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Editoriale R&P Magazine, Marzo 2014

Secondo Riccardo Luna, uno dei più apprezzati guru del giornalismo internettiano, siamo alle soglie della prima Guerra Mondiale di Internet. Tutti contro tutti in una disperata e concitata lotta a chi riesce a raggiungere prima i propri obbiettivi.
Gli Stati Uniti contro il resto del mondo per difendere (sic!) il proprio diritto al controllo sulla nostra sicurezza planetaria. La rivendicazione, in altri termini, degli americani dello stato di sorveglianza legittimo e senza confini.
I singoli individui, noi stessi, sballottati tra un comprensibile desiderio di tutela della nostra privacy e una auspicata tutela della nostra sicurezza fisica e psicologica contro il terrorismo e il malaffare.
I grandi operatori del settore, per lo più americani, che si battono da un lato contro gli stati per sfuggire ai controlli, alle tasse e alle rigorose normative sulla privacy e dall'altro tra di loro per acquisire una quota dominante del mercato degli internauti, i cosiddetti nativi digitali, il mercato del futuro di dopodomani.
La grande posta in gioco son proprio i nostri dati personali, il cosiddetto Big Data. La rappresentazione storica e statistica delle nostre attitudini di spesa, delle nostre passioni, dei nostri sogni di acquisto. Maggiore è la conoscenza dettagliata dei nostri profili di acquisto maggiore è il valore commerciale del nostro dato personale. Fino all'altro ieri tutte le imprese di questo mondo dovevano ricorrere a strumenti di promozione dei propri prodotti indiscriminati, rivolti alla massa dei consumatori con un costo contatto molto alto e difficilmente comprimibile. Dovevano sparare i loro messaggi pubblicitari ad un target generalista sperando che nel mucchio qualcuno abboccasse. Oggi lo scenario sta cambiamo e molto velocemente. Ogni nostra "entrata" nella Rete viene registrata, immagazzinata e poi, più o meno lecitamente, utilizzata commercialmente. Negli Stati Uniti molto più facilmente, in Europa con molti vincoli legali. La battaglia sulla legislazione della Privacy sta tutta qui: se i motori di ricerca, le piattaforme digitali potranno utilizzare, monetizzandoli, tutti i dati archiviati e selezionati in questi anni, il futuro sarà nelle loro mani. E i loro conti economici presenteranno profitti clamorosi. In caso contrario il cammino sarà molto più arduo e in salita.
I 193 paesi dell'ONU che, nello scorso dicembre, hanno approvato all'unanimità una risoluzione che riafferma "il diritto alla privacy nell'era digitale" sono l'ultimo esempio della difesa di un diritto ormai indifendibile oppure il segnale che i sogni di gloria delle aziende di Silicon Valley rimarranno tali?
Il tema è contraddittorio e decodificabile anche attraverso un'altra interessante prospettiva. Più privacy significa meno dati personali trasferibili e registrabili; dunque meno conoscenza per le intelligence di tutto il mondo. Quindi meno sicurezza per tutti noi cittadini.
Meglio quindi accettare uno scenario con i grandi operatori di Internet con i bilanci gonfi di utili e noi cittadini in grado di avere servizi web sostanzialmente gratuiti ma meno privacy e più sicurezza oppure un contesto più protetto, dal punto di vista della tutela della nostra privacy, con i motori di ricerca meno ricchi e meno disponibili a regalare i propri servizi e con i servizi segreti di tutto il mondo con le mani più legate e quindi con meno livelli di sicurezza contro il terrorismo internazionale?
Un bel dilemma che spiega le ragioni della lotta in essere sia tra gli stati, sia tra imprese concorrenti, sia tra i cittadini e le istituzioni nazionali e internazionali.
Ma non è finita!
Un altro tema assolutamente spinoso in cui è davvero complicato individuare i buoni e i cattivi o meglio delle soluzioni ragionevoli da mettere in campo per evitare le pericolose derive esistenti riguarda le campagne di vero e proprio odio personale e sociale che si scatenano nella Rete e portano le vittime a preferire il suicidio piuttosto che non subire la gogna internettiana. Gli appelli contro il cyber- bullismo si sprecano ma le nostre cronache sono sempre più segnate da morti di ragazzi uccisi da campagne di odio o di diffamazione lanciate nella Rete. Anche su questo punto è bene intendersi in modo chiaro e netto. La Rete è per definizione anarchica e libertaria: un luogo di confronto libero fuori da ogni censura. Ma deve esistere un limite alla libertà individuale: il  rispetto della libertà altrui. Altrimenti torniamo indietro di secoli alla legge del più forte, al sopruso del forte nei confronti della parte debole. I diritti alla tutela della personalità, della reputazione e dell'onore vanno salvaguardati ad ogni costo. Nel web questo non sta accadendo e il dibattito degenera spesso in aggressioni, insulti, campagne di vero e proprio odio. Il tutto contaminando i pregi e le potenzialità di uno straordinario strumento di conoscenza come Internet.
Una recente proposta di legge firmata Moretti- Sanna va proprio nella direzione di non imbavagliare la Rete, cercando di salvaguardarne libertà e dialogo senza censure ma nello stesso tempo di far rispettare alcune regole basilari per la nostra convivenza. "Rendere la rete-si legge nella relazione al progetto di legge- uno spazio ne' di anomia ne' di censura in cui cioè  si promuovano i diritti e le libertà e non la violenza, l'ingiuria, la discriminazione, soprattutto nei confronti dei soggetti fragili". Tutto ciò che è illecito nel mondo offline, ha scritto Rodotà, deve essere illecito anche nel mondo online. Bisogna trovare degli strumenti di repressione, anche dal punto di vista della tecnologia, efficaci ed efficienti tenendo conto della straordinaria velocità di diffusione nella Rete di qualsiasi informazione o opinione. Bisogna insistere sul tema della responsabilità: ognuno è responsabile degli atti che compie e delle parole che pronuncia dal vivo, per scritto o nella Rete. Salvaguardiamo pure l'anonimato degli utenti ma senza far diventare la Rete un Far West in cui sia possibile dire e scrivere qualsiasi cosa contro chiunque senza rischi di sanzioni e con una impunità totale. Il progetto di legge citato immagina un anonimato "tracciabile". In altre parole ciascuno di noi conserva il suo anonimato nel web sapendo però che, in caso di ipotesi di illecito, l'autorità  giudiziaria e gli organi di polizia giudiziaria potranno identificarci, perseguendoci a norma di legge. Anonimato sì ma senza illeciti, insomma. Per quegli strumenti dove l'identificazione del soggetto pare tecnicamente impossibile sarà necessario, con l'ausilio della tecnologia adeguata, introdurre codici di accesso o password personalizzate che permettano in ogni caso l'identificazione dell'utente effettivo di un certo scritto apparso in un determinato momento temporale.
Insomma lo sviluppo della Rete e i suoi sempre più numerosi utenti a livello mondiale ci obbliga ad aumentare i nostri sforzi di monitoraggio nel tentativo di salvaguardare l'esistenza di uno strumento potenzialmente idoneo a farci fare dei progressi straordinari in termini di conoscenza a rischio però di essere contaminato e rovinato da usi illeciti, fintamente ispirati a principi di libertà.
RepMag sarà sempre in prima fila a combattere questa difficile ma stimolante battaglia della nostra convivenza futura.
Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

Sito web: www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/130-riccardo-rossotto.html

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