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Nel concetto di profitto da reato tributario rientrano anche le sanzioni amministrative

Secondo la Cassazione (sez. III, 267/2018), nei reati tributari il profitto coincide con qualsiasi vantaggio patrimoniale direttamente connesso alla consumazione del reato: imposta evasa, quindi, ma anche interessi e sanzioni dovuti a seguito dell’accertamento tributario. Il principio è stato elaborato dalle Sezioni Unite con riguardo al caso di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (art. 11 D.Lgs. 74/2000, caratterizzato dal compimento di atti tesi a non pagare il debito tributario già maturato, compresi interessi e sanzioni), e successivamente ripreso da qualche decisione anche per i reati dichiarativi o, come nel caso della sentenza in commento, ai reati di omesso versamento IVA, ove la condotta è finalizzata esclusivamente ad evadere o a non versare l’imposta, a prescindere dagli eventuali interessi e sanzioni. Tale principio, tuttavia, rischia di raddoppiare l’importo dei sequestri disposti in sede penale per effetto della duplicazione delle sanzioni amministrative. E’ auspicabile dunque un intervento chiarificatore della Corte di Legittimità.

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Confiscabile il profitto del reato tributario in capo al legale rappresentante della società

La decisione della Cassazione (n. 9371/2017) si inserisce nel solco di un orientamento ormai consolidato nel quale, da un lato, è stata affermata la legittimità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto rimasto nella disponibilità di una persona giuridica, derivante dal reato tributario commesso dal suo legale rappresentante, non potendo considerarsi l'ente una persona estranea al reato (Cass., S.U. n. 10561/2014); dall’altro, e al contempo, si è affermata la legittimità del provvedimento ablativo per equivalente sui beni dell'imputato (persona fisica) per un reato tributario, sul presupposto dell'impossibilità di reperire il profitto del reato, nel caso in cui dallo stesso soggetto non sia stata fornita la prova della concreta esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica su cui disporre la confisca diretta.

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Legittimo il licenziamento per GMO per conseguire un maggior profitto per l’impresa

La Corte di Cassazione, nella recente sentenza n. 23620/2015, ha sostenuto la legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo quando sia finalizzato non solo ad evitare perdite economiche, ma anche a conseguire un maggiore arricchimento per le imprese. Nella sentenza qui richiamata, gli Ermellini sostengono, infatti, che “ il contratto di lavoro possa essere sciolto a causa di un’onerosità non prevista, alla stregua delle conoscenze ed esperienze di settore, nel momento della sua conclusione e tale sopravvenienza ben può consistere in una valutazione dell’imprenditore che, in base all’andamento economico dell’impresa rilevato dopo la conclusione del contratto, ravvisi la possibilità di sostituire un personale meno qualificato con dipendenti maggiormente dotati di conoscenze e di esperienze e quindi di attitudini produttive”.

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