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L’eredità digitale: prospettive sul futuro dei nostri bit

Le molteplici opportunità di comunicazione ed interazione digitale, sorte con l’affermazione definitiva di Internet, hanno rivoluzionato le nostre abitudini ed i nostri gesti quotidiani: sempre più grande è il numero di individui che utilizzano quotidianamente la rete per effettuare operazioni su conti online, prenotare visite mediche, stipulare contratti, intrattenere relazioni personali e commerciali, archiviare foto, acquistare libri, cartacei come anche digitali, musica e contenuti video.


Volgendo lo sguardo all’orizzonte, non è visionario chi intravede il tramonto dei supporti tradizionali, soprattutto considerando l’ingresso nell’età adulta dei cosiddetti “nativi digitali”, cosi come viene chiamata – secondo una definizione coniata da Marc Prensky nel suo Digital Natives, Digital Immigrants, pubblicato nel 2001 – la generazione cresciuta con le tecnologie digitali come i computer, Internet, telefoni cellulari e mp3.
Il fatto che il baricentro della vita di tutti noi sia sempre più spostato online, tuttavia, impone una presa di coscienza e maggiore consapevolezza riguardo alla sorte di questa mole di informazioni e, in certi casi, anche di beni economici, che rischiano un domani di essere persi per sempre. Negli ultimi dieci anni, dall’inizio dello sviluppo delle tecnologie digitali fino al recente avvento delle piattaforme di social networking, i principali temi affrontati dai pionieri del diritto sono stati quelli riguardanti questioni inter vivos: gli innumerevoli e a volte spigolosi problemi di privacy, quelli di diritto applicabile, quelli relativi alle modalità di conclusione di contratti a distanza, fino all’annosa questione delle responsabilità degli hosting provider. Da un po’ di tempo a questa parte, invece, si è iniziato ad affrontare, purtroppo non ancora a livello legislativo, il tema dell’eredità digitale e dell’adeguatezza del diritto delle successioni – così come previsto nel codice civile e nelle leggi di settore, ad iniziare dal D. Lvo 196/2003 – ad un mondo sensibilmente diverso da quello in cui è stato predisposto il nostro apparato normativo.

Di eredità digitale, in Italia, si è giunti a parlare solo nel 2012, con la diffusione, online per l’appunto, delle prime linee guida rilasciate dal Consiglio Nazionale del Notariato, mentre il problema si è posto da anni in altri paesi, tecnologicamente più avanzati, dove gli utenti hanno già iniziato a interrogarsi sulla sorte della propria vita digitale. Cosa accadrà il giorno che non ci saremo più? Chi avrà diritto di accedere ai nostri contenuti? Rimarranno online per sempre o saranno dimenticati insieme col loro titolare?
Il nostro diritto civile non si occupa specificamente di eredità digitale ma, se riteniamo di aver disseminato la rete di informazioni, contenuti e beni giuridici digitali, intangibili ma pur significativi, la soluzione consigliabile è quella di predisporre un testamento con il quale lasciare ai nostri eredi precise indicazioni al riguardo. Il testamento è un atto unilaterale revocabile con cui un soggetto dispone del proprio patrimonio ovvero detta una disposizione di carattere non patrimoniale per il tempo in cui avrà cessato di vivere. In Italia è regolamentato dagli articoli 601 e seguenti del codice civile. Essendo un atto personale, chi decide di redigere un testamento può prevedere una specifica disposizione con cui affida ad una o più persone di fiducia i profili web, i dispositivi che contengono files personali, nonché gli account attivi sui diversi servizi di cloud computing, precisando, eventualmente, l’uso che gli eredi potranno fare di quei dati. Al tempo stesso, laddove il desiderio, viceversa, fosse quello di tenere nascosti alcuni aspetti della propria vita agli eredi, è possibile nominare un esecutore testamentario e sempre attraverso l’istituto del mandato post mortem, affidargli il compito di chiudere i profili sui social networks e di cancellare email e files che desideriamo non ci sopravvivano.
In ogni caso, occorre tener presente che, per quanto apparentemente virtuali siano, i rapporti conclusi in rete sono in effetti veri e consueti rapporti giuridici, contratti con i quali si stabilisce l’erogazione e l’utilizzazione di determinati servizi forniti da società di servizi.
Sebbene, in linea di massima, si possa affermare che gli eredi subentrano in tutti i rapporti giuridici del defunto, le cose non devono apparire poi così semplici e ciò non per esigenze di privacy, ma per un duplice ordine di motivi. Innanzitutto, la gran parte dei servizi web è fornita da società di diritto estero, per cui potrebbero porsi questioni complicate in relazione alla legge ed alle procedure applicabili. In secondo luogo, bisognerà fare attenzione a quanto prevedono le clausole contrattuali dei singoli accordi che l’utente ha sottoscritto con i fornitori dei nostri servizi 2.0 (si pensi al leading case intentato per la restituzione di un profilo Facebook nel 2010 dai familiari di un soldato statunitense deceduto in Iraq, oppure alla pubblica denuncia dell’attore Bruce Willis, sollevata – nuovamente online – quando ha scoperto che Apple, nel licenziare il famoso software di distribuzione di contenuti digitali iTunes, non consente di trasferire agli eredi i brani acquistati dall’utente, pur profumatamente pagati). Volendo predisporre una veloce panoramica, troviamo che, a titolo esemplificativo e naturalmente non esaustivo: Facebook consente (fortunatamente, per una volta in ottemperanza del disposto normativo italiano, di cui all’art. 7 del Codice Privacy, n.d.a.) agli eredi che ne facciano richiesta, la possibilità di chiudere e quindi oscurare la pagina del defunto (alternativamente, essi possono disporre la conservazione della timeline, trasformandola in una sorta di mausoleo virtuale e senza la possibilità di aggiornamenti di stato, tramite il servizio “memorialization of a deceased person's account”); Google, che da un lato permette l’accesso alle caselle di posta Gmail previa esibizione di un certificato di morte e la dimostrazione del rapporto di parentela (salvo inibire, stranamente, l’accesso in assenza di rapporti digitali, quali uno scambio di email, tra richiedente e deceduto), dall’altro ha lanciato, poco prima dell’estate, il servizio Google Inactive Account Manager, con il quale gli utenti possono impostare il limite temporale di inattività (tre, sei, dodici mesi) che lasci presupporre la morte del titolare, nonché disporre la consegna delle credenziali e di un messaggio postumo personalizzabile ad un mandatario, purchè egli abbia un indirizzo email a cui notificare il tutto. Diversa e più terrena riflessione necessitano le successioni dei conti correnti online: affidarne la password ad un terzo non significa lasciargli la risorsa in caso di morte, perché esso non è altro che l’estensione virtuale di un conto reale. Quindi, per esempio, in una coppia non sposata e senza figli, ed in mancanza di idonea disposizione testamentaria, saranno comunque fratelli, sorelle e genitori ad ereditare la giacenza. Ragionando specularmente, gli eredi possono quindi reclamare quanto loro spetta attraverso i canali tradizionali: il notaio, così come uno studio legale specializzato, potrà assisterli e consigliarli.

In ambito aziendale, tutti i dati nella disponibilità del defunto, ma che appartengono a terzi, come caselle di posta elettronica, spazi di lavoro condivisi, profili autorizzativi bancari, di regola vanno loro restituiti ed il loro utilizzo inappropriato potrebbe generare problematiche di natura penale, di solito erroneamente non considerate.
In attesa di servizi online analoghi a quelli stranieri, se si vogliono evitare rischi e problemi senza arrivare a disporre un apposito testamento, anche dai computer di casa nostra si può utilizzare uno dei tantissimi servizi di digital inheritance in cui, come se fosse una cassetta di sicurezza, lasciare le nostre password in modo che, al momento del decesso, vengano comunicate via email alle persone indicate. In Germania, ad esempio, ci si può affidare ad una nuova società specializzata nel regolare l’eredità digitale e nel cancellare i profili e i conti online di chi non c’è più. La società, chiamata Columba, agisce come una sorta di amministratore dell’eredità digitale: i parenti o gli eredi della persona scomparsa possono farle pervenire generalità del defunto e certificazione di morte avvenuta. A quel punto Columba confronta questi dati con le informazioni salvate presso alcune società online con cui collabora. Tra queste ci sono social network, negozi online, banche e servizi per i pagamenti su internet, siti di giochi e scommesse. I parenti possono ad esempio decidere se far disattivare o cancellare i conti e i profili del defunto oppure se rilevare o disdire i contratti che aveva stipulato sulla rete. Columba si occupa inoltre di rintracciare gli eventuali saldi positivi sui conti online della persona deceduta – ad esempio sui portali per il pagamento o il trasferimento di denaro – e di girare le rispettive somme agli eredi. Un servizio che ha il suo costo: l’azienda offre il suo “pacchetto di protezione online” a 249 euro. Il servizio della Legacy Locker, basata a San Francisco e quindi assoggettata al diritto della California, prevede l’identificazione di tutti gli “online assets”, le username e le password e la loro assegnazione ad uno o più beneficiari, persone care (poeticamente definite guardians dall’omologa società Cyrrus Legacy, corrente nel Regno Unito) a cui decidiamo di affidare le nostre informazioni personali.

Insomma in attesa che il tema dell’eredità digitale venga affrontato dal legislatore, in quanto già inserito nell’agenda dell’Unione Europea tra le innovazioni promesse dal nuovo Regolamento Comunitario, che pur tarda ad arrivare e che dovrà sostituire l’ormai obsoleta impostazione della direttiva 95/46 CE, possiamo sostenere che, così come per altri importanti aspetti della nostra vita, anche in tema di successioni mortis causae, nuovamente il web, come molti sostengono, non sta solo cambiando la società, il costume, le forme di democrazia ma anche l’esercizio vero e proprio dei nostri diritti.

Marco Tullio Giordano

Esperto nel settore del diritto penale delle nuove tecnologie.

Sito web: www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/189-marco-tullio-giordano.html

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