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Court Of New York: la reasonable expection of privacy di un tweet

Il caso

In data 26 gennaio 2012 il Procuratore del Distretto di New York chiedeva il sequestro dei dati di un utente di Twitter, Malcom Harris, accusato di “comportamento atto a turbare l'ordine pubblico” (New York Penal Law, article §240.20[5]) per aver preso parte ad una marcia di protesta del movimento “Occupy Wall Street” il 1° ottobre 2011. Il provvedimento, in particolare, era diretto ad ottenere l’indirizzo mail e i “tweet” postati sull’account @destructuremal e successivamente cancellati tra il 15 settembre e il 31 dicembre 2011, al fine di sconfessare la linea difensiva di Harris che, al contrario di quanto ritenuto dal Procuratore, aveva affermato che era stata la Polizia a condurre e scortare l’accusato sulla carreggiata del ponte di Brooklyn.
Twitter Inc. si opponeva alla richiesta di sequestro, ma il 30 giugno 2012, il Tribunale di New York rigettava l’istanza affermando che:
(i) i “tweet” degli utenti non trovano protezione all’interno del Quarto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che tutela il cittadino da perquisizioni, arresti e confische irragionevoli;
(ii) la richiesta di sequestro in discussione trova tutela in base alle leggi dello Stato di New York (art. I, § 12 della Costituzione dello Stato di New York).
Di conseguenza, il Tribunale ordinava a Twitter Inc. di dare attuazione alla richiesta di sequestro del Procuratore. In data 27 agosto 2012 Twitter Inc. ha presentato appello contro tale decisione.

Le motivazioni dell’accusa
Il Procuratore di New York, al fine di dare legittimazione alla propria richiesta di sequestro dei “tweet” dell’account di Harris, ha anzitutto sostenuto il carattere pubblico degli stessi, affermando che l’ISP, in questo caso, è come se fosse il testimone di un reato: di conseguenza, è lecito obbligarlo a rendere note le informazioni in suo possesso. In secondo luogo, ha affermato che il Quarto Emendamento, applicabile all’abitazione fisica di un individuo non è invece applicabile al mondo della rete, dove le informazioni sono inviate e custodite presso terze parti, e non in uno spazio fisico o virtuale nella disponibilità esclusiva dell’utente della rete. In terzo luogo, la richiesta del Procuratore era relativa a fatti sufficientemente specifici e non generica, circostanza che le conferiva legittimità in base ai principi contenuti nello Stored Communications Act (18 USC §§2701-2711).

La difesa di Twitter Inc.
Twitter Inc. ha, invece, sostenuto che:
(i) il singolo utente ha legittimazione ad impugnare la richiesta del Procuratore perché è un diritto protetto dal Primo Emendamento (libertà di espressione) e i termini e condizioni di utilizzo attribuiscono all’utente un “interesse proprietario” riguardo ai propri “tweet”;
(ii) i “tweet” sarebbero anche protetti dal Quarto Emendamento perché il Procuratore ammette di non potervi accedere liberamente, così dimostrando l’esistenza di una “reasonable expectation of privacy” (ragionevole aspettativa di riservatezza) da parte dell’utente;
(iii) sulla base dell’Uniform Act (Uniform Act to Secure the Attendance of Witnesses from Without a State in Criminal Proceedings) la richiesta doveva essere fatta ad un Tribunale della California, Stato in cui ha sede Twitter Inc.

Tralasciando le questioni procedurali, è chiaro che i Giudici della Suprema Corte dello Stato di New York dovranno fornire una risposta alla seguente domanda: una ragionevole aspettativa di riservatezza può essere riconosciuta riguardo ad un “tweet” rimasto online per un certo periodo e poi rimosso dall’utente?

L’approccio Europeo alla privacy dell’utente in Rete
Mentre negli Stati Uniti si discute dell’opportunità di proteggere il “tweet” di un utente attraverso il Quarto Emendamento, in Europa si valuta l’ipotesi di modificare l’attuale normativa sulla privacy. Le recenti proposte della Commissione, relative al nuovo quadro giuridico europeo in materia di protezione dei dati personali, prevedono l’entrata in vigore entro la fine del 2012 di un Regolamento, che andrà a sostituire la direttiva 95/46/CE, e di una Direttiva che dovrà disciplinare i trattamenti per finalità di giustizia e di polizia (attualmente esclusi dal campo di applicazione della direttiva 95/46/CE).
Qualora entrasse in vigore, il nuovo Regolamento introdurrebbe il "diritto all’oblio", ossia il diritto di decidere quali informazioni possano continuare a circolare (in particolare nel mondo online) dopo un determinato periodo di tempo, fatte salve specifiche esigenze (ad esempio, per rispettare obblighi di legge, per garantire l’esercizio della libertà di espressione o per consentire la ricerca storica).
Negli Stati Uniti, quindi, il Primo e Quarto Emendamento si pongono come baluardo difficilmente superabile della libertà di espressione e del diritto alla riservatezza, e dirigono necessariamente l’oggetto delle riflessioni giuridiche sul piano dei rapporti tra i poteri delle istituzioni e le libertà degli individui.
In Europa invece, i problemi legati alla “reputazione digitale” costringono le Autorità giudiziarie ad adottare decisioni spesso contrastanti fra loro, che in assenza di rigide affermazioni in merito alla libertà di espressione lasciano gli utenti della Rete, oltre che gli stessi internet service provider, in balia di affermazioni di principio spesso insufficienti e/o poco aderenti alla realtà di un fenomeno – la diffusione globale delle informazioni – per il quale non sono ancora state messe nero su bianco le “regole del gioco”.
Secondo James Q. Whitman, titolare della cattedra di diritto comparato presso la Yale Law School, questa differente impostazione giuridica è frutto della diversa formazione storica, politica e culturale dei due continenti.
La privacy europea tende a salvaguardare la riservatezza della persona di fronte al principale soggetto che la minaccia: il sistema dei media e, con l’avvento delle nuove tecnologie, quello derivante dalla società dell’informazione. La privacy statunitense, invece, si erge a tutore dell’inviolabilità delle pareti domestiche dalla possibile intrusione dello Stato.
Se si considera, tuttavia, che i tre principali internet service provider statunitensi collocati nell’area della Silicon Valley (Google, Facebook e Twitter) contano ad oggi circa 2 miliardi e trecento milioni di utenti nel mondo e buona parte di essi sono cittadini dell’Unione Europea, è facile immaginare come queste differenti impostazioni debbano urgentemente trovare un punto di equilibrio.

(avv. Giuseppe Vaciago)

Giuseppe Vaciago

Avvocato esperto in diritto penale societario e delle nuove tecnologie. 

Sito web: www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/118-giuseppe-vaciago.html

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