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Editoriale R&P Magazine, Luglio 2014

“Viviamo nel mezzo di una turbolenza e non vediamo ancora il punto di approdo”: Bob Silver, il mitico fondatore e editore del New York Review of Books, fotografa in questo modo il momento storico che stiamo faticosamente gestendo in mezzo alla tormenta.

Tra crisi economica, conflitti locali e religiosi, sconvolgimenti comportamentali dovuti ai nuovi codici partoriti dalla e nella Rete, bisogno di una nuova visione mondiale che tocchi e riallinei una redistribuzione del reddito divenuta ormai inaccettabile e ingestibile, il povero umanoide del luglio 2014 è smarrito, sballottato tra suggestioni di un nuovo mondo senza fisicità ma vissuto on line, davanti al proprio computer o al proprio I-Phone / I-Pad, e preoccupate constatazioni di una qualità della vita privata e pubblica che non migliora ma, anzi, sta assumendo derive egoistiche e improntate a grandi solitudini.

Cercando di riprendere il filo dei ragionamenti sviluppati negli ultimi editoriali di RePMag, proviamo a fare il punto della situazione analizzando i vari temi che, giorno dopo giorno, il mondo del Web ci sbatte, con una velocità di trasmissione dati e coinvolgimento folle almeno inquietante, sulla scrivania. Proviamo anche a riorganizzare per titoli le varie tematiche approfondendone, seppur sinteticamente, lo stato dell’arte attuale. Chissà che il breve prontuario non ci scateni riflessioni virtuose, nuovi approcci alla materia, ipotesi di soluzioni nuove e discontinue rispetto alle nostre abituali categorie concettuali. Insomma, proviamo ad azzerare il nostro sentire sulla Rete, i nostri pregiudizi o i nostri entusiasmi irrazionali e affrontiamo le varie questioni aperte con il cervello libero da condizionamenti. La voglia di gestire questa opportunità non di subirla, l’auspicio di non rallentare il cambiamento soltanto a causa delle nostre paure del “nuovo” ma anche di non accettarlo a scatola chiusa, acriticamente perché internet è bello … punto. 

Entriamo dunque nell’attualità e nella sua agenda di open issue.

1) Il rischio della solitudine di massa: sembra un ossimoro. Ma la Rete, il modello dello “stare-insieme” offerto dalle comunità di internauti, ci sta rendendo più soli. Isolati nella nostra stanza, davanti al computer, a scambiarci emozioni, commenti, giudizi, informazioni in via elettronica. Lo strumento tecnologico che sta rivoluzionando i comportamenti dei cittadini del mondo, mettendo in contatto persone che mai si sarebbero conosciute prima, è potenzialmente un creatore di solitudini. Più si hanno delle relazioni virtuali più si è soli. Internet annulla lo spazio e il tempo e rischia di distruggere le relazioni sociali tradizionali che hanno bisogno di fisicità, nel tempo e nello spazio. Si è aperta tra i filosofi e i sociologi nel nostro tempo presente una vivace discussione sulle derive di questa solitudine, d'altronde ormai parte integrante anche della vita lavorativa. Quanti di noi lavorano da soli, davanti al loro PC, isolati fisicamente da tutto e da tutti. “E’ il concetto stesso di solitudine ad essere ambiguo – ha concluso un suo recente intervento un blogger di grande successo – essa può essere una conquista ma spesso è soltanto una condanna”. Riflettiamoci bene su questa situazione soprattutto con riferimento alla formazione delle nuove generazioni. All’educazione dei nostri figli. Ciò non vuol dire negare la straordinaria opportunità del Web ma affrontare questa rivoluzione tecnologica da protagonisti, non da soggetti passivi, schiavi dell’ineluttabile destino che la Rete ci riserverà.

2) Il futuro dei giornali: secondo Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, recentemente divenuto proprietario del glorioso Washington Post, tutta l’editoria finirà on-line, ovviamente … dentro Amazon. Il tema è scottante e stiamo per assistere, anche in Italia, ad una vera e propria rivoluzione nello scenario dei protagonisti della carta stampata. I conti economici piangono, la pubblicità si riduce. I lettori ristagnano e stanno diminuendo. Ma non è tanto la crisi economica che ha mutato il quadro ma l’aumento dei frequentatori della Rete. Perché devo spendere anche soltanto 1,50 euro per una copia cartacea di una testata che posso tranquillamente trovare ogni mattina sul mio tablet, appena sveglio, senza il fastidio (o la gioia?) dell’inchiostro sulle mani, senza dover uscire a comprarla? Per abitudine, per piacevolezza fisica, per pigrizia: ormai il percorso è segnato. Tra i giovani internauti, abituali o saltuari, dai 20 ai 40 anni l’acquisto del giornale cartaceo è ormai un “ferro vecchio”, un rituale superato e sostituito con una, pare soltanto rapida, scorsa alle pagine on-line dei principali quotidiani. Ma vi è di più: la Rete sta abituando i suoi visitatori ad avere le news in diretta, non stop. Se sei collegato, vivi il mondo nel suo divenire minuto per  minuto. In qualsiasi parte del pianeta tu ti trovi … Basta che ci sia il wi-fi! L’invenzione di Gutemberg causò gli stessi traumi. Dagli amanuensi si passò alle macchine a stampa, la cultura e l’informazione si diffusero in maniera esponenziale. Per 500 anni l’industria editoriale ha ragionato e proliferato su quel modello, ovviamente innovandolo con tecnologie sempre più sofisticate. Oggi viviamo lo stesso problema, uno sconvolgimento tecnologico che ci obbliga a rivedere il modello di business tradizionale dell’editoria. Sempre Bob Silver, l’ideatore della “bibbia” mondiale della letteratura internazionale, ha detto a Federico Rampini de la Repubblica “Il romanzo ‘Cinquanta sfumature di grigio’ uscì prima on-line e senza un editore, poi lo trovò. E allora si, certo, potremo vivere in un mondo dove ci saranno ancora gli autori ma non più gli editori. Sarà possibile scrivere e raggiungere un pubblico mondiale senza quell’intermediario tradizionale. Attenzione però: per un libro come “Cinquanta sfumature di grigio” ce ne sono migliaia che falliscono e non raggiungono mai il pubblico”. Richard Gingrass, capo di Google News (1 miliardo di lettori unici a settimana in 72 paesi e in 45 lingue!) legge il fenomeno in senso opposto a quello dei pessimisti: “il presente dell’informazione è straordinario e il futuro lo sarà ancora di più. Chi non lo capisce è perché non guarda nella direzione giusta”.

A questo rischio di sopravvivenza, l’editoria off-line deve reagire con una diversa valorizzazione dei contenuti del suo sapere. “I giornali non sfruttano il potenziale che hanno – sostiene sempre Gingrass – Big Data e gli archivi dei quotidiani sono risorse enormi da sfruttare economicamente anche nel Web. La sfida sta proprio lì: come una volta si diceva “l’ha detto il TG” a conferma della verità non discutibile di una notizia, oggi si fa riferimento a Internet. Il problema è che non sempre i contenuti sono veri, completi e accurati. Le bufale si sprecano e gli strafalcioni diventano i protagonisti. Ecco “dove” e “come” il giornalismo di razza, quello di inchiesta, quello nato sul lavoro, sul sacrificio di cercare e verificare una notizia, avrà sempre il suo ruolo centrale nel mondo dell’informazione. Certo con modalità divulgative diverse, più brevi, più sintetiche, più impattanti. Ma questo fa parte di un adeguamento del linguaggio che la parte non miope del sistema saprà trovare. Riesce a raccontare vicende complesse in modo facile e divulgativo, soltanto chi conosce a fondo la materia. L’ha studiata e approfondita. Stesso discorso vale per la capacità di sintesi che non è sinonimo di “perdere dei pezzi” di un problema. Ma, di nuovo, di conoscere la materia e saperla, nella sua globalità e complessità, trasferire nello spazio di un Twitter. Questa è la sfida su cui si gioca il futuro dell’editoria tradizionale.

3) Bufale e falsi followers:  ne abbiamo già parlato nell’ultimo numero di RePMag. I temi sono diversi ma riconducibili allo stesso problema. L’attendibilità dei dati e delle news provenienti da un mondo senza controlli e con delle regole formalmente esistenti ma non applicate come quello della Rete. Esistono dei blog che svelano i trucci e le fandonie che girano nella Rete: “il disinformatico”, “servizio antibufale”, “bufale un tanto al chilo”, “bufale e dintorni”. Un aiuto per districarsi nella giungla informatica che ci bombarda quotidianamente. Certo che tra notizie false e follower non esistenti, il concreto rischio che lo sviluppo del modello di business basato sul commercio elettronico possa essere rallentato nonostante i dati statistici positivi, esiste eccome!. Sicurezza nei pagamenti, raccolta pubblicitaria, contenuto delle comunicazioni promozionali sono aspetti diversi che richiedono però le stesse certezze: protezione, veridicità dei dati, controllo e repressione degli illeciti. Nell’incertezza del diritto e soprattutto nell’assenza dell’enforcement delle norme, il business non cresce o comunque si sviluppa meno di quanto potrebbe. Il tema è mondiale e investe tutti.

4) Diritto all’oblio: il problema dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere risolto. Dopo la sentenza alla Corte di Strasburgo (13.5.2014), Google si è adeguata, realizzando e pubblicizzando una procedura che permette a ciascuno di noi di cancellarsi e di essere dimenticato dalla Rete. Si compila il web-form specificando la propria identità da certificare con documento e firma elettronica, il link da rimuovere in relazione a quale ricerca, e, infine, il motivo della richiesta di cancellazione.

I responsabili di Google decideranno, caso per caso, come coniugare il diritto prospettato del richiedente e l’interesse pubblico alla informazione. Un comitato di esperti internazionali indipendenti monitorizzerà i casi, cercando di trovare eque soluzioni. Il tema a nostro avviso resta sul tavolo. Come si potrà controllare il contenuto di milioni di richieste di cancellazioni, come, di conseguenza, trovare un giusto equilibrio tra il diritto di vedersi cancellare dei link non graditi o non veri e il dovere di informare il pubblico su notizie sensibili, tipo frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali, condotte illecite di funzionari pubblici utili a capire meglio chi sia il proprio interlocutore commerciale? L’aver previsto una procedura è un primo passo importante ma non risolutivo. Stiamo a vedere gli sviluppi dei prossimi mesi.

5) Privacy e dintorni: il Garante ha varato un regolamento sull’uso dei cookies in internet. Un buon documento redatto dopo una intensa e virtuosa interlocuzione con le associazioni degli operatori del settore, che ha trovato un equo bilanciamento tra i diritti individuali a non essere bombardati dagli annunci pubblicitari, se non graditi, e l’interesse dell’industria digitale a far aumentare gli investimenti pubblicitari, limitando i lacci e lacciuoli procedurali agli inserzionisti.

Nel frattempo nel mondo, anche americano, quello culturalmente più lontano dal rispetto della privacy degli individui, si registrano segnali contraddittori. Duck Duck Go, il motore di ricerca che garantisce di non tracciare il profilo dei propri utenti, incomincia ad avere i primi successi commerciali. Ha cambiato look e promette oltre alla assoluta riservatezza, risposte più immediate ed efficienti ai propri clienti. I big players replicano con annunci mirati ad una diversa prospettazione della tematica. “Troppa invadenza, si cambia” – ha annunciato Zuckerberg  ai suoi 1,3 miliardi di utenti. Controlli più accurati, rispetto della privacy, informazioni più dettagliate per capire meglio le intenzioni degli utenti sulla loro privacy.

Il collega Carlo Blengino ci segnala sul Sole 24 Ore del 20 luglio che la Corte Suprema degli Stati Uniti, il 25 giugno scorso, ha stabilito un principio importante e innovativo rispetto al vissuto americano sulla privacy: la polizia giudiziaria necessita di uno specifico mandato per ispezionare i dati contenuti in uno Smartphone anche in casi di arresto in flagranza di reato. E’ interessante leggere nella motivazione della decisione come i giudici americani abbiano preso atto e formalmente sostenuto che ormai i telefoni cellulari sono molto di più di semplici oggetti tecnologici utili al colloquio a distanza tra le persone. Sono ormai la banca dati della nostra vita privata, la registrazione digitale di tutti i nostri movimenti, acquisti, colloqui. Dunque come non si può, in automatico, perquisire l’abitazione di un soggetto arrestato con le chiavi in tasca, non si può ispezionare il contenuto di uno Smartphone rinvenuto nelle tasche di un soggetto arrestato. Il bello della decisione è che il Giudice estensore della motivazione auspica un intervento del legislatore americano sul punto privacy, lamentando che la sola supplenza della magistratura, come nel caso deciso, costituirebbe un’occasione sprecata per il Paese. Come dice bene Blengino, nell’America di Snowden e della NSA, quella della Corte Suprema è davvero una bella tirata d’orecchie collettiva.

Insomma un contesto, un po’ “spintonato” dalla magistratura, soprattutto europea ma anche americana, che sta modificandosi dopo anni di far-west. Un dubbio però ci rimane: non è che i cancelli vengano chiusi quando i buoi sono già scappati. In altre parole, siamo già stati tutti registrati, nel Big Data ci sono i nostri profili, le nostre passioni, le nostre propensioni al consumo. Adesso si può cominciare la fase 2: puntare ad una maggior rigorosità sulla tutela futura della privacy? Tanto una gran parte dei dati personali li posseggo già e li posso valorizzare commercialmente rivendendoli agli inserzionisti, assetati di profilazioni mirate e accurate. Invece di rischiare di buttare via i soldi in investimenti su mezzi genericamente rivolti a tutti (Tv, radio, stampa, ecc.) quale grande opportunità è quella di poter comprare i files di tutti i consumatori che hanno manifestato consenso o addirittura già comprato il mio prodotto o comunque sono utilizzatori dello stesso genere merceologico dei miei prodotti? Temo che stiamo per iniziare a vivere questo modello di business.

6) Internet può essere classista?: uno dei fondamenti filosofici, tanto caro agli appassionati della Rete, è sempre stato la sua neutralità. Tutti i service provider devono fornire i contenuti di Internet in maniera egualitaria, alla stessa velocità permettendo un accesso paritario a fornitori, aziende e utenti. Internet è paritario, un grande “livellatore” dell’accesso alla conoscenza per abbattere barriere e diseguaglianze. 

A fronte di questi concetti libertari, da tempo i  proprietari delle reti (le TLC mondiali) su cui gira il traffico informatico e commerciale di Internet, hanno incominciato una battaglia, di natura economica, mirata ad ottenere il diritto a vedersi riconoscere corrispettivi differenziati tra gli utilizzatori della Rete. Maggiori per i grandi fruitori, minori, per i piccoli. Proprio in questi mesi qualcosa si sta muovendo in proposito. La Commissione Federale delle Comunicazioni (F.C.C.) degli Stati Uniti sarebbe infatti in procinto di cambiare le regole del gioco, introducendo nella normativa il diritto a corrispettivi diversificati in funzione della tipologia dei servizi e del loro contenuto. Si immagina, in altre parole, (di qui lo slogan di un Internet a due velocità, una per i ricchi una per i poveri) una Rete superveloce per i privilegiati in grado di pagare di più e una più lenta per gli altri. Con ovvia soddisfazione degli operatori della Telecom, Comcast, Verizon, At&T, Time Warner, ecc, che incasserebbero maggior denaro.

Coma ha fatto Federico Rampini in un recente reportage su questa battaglia in corso tra i proprietari delle infrastrutture e i colossi che alimentano i contenuti (Google, Amazon, Facebook, ecc) proviamo ad usare, per capire meglio lo scontro in atto, l’analogia dell’autostrada e dei suoi utenti. Immaginiamo una autostrada con una corsia di sorpasso riservata ai TIR, i camion con rimorchio. Nel pedaggio, con un prezzo superiore agli altri, è incluso questo privilegio. Bene, le società produttrici di contenuti sono appunto questi roboanti TIR che pagando di più degli altri utenti “normali”, fruiscono di una situazione di privilegio nell’utilizzo della infrastruttura autostradale. I concessionari dell’autostrada sono felici perché incassano di più (le Telecom di tutto il mondo), gli altri utenti si ritrovano a dover guidare sulle corsie rimanenti con ogni probabilità più lente perché intasate di traffico.

Dopo due sentenze di Tribunali Federali che hanno accolto  le istanze delle TLC americane, la F.C.C., l’Autorità Federale in materia, ha aperto il dossier preannunciando al mercato nuove regole per il traffico nella Rete.

Si è scatenato un pandemonio. In questa sede non ci interessa approfondire una normale lotta tra big del capitalismo moderno, bensì cogliere alcuni aspetti inquietanti dello scenario prospettico che potrebbe manifestarsi in conseguenza di un Internet a due velocità.

Il rincaro delle tariffe a carico delle società produttrici di contenuti ricadrebbe immediatamente sugli utenti, che si vedrebbero aumentare i costi di servizi della Rete. Ma non solo! La “corsia preferenziale” creerà un servizio qualitativamente migliore ai colossi del content provider, potenzialmente distorsivo sulla libera circolazione dei prodotti e dei servizi, paletto cruciale di ogni normativa sulla concorrenza. La maggior velocità con cui “alcuni” operatori, e soltanto quelli, potranno raggiungere il pubblico degli utenti, creerà una possibile migrazione del mercato verso i fornitori privilegiati. Infatti “gli altri”, senza corsia preferenziale saranno più lenti, meno appetibili, penalizzati da un modello fortemente distorsivo. E per “altri” intendiamo i piccoli operatori, le start-up, i giovani magari ideatori di nuove innovazioni per il Web. In Europa le avvisaglie sono analoghe. In Germania e Inghilterra, le Telecom iniziano a chiedere corrispettivi più elevati ai grandi motori di ricerca, grandi utilizzatori delle loro infrastrutture.

In questa battaglia ciclopica gira anche a Bruxelles un sottile e insinuante ricatto: se non potremo aumentare i nostri ricavi – dicono le TLC – non potremo garantire l’allargamento, l’adeguata manutenzione, l’innovazione dell’infrastruttura esistente, a tutto vantaggio dei concorrenti americani. L’abbandono del principio della neutralità di Internet, secondo alcuni giuristi americani, significherebbe omologare la Rete agli altri settori dell’economia, alla disuguaglianza cioè. Un bel tema su cui riflettere in modo proattivo e non manicheo.

7) E se Internet collassasse!: il 13 giugno scorso un crash di Wind ha oscurato il 25% degli italiani. Scene di panico, smarrimento di molti di noi ormai incapaci di vivere disconnessi. Il tema è delicato e di grande attualità sia dal punto di vista sociologico sia tecnologico. Invece che trovarci fragili, abbruttiti e impreparati a vivere senza il Web non sarebbe meglio guardarsi allo specchio e farci alcune riflessioni vere e spietate sulla schiavitù che, volenti o nolenti, ci stiamo scegliendo di vivere. Non ci stancheremo mai di ripeterlo a noi stessi e ai nostri interlocutori: il Web è una straordinaria opportunità di miglioramento della nostra vita ma a due condizioni. Non subirlo bovinamente come un drogato subisce l’assuefazione alla droga. Utilizzarlo in senso attivo, sfruttandone le potenzialità senza rinunciare alle relazioni umane, alla fisicità dei rapporti, alla necessità che il nostro cervello ha di fare delle pause, di fermarsi a pensare, a guardare, a leggere; di non essere sempre travolto e bombardato da una connessione alla Rete scriteriata e distorcente. Per quanto attiene alla tecnologia basta riflettere sul fatto che la Rete è stata progettata per connettere alcune centinaia di PC non per gestire gli Zettabyte di dati odierni che ci portano a casa milioni di video di Youtube e gli scambi elettronici di oltre 2 miliardi di utenti dei social network. Il rischio di un intasamento è alto, dunque il rischio di un blocco del traffico è reale come dimostrato dal transitorio collasso della Rete Wind lo scorso giugno. Il punto strategico è dunque quello di aumentare le autostrade informatiche per renderle capaci di assorbire un traffico che nel 2020 è previsto in oltre 50  miliardi di dispositivi del tipo Smartphone, I-Pad, ecc. Saremo tra 6 anni circa 8 miliardi di cittadini nel mondo e si prevede che ciascuno di noi avrà 7 aggeggi telefonici o similari a testa!

A tutto ciò si aggiunge il tema collegato alla sicurezza e ai possibili attacchi terroristici alle reti nazionali degli Stati. Con tutte le conseguenza immaginabili!

Insomma, anche se in Italia siamo ancora di fronte a temi incredibilmente obsoleti tipo l’agenda digitale che non va avanti o la banda larga che è tutt’altro che completata, nel mondo dei paesi “normali”, si affrontano sfide complesse che, a nostro avviso, richiedono una governance e delle regole comuni per la gestione della Rete. Solo così si eviteranno crescite diseguali tra gli stati con il rischio concreto delle prevaricazioni e dell’affermarsi della legge del più forte. Un ritorno alle origini dell’umanità non consigliabile e davvero umiliante per le nostre generazioni.

8) Un’occasione strategica per l’Italia: ha preso il via il 28 luglio scorso la cabina di regia, istituita dalla Presidente della Camera Boldrini, per fare ordine nella Rete. Composta da parlamentari ed esperti si occuperà, non casualmente durante il semestre di Presidenza europea dell’Italia, di stendere una piattaforma di proposte/soluzioni, una specie di Bill of Right dei diritti e doveri dei soggetti, a vario titolo, operanti nel Web. Tutti i temi di questo editoriale sono nell’agenda dei lavori della Commissione di Studio: la neutralità della Rete, il diritto all’oblio, la privacy, la sicurezza, ecc. ecc.

Il Brasile ha recentemente approvato un documento il Marco Civil che costituisce una importante presa di coscienza da parte di un grande paese emergente dell’importanza di una disciplina condivisa a livello transnazionale di Internet. Sarebbe bello, che, proprio al termine della nostra presidenza dell’Unione Europea, la Commissione Boldrini producesse un testo che diventasse il riferimento per la stesura di un Marco Civil europeo. 

Buon lavoro.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

Sito web: www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/130-riccardo-rossotto.html

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