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Il Tribunale di Milano sconfessa il Garante sul diritto all’oblio e ordina la rimozione di un articolo non pertinente

Un Giudice civile presso il Tribunale di Milano ha accolto la richiesta di rimozione dai risultati dei motori di ricerca di un articolo, pubblicato su un quotidiano online, risalente al 2010, dopo che sia il Garante della Privacy che Google avevano rigettato le istanze della richiedente. A parere dell’Autorità Garante, infatti, persisteva un interesse pubblico alla notizia, che peraltro non doveva considerarsi diffamatoria. Il Giudice civile, tuttavia, ha smontato queste motivazioni ha sostenuto il diritto della ricorrente alla “protezione dell’identità personale, alla disassociazione del proprio nome da un risultato di ricerca” e quindi alla rimozione dei contenuti che, seppur non diffamatori, attualmente“risultano non aggiornati, non pertinenti, non completi”, e quindi non più di interesse pubblico. 

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Web reputation: come un tweet ti fa perdere il lavoro

Bastano pochi secondi. Il tempo di prendere lo smartphone prima di imbarcarsi per Città del Capo, twittare “Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’Aids. Scherzo: sono bianca!”, trascorrere undici ore in volo e rendersi conto, non appena riacceso il telefono, che la carriera – soprattutto quella di un’esperta di pubbliche relazioni – è ormai compromessa. È quanto capitato a Justine Sacco, che ha sperimentato sulle proprie ossa la capacità del web di rovinare una vita, anche se non si tratta di una celebrità pubblica.

E il punto è proprio questo. L’idea che solo i personaggi famosi siano tenuti a controllare minuziosamente le informazioni che li riguardano che circolano in Rete rappresenta l’errore principale per chi, oggi, vuole far parte del mondo del lavoro o più semplicemente vuole essere parte attiva nella società. Il concetto è noto come “web reputation” e indica il complesso di informazioni a proposito di un soggetto che si possono facilmente reperire su Internet attraverso notizie, articoli di ogni tipo e profili social. Se fino a vent’anni fa il potere di influenzare la reputazione di una persona era prerogativa della carta stampata, oggi le possibilità si sono moltiplicate perché tre miliardi di utenti hanno accesso ad Internet e ognuno di loro può pubblicare un contenuto che, potenzialmente, potrebbe avere diffusione globale.

Per le persone fisiche, lo abbiamo visto, è un problema che riguarda essenzialmente la ricerca (o il mantenimento, visti i casi di licenziamento successivi ad un tweet di troppo) di un posto di lavoro. C’è chi, efficacemente, definisce la web reputation come il “poligrafo del curriculum vitae”, ossia come lo strumento che permette di verificare se quanto scriviamo nel nostro cv corrisponde al vero. E non è un segreto che sempre più aziende, prima di prendere una decisione su una nuova assunzione, sfruttino social media e motori di ricerca per ottenere un quadro completo del profilo che stanno selezionando.

Tuttavia si tratta di un’arma a doppio taglio, perché le stesse aziende che sfruttano la Rete per individuare i candidati migliori si trovano ad essere loro stesse studiate e influenzate da quella platea molto più folta che è rappresentata dai clienti, attuali o potenziali. Guardando ai casi concreti, si va dalle semplici recensioni online di hotel o ristoranti – sempre sfogliate con attenzione prima di una prenotazione – a casi di peso sociale ben maggiore, si pensi alla campagna social promossa da Barilla che ha portato l’azienda ad essere etichettata come omofoba, con conseguente necessità di correggere il tiro.

Solo un dato sembra essere certo: è necessario essere proattivi e plasmare la propria reputazione online, investendo tempo e (forse) denaro nella creazione di un profilo forte, in grado di dare ai terzi un’immagine solida e inattaccabile. La scelta di non presenziare in Rete, variamente motivata, porta con sé la duplice conseguenza negativa di non essere rintracciabili – dando, dunque, l’impressione di una scarsa attenzione alla gestione della propria immagine privata e professionale – e di non avere la forza di reagire ad un eventuale infangamento della propria reputazione, perché i tempi per consolidare la propria presenza sul web sono tutt’altro che rapidi, a differenza di quelli necessari per affossarla.

Proprio questa valutazione, unita al fiuto per una nuova e immensa opportunità di business, ha portato alla nascita dei c.d. professionisti della web reputation, soggetti privati o vere e proprie imprese strutturate che offrono ai clienti la possibilità di presentarsi in Rete con un profilo ai limiti dell’inattaccabilità. Ed è necessario precisare “ai limiti”, perché le informazioni che finiscono su Internet non possono essere cancellate in alcun modo: se c’è una macchia nella nostra reputazione digitale, potremo fare in modo di nasconderla o di renderla meno visibile, ma non ci sarà modo di eliminarla del tutto. In questo campo, la tecnica più utilizzata è nota come “flooding” e consiste in un intervento di forza bruta attraverso il quale la Rete viene inondata di contenuti positivi riguardo un soggetto al fine di coprire quantitativamente una certa notizia negativa: paradossalmente, è un’attività più semplice per un’azienda molto nota, e molto complessa per una persona fisica che difficilmente ha i mezzi per promuovere azioni positive da portare all’attenzione della platea virtuale (si pensi a Groupalia, portale leader nella vendita di coupon online che, a seguito di un infelice tweet nel quale proponeva ai cittadini colpiti dal terremoto dell’Emilia del 2012 di “mollare tutto e scappare a Santo Domingo”, in pochi minuti ha corretto il tiro dichiarando che avrebbe donato 1 euro alla Croce Rossa per ogni pacchetto venduto). Tuttavia, non mancano le critiche di chi sostiene che questi nuovi advisor della reputazione digitale consentono in buona sostanza di creare un’immagine fasulla, che può portare ad ingannare chi sta cercando di ricostruire il profilo di un soggetto, magari a fini lavorativi, con tutti i rischi che ne possono conseguire.

Va precisato che tecniche di questo tipo non sono utilizzate solo per coprire errori o gaffe commesse dal diretto interessato, ma anche e soprattutto per rimediare ai contenuti diffamatori pubblicati da altri utenti, quasi certi dell’impunità delle proprie azioni. Vi è invero la sensazione di una marcata inefficacia degli istituti giuridici tradizionali che, pur potendo condurre all’eliminazione del contenuto offensivo e alla condanna del soggetto diffamante, non hanno la forza di ricostituire la situazione antecedente all’attacco alla reputazione digitale poiché, si è detto, non è possibile eliminare completamente il contenuto che continuerà a circolare e ad essere reperibile. In questo contesto, il ruolo dei motori di ricerca si fa sempre più di rilievo, giacché rappresentano lo strumento che permette di fare uno screening della Rete e di trovare notizie – anche molto risalenti nel tempo – relative ad un certo soggetto. Influenzare l’ordine dei risultati su Google, tentando di relegare i contenuti negativi alle ultime pagine, sembra essere molto complesso a causa della matematicità dell’algoritmo utilizzato, e anche il diritto all’oblio ha un’efficacia solo parziale in quanto, se è vero che impedisce ad una notizia di apparire tra i risultati della ricerca, non impedisce in alcun modo di raggiungere la stessa notizia tramite un link diretto.

Guardando il fenomeno con gli occhi dei giganti del web – si pensi a siti host quali Tripadvisor, Facebook o Youtube – ciò che conta non è tanto la tutela della reputazione degli utenti, quanto la tutela della propria immagine e della propria posizione giuridica. Da un lato non vogliono finire nel vortice del public shaming ed essere etichettati come piattaforme che consentono supinamente offese e diffamazioni, dall’altro – e soprattutto – non vogliono essere chiamati in causa per la mancata rimozione di contenuti negativi di vario genere, operazione praticamente impossibile da realizzare vista la quantità di dati, immagini e video da controllare (si pensi a Youtube, 60 ore di video caricate ogni minuto, e al numero di dipendenti che servirebbero per un controllo minuzioso dei contenuti, situazione che è stata affrontata nel celebre caso Vividown c/ Google e che ha portato all’assoluzione dell’host). Conseguentemente, le grandi piattaforme si forniscono di policy più o meno rigide che permettono agli utenti di segnalare il contenuto offensivo o diffamatorio promettendone, a certe condizioni, la rimozione.

Proprio a tutela della propria web reputation, Facebook ha recentemente deciso di intervenire sulle condizioni di utilizzo del sito, vietando la vendita di armi da fuoco tra privati che in alcuni Stati degli Usa era pienamente legittima. A seguito di istanze, petizioni, attacchi pubblici che rischiavano di minare la credibilità della piattaforma – soprattutto in un momento storico in cui gli attacchi con armi da fuoco sono tutt’altro che infrequenti – la società di Mark Zuckerberg ha scelto di mostrarsi come “azienda morale” che partecipa attivamente a questioni di rilevanza sociale sulle quali la Casa Bianca, a prescindere dal colore dell’Amministrazione, ancora non è riuscita ad affrontare in maniera sistematica.

La necessità di creare un ambiente digitale sicuro e credibile rappresenta una banale conclusione dalla quale, però, non si può sfuggire. La conseguente necessità di creare istituti giuridici ad hoc non è, invece, una conclusione condivisa da tutti gli esperti che si dividono tra chi ritiene che sia sufficiente adattare e applicare le norme già esistenti, e chi sostiene che il diritto debba evolversi insieme alla tecnologia al fine, precisiamolo, non di ostacolarla o di imbavagliarla, ma di assecondarla e renderla sempre più efficace.

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Diritto all’oblio: dopo la Corte di Giustizia, tocca al Garante

 

Diritto all’oblio: primi provvedimenti del Garante dopo la pronuncia della Corte di Giustizia

Con la sentenza del 13 maggio 2014, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si pronuncia in merito al diritto all’oblio. Nella sentenza in questione, la Corte afferma la possibilità di chiedere direttamente al motore di ricerca, nel caso di specie a Google, la rimozione, dai propri risultati di ricerca, di quei link che indirizzano a siti che sono ritenuti dal soggetto richiedente lesivi del proprio diritto di privacy e in particolar modo del diritto all’oblio. La novità della pronuncia sta nel fatto che secondo il parere della Corte (che, tramite un’elaborata motivazione, considera il motore di ricerca “titolare del trattamento dei dati”), tale rimozione, o più correttamente deindicizzazione, possa avvenire senza dover necessariamente coinvolgere i gestori dei siti Internet e delle pagine dei giornali on line sui cui risiedono le notizie. Per arrivare alla deindicizzazione dei contenuti contestati, il motore di ricerca dovrebbe caso per caso elaborare considerazioni in merito a diversi elementi, come ad esempio l’interesse pubblico a conoscere la notizia, il grado di precisione con cui la notizia riporta l’avvenimento, il periodo trascorso tra quest’ultimo e la pubblicazione della notizia. La Corte di Giustizia con questa pronuncia cerca di bilanciare l’interesse di trovare facilmente i contenuti in Rete, derivato di un diritto pilastro della nostra Costituzione, quello dell’informazione, e il diritto all’oblio degli utenti, più recente ma non meno importante per la tutela della privacy e della vita personale che dovrebbero essere garantiti ad ogni persona. Per arrivare ad un equilibro la Corte prevede sì la possibilità di rimozione del link che veicola al contenuto, ma dall’altra parte tale rimozione avverrebbe solo se tale link fosse nominativo. La conseguenza che ne deriva è che tale contenuto possa essere comunque reperibile attraverso altre chiavi di ricerca. A livello europeo, al fine di spiegare meglio l’ambito di applicazione di tale pronuncia, il gruppo di lavoro dei garanti europei, c.d. Gruppo Articolo 29 perché costituitosi sulla base dell’art. 29 della direttiva europea sulla privacy, ha prodotto delle linee guida che dovrebbero facilitare l’elaborazione di criteri comuni, rendendo così omogenee le decisioni dei motori di ricerca. A livello nazionale, il nostro Garante Privacy si è già dovuto esprimere su alcune richieste di deindicizzazione che Google ha rifiutato. Nella maggior parte dei casi il mancato accoglimento da parte di Google delle segnalazioni degli utenti è stato riconfermato dall’Autorità, che non ha riconosciuto la sussistenza dei presupposti per l’esercizio del diritto all’oblio; la conferma delle decisioni di Google, in particolare, ha riguardato i casi in cui la richiesta di deindicizzazione si riferiva a vicende processuali tuttora in corso e per cui, pertanto, sussiste ancora un interesse pubblico a conoscerne le varie fasi processuali e/o a vicende processuali definite di recente. L’esistenza di questo duplice “giudizio” configura in astratto il rischio che Google rigetti a priori tutte le richieste di deindicizzazione, lasciando che gli utenti facciano ricorso al Garante per vedersi tutelati i loro diritti. In una recente intervista, Antonello Soro, Presidente del Garante Privacy, sembra comunque ottimista circa la disponibilità di Google a conformarsi alle disposizioni previste dai Garanti Europei, assumendo un ruolo attivo in ordine alle richieste di deindicizzazione che gli pervengano. Ulteriore elemento critico degno di evidenza è il fatto che le linee guida prodotte dai garanti europei richiedono la deindicizzazione, laddove ne sussistano i presupposti, non solo dei contenuti dei domini europei ma anche extra-europei, al fine di garantire un’effettiva tutela dei diritti degli individui, poiché una tutela limitata solo al territorio europeo non sarebbe sufficiente. Per arrivare a risultati che possano soddisfare il diritto all’oblio e di privacy degli utenti, evitando un “braccio di ferro” tra motori di ricerca e garanti, occorre aprire un dialogo tra tali soggetti, addivenendo a soluzioni uniformi e condivise: dialogo, che secondo Antonello Soro rappresenta “la condizione indispensabile per far evolvere la società dell’informazione nel rispetto di diritti fondamentali”.

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Carta dei diritti di Internet: la Rete e la sua Costituzione

 

Carta dei diritti di Internet: la Rete e la sua Costituzione

Internet rappresenta non solo uno strumento fondamentale nel campo dell’informazione e della comunicazione ma anche un mezzo attraverso il quale le persone possono comunicare, scambiarsi opinioni e condividere qualsiasi tipo di contenuto nel mondo virtuale, che, usando le parole del Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, sta diventando sempre più il “nostro reale spazio di vita”. Ma Internet, come un po’ tutta la tecnologia è ambivalente, e l’altro lato della medaglia è meno positivo. Come accade in qualsiasi ambito, infatti, la possibilità di utilizzare uno strumento a proprio vantaggio, in questo caso dalle enormi potenzialità, porta alcuni degli utilizzatori a sfruttarlo anche in maniera illecita. È proprio in questo caso che vengono minati alcuni diritti che fin dalla nascita della nostra Carta costituzionale sono stati sempre ritenuti meritevoli di tutela. 

Negli ultimi mesi diversi sono stati gli avvenimenti che in ambito europeo hanno coinvolto il mondo del digitale. Particolare rilevanza per il loro impatto assumono due recenti provvedimenti della Corte di Giustizia Europea: nella prima sentenza, emessa l’8 aprile 2014, in particolare, tale autorità ha dichiarato invalida la direttiva in merito alla conservazione dei dati di traffico, n. 2006/24/CE, poiché l’ingerenza vasta e particolarmente grave di tale direttiva nei diritti fondamentali degli interessati non è sufficientemente regolamentata in modo da essere effettivamente limitata allo stretto necessario; con una successiva sentenza del 13 maggio, inoltre, la Corte di Giustizia si è espressa nei confronti di Google in materia di diritto all’oblio, stabilendo che chiunque a interesse può rivolgersi al gestore di un motore di ricerca per chiedere che non venga più indicizzato un contenuto ritenuto lesivo per la propria immagine a patto che tale richiesta non limiti il diritto di informazione.

L’indirizzo che sta seguendo l’Unione Europea è quello di tutelare maggiormente i diritti della persona e fare in modo che questi vengano garantiti anche in rete.

Un ulteriore passo è stato fatto anche dall’Italia con la presentazione a Montecitorio della Carta dei diritti di Internet, redatta dalla omonima Commissione, voluta dalla Presidente della Camera Laura Boldrini e presieduta dal giurista Stefano Rodotà.

La Carta, che secondo Rodotà “si basa sui principi di eguaglianza, libertà e dignità che devono prevalere sulle logiche economiche”, ambisce a diventare una vera e propria dichiarazione fondata sul riconoscimento dei principi fondamentali, principi che non possono considerarsi riconosciuti in modo assoluto se non tutelati anche in Rete. Si vuole impedire che i diritti dei singoli non cedano il passo agli interessi economici. L’idea di estendere al mondo virtuale i diritti fondamentali dell’individuo riconosciuti nel mondo reale viene espressa nelle 6 pagine che compongono la Carta attraverso un preambolo iniziale e 14 articoli di carattere generale: essi mirano a tutelare il diritto di accesso ad Internet, poiché necessario per esercitare ogni altro diritto, la tutela dei dati personali, il diritto all’identità della persona, quello di privacy, il diritto all’oblio etc. Particolare importanza viene data alla neutralità della rete come presupposto fondamentale per evitare discriminazioni a favore di chi può pagare di più ed avere servizi migliori. Non solo: la neutralità della rete permette che si creino le condizioni per una concorrenza leale e che venga impedito ai più forti di tagliare fuori dal mercato i nuovi concorrenti e che non vi siano alterazioni e interferenze.

Al di là delle preoccupazioni sul fatto che tale Carta possa rappresentare solo l’ennesimo atto che va a confluire nel grande insieme del cosiddetto “Soft Law” ce ne sono anche altre. In particolare sul diritto all’anonimato e sul diritto all’oblio. Per quanto riguarda il primo, il bilanciamento tra il diritto all’anonimato e la necessità di tutelare i soggetti vittime di condotte illecite in Rete viene raggiunto con quella che il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, chiama “reversibilità dell’anonimato”, cioè la possibilità di poter identificare l’agente che compie la condotta illecita quando tale azione si basa sulla necessità di tutelare il bene pubblico. La preoccupazione su tale aspetto si rivolge non tanto a Paesi liberali come il nostro, quanto a quelli che lo sono meno: in questo caso l’identificazione degli agenti potrebbe avvenire senza specifiche garanzie ed essere utilizzata per reprimere quelle manifestazioni di pensiero che siano in contrasto con il regime e che potrebbero dar in qualche modo fastidio ai soggetti al vertice dello Stato in esame.

In quanto al diritto all’oblio, già riconosciuto dalla Corte di Giustizia Europea, il testo prevede che chiunque sia legittimato a venire a conoscenza dei contenuti per cui è stata richiesta ed ottenuta la deindicizzazione per avere la possibilità di impugnare il contenuto deindicizzato se ritenga tale decisione contraria al diritto all’informazione.

Al momento, tuttavia, non sono chiare le modalità e i tempi di esecuzione di tale adempimento, su cui occorrerà svolgere gli opportuni approfondimento per evitare che la soluzione prospettata non provochi l’effetto contrario rispetto a quello per cui è stato riconosciuto il diritto all’oblio.

Su queste criticità ed altre di diversa natura, ivi inclusa la definizione di dato personale oggetto di protezione, è stata aperta una pubblica consultazione: dal 27 ottobre il testo della Carta dei diritti di Internet è stato pubblicato sul sito web del Camera dei Deputati e chiunque vi abbia interesse può inviare le proprie osservazioni e/o proposte di integrazioni, modifiche o cancellazioni. Tali contributi, poi, verranno utilizzati per definire il testo di questa importante dichiarazione di riconoscimento dei diritti in Internet.

 

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Rispetto del diritto all’oblio e obbligo di aggiornamento delle testate

Il diritto fondamentale alla riservatezza trova un limite nell’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione, ma al soggetto cui i dati appartengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio, e cioè il diritto a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che lo riguardano e che, per il trascorrere del tempo, risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati. 

Se, in ogni caso, l’interesse pubblico alla persistente conoscenza di un fatto avvenuto in epoca anteriore trova giustificazione nell’attività svolta dal soggetto titolare dei dati, e tale vicenda ha registrato una successiva evoluzione, non si può prescindere dall’informazione circa tale ultima evoluzione, dal momento che, altrimenti la notizia, originariamente completa e vera, diventa non aggiornata, risultando parziale e non esatta, e pertanto sostanzialmente non vera. Se vera, esatta ed aggiornata essa era al momento del relativo trattamento quale notizia di cronaca, e come tale ha costituito oggetto di trattamento, il suo successivo spostamento in altro archivio di diverso scopo (nel caso, archivio storico) con memorizzazione anche nella rete internet deve essere allora realizzato con modalità tali da consentire alla medesima di continuare a mantenere i suindicati caratteri di verità ed esattezza, e conseguentemente di liceità e correttezza, mediante il relativo aggiornamento e contestualizzazione.
Solo in tal modo essa risulta infatti non violativa sia del diritto all'identità personale o morale del titolare, nella sua proiezione sociale, del dato oggetto di informazione e di trattamento, sia dello stesso diritto del cittadino utente a ricevere una completa e corretta informazione.
Cass. Civ. Sez. III, 5 aprile 2012, n. 5525 pdf

Commento
Con la sentenza n. 5525/2012 la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della pubblicazione in un archivio di una testata online di una notizia di cronaca riportante la condanna per corruzione di un politico, il quale era stato poi prosciolto e del diritto all’oblio di quest’ultimo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del politico, confermando la sussistenza del diritto all’oblio e stabilendo che se una notizia di cronaca è collocata nell’archivio storico di una testata online e resa disponibile tramite l’intervento dei motori di ricerca, il titolare dell’organo di informazione deve provvedere a curare anche la messa a disposizione della contestualizzazione e aggiornamento della notizia stessa.
La Corte ribadisce il principio generale secondo cui "se l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione (art. 21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza, al soggetto cui i dati appartengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio e cioè a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultano ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati", ma prosegue la propria analisi in relazione a quelle notizie che, in quanto riportanti un fatto di cronaca, assumono rilevanza anche quale fatto storico, e riconosce che in tali casi può essere giustificata la permanenza nella memoria di Internet.
Secondo la Corte, tuttavia, in ossequio al principio generale stabilito dall’articolo 11 del Codice Privacy secondo cui i dati personali trattati devono essere esatti ed aggiornati, affinché la conservazione sia lecita, essa deve essere effettuata con modalità tali da garantire “il diritto della persona alla propria identità personale e morale,  a non vedere cioè travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sessuale, religioso, ideologico, professionale” ed a tal fine, precisa la Corte, il titolare del sito deve collegare la notizia ad altre informazioni successivamente pubblicate concernenti l’evoluzione della vicenda che possano completare o mutare il quadro evincentesi dalla notizia originaria, predisponendo un “sistema idoneo a segnalare (nel corpo o a margine) la sussistenza nel caso di un seguito e di uno sviluppo della notizia.” (A.B.)

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