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Rinvio dell’udienza sino allo scadere della rateizzazione del debito fiscale: inammissibile la questione di legittimità costituzionale

Con ordinanza del 24 maggio scorso, la Corte Costituzionale ha dichiarato (di nuovo) inammissibile la questione di legittimità dell’art. 13 co. 3 D.Lgs. 74/2000 sollevata dai Tribunali di Treviso e di Asti. La norma, per effetto delle modifiche apportate dalla L. 158/2015, stabilisce che qualora prima dell’apertura del dibattimento di primo grado il debito tributario oggetto del reato contestato nel procedimento penale sia in fase di rateizzazione, è dato un termine di tre mesi, eventualmente prorogabili sino a sei complessivi, per adempiere a tale debito.

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La particolare tenuità del fatto è applicabile anche ai reati tributari

L’art. 131-bis del c.p. prevede un’ipotesi di non punibilità per reati caratterizzati dalla presenza del requisito della particolare tenuità del fatto e della non abitualità della condotta.

In passato si era discusso circa la possibile applicabilità di tale istituto ad alcuni reati tributari e, in particolare, a quelli per i quali il legislatore aveva già previsto una predefinita soglia di “tolleranza” al di sotto della quale la condotta è già stata ritenuta penalmente non offensiva e quindi irrilevante (ad esempio il reato di omesso versamento IVA ex art. 10-ter, D. L.vo 74/00 che “scatta” solo in presenza di un mancato versamento pari ad almeno 250.000€).

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Validità del Trust e condotta ingannatoria per il reato di sottrazione fraudolenta

Il Tribunale di Roma, in una importante sentenza depositata il 16 ottobre 2018 relativa alla gestione di un Trust statunitense creato da un noto artista americano, ha statuito che non sussiste il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte ex art. 11 D.lvo 74/2000 contestato ai trustee, in assenza di condotta artificiosa o uno strategemma tendente a sottrarre le garanzie patrimoniali all’esecuzione del Fisco.

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La Corte Costituzionale chiude la “vicenda Taricco”

Con la sentenza depositata il 31 maggio scorso (n. 115/2018), la Corte Costituzionale ha messo fine alla querelle nata all’indomani della sentenza della Corte di Giustizia UE (causa c-105/14, Taricco) a seguito della quale la Corte imponeva al giudice nazionale di disapplicare le norme interne in tema di limiti massimi di durata della prescrizione nei casi in cui ciò comportava «la sistematica impunità delle gravi frodi in materia di IVA».

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Solo l’estinzione del debito con il Fisco consente di accedere al patteggiamento per i reati tributari

L’onere di estinguere il debito tributario per accedere al patteggiamento è giustificato dall’interesse generale all’eliminazione delle conseguenze dannose del reato ed è finalizzato alla riscossione dei tributi. La Cassazione (sent. n. 38210/2017 ove è richiamata la decisione della Corte Costituzionale n. 95/2015) ha così nuovamente dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 co. 2-bis D.Lgs. 74/2000 (ora, art. 13-bis), chiarendo che la negazione di tale rito “premiale” all’imputato insolvente nei confronti del Fisco non lede il diritto di difesa. La discrezionalità del Legislatore in materia di limitazioni all’accesso ai riti alternativi, infatti, è sindacabile solo ove sfoci nella irragionevolezza e nell’arbitrio, ma nel caso dei reati tributari non genera disparità di trattamento stante l’interesse generale alla riscossione dei tributi.

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Il “nuovo” reato di dichiarazione infedele ha parzialmente abolito la fattispecie precedente

La recente riforma del 2015 ha modificato il reato di dichiarazione infedele sottraendo dalla cornice della norma quella parte della fattispecie ove si sanzionava la deduzione di costi – ontologicamente esistenti – privi dei criteri di inerenza e competenza. Una recente sentenza della Cassazione (sez. III, n. 30686 del 20/6/17) ha stabilito che tale nuova formulazione, ridisegnando la fattispecie, cotituisce una vera e propria abolitio criminis del reato, per quanto parziale. Conseguentemente coloro che hanno subito una condanna passata in giudicato ai sensi del “vecchio” art. 4, potranno ora agire in sede di incidente di esecuzione per ottenere la revoca del provvedimento.

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Non si applica la sentenza Taricco agli omessi versamenti IVA

Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza n. 16458/2017 sul presupposto che l’art. 10-ter D.Lgs. 74/2000 non è caratterizzato dalla fraudolenza della condotta. Considerato l’iter argomentativo della sentenza, è possibile inoltre ipotizzare che questo principio possa essere esteso anche ad altri reati tributari non connotati da frode (ad esempio, omessa o infedele dichiarazione). Come si ricorderà, nella nota sentenza Taricco, la Corte di Giustizia ha stabilito la sostanziale imprescrittibilità dei reati tributari in materia di IVA, imponendo al giudice penale di disapplicare le norme sulla interruzione della prescrizione, quando a) il procedimento penale abbia ad oggetto “frodi gravi” in materia di IVA, e b) l’applicazione delle norme interne sulla prescrizione comporti l’ineffettività della sanzione penale in un “numero considerevole di casi”.

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Confiscabile il profitto del reato tributario in capo al legale rappresentante della società

La decisione della Cassazione (n. 9371/2017) si inserisce nel solco di un orientamento ormai consolidato nel quale, da un lato, è stata affermata la legittimità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto rimasto nella disponibilità di una persona giuridica, derivante dal reato tributario commesso dal suo legale rappresentante, non potendo considerarsi l'ente una persona estranea al reato (Cass., S.U. n. 10561/2014); dall’altro, e al contempo, si è affermata la legittimità del provvedimento ablativo per equivalente sui beni dell'imputato (persona fisica) per un reato tributario, sul presupposto dell'impossibilità di reperire il profitto del reato, nel caso in cui dallo stesso soggetto non sia stata fornita la prova della concreta esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica su cui disporre la confisca diretta.

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Evasione IVA: è punito penalmente chi gestisce la società

  • 26 November 2016 |
  • Pubblicato in Tax

La Cassazione penale, con la sentenza  n. 47239 del 10 novembre 2016, ha riconosciuto nell’amministratore di fatto (e non nell’amministratore di diritto) il soggetto responsabile penalmente per la condotta evasiva tenuta dalla società. Mentre all’amministratore di diritto può, infatti, essere attribuita esclusivamente una responsabilità a titolo di concorso, è l’amministratore di fatto a risponde penalmente per l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto. A tale conclusione la Suprema Corte è giunta sull’assunto che “il vero soggetto qualificato (e responsabile) non è il prestanome ma colui il quale effettivamente gestisce la società perché solo lui è in condizione di compiere l’azione dovuta”.

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Il giudice di Milano applica la “Taricco” e disapplica le norme italiane in materia di prescrizione del reato

Il GUP di Milano ha rinviato a giudizio alcuni soggetti imputati per una frode IVA da 642 milioni. La notizia è sorprendente in quanto alcune di tali condotte si sarebbero dovute dichiarare pacificamente prescritte alla luce della normativa italiana. “Svista” del magistrato, quindi? Invero no. Il giudice si è limitato applicare la sentenza “Taricco” del 2015 emessa dalla Corte di Giustizia Europea secondo cui i Giudici comunitari dovranno disapplicare le leggi nazionali in materia di prescrizione in caso di gravi frodi ai danni degli interessi finanziari della UE. La partita però non è affatto chiusa. Per il 18 ottobre, infatti, si attende la decisione della Corte Costituzionale con cui si stabilirà se il predetto obbligo europeo possa o meno dirsi compatibile con il principio costituzionale di legalità.

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