del servizio “Autocomplete”, infatti, non dipendono da un’azione propria del motore di ricerca, ma, come anche affermato anche dalla Corte di Appello parigina, “dal numero statistico delle richieste degli utenti che utilizzano il motore di ricerca e che hanno utilizzato detti termini”.
Il carattere automatico del servizio, unito all’assenza in capo all’Internet Service Provider – che svolga attività di mere conduit, caching (come nel caso di specie) o di hosting – di un obbligo generale di sorvegliare in via preventiva le informazioni trasmesse, ha determinato il Tribunale a respingere la domanda cautelare dei ricorrenti, specificando comunque che, in assenza di una richiesta dell’autorità giudiziaria, l’Internet Service Provider non è tenuto ad intervenire.

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