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Social Bot: diventare famosi comprando amici virtuali

Ci eravamo appena concentrati e .. preoccupati delle dimensioni e dei possibili effetti del Big Data scenario ed ecco che dagli Stati Uniti ci arrivano nuovi ed inquietanti sviluppi della vicenda. Sembra quasi un sequel: una storia a puntate in cui non si riesce neanche ad intuire un possibile sbocco finale. Reduce da una veloce trasferta americana constato che il dibattito tra gli esperti, giuridici e tecnologici, del web si è spostato.

L’utilizzo del Big Data a fini commerciali con tutto quello che comporta in termini di rischi (i) per la privacy di ciascuno di noi, (ii) per la sottesa rivoluzione in termini di valore economico di scambio dei nostri profili di acquisto, (iii) per la palese differenza di trattamento normativo tra gli USA e l’Europa, è stato momentaneamente messo da parte per lasciare al centro della discussione il mercato “fittizio” dei nostri profili.

Si sta, infatti, verificando un fenomeno per certi versi inquietante e per altri incredibile: la compravendita di profili (“bots”) falsi, costruiti con software sempre più sofisticati.

Il “bisogno” del mercato nasce dalla voglia di dimostrare di avere numerosissimi follower, molti di più del reale, sia da parte di celebrity sia da parte di molti protagonisti commerciali del web.

Più “amici” più successo, più notorietà, più valore!

Il ragionamento diventa dunque cinicamente questo: “Ho solo 100 amici, reali, che mi seguono e interloquiscono con me oppure leggono il mio blog e si confrontano con le mie opinioni. Bene: troppo pochi per essere sexy, per essere inserzionisti o altri follower. Dunque mi compro altri “amici”.

Si smitizza, in altre parole, l’adagio “con il denaro non si compra l’amicizia altrui!”.

Anzi, lo si svuota di ogni contenuto.

Proprio la scorsa settimana Nick Bilton, uno dei guru del web, un attento osservatore dei  mutamenti antropologici che si stanno verificando sul web, sulle colonne del New York Times ha lanciato il suo grido d’allarme. 

“Ho appena comprato 4000 nuovi amici su Twitter per il prezzo di una tazzina di caffè” ha scritto Bilton divenuto famoso anche in Italia dopo la pubblicazione del suo libro “Io vivo del futuro” (Feltrinelli).

Cosa ci sta dunque succedendo intorno? La rivoluzione innovativa di internet muta ogni giorno fisionomia aprendo nuovi scenari assolutamente imprevedibili soltanto qualche giorno prima.

Cerchiamo di capirne di più seguendo il ragionamento di Bilton e coniugandolo con un colloquio che ho avuto a Houston (Texas) proprio nei giorni scorsi con una blogger italiana che, pur volendo conservare l’anonimato, mi ha aiutato ad entrare in questo nuovo “incubo” internettiano.

Lo sforzo è quello di semplificare un fenomeno complesso.

Partiamo da un principio condiviso: anche nel web il valore di una testata editoriale, di un blog, di un sito è fornito dal numero delle persone che lo frequentano, che lo digitano. Più sono i follower più l’inserzionista pubblicitario sarà stimolato a comprare uno spazio su quel sito, tra l’altro frequentato da “amici” profilati e appassionati a quello specifico prodotto/servizio o comunque centro di discussione politica, culturale o varia.

Detto ciò, l’importante per il titolare del sito è avere tanti follower, veri e reali?

Avrei detto di sì … fino a ieri. Perché oggi scopro, e Nick Bilton me ne dà una drammatica conferma, che tale assunto non è assolutamente confermato!

Il proprietario del sito può avere acquistato dei profili sul mercato, assolutamente inesistenti, ma costruiti tecnologicamente così bene da sembrare veri.

Il tutto ad un costo estremamente basso rispetto al valore aggiunto intrinseco.

Infatti, grazie a questa moltitudine di follower “fittizi” il valore dello spazio pubblicitario sul sito aumenterà, producendo maggiori ricavi/profitti al suo titolare.

Peccato che il tutto sia una bolla: una gonfiatura numerica che non corrisponde alla realtà. Con quindi il rischio per l’investitore pubblicitario di buttar via i suoi soldi. 

“Uno dei più famosi gestori di “bots fittizi”-  mi racconta il nostro blogger anonimo che chiameremo “C” – é il programma chiamato Zeus che vende anche per 700$ una plancia virtuale (“dashboard”) con la quale tu puoi controllare e gestire la tua “armata” di profili acquistati”.

Il fenomeno sta acquisendo una rilevante e, a nostro avviso, drammatica notorietà in campo politico.

Nelle elezioni presidenziali in Messico nel 2012  il PRI, l’Istitutional Revolutionary Party, fu accusato di aver fatto uso di decine di  migliaia di profili fittizie per oscurare o comunque annacquare il peso dei follower del partito antagonista.

Il PRI ammise di aver fatto uso dei “bots” banalizzandone però l’importanza ai fini del suo successo elettorale finale.

In Siria e in Turchia (dove Twitter è stato momentaneamente oscurato dal governo proprio recentemente) ci sono stati altri casi, resi pubblici, di liste di “bots” immesse nel circuito della Rete per alternativamente dimostrare il seguito di un certo candidato o di una certa opinione politica ovvero intasare dei siti degli avversari per ridurne la potenza comunicativa “Oggi – mi spiega C – negli Stati Uniti utilizzando il programma Swenzy tu puoi acquistare follower, likes, downloads, views e commenti sui social network. Con 5$ puoi comprare 4000 nuovi “amici”. Con un investimento di 3.700$ puoi entrare in possesso di oltre 1.000.000 di nuovi amici su Instagram. Con dei pagamenti extra, nell’ordine di qualche decina di dollari, puoi acquistare amici con tanto di foto da mettere nel sito”.

Stiamo dunque vivendo, non so con quale consapevolezza collettiva, un periodo storico di boom della Rete parrebbe gonfiato sia nei numeri sia nella reale partecipazione degli individui.

L’aspetto appassionante della spinosa tematica è che a fronte dello sviluppo delle tecniche “gaglioffe” di creazione, gestione e vendita di liste di profili non reali, ma tecnologicamente perfetti e uguali ai profili reali, i “bots” appunto, sta nascendo una nuova generazione di software che ha come scopo quello di identificare gli “amici” finti.

“Si parla di un 5/10% di follower veri rispetto a quelli dichiarati – mi conferma C, profonda conoscitrice anche di questo nuovo sviluppo della tecnologia – “talking about this” è proprio un prodotto informatico che permette, attraverso un certo algoritmo, di selezionare tra i follower di un sito quelli reali, umani ed esistenti da quelli artificiali, costruiti dalle macchine”.

I criteri posti a base dell’algoritmo che fa la cernita sono legati alla quantità/frequenza dell’interlocuzione tra il singolo follower e il sito dove si è iscritto. A frequenza bassa aumenta il dubbio sulla veridicità ed esistenza reale dell’ “amico”.

“Per ora – scrive Nick Bilton – questi “bots” sono soltanto ingannevoli, inducono molta gente a credere che un soggetto o un oggetto siano più popolari di quanto nella realtà sono. Ma, se non arrestiamo questo processo, con lo sviluppo della tecnologia da soltanto ingannevoli questi “bots” potranno diventare davvero cattivi (“nastier”) e pericolosi per la nostra convivenza”.

C mi ha raccontato un episodio accaduto lo scorso mese di marzo negli Stati Uniti: un incubo se, con il pensiero, andiamo al di là dello specifico episodio e allarghiamo l’orizzonte dei possibili ulteriori rischi di applicazione. 

Cosa è successo? Due studenti di un famoso istituto High Tech israeliano hanno creato un gruppo di “bots” che ha causato il blocco del traffico entrando nel software di navigazione Waze di proprietà di Google.

L’esperimento dimostrativo dei due talenti israeliani era così sofisticato da imitare perfettamente i cellulari Android che avevano accesso al GPS di Waze.

Dunque, falsi guidatori in falsi automobili che segnalavano la loro posizione in un certo quartiere della città. Waze, credendo all’autenticità di tali follower e quindi della loro presenza contemporanea in certe strade di quella zona, iniziò a dare indicazioni ai propri clienti reali di usare vie alternative per evitare code e intasamenti del traffico. Si creò così una vera e propria congestione di auto in quartieri cittadini dove prima non c’era praticamente nessuna automobile e la famosa area virtualmente piena di auto risultò invece praticamente deserta!

 

Pensiamo sulla base di questo divertente ma terrificante esempio, cosa potrebbero causare i “bots” cattivi per l’umanità.

 

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

Sito web: www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/130-riccardo-rossotto.html

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