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Valeria Valentini

Valeria Valentini

Avvocato, esperta nel diritto penale dell’impresa con particolare riferimento al settore dei reati tributari, societari e fallimentari, dei delitti contro il patrimonio e contro la Pubblica Amministrazione nonché a tutela della reputazione.

Profilo:

Possibili interferenze tra “nuovo” falso in bilancio e reati tributari

Con la L. 69/2015 il Legislatore ha riscritto il microcosmo punitivo dei reati di “False comunicazioni sociali”, da un lato, alleggerendo le fattispecie di tutti quegli elementi (soglie di rilevanza penale, dolo intenzionale di ingannare i soci o il pubblico, evento di danno) che nei fatti impedivano l’applicazione della norma; dall’altro, superando la precedente bipartizione tra contravvenzione di pericolo e delitto di danno, ripristinando il regime di procedibilità d’ufficio per tutte le ipotesi di reato.

Già prima dell’entrata in vigore della riforma, il dibattito dottrinale si era incentrato sul significato dell’eliminazione dell’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” contenuto nelle previgenti fattispecie e sulla perdurante penale rilevanza del c.d. falso valutativo. All’indomani dell’entrata in vigore della riforma, il dibattitto si è esteso al versante giurisprudenziale, che pronunciandosi ora per la penale irrilevanza della valutazioni agli effetti della disciplina delle false comunicazioni sociali (dapprima Cass., sez. V, 16.6.2015/dep. 30.7.2015 n. 33774, soluzione recentemente confermata da Cass., sez. V, 8.1.2016/dep. 22.2.2016, n. 6916), ora affermando l’esatto contrario (Cass., sez. V, 12.11.2016/dep. 12.1.2016, n. 890), ha generato un contrasto in seno alla V sezione della Suprema Corte, a dirimere il quale a brevissimo interverrà la Cassazione nella sua più autorevole composizione (v. Cass., sez. V, 2.3.2016/dep. 4.3.2016, n. 9186, con la quale la questione è stata rimessa alla Sezioni Unite della Suprema Corte).

Nell’attesa che le Sezioni Unite della Cassazione si pronuncino, si può comunque osservare che lo snellimento della fattispecie, nei termini solo accennati, potrebbe già di per sé determinare una riespansione (quanto vasta, dipenderà dall’esito del contrasto anzidetto) dell’ambito di applicazione del falso in bilancio. È ragionevole prevedere che le Procure, avendo a disposizione uno strumento repressivo ben più duttile di quanto non fosse in passato, potrebbero contestare il delitto di falso in bilancio in concorso con altre ipotesi di reato tra le quali, oltre alle ipotesi “classiche” (ad esempio, creazione di fondi neri per corrispondere il prezzo della corruttela, tanto che in dottrina si è parlato di falso in bilancio come “reato spia” di possibili dinamiche corruttive, oppure di appropriazioni indebite di beni sociali da parte di amministratori infedeli), anche fattispecie penal-tributarie.

Quanto ai possibili effetti della riforma del falso in bilancio nei rapporti con i reati tributari, è necessario però precisare che nel novero delle comunicazioni sociali “dirette ai soci o al pubblico” non rientrano le dichiarazioni fiscali, trattandosi di “informative” della società indirizzate esclusivamente al Fisco; così che la repressione delle falsità contenute nella dichiarazione fiscale resterà affidata esclusivamente alle norme penal-tributarie.

Viceversa, si osserva che in molti casi le violazioni penal-tributarie, accanto al conseguimento di un indebito risparmio d’imposta, potrebbero altresì determinare un’alterazione dei risultati di esercizio; alterazione che, risolvendosi nell’indicazione di minor ricavi rispetto a quelli realmente conseguiti ovvero di maggiori costi rispetto a quelli effettivamente sostenuti, andranno generalmente ad incidere, in primo luogo, sul conto economico. Tanto che, in questi termini, può dirsi che il contrasto sulla penale rilevanza del c.d. falso valutativo potrebbe incidere in maniera limitata nell’ambito dei rapporti tra falso in bilancio e reati tributari, poiché le alterazioni generalmente rilevanti in questa prospettiva rientrano più propriamente nel concetto di “fatto materiale” e non in quello di “valutazione”.

Tra i delitti tributari contestabili in concorso con il falso in bilancio rientrano, in primo luogo, le fattispecie di natura dichiarativa disciplinate dal D.lgs. 74/2000 (irrilevanti invece possono dirsi i delitti di omesso versamento IVA e ritenute poiché in linea di massima non incidono sui valori di bilancio ma si risolvono nell’omessa corresponsione di quanto già dichiarato).

Si pensi ad esempio al caso di una società che indichi in dichiarazione fatture per prestazioni di servizi mai ricevuti, emesse da altro soggetto compiacente. Sul piano fiscale, l’effetto per la società utilizzatrice sarà quello di abbattere la propria base imponibile indicando costi fittizi a fronte di prestazioni mai ricevute, conseguendo un indebito risparmio d’imposta, penalmente rilevante ai sensi dall’art. 2 D.lgs. 74/2000 (“Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”) a prescindere dall’ammontare dell’imposta evasa (condotta peraltro spesso funzionale alla creazione di provviste occulte, destinate vuoi ad alimentare dinamiche corruttive vuoi a depauperare le casse sociali a beneficio di amministratori infedeli).

Tuttavia, la trasfusione nel bilancio di esercizio dei dati contabili falsati per effetto dell’indicazione in contabilità di costi fittizi potrebbe assumere rilevanza anche in termini di falso in bilancio. Fermo infatti il requisito della falsità, può dirsi sussistente anche l’elemento soggettivo del dolo specifico di “procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto”, posto che l’illecito risparmio d’imposta ben potrebbe considerarsi tale. Così come potrebbe dirsi integrato l’ulteriore requisito della concreta idoneità ad indurre “altri” in errore, giacché nella condotta di utilizzo e contabilizzazione di false fatture è insito il requisito ingannatorio richiesto dagli artt. 2621 ss. c.c. (diverso invece il caso in cui la medesima società abbia utilizzato fatture –solo- soggettivamente inesistenti, ovvero fatture rese da un soggetto diverso da quello che ha fornito la prestazione, poiché, ferma la punibilità per il reato di “Dichiarazione fraudolenta” di cui al citato art. 2 D.lgs. 74/2000, il valore delle poste di bilancio rimarrebbe tendenzialmente inalterato).

L’astratta compatibilità tra reati tributari e falso in bilancio appare anche più evidente con riguardo al reato di “Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici” (art. 3 D.lgs. 74/2000), il quale, a seguito delle modifiche apportate dal D.lgs. 158/2015, punisce chiunque - al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto – pone in essere operazioni simulate oggettivamente o soggettivamente ovvero avvalendosi di documenti falsi o di altri mezzi fraudolenti idonei ad ostacolare l'accertamento e ad indurre in errore l'amministrazione finanziaria, indica in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi o crediti e ritenute fittizi.

La nuova formulazione della norma in effetti si presta a condotte connotate da fraudolenza e decettività, la cui insidiosità pare compatibile con il requisito dell’idoneità ingannatoria richiesta dalle norme sul falso in bilancio (si pensi, ad esempio, a quelle operazioni societarie realizzate solo in apparenza o destinate a produrre effetti diversi da quelli per i quali l’operazione è stata formalmente posta in essere, o ancora al caso di una sistematica sottofatturazione, accompagnata da pagamenti del differenziale sottofatturato in nero ovvero su conti intestati agli amministratori o ai soci della società, magari su conti esteri).

Lo stesso dicasi per i possibili rapporti con il delitto di “Dichiarazione infedele” (art. 4 D.lgs. 74/2000). Nel caso in cui in cui vengano indicati in dichiarazione ricavi per un ammontare inferiore al vero oppure costi “inesistenti”, è possibile immaginare che tali condotte andranno, prima di tutto, ad incidere sul conto economico della società e quindi sul risultato di bilancio, alterandone la veridicità: sussistendo tutti gli ulteriori requisiti del falso in bilancio (idoneità ingannatoria e dolo specifico), potranno essere contestati entrambi i reati.

Il tema semmai riguarda il caso in cui l’indicazione in dichiarazione di elementi attivi inferiori al vero oppure di elementi passivi inesistenti determini un risparmio d’imposta inferiore alla soglia di rilevanza penale dell’art. 4 (lo stesso discorso vale per l’art. 3 D.lgs. 74/2000, anche per il quale sono stabilite soglie).

Sussistendone i presupposti potrebbe essere contestato il falso in bilancio poiché, in effetti, il proposito di conseguire un risparmio d’imposta (anche al di sotto delle soglie di rilevanza penale) potrebbe essere comunque inteso quale ingiusto profitto. Il punto è stabilire se ed in che misura l’indicazione di elementi attivi per un ammontare inferiore o di elementi passivi inesistenti tali da determinare un evasione sotto soglia penale possa essere considerata una falsità materiale rilevante ai sensi degli artt. 2621 ss c.c..

Nel caso in cui la soluzione fosse positiva, è evidente che potrebbe essere recuperata la punibilità di condotte - irrilevanti sotto il profilo dell’art. 4 o dell’art. 3 d.lgs. 74/2000 – attraverso l’applicazione delle norme sul falso in bilancio.

Proseguendo nell’analisi, si pensi al caso in cui una società abbia emesso fatture per prestazioni in realtà mai fornite (fatture oggettivamente inesistenti, art. 8 D.lgs. 74/2000): se, da un lato, certamente può dirsi che la condotta, come richiesto dalla norma, abbia consentito a terzi (in genere, l’utilizzatore) di conseguire un indebito risparmio d’imposta; dall’altro, la medesima condotta, nella misura in cui determina tramite l’indicazione di “ricavi fittizi” un incremento della base imponibile, potrebbe contemporaneamente determinare risultati di esercizio più floridi rispetto al dato reale. Questa possibilità pone in pericolo il bene tutelato dagli artt. 2621 ss. c.c., ovvero la trasparenza e veridicità delle informazioni societarie, e ben potrebbe accompagnarsi a finalità specifiche quali, ad esempio, la volontà di rappresentare agli istituti di credito un risultato d’esercizio migliore per conseguire, ad esempio, maggiori finanziamenti.

Astrattamente compatibile con il falso in bilancio anche il delitto previsto dall’art. 11 d.lgs. 74/2000, nella misura in cui, il soggetto attivo del reato di falso in bilancio, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, alieni simulatamente o compia altri atti fraudolenti sui beni sociali idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva e che, contemporaneamente, vengano riportati in bilancio.

L’idoneità ingannatoria pare insita nella condotta di alienazione simulata ovvero in qualsiasi altra modalità fraudolenta della condotta, e tale caratteristica verrà ragionevolmente mantenuta nella trascrizione dell’operazione societaria nel bilancio d’esercizio o nelle altre comunicazioni sociali tipiche, dissimulando la finalità dell’operazione.

L’astratta compatibilità tra reati tributari e falso in bilancio, nei termini anzidetti, e al di là della possibile maggior impatto sanzionatorio, potrebbe determinare ulteriori rilevanti conseguenze pratiche:

  • La prima, come accennato, quella di ripristinare la punibilità di condotte prive di rilievo penale ai sensi del d.lgs. 74/2000 (ci si riferisce in particolare ai delitti per i quali sono previste soglie di punibilità, si pensi ad esempio all’art. 4, per il quale la soglia relativa all’imposta evasa è stata innalzata in maniera importante, restringendo drasticamente il fuoco d’azione della norma a soli casi di evasione quantitativamente rilevanti) attraverso la contestazione di reati di falso in bilancio;
  • La seconda, quella di chiamare in causa la responsabilità dell’ente ai sensi del D.lgs. 231/2001. È noto infatti che, almeno per ora, i reati tributari non rientrano nel catalogo di quelli che fanno scattare la responsabilità amministrativa dell’ente; tuttavia, nell’ipotesi in cui, accanto al reato fiscale, sia contestato un reato di false comunicazioni sociali, è evidente che l’ente sarebbe chiamato a rispondere, seppur in via mediata, anche per il reato fiscale (il risparmio d’imposta genera un vantaggio, in primo luogo, in capo alla società e il reato fiscale). Una simile conclusione potrebbe riverberare effetti anche sul piano della confisca, non ammessa, nella forma per equivalente, nei confronti della società per i delitti tributari, ma prevista per i reati compresi nel catalogo che fa scattare la responsabilità dell’ente ai sensi del d.lgs. 231/2001.
  • La possibilità infine di contestare il falso in bilancio anche in relazione a condotte evasive prive di rilievo penale ai sensi del d.lgs. 74/2000 (perché ad esempio sotto soglia penale) potrebbe determinare un ampliamento dell’ambito di operatività del nuovo delitto di autoriciclaggio ex 648-ter.1 c.p. (e conseguente della confisca, anche per equivalente) sia nei confronti del soggetto persona fisica sia, per quanto osservato al punto che precede, nei confronti dell’ente responsabile ai sensi del d.lgs. 231/2001.

Depenalizzazione e reati di intermediazione illecita di manodopera: conseguenze pratiche sul piano sanzionatorio

Con il via libera ai decreti sulla “depenalizzazione”, pubblicati in Gazzetta Ufficiale il 22 gennaio 2016 e in vigore a partire dal 6 febbraio (Decreti Legislativi 7/2016 e 8/2016), il Governo ha ristretto l’area del penalmente rilevante, nel dichiarato intento di riconsegnare alla sanzione penale i caratteri dell’extrema ratio e nella prospettiva di deflazionare il sistema penale sostanziale e processuale; l’obiettivo è stato perseguito – in ossequio ai criteri fissati dalla delega parlamentare – da un lato, trasformando alcune fattispecie in illecito amministrativo, dall’altro, abrogandone altre e introducendo corrispondenti sanzioni civili pecuniarie aggiuntive rispetto al risarcimento del danno.

Sotto il primo profilo, la scelta è stata quella di introdurre una clausola di depenalizzazione che incide sulle fattispecie non presenti nel codice penale (“Non costituiscono reato e sono soggetto a sanzione amministrativa (…) tutte le violazioni per le quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda”), integrata da un nutrito elenco di materie espressamente escluse da tale ambito operativo, e accompagnata da una depenalizzazione “nominativa” relativa ad un elenco tassativo di reati contenuti nel codice penale.

Nell’area del depenalizzato, in assenza di un’espressa esclusione, rientrano anche le fattispecie disciplinate dall’art. 18 del D.lgs. 276/2003 punite con la sola pena pecuniaria e, in particolare, i reati (denominati di “interposizione illecita” dall’art. 84 co. 2 d.lgs. 276/2003) di “appalto illecito” e di “distacco illecito” (art. 18 co. 5-bis, in relazione, rispettivamente, all’art. 29 co. 1 e all’art. 30 co. 1). Tali ipotesi di reato, prima dell’intervento in esame, nella loro forma base erano punite con l’ammenda di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di occupazione; nell’ipotesi di sfruttamento di minori, la pena era (e resta) dell’arresto fino a 18 mesi oltre all’ammenda aumentata fino al sestuplo (a seguito della riforma, infatti, l’ipotesi aggravata appena menzionata diventa l’ipotesi base di reato, cfr. art. 1 co. 2).

Quali sono le conseguenze pratiche della depenalizzazione e contestuale trasformazione dei reati in esame in illecito amministrativo?

Le prime ricadute riguardano i metodi di quantificazione della sanzione. L’art. 1, co. 5 del Decreto individua tre gruppi di reati puniti con multa/ammenda non superiore nel massimo a 5.000 euro il primo, a 20.000 euro il secondo, ovvero superiore a 20.000 euro il terzo; ad essi corrisponde ora una sanzione amministrativa compresa, rispettivamente, tra 5.000 e 10.000 euro; tra 5.000 e 30.000 euro; ovvero tra 10.000 e 50.000. Il co. 6 della norma in commento, inoltre, stabilisce che, per le pene pecuniarie “proporzionali” la “somma dovuta è pari all’ammontare della multa o dell’ammenda, ma non può in ogni caso essere inferiore a euro 5.000 né superiore a euro 50.000”.

La pena pecuniaria prevista dal citato art. 18 co. 5-bis ricade in questa seconda ipotesi trattandosi di pena proporzionale c.d. impropria (o eventualmente proporzionale) ai sensi dell’art. 27 c.p., poiché per essa, non solo non è fissato un limite massimo, ma è stabilita una base di calcolo fissa e la quantificazione concreta della pena viene effettuata sulla base di un coefficiente di moltiplicazione legato al numero di lavoratori impiegati e dei giorni effettivi di impiego.

Alla luce del criterio fissato dal decreto, pertanto, si pone il problema di stabilire come si atteggia la sanzione penale calcolata sulla base del numero dei lavoratori e dei giorni lavoro.

Si pensi al caso in cui, in ipotesi, il soggetto agente abbia impiegato, in violazione della norma in commento, un solo lavoratore per un periodo di dieci giorni. Sulla base della “vecchia” disciplina l’ammenda sarebbe stata pari a euro 500 (50 euro x un lavoratore x 10 giorni lavorativi). Per la medesima violazione oggi verrebbe irrogata una sanzione amministrativa fino a euro 50.000, comunque non inferiore a euro 5.000.

Pensiamo invece al caso opposto in cui l’agente impieghi un numero elevato di lavoratori per un periodo di tempo esteso. Nella prassi concreta si riscontrano casi in cui vengono contestate violazioni che arrivano fino a parecchie centinaia di migliaia di euro. Applicando i medesimi principi, si deve ritenere concretamente irrogabile una sanzione amministrativa complessivamente non superiore a euro 50.000.

Questa conclusione, per quanto iniqua, sembra potersi evincere sia dell’esegesi dell’art. 18 co. 5-bis, sia da un’interpretazione sistematica.

Sotto il primo profilo, deve rilevarsi che l’art. 18 co. 5-bis disciplina, secondo la giurisprudenza dominante e la dottrina, un reato permanente (da ultimo Cass., Sez. III, 17-06-2015, n. 25313 secondo cui “Il reato di appalto illecito di manodopera di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 18, comma 5 bis, come reso palese dal testo della relativa fattispecie incriminatrice (che fa riferimento ai lavoratori "occupati" e quantifica la sanzione tenendo conto di "ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di occupazione"), è di natura permanente e si consuma nel luogo e per tutto il tempo in cui viene effettivamente disimpegnata l'attività lavorativa”), ossia un reato unico, perfetto già nel momento in cui si realizza la condotta tipica ed eventualmente l’evento, ma che non si esaurisce finché permane la situazione antigiuridica. La sanzione da applicare sarà una sola, da quantificarsi, nel caso di specie, considerando in concreto il numero di lavoratori e i giorni lavoro. Prima della riforma, il calcolo era di natura meramente matematica (n. di lavoratori x n. giorni/lavoro) e, non essendo previsto alcun limite massimo di pena, poteva raggiungere cifre considerevoli. Anche oggi la sanzione amministrativa concretamente irrogabile varia sulla base dei predetti parametri, ma, diversamente da prima, è fissata una cornice edittale, uno spazio invalicabile entro cui deve muoversi l’autorità amministrativa per quantificare la sanzione, con un limite massimo di euro 50.000.

Sotto il profilo sistematico, si osserva che in altri casi il legislatore è intervenuto nel passato depenalizzando reati puniti con pene pecuniarie proporzionali improprie, come quelle in esame: nei casi in cui ha inteso mantenere tale approccio sanzionatorio anche a seguito della depenalizzazione, l’ha fatto espressamente. Si pensi ad esempio al reato di impiego di sostanze non consentite nella produzione di vino, reato punito, oltre che con la reclusione, anche con la multa di £ 300.000 per ogni quintale o frazione di quintale di vino sofisticato (art. 76, co. 1, D.P.R. n. 162/1965, reato dapprima depenalizzato per effetto del D.Lgs. 507/1999, successivamente abrogato e ridisciplinato dalla L. n. 82/2006, che ha mantenuto il medesimo approccio proporzionale nonostante la trasformazione in illecito amministrativo). Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit.

Nel procedimento di applicazione delle sanzioni amministrative previste dal decreto in esame, ai sensi dell’art. 6 del D.Lgs. 8/2016, dovranno applicarsi, in quanto compatibili, le norme contenute nelle sezioni I e II del capo I della L. 1981/689.

L’autorità competente a ricevere il rapporto e ad irrogare la sanzione, ai sensi dell’art. 7 del Decreto, è quella prevista dalla legge che disciplina la violazione. Nel caso che ci interessa, pertanto, tale competenza sarà affidata alle Direzione Territoriale del Lavoro, ossia all’articolazione periferica del Ministero del Lavoro e delle Politiche Agricole.

L’art. 8 del Decreto, derogando al principio di legalità fissato dall’art. 1 L. 689/1981, stabilisce espressamente che le sanzioni amministrative ivi introdotte si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del Decreto stesso, purché il procedimento penale non sia già stato definito con sentenza o decreto penale irrevocabili. In quest’ultimo caso, è previsto che il giudice dell’esecuzione revochi la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è più previsto dalla legge come reato, adottando i provvedimenti conseguenti. Inoltre è stabilito che, in ogni caso, per i fatti commessi prima dell’entrata in vigore del decreto, la sanzione amministrativa non potrà essere superiore al massimo della pena originariamente inflitta per il reato.

Il Decreto (art. 9) si occupa altresì di disciplinare la fase di trasmissione degli atti all’autorità amministrativa per l’eventualità che in relazione ai medesimi fatti sia già pendente un procedimento penale, stabilendo il principio generale che ciò debba avvenire entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del Decreto stesso (co. 1) , salvo che il reato risulti prescritto o estinto per altra causa alla medesima data e precisando che:

  1. se l’azione penale non è ancora stata esercitata alla data di entrata in vigore del Decreto, la trasmissione è disposta dal PM che provvede ad annotarla sul registro delle notizie di reato. Qualora il reato si estinto per qualsiasi causa, il PM formulerà richiesta di archiviazione;
  2. se l’azione penale è già stata esercitata alla medesima data, il giudice – se l’imputato o il PM non si oppongono – pronuncia in camera di consiglio sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, e dispone la trasmissione degli atti alla competente autorità amministrativa.

Il termine di 90 giorni stabilito dall’art. 9 co. 1 è sprovvisto di sanzione, sicché deve essere considerato meramente ordinatorio.

Ai sensi del successivo comma 4 dell’art. 9, l’autorità amministrativa deve notificare gli estremi della violazione ai soggetti interessati:

  1. entro 90 giorni, se gli interessati sono residenti nel territorio della Repubblica;
  2. entro 360 giorni, se residenti all’estero.

Tale termine, per espressa previsione normativa, inizia a decorrere dalla data di ricezione degli atti trasmessi dall’Autorità Giudiziaria.

Atteso il rimando alla L. 689/1981, e in essenza di deroghe espresse, deve ritenersi applicabile l’art. 14, u.c. in base al quale: “L’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione si estingue per la persona nei cui confronti è stata omessa la notificazione nel termine prescritto”.

Ai sensi dell’art. 9, co. 5, del decreto sulla depenalizzazione, inoltre, entro 60 giorni dalla notifica della violazione l’interessato è ammesso al pagamento in misura ridotta, pari alla metà della sanzione, oltre alle spese del procedimento.

Il decreto, infine, stabilisce espressamente che il pagamento della sanzione determina l’estinzione del procedimento.

Qualora non sia stato effettuato il pagamento in misura ridotta, e stante il rinvio alla disciplina dettata dalla L. 689/1981, il funzionario che ha accertato la violazione, ai sensi dell’art. 17 della citata Legge, dovrà presentare rapporto (con la prova dell’avvenuta notificazione) all’ufficio periferico cui sono demandati i compiti del Ministero nella cui competenza rientra la materia a cui si riferisce la violazione (nel nostro caso, Direzione Provinciale del Lavoro). Entro 30 giorni dalla notifica della violazioni, gli interessati possono far pervenite scritti difensivi/documenti all’autorità competente a ricevere il rapporto, chiedendo eventualmente di essere sentiti.

L’autorità competente, sentiti gli interessati che ne abbiamo fatto richiesta ed esaminati i documenti/scritti difensivi, se ritiene fondato l’accertamento, determina, con ordinanza motivata, la somma dovuta e ne ingiunge il pagamento all’interessato, il quale entro 30 giorni deve effettuare il pagamento; diversamente, emette ordinanza di archiviazione comunicandola all’organo che ha redatto il rapporto (art. 18).

Ai sensi dell’art. 22 L. 689/1981, contro l’ordinanza che ingiunge il pagamento della violazione, gli interessati possono proporre opposizione dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria.

L’opposizione è regolata dall’art. 6 D.lgs. 150/2011 il quale, a sua volta, stabilisce l’applicabilità del rito del lavoro. L’atto deve essere proposto davanti al giudice di pace del luogo ove è stata commessa la violazione ad eccezione delle opposizione relative a violazioni in materia, tra l’altro, di tutela del lavoro, igiene sui luoghi di lavoro e prevenzione degli infortuni, per le quali la competenza spetta al Tribunale e a violazioni per le quali è prevista una sanzione superiore nel massimo a euro 15.493 (tra le quali, dunque, sulla scorta di quanto specificato sopra, rientrano le violazioni dell’art. 18 co. 5-bis D.lgs. 276/2003).

Il ricorso, a pena di inammissibilità, deve essere presentato (anche a mezzo del servizio postale) entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento. Nel giudizio di opposizione, l’opponente e l’autorità che ha emesso il provvedimento possono stare in giudizio personalmente; se l’opponente (o un suo difensore) non si presenta senza addurre legittimo impedimento, il giudice convalida con ordinanza appellabile il provvedimento opposto, salvo che l’illegittimità del provvedimento non risulti dalla documentazione allegata all’opposizione.

Il giudice accoglie l’opposizione quando le prove circa la responsabilità dell’opponente non sono sufficienti; in caso contrario, il giudice, con sentenza può confermare l’atto opposto oppure annullarlo in tutto in parte o modificarlo anche solo in relazione all’entità della sanzione dovuta (ma in ogni caso non inferiore al minimo edittale).

Il Governo approva in via definitiva due decreti in tema di depenalizzazione

Obiettivo: deflazionare il processo penale. Il primo decreto trasforma in illeciti amministrativi molti reati puniti con la sola multa/ammenda (omesso versamento di ritenute previdenziali inferiore a € 10000, adeguata verifica della clientela, intermediazione di manodopera ex D.lgs 276/2003..). Il secondo ne abroga altri (ingiuria, falso in scrittura privata, danneggiamento semplice) e introduce corrispondenti illeciti puniti con la sanzione pecuniaria civile. Esclusi dall’intervento i reati in tema di salute/sicurezza sul lavoro, ambiente/territorio/paesaggio, sicurezza pubblica, giochi d’azzardo/scommesse, armi, elezioni/finanziamento ai partiti, nonché di immigrazione clandestina.

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