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Il museo 4.0 è una realtà!

Vi chiedo di chiudere per un minuto gli occhi e sognare insieme a me. Immaginare un contesto che in un futuro quanto mai prossimo diventerà realtà. Un'autentica rivoluzione che trasformerà le modalità della didattica e della valorizzazione del nostro patrimonio artistico e culturale. Vi chiedo pertanto di giocare con me entrando in un Museo 4.0 dotato di tutte le nuove tecnologie studiate  per rendere più semplice, emozionante ed istruttiva la fruizione da parte dei visitatori del contenuto, nel nostro caso, di un museo virtuale qualsiasi. Sono reduce dalla visita al Blanton Museum of Art di Austin in Texas dove Koven Smith, uno dei responsabili del sito, mi ha illustrato e fatto constatare con gli occhi molte delle straordinarie opportunità che grazie allo sviluppo delle tecnologie digitali oggi ci possono permettere una visita al museo assolutamente diversa rispetto a quella che ciascuno di noi si porta dietro nel suo "zainetto" di esperienze maturate da studente o da appassionato.

Mi riferisco in particolare a dei tavoli interattivi che rendono possibile una visita a tutto il museo e in cui ciascuno di noi può, semplicemente pigiando con l'indice della propria mano un certo tasto, ingrandire le singole opere di interesse ricevendone informazioni dettagliate sull'artista, sul contesto storico in cui venne realizzata l’opera, sulle sue caratteristiche realizzative.

Un secondo esempio molto suggestivo è rappresentato dalla possibilità di utilizzare il visore denominato Oculus Rift che permette ai personaggi rappresentati in un quadro di "uscire" dall'opera d'arte e materializzarsi davanti al visitatore interloquendo con lui in una realtà virtuale allargata ed interattiva.

Per non parlare poi degli ormai famosi Google Glass che possono accompagnare il visitatore nel suo percorso museale arricchendone l’apprendimento con ricostruzioni virtuali e video emozionanti.

L’elenco delle sorprendenti novità tecnologiche potrebbe continuare a lungo: ci limitiamo ad alcuni degli esempi più significativi. Le cuffie immersive che permettono al visitatore di vedere le opere attraverso l’ascolto di musiche particolari adatte al contenuto storico e culturale di quanto esibito nella mostra. I video toten che, attraverso un monitor, narrano in prima persona la storia dei protagonisti delle opere raffigurate. I video game, ideati e realizzati per attirare e affascinare il pubblico giovanile, che permettono di visualizzare l’opera con una prospettiva più completa all’interno di modalità di utilizzo ludiche. E poi ancora un’infinità di app che consentono di localizzare, attraverso il GPS, il visitatore durante il percorso museale per fornirgli stanza per stanza, opera per opera, tutte le informazioni relative a cosa sta vedendo o a cosa sta per vedere.

Insomma, la tecnologia ci permette ormai di immaginare un museo non come un luogo "old fashion" in cui, al di là di spiegazioni più o meno affascinanti o più o meno scolastiche, si deve seguire un percorso fisso e unidirezionale tra l'utente e l'opera d'arte.

L'innovazione ci schiude dei mondi che ci  permettono di immaginare dei nuovi modelli organizzativi dei musei mirati a rendere più suggestiva, stimolante e perché no? divertente, la visita alle sue sale.

Dobbiamo uscire, a mio avviso, da una logica perversa che fa coincidere l'insegnamento, il trasferimento di cultura, con ambienti tetri, narrazioni noiose e manieristiche, fruizioni delle opere statiche e obsolete. Nel contempo non dobbiamo però pensare che la tecnologia sia di per sé la medicina per riempire i musei di visitatori. La vera sfida, come ci confermava lo stesso Koven Smith, non è tanto sull'acquisizione degli strumenti tecnologici, quanto nell' immaginare dei nuovi contenuti che l'innovazione tecnologica può implementare e valorizzare in modo nuovo e affascinante. L'alibi di aver acquistato uno schermo touch screen e di aver cosi risolto i temi collegati all'innovazione del proprio museo dura poco se non è associato ad una precisa volontà di investire nei contenuti più adatti a essere valorizzati dai nuovi devices o comunque dai nuovi strumenti che ogni giorno il grande laboratorio del mondo digitale sforna con incessante ripetitività.

Tutto ciò senza contare su un altro aspetto estremamente nuovo e, per noi, delle vecchie generazioni quasi incomprensibile: esistono dei software realizzati attraverso dei robot che camminano nelle stanze dei musei e che permettono la visita alle mostre o alle collezioni anche a distanza, per quegli appassionati che non possono permettersi la presenza fisica nei locali del museo.

Il museo 4.0 è un museo fruibile anche a distanza sul proprio device con tutta una serie di video e di informazioni che non fanno perdere nulla al visitatore che per scelta o per necessità ha deciso di visitarlo standosene comodamente seduto nella sua poltrona di casa.

Chi si occupa di digitale in ambito museale oggi reputa che la vera sfida nei prossimi anni sarà legata alla progettualità: alla capacità cioè - mi ha confermato Koven Smith - di sperimentare in modo permanente il miglior mix esistente tra il contenuto artistico del museo, le tecnologie utilizzabili per la sua valorizzazione e la costruzione di una vera e propria interattività tra l'opera e il singolo appassionato visitatore.

La gente deve essere coinvolta, attirata a visitare i musei per arricchire la sua cultura, ma anche per divertirsi.

Mi sono convinto che il cuore del problema, stimolante e strategico per un Paese come il nostro ricco di storia, cultura e arte, sia proprio quello di valorizzare finalmente il proprio patrimonio in maniera adeguata e competitiva rispetto ai concorrenti esteri, salvaguardando rigorosamente la scientificità dei progetti museali ma coniugandola sempre di più con l'utilizzo delle più moderne tecnologie mirate ad una divulgazione più semplice, più divertente, più interattiva, insomma, più “glamour”.

Nel nostro Paese ogni anno nascono decine e decine di start up di imprese gestite da giovani che si determinano necessariamente a candidarsi come piccoli imprenditori del nuovo contesto industriale ed economico di questo secondo decennio del terzo millennio. Ebbene proprio nel settore della cultura e della fruizione dell'enorme e non conosciuto completamente patrimonio artistico e culturale italiano, vi sono grandi opportunità di ideazione, studio e realizzazione di app che si inseriscono proprio nel più grande progetto strategico denominato appunto Museo 4.0.

Una occasione da non perdere! Una occasione che potrebbe davvero determinare una svolta per la valorizzazione di un’asset intangibile, oggi a rischio di deperimento, costituito proprio dallo straordinario patrimonio archeologico, artistico e culturale italiano.

Un’asset intangibile oggi soltanto minimamente valorizzato che potrebbe davvero creare valore in termini economici, occupazionali ed educazionali.

Riccardo Rossotto

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Cogliamo l’occasione: la scelta di Apple

Nei nostri editoriali abbiamo sempre trattato questioni attinenti la Rete, le sue problematiche giuridiche, economiche e sociali. Abbiamo sviluppato in questi anni temi che riguardano il futuro della nostra società, sempre più digitalizzata, cercando di capirne i risvolti, analizzarne le sfaccettature, gridarne i pericoli, anticipandone, talvolta, le criticità.

All'inizio del nostro quarto anno di diffusione, ci permettiamo una divagazione strategica. All'inizio del 2015 scrivevamo che la lotta tra i Big Players della Rete si sarebbe accentuata, che la competizione si sarebbe resa più dura, più cinica nella conquista di quel mercato straordinario degli internauti di tutto il mondo. Lo sviluppo dei Big Data e le incredibili potenzialità connesse a tale sfruttamento avrebbero aperto nuove frontiere nella competizione tra i quattro/cinque grandi protagonisti americani di questo mondo con tutte le virtuosità ma anche con tutte le criticità inerenti. Lo scrivevamo da abitanti di un Paese ai margini di tale settore, relegato agli ultimi posti nella classifica delle nazioni sulla via della digitalizzazione dei lori sistemi nazionali. Un Paese, l'Italia, ancora legato, salvo qualche rara eccellenza, ad un sistema "vecchio", basato su regole del gioco superate e su una modernizzazione tutta da sognare e mai realizzata nonostante le promesse della politica. Un Paese a rischio di declino non solo economico ma culturale: pigro, chiuso in se stesso, egoista e non reattivo alle provocazioni della scienza e della tecnologia, come annualmente lo registra e fotografa lucidamente il Censis. Un Paese senza un futuro reale per i nostri giovani, destinato a diventare un grande pensionato per le generazioni dei "diritti quesiti" e un deserto di speranze per le nuove. Un Paese avviluppato su se stesso incapace di affrontare le sfide della modernizzazione mondiale, nonostante una storia, una cultura, un territorio, un ecosistema generale insomma, unico al mondo.

Uno strazio prospettico insomma sorprendente e incomprensibile per quella moltitudine di stranieri che continuano ad indicarlo come la meta favorita dei loro sogni vacanzieri e non solo.

Ebbene in questo contesto funereo, proprio in questi giorni di inizio 2016, si è verificato un evento, a nostro avviso, di portata strategica fondamentale che non sappiamo quanto sia stato recepito da tutti noi nella sua essenza prospettica: una straordinaria opportunità per girare pagina, tirarci su le maniche, smetterla di fare i Tafazzi e guardare all'oggi e al domani con una spirito nuovo e con una nuova visione del nostro futuro. Proprio in un settore che impatta sulla Rete e sul nostro futuro digitale.

Ci riferiamo alla decisione della Apple di investire nel nostro Paese, a Napoli, in quel meridione di Italia cioè tanto bistrattato e oggetto più di cronaca nera che di altro, per realizzare una scuola che formi 600 sviluppatori di App ogni anno. Una notizia ovviamente riportata da tutti i giornali che, sempre a nostro avviso, va però ben al di là del progetto specifico deciso dal capo azienda della Apple Tim Cook. Tocca alcuni temi prospettici che potrebbero davvero permetterci, se sapremo cogliere questa opportunità (forse l'ultima che ci viene concessa?), di invertire la rotta della sfiducia e del pessimismo, rilanciandoci proprio attraverso lo sviluppo e l’ottimizzazione di quei valori che hanno spinto uno dei quattro grandi giocatori del mercato mondiale della Rete di sceglierci per un investimento importante e strategico mirato alla innovazione del suo futuro.

Abbiamo provato a rileggere nei dettagli le dichiarazioni rilasciate alla stampa da Tim Cook, durante la sua visita in Italia, ricostruendone il pensiero e le prospettive, certo per la Apple, ma anche per noi italiani.

Eccovi quindi una rilettura, soggettiva ma non troppo, del pensiero strategico che ha determinato la scelta della Apple di privilegiare l'Italia rispetto a centinaia di opzioni alternative offerte da altri Paesi, magari, di per sé, più interessanti dal punto di vista finanziario e fiscale.

Un’utile e stimolante lista di punti che, lo ripetiamo, se non saremo così miopi da non tesaurizzare, potrebbe offrirci lo spunto per una grande ripartenza nazionale sia industriale, sia psicologica, sia culturale del nostro tanto e giustamente bistrattato Paese.

Andiamo con ordine.

Un Paese meraviglioso: proprio con queste parole, sorprendenti se riferite allo stato dell’arte italiano, Tim Cook ha iniziato la spiegazione dei “perché” Apple abbia scelto l’Italia “Quando vado a Bruxelles respiro pesantezza, burocrazia, difficoltà, mentre qui in Italia c’è una meravigliosa area di cambiamento, ottimismo, opportunità; qui sento che “The sky is the limit”, che tutto è davvero possibile”. Sembra incredibile, ma nonostante il nostro imperante, cinico “tafazismo” un grande imprenditore americano vede nell’Italia, a differenza dell’Europa, un Paese fertile per una fondamentale voglia di cambiamento, di innovazione. Dobbiamo rifletterci sopra e adattare i nostri comportamenti a tale lettura che viene data del nostro Paese. Non è vero allora che siamo a rischio di declino, basta solo invertire una inerziale attitudine a parlare male di noi stessi, a sottostimarci, a ritenerci cinicamente ormai “perduti”. Con un po’ di passione, un po’ di determinazione e nuove voglie di serietà e virtuosità possiamo veramente ripartire confortati dal giudizio estremamente positivo di una delle più grandi multinazionali esistenti nel villaggio globale.

Un modello per l’Europa: ma Tim Cook è andato oltre. Nel complesso articolato e conflittuale dibattito esistenti fra i paesi membri dell’Unione Europea, l’Amministratore Delegato di Apple ci socializza una riflessione addirittura sorprendente: “Credo – ha dichiarato Cook – che l’Europa avrebbe bisogno di più Italia in questo momento cioè di credere che il futuro sarà migliore del presente. Sarebbe un vero peccato non farlo”. Anche su questa affermazione varrebbe la pena di soffermarci un attimo a riflettere. La creatività e flessibilità italiana potrebbe davvero rappresentare una svolta per rifondare l’Unione Europea, richiamando magari i valori originari del trattato di Roma.

Un incredibile spirito imprenditoriale: Cook ha ribadito quanto già detto all’apertura dell’Anno Accademico della Bocconi due mesi fa. Parole forti che sottendono una  grande stima nei confronti del nostro DNA imprenditoriale: “Amo lo spirito dell’Italia. Abbiamo, noi americani, molto in comune con voi italiani. Apple è sempre stata concentrata sul fare “the best not the most”, le cose migliori piuttosto che tante cose buone. E l’Italia ha lo stesso talento. Nella mia esperienza milanese ho avvertito un incredibile spirito imprenditoriale e un gusto per il design che altrove non esiste. Per questo abbiamo ritenuto che questo è esattamente il paese dove Apple voleva stare e questo è il momento ideale per farlo. Sappiatelo, stiamo arrivando con moltissimo entusiasmo”. Pur nella nostra visione pessimistica ed eccessivamente portata all’autocriminalizzazione, esiste sempre in noi la consapevolezza di aver sviluppato un DNA imprenditoriale (la miriade di PMI di successo, che hanno superato brillantemente la crisi degli ultimi anni, ne è la dimostrazione migliore) assolutamente peculiare e competitivo nel  mondo del business. L’endorsement di Cook dovrebbe darci una spinta per valorizzarlo ancora di più, farlo diventare sistema (piccolo non è bello!), consolidandolo e sviluppandolo in tutto il mondo.

Il meridione d’Italia è una opportunità di business: proprio una parte del Paese che per alcuni di noi è perduta e ormai in mano alla malavita, costituisce per gli stranieri, naturalmente a certe condizioni di presidio del territorio da parte dello stato di diritto, una opportunità di investimento: “Quando parlai a Renzi della nostra intenzione di aprire una scuola per sviluppatori di App lui mi chiese di immaginare una linea che divide l’Italia in due. A nord ci sono dei dati demografici ed economici più alti dei paesi più ricchi d’Europa; a sud siamo ai livelli della Grecia. Questo discorso mi ha molto colpito ed è per questo che abbiamo deciso di andare al sud scegliendo Napoli che ci è sembrata la scelta più logica. Speriamo di poter partire prima dell’estate e già dalla prossima settimana un nostro team di lavoro sarà nel capoluogo campano per valutare le numerose opzioni sul tavolo con l’obiettivo di fare presto e bene”. Anche questa scelta della Apple è estremamente significativa. La contaminazione positiva di un insediamento della multinazionale americana a Napoli deve rappresentare l’inizio di un’onda lunga virtuosa che permetta anche al nostro meridione di eliminare la gramigna e di invertire il trend, valorizzando le qualità positive della stragrande maggioranza degli abitanti di quelle regioni. L’esempio della Apple deve rappresentare, con l’aiuto dello Stato italiano che deve garantire sicurezza e legalità, l’inizio di un effetto emulativo positivo che riduca le aree infestate dal malaffare e riapra speranze per le nuove generazioni di quei territori.

La App economy: una grande opportunità di creazione di posti di lavoro. L’industria delle App fornisce in tutto il mondo esempi di forte impatto sul PIL nazionale e quindi sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Cook su questo aspetto è stato molto preciso e fermo: “Questo è ormai un importante segmento del mondo del lavoro – ha detto a Roma durante la presentazione del progetto Napoli – siamo all’inizio dell’era delle App: in pratica si verifica lo stesso fenomeno che c’è stato durante la Prima Rivoluzione Industriale. Guardate i numeri: in Europa 1,4  milioni di persone lavorano solo sulle nostre App e questo numero è una frazione di quello che vedremo nei prossimi anni. Avete mai pensato a quante cose si possono fare con una App? Non ci sono limiti praticamente”. Questa autorevole testimonianza del capo azienda della Apple ci consente di poter immaginare uno scenario industriale estremamente positivo per tutto il nostro Paese. Infatti intorno alla scuola di formazione di Napoli potrà iniziare  a sorgere un indotto di ricerca e sviluppo con, a cascata, la nascita di un vero e proprio distretto industriale specializzato nella ideazione, studio e realizzazione di quelle App che costituiranno il cuore dell’innovazione nel mondo del web. Avendo ormai abdicato ad essere un paese strategico nella produzione di hardware, possiamo riacquistare una posizione di grande autorevolezza competitiva internazionale nel settore dei software.

La necessità di un cambio culturale: per fare tutto ciò, secondo Cook, ma non solo secondo lui, è necessario che tutto il mondo e quindi anche l’Italia, si convinca della necessità di operare uno scarto culturale rispetto alle pregresse categorie concettuali con le quali abbiamo convissuto nell’ultimo secolo. L’innovazione tecnologica portata da internet ci costringe a  modificare il nostro pensiero, le nostre abitudini, il nostro metodo di lavoro: “E’ un immenso cambio culturale quello che abbiamo di fronte, ma voi italiani siete pronti per farlo. L’ho capito proprio alla Bocconi guardando le facce dei giovani in sala quando dissi “Alzatevi e cambiate il mondo, ora potete farlo!”. I cinque sviluppatori di App incontrati da Cook a Roma e cioè Stefano Porcu (DoveConviene); Alessandra Petazzi (Musement); Roberto Macina (Qurami); Filippo Veronese (Cuokky) e Francesco Marino (Ganizza) ne sono i testimoni viventi: “L’ho capito anche dall’entusiasmo e dalla passione – ha sottolineato Cook – dei cinque sviluppatori che oggi stanno vivendo il loro sogno: non c’è ragione perché quel numero non possa moltiplicarsi per 100 o per 1000”.

La responsabilità sociale: Cook ha voluto poi lasciare un messaggio relativo agli obiettivi che si pone la Apple nel suo progetto strategico di sviluppo: “Noi vogliamo essere una forza che contribuisce al bene del mondo, é questo il nostro vero obiettivo. Non ci misuriamo soltanto sui profitti e sui fatturati ma vogliamo cambiare il mondo in meglio”. Un’altra grande sfida dunque quella dell’etica nel mondo degli affari, un altro grande cantiere nel quale il nostro Paese deve entrare valorizzando la generosità istintiva degli italiani e coniugandola con un maggior senso dell’etica nella conduzione del business.

Questi i macro temi affrontati da Cook nel suo dialogo con la stampa italiana e con i vari stakeholder del territorio. Una serie di affermazioni sorprendentemente positive e beneauguranti sul futuro del nostro Paese. Certo, qualcuno potrà dire che Cook si è portato a casa comunque un accordo sulle tasse pregresse non pagate molto favorevole. Dunque cosa gli costava parlar bene dell’Italia dove per anni ha pagato poche imposte e oggi a saldo e stralcio ha chiuso una transazione molto vantaggiosa! Noi crediamo che questo sarebbe un approccio cinico e molto miope. Infatti la transazione appena conclusa dalla Apple con la nostra Agenzia delle Entrate sta costituendo un benchmark per gli altri paesi europei che si stanno confrontando con i big del mondo digitale per risolvere il tema della fiscalità pregressa non accertata od elusa. L’Inghilterra ha chiuso proprio in queste ore un accordo analogo a quello italiano a cifre inferiori rispetto a quelle ottenute dalla nostra Agenzia delle Entrate. Dunque, per una volta, pensiamo positivo, non facciamo della facile dietrologia e meditiamo invece sulla straordinaria opportunità che ci potrebbe derivare da una lucida metabolizzazione dei concetti espressi da Cook sulle potenzialità del nostro Paese.

P.S.: nell’ultimo Editoriale su R&P Mag avevamo approfondito le tematiche scaturenti dalla decisione della Corte di Giustizia Europea del 6.10.2015 che aveva dichiarato non valido e legittimo il Safe Harbor. Avevamo auspicato che alla luce di tale decisione della giustizia europea si arrivasse presto ad un nuovo accordo tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti per la regolamentazione dei dati personali degli europei da parte delle multinazionali americane. Serve un accordo ha gridato il nostro Garante della privacy Antonello Soro: il vecchio sistema non è più legale ma il nuovo non esiste. Ai primi di febbraio ci dovrebbe essere una importante riunione tra la task force europea e quella americana per addivenire ad una piattaforma condivisa delle nuove regole del gioco.  In caso contrario il far west continuerà a danno della privacy dei cittadini europei e a vantaggio dei big players americani. Stiamo a vedere!

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Sicurezza o privacy? Questo è il problema

Parigi ci ha lasciato sgomenti. Allibiti. Colpiti al cuore e nei sentimenti più fragili come la sicurezza, la paura, la speranza, il futuro. Ci ha sbattuto in faccia una tremenda realtà che riguarda il nostro oggi, il domani dei nostri figli, il futuro dei cittadini del mondo. Siamo quotidianamente esposti, anche in siti che reputavamo sicuri simboli dello svago, dell'intrattenimento, del relax fuori dal lavoro, al rischio di diventare vittime di attentati terroristici. Un incubo al quale dobbiamo e vogliamo reagire per difendere la nostra normalità, la nostra voglia di una vita, magari semplice, ma non condizionata da eventi al di sopra della nostra percezione e controllo, che possono drammaticamente cambiare il corso delle nostre felicità.

Torna violentemente alla ribalta un dilemma che già dopo l'11 settembre ha riempito le pagine dei giornali, le agende della politica, il dibattito tra i cittadini: tra sicurezza e privacy chi deve prevalere? Tra la difesa dei nostri diritti alla riservatezza delle nostre vite private e il nostro diritto ad essere protetti dalla Stato contro aggressioni terroristiche come si fa ad individuare un punto di equilibrio che non incida sulla limitazione, o peggio, riduzione di uno di questi due diritti fondamentali della nostra convivenza umana?

Sicuramente una delle armi più efficaci per combattere il terrorismo internazionale è costituito da una continua, metodica e professionale attività di Intelligence che monitori tutti quei soggetti potenzialmente a rischio di essere terroristi. In questa delicata operazione non c'è dubbio che si nasconda il rischio di violazioni alla nostra privacy: più l'intelligence è efficacie e più diventa invasiva nel controllo dei nostri movimenti, nell'ascolto delle nostre telefonate, nella profilazione dei nostri identikit. In un recente passato abbiamo purtroppo assistito a numerosi episodi (per tutti il caso Snowden) di governi che, dietro l'alibi della sicurezza e quindi della necessità del controllo analitico delle nostre vite, hanno iniziato vere e proprie operazioni, assolutamente illecite, di pianificazione, di analisi e registrazione di colloqui telefonici di molti individui, anche capi di stato, che non avevano nessuna relazione con il terrorismo ma che era utile ascoltare e conoscere. Quello scandalo che ha riaperto il dibattito sul dilemma "maggior sicurezza - minor riservatezza" non ha però risolto il problema di fondo. Ne ha solo evidenziato le derive e le strumentalizzazioni possibili: se, con la scusa dell'ordine pubblico, le autorità preposte possono ingerirsi nella nostra vita privata senza limiti, come possiamo noi cittadini tutelare il sacrosanto e fondamentale diritto alla nostra libertà, alla nostra riservatezza, alla protezione della nostra dignità e reputazione?

Parigi ha drammaticamente ributtato sui tavoli istituzionali questa "patata bollente" tra l'altro sempre più potenzialmente invasiva e devastante con il progressivo e inarrestabile sviluppo delle tecnologie digitali. I nostri I-Phone sono dei registratori permanenti delle nostre telefonate, dei nostri pagamenti, di tutte le informazioni che ci scambiamo quotidianamente per lavoro o diletto.

Uno strumento fantastico per la prevenzione corretta degli Intelligence, una arma straordinaria per chi voglia controllare illegalmente le nostre vite.

Questa delicatissima questione torna alla ribalta proprio quando la Corte di Giustizia Europea, lo scorso Ottobre, ha statuito, con una decisione che segnerà la storia dell'industria digitale, che le società americane che hanno acquisito i dati degli European Internet Users nei loro server non possono più utilizzarli. L'accordo commerciale UE-USA, hanno detto i giudici europei, non tutela la privacy delle informazioni detenute dalle società private americane rispetto alle ingerenze delle agenzie americane delegate alla protezione della sicurezza nazionale. Per la legge americana infatti le società private, in caso di richiesta di una agenzia federale, non possono rifiutare l'accesso ai Big Data della propria clientela. Proprio il citato caso Snowden ha scatenato il caso risolto dalla Corte di Giustizia con una decisione che blocca formalmente la possibilità per le società americane private di usare i dati di noi clienti europei utilizzatori di piattaforme digitali americane. Per la Corte "una normativa che permetta alle autorità pubbliche di accedere in maniera generalizzata al contenuto di comunicazioni elettroniche deve essere considerata lesiva del contenuto essenziale del diritto fondamentale al rispetto della vita privata".

Una tegola in testa per tutto il mondo della e-economy statunitense che si vede dichiarare illegittimo il Safe Harbour, nato proprio per permettere lo scambio di dati personali.

Il caso concreto deciso dalla Corte di Giustizia è interessante : uno studente austriaco, Max Schrems, aveva contestato alla filiale europea di Facebook in Irlanda che i suoi dati personali erano stati trasferiti su un server americano, che, proprio alla luce delle rivelazioni di Snowden, non era sicuro per la tutela della sua privacy. In primo grado il tribunale irlandese aveva respinto il ricorso del giovane austriaco sostenendo che Facebook aveva ottemperato proprio al Safe Harbour, contenuto nell'accordo multilaterale tra Unione Europea e Stati Uniti. L'Alta Corte irlandese, ricevuto l'atto di appello del cittadino austriaco, investiva della problematica la Corte di Giustizia che ha appunti emanato la clamorosa decisione citata.

Quindi? Si chiederà giustamente qualche lettore: quindi sorge la necessità di immaginare una nuova regolamentazione internazionale che, pur permettendo il trasferimento dei dati dei singoli cittadini ne tuteli in qualche modo la riservatezza contro le aggressioni delle agenzie federali o dei governi medesimi.

Ma tutto ciò è cascato proprio nel bel mezzo dell'insorgere dei fatti di Parigi con l'ordine pubblico e la prevenzione degli atti di terrorismo internazionale che sono tornati ad essere prepotentemente una priorità per tutti gli stati.

Persa ogni speranza? No di certo.

Ancora una volta, l'industria dei content del web ha anticipato i tempi lavorando a delle soluzioni che possano, in qualche modo, salvaguardare il suo business ed essere compliant con gli ordinamenti statali.

Il primo esempio di tale nuova e necessaria strategia commerciale e giuridica ci arriva da Microsoft, uno dei colossi del settore, uno dei primi, sotto la gestione del nuovo capo azienda Satya Nadella, ad offrire una soluzione convincente che possa superare il diniego della Corte di Giustizia. Teniamo conto che Microsoft è il numero uno del mondo in termini di ricavi prodotti dalla vendita dei servizi di cloud computing, davanti a Amazon e Salesforce ed è quindi interessatissima a trovare soluzioni che le possano salvare le sue quote di mercato e i suoi clienti europei.

Vediamone il contenuto: le società americane che dal prossimo anno intendano offrire servizi della e- economy alla clientela europea, dovranno utilizzare due data centers, collocati in Germania, gestiti, come un Trustee, da Deutsche Telecom, la compagnia tedesca di telecomunicazioni.

Microsoft non ha accesso a tali dati che sono blindati tecnologicamente e gestiti esclusivamente dal Trustee, come abbiamo detto rappresentato da una società di telecomunicazioni tedesca, assoggettata alla normativa tedesca ed europea in materia di privacy.

Soltanto con il consenso manifesto del cliente europeo Microsoft potrà usare e trasferire i suoi dati, altrimenti non avrà alcun sistema di accesso agli stessi.

"Se vogliamo mantenere la leadership del settore - ha detto in questi giorni Nadella - dobbiamo essere credibili e affidabili. Per questo motivo abbiamo affinato questa nuova procedura che rispetta la decisione della Corte di Giustizia e protegge la riservatezza dei nostri clienti europei".

Quello che Microsoft ha denominato il "Data Trustee Program" costituisce oggi la miglior risposta ai vincoli formulati dal tribunale europeo, ottenendo tra l'altro un giudizio positivo proprio da Max Schrems, lo studente austriaco che aveva iniziato il contenzioso contro la filiale di Facebook irlandese.

La soluzione adottata da Microsoft, da un lato, evidenzia una debolezza del sistema, confermando la necessita di un garante esterno, il trustee Deutsche Telecom appunto, per garantire la riservatezza dei dati dei clienti europei. Dall'altro, una forza: la reale volontà... speriamo!!!!....di voler rispettare in pieno il disposto della sentenza della Corte. Anche a rischio, come sta succedendo proprio in questi giorni, di tirarsi addosso un contenzioso in America da parte del Dipartimento di Giustizia che chiede l'accesso, per motivi di sicurezza nazionale, al magazzino dati Microsoft in Irlanda. Richiesta a cui Microsoft si oppone giudiziariamente. D’altronde questo è il pregio/difetto di tutte le multinazionali, obbligate a confrontarsi su diversi mercati con legislazioni diverse proprio in materia di Privacy.

Siamo dunque tornati drammaticamente in mezzo al dubbio di sempre: se valga o meno la pena sacrificare pezzi della nostra vita privata all'insegna di una presunta maggior sicurezza tutta da verificare.

Noi di RepMag saremo vigili a monitorare i prossimi passi di questa grande e importante sfida in corso.

Riccardo Rossotto

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Internet, una rivoluzione da non sprecare!

Alcuni quotidiani hanno titolato in modo forte: "Internet, una falsa rivoluzione!". I temi lanciati da Andrew Keen sono spinosi, choccanti, troppo seri per essere archiviati come una delle tante voci fuori dal coro degli osanna alla rivoluzione del web. L'autore inglese ma residente in California, presentando in Italia, a Torino e Milano, il suo ultimo libro dal titolo chiarissimo "The Internet is not the answer", ha voluto essere provocatoriamente politicaly uncorrect. Basta con i tecnoentusiasti acritici, Internet si sta rivelando - secondo Keen - un boomerang: tante promesse, tante speranze ed invece... meno uguaglianza, poca libertà di espressione, partecipazione non democratica.
Il mondo del web sta andando verso uno scenario concorrenziale molto limitato, con un oligopolio di pochi proprietari dei contenuti che detengono il potere di tanti. In più nascondendosi dietro pronunciamenti ipocriti e falsi del tipo "Internet, la grande occasione per dare voci a chi non ne ha mai avuto una" quando la realtà è ben diversa e tenuta ben nascosta. Dietro la pseudo filantropia ci sta una forma di capitalismo selvaggio e assolutamente speculativo che se ne fotte dei diritti della gente o dei Paesi a libertà limitata ma è concentrato a consolidare il suo potere, acquisendo più o meno illecitamente i nostri dati con una permanente violazione della nostra privacy. E' in atto - sempre secondo Keen - una lucida e cinica politica e strategia commerciale mirata a concentrare nelle mani di pochi (i soliti Google, Facebook, Amazon) una ricchezza enorme forse mai vista nella storia economica degli ultimi secoli: "Aziende come Google e Facebook - scrive e racconta Keen - vendono la nostra privacy al miglior offerente con la pubblicità che ci segue ovunque, profilata esattamente sui nostri gusti. Ogni volta che scriviamo, che facciamo una ricerca o postiamo qualcosa, senza accorgercene lavoriamo per loro gratuitamente offrendolo dati sempre più precisi per aiutarli a farci diventare un target perfetto, puro, costruito ogni giorno sulle nostre manifestazioni di pensiero o di gusto di acquisto".
Già Federico Rampini ci aveva messo sul chi va là! Nel suo recentissimo "Rete Padrona" ha raccontato, da giornalista residente a San Francisco e attento, anche per passione personale, a cosa ci stia accadendo intorno, l'evoluzione dei giganti della Rete, paragonandoli ai peggiori capitalisti della rivoluzione industriale ottocentesca". Il volto oscuro della rivoluzione digitale - scrive il corrispondente negli Stati Uniti di Repubblica - si traduce, nella realtà, in un puro istinto monopolistico, in una concentrazione di ricchezza mai vista, nella permanente e indisturbata intrusione nei diritti degli individui: come è lontano il giardino dell'Eden che ci era stato promesso nei vangeli apocrifi della mia California. "Si sta consolidando, sempre secondo Rampini, ma Keen è sulla stessa lunghezza d'onda, la filosofia per cui il modello di sviluppo di questa nuova e sconosciuta forma di capitalismo selvaggio si debba basare sul concetto del "winner takes all": il vincitore prende tutto. In economia questo principio, valido nello sport o nell'assegnazione di premi, è molto pericoloso: concentra una spaventosa ricchezza e uno straordinario potere nelle mani di uno solo o, comunque, di pochi. La minoranza dei pochi vincitori si accaparra tutto, il miglioramento della produttività, i frutti della crescita, del progresso tecnologico.
Sulle colonne di RepMag, in questi anni, abbiamo sempre voluto evidenziare le opportunità straordinarie della Rete, denunciando però tutti i rischi connessi ad un suo utilizzo senza regole, senza una educazione digitale specifica, soprattutto per i nostri ragazzi. E' amaro constatare come certi nostri editoriali mirati ad allertare gli internauti sui pericoli di un utilizzo passivo e sconsiderato della Rete, oggi siano diventati l'oggetto di ricerche e indagini che dimostrano come la solitudine e la viralità non virtuosa della connessione generalizzata sono le piaghe delle giovani generazioni. Bisogna ricominciare dalla scuola, dall'introduzione nei programmi di corsi di educazione digitale. Contemporaneamente bisogna occuparsi della stesura di regole del gioco condivise che responsabilizzino gli editori e i service provider a gestire in un certo modo, lecito e rispettoso dei diritti dei singoli internauti, i miliardi di dati trasmessi che ogni secondo della nostra vita quotidiana alimentano la Rete.
Il Brasile con la legge denominata Marco Civil nel 2014 ha fatto da battistrada: ha definito il perimetro delle regole, con procedure e sanzioni per i gaglioffi. L'onda lunga sta arrivando anche in Europa dove i parlamenti sono chiamati a legiferare su questo tema decisivo per la nostra convivenza futura. In Germania è stata istituita una commissione parlamentare di studio, in Inghilterra la Camera dei Comuni ha all'ordine del giorno una normativa su queste tematiche.
In Italia, come noto, la Presidente della Camera Boldrini ha battezzato una commissione di esperti che possa scrivere una specie di Costituzione di Internet, denominandola Dichiarazione dei diritti di Internet. A fine marzo si è conclusa la consultazione pubblica e , entro il prossimo giugno, dovremmo avere una prima versione del testo finale della Dichiarazione. Le prime bozze che sono circolate disciplinano la materia attraverso 14 articoli che riteniamo sia utile esaminare uno per uno, con qualche breve commento.

Preambolo: Internet è strumento essenziale per democrazia.
Un principio forte che vuole riaffermare l'importanza del mondo digitale nello sviluppo dei Paesi a democrazia effettiva.

1. Riconoscimento e garanzia del diritto: tutti i diritti fondamentali devono valere anche in Rete.
Si vuole richiamare il principio che tutta la normativa of-line vale anche per l'on-line.

2. Diritto di accesso a Internet: ogni persona ha eguale diritto di accedere alla Rete.
L'estrinsecazione di tale principio condiviso all'unanimità dipenderà anche da fattori tecnologici... banalmente l'esistenza di una copertura WiFi su tutto il territorio nazionale.

3. Neutralità della Rete: chi gestisce le reti non può favorire o sfavorire determinati flussi di dati, applicazioni, dispositivi etc.
Principio tutto da verificare nella realtà proprio per il pericolo costituito dal consolidarsi di oligopoli di pochi che gestiscono sia le reti sia i contenuti.

4. Tutela dei dati personali: ogni persona ha diritto alla protezione dei dati che la riguardano ,per garantire il rispetto della sua dignità, identità e riservatezza.
La realtà che abbiamo di fronte agli occhi ci dimostra che questo sacrosanto principio non é rispettato tra l'altro, spesso, con la complicità bovina di noi utenti. Il tema meriterebbe approfondimenti ulteriori anche a livello di soluzioni tecnologiche che possano davvero proteggere la privacy di chi la voglia proteggere sul serio!

5. Diritto alla autodeterminazione informativa: ogni persona ha il diritto di conoscere e controllare i dati che la riguardano.
Anche questo condivisibile principio è violato quotidianamente nella Rete.

6. Inviolabilità dei sistemi e domicili informatici: i dati delle persone, ovunque si trovino, sono accessibili o intercettabili solo con l'autorizzazione del giudice.
Idem come sopra. La sensazione è che stiamo provando a chiudere il recinto quando tutti i buoi sono già scappati o sono stati rubati.

7. Trattamenti automatizzati: nessuna decisione che tocca la vita delle persone può essere basata unicamente su algoritmi.
Verrebbe da dire... ci mancherebbe! Principio condivisibile il cui enforcement è tutto da verificare.

8. Diritto all'identità: ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in Rete.
Bisognerebbe capire meglio le procedure per pretendere gli aggiornamenti soprattutto dopo vicende giudiziali con eco mediatico.

9. Anonimato: ogni persona può liberamente comunicare in forma anonima per esercitare libertà civili e politiche.
Condivisibile.

10. Diritto all'oblio: ogni persona ha diritto che vengano rimosse informazioni non più rilevanti che la riguardano.
Il tema è molto discusso tra i giuristi soprattutto sulla soglia soggettiva e oggettiva del concetto di "non più rilevante".... Rilevante per chi? Diritto di cronaca e di informazione e diritto ad essere dimenticati: dove sta il giusto equilibrio?

11. Diritti e garanzie delle persone sulle piattaforme: chiarezza, correttezza, inter - operabilità delle piattaforme digitali.
Principio tutto da verificare in sede di controllo e gestione delle pratiche illecite.

12. Sicurezza in Rete: la sicurezza in Rete è un interesse sia pubblico sia dei singoli.
Questo è un tema prioritario assolutamente sottostimato. Come abbiamo già raccontato su RepMag gli attacchi degli hacker aumentano in maniera esponenziale di anno in anno, costituendo una vera minaccia per gli Stati e per i cittadini. Ci vorrebbe più attenzione e più divulgazione di questo pericolo.

13. Diritto alla educazione: ogni persona ha diritto di acquisire le capacità necessarie per usare la Rete in modo consapevole e attivo.
Pieno accordo. Bisogna partire di qui per formare le persone a non diventare strumenti della Rete, soggetti passivi di un bombardamento mediatico micidiale ma a crescere come protagonisti attivi del sistema, filtrando le notizie, scartando quelle illecite o invasive, gestendo con consapevolezza i propri dati e la propria privacy. Bisogna partire dalle scuole elementari per una nuova e grande rivoluzione dei metodi di insegnamento per e sulla Rete.

14. Criteri per il governo della Rete: la Rete è un bene comune da governare in maniera inclusiva, valutando preventivamente l'impatto delle decisioni.
Ci saremmo aspettati qualche articolo di più sulla governance della Rete. Sul punto sarà necessario uscire dalla genericità e porsi in concreto i problemi dell'assetto istituzionale della Rete, dei suoi organi di controllo, perché no autodisciplinari, delle sanzioni per i gaglioffi.

Dalla Dichiarazione del diritti bisognerà passare presto e bene alla fase legislativa non pensando di dotarsi di regole del gioco soltanto nazionali senza uno stretto legame quindi con le legislazioni degli altri paesi. Il web non ha confini e deve quindi essere disciplinato e controllato da sistemi sovranazionali aventi enforcement in tutte le giurisdizioni.
In caso contrario ci saranno sempre zone franche a tutela della malavita organizzata. "Internet could be the answer but in a new era of rules" potrebbe essere la risposta alla stimolante riflessione di Andrew Keen. Il quesito rimane però un altro: ma gli Stati e gli operatori della Rete vogliono davvero costruire un modello sovranazionale di autodisciplina mirato al monitoraggio degli abusi e alla loro repressione? Personalmente qualche dubbio lo nutriamo.

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Pubblicità e Rete: una sfida tutta da giocare!

 

La pubblicità su Internet "paga"? Il grafico che mostra l'aumento dei volumi del commercio elettronico negli ultimi anni dimostrerebbe di sì. Il trend è in costante ascesa ed il suo sviluppo prospettico è dato per certo dagli esperti. Ma la pubblicità on-line, così come viene realizzata e diffusa oggi, è davvero la "madre" di tale successo del commercio elettronico? Non è forse la pubblicità tradizionale (dove i big dell' e-commerce si confrontano ogni giorno a colpi di spot milionari)), la vera origine della clamorosa entrata nel commercio internazionale di questo modello rivoluzionario che è il commercio online? Su questo tema si stanno confrontando, in tutto il mondo, due indirizzi di pensiero, entrambi dotati, a nostro avviso, di un pezzo di verità. Sono due diversi modi di leggere il fenomeno della pubblicità in rete, per certi versi opposti: chi resta critico viene considerato vecchio, ancorato a modalità comunicazionali obsolete e ormai inefficaci. Chi è diventato un supporter della pubblicità on-line viene considerato un modaiolo acritico, entusiasta del fenomeno ma privo di  basi scientifiche e conoscenze di marketing. Alcuni, affascinati dall’opportunità offerta dal commercio elettronico, anche in termini di riduzione dei costi di produzione e aumento di efficienza, si lanciano in pianificazioni tradizionali con strumenti pubblicitari più tipici del mondo off-line che non di quello di internet. Ci sono poi altri che, avendo ancora molti dubbi sull'efficacia dell'advertising nella rete, stanno alla finestra, fanno qualche sondaggio a campione, studiano il web, il suo contenuto e soprattutto il suo pubblico.

Una recentissima (ottobre 2014) indagine di mercato condotta da PricewaterhouseCoopers e promossa dall’ Interactive Advertising Bureaux (IAB), ci aiuta ad entrare meglio nei meandri di questa attualissima e spinosa tematica. Il documento denominato "Revenue Report: i risultati dei primi sei mesi del 2014" illustra con tabelle e grafici le dimensioni raggiunte dall'investimento pubblicitario nella Rete negli Stati Uniti ed i suoi enormi incrementi, nonostante il momento di crisi economica. I RISULTATI DELLA RICERCA: il totale degli investimenti in pubblicità su internet nei primi sei mesi del 2014 è stato pari a 23.1 miliardi di dollari, con un primo trimestre di circa 11.4 miliardi e un secondo di 11.7 miliardi. Rispetto ai primi sei mesi del 2013, l' incremento è stato del 15.1%: 23.1 miliardi contro i 20.1 miliardi del 2013. Un dato della ricerca fa ulteriormente riflettere: l'investimento pubblicitario sul mobile (smartphone e affini) registra quasi un raddoppio rispetto al 2013: 5.3 miliardi durante i primi sei mesi del 2014 contro i 3 miliardi del 2013.

Tenendo conto che i flussi e la diversificazione delle pianificazioni pubblicitarie che avvengono in America, in Europa e nel nostro paese seguono a ruota, non dovremmo stupirci troppo se, in un prossimo futuro, anche in Italia, la pubblicità online acquisirà un ruolo sempre più centrale nella pianificazione degli investitori. "Il report conferma - ha commentato Randal Rothemberg, presidente dello IAB - il fatto che molti brand famosi sono sempre più interessati alla pubblicità interattiva e che il mobile è sempre più visto come una parte cruciale del marketing mix. E' tradizione che il secondo semestre dell'anno in America registri un ulteriore aumento degli investimenti pubblicitari e questo farà sì che assisteremo ad un ulteriore, più pesante, investimento globale nella pubblicità su internet. " Il partner di PWC che si è occupato della realizzazione della ricerca, David Silverman, ha detto: " Il mobile ha continuato a parlare ai consumatori in modo tale da aumentare la fiducia e la facilità di relazione tra i possessori di smartphone e di tablet sia quando si è in ufficio sia quando si è a casa sia quando si è in giro. E' importante rilevare che nell'ambito del mobile sono aumentate e aumenteranno sempre di più le audience sui video digitali, che, bisogna prenderne atto, diventeranno sempre più uno strumento di diffusione della pubblicità su internet."

Tutto bene dunque? I prudenti e i dubbiosi stanno per subire l'ennesima sconfitta? Noi pensiamo di no o almeno registriamo che la tematica sia perlomeno ancora aperta. LE ZONE "GRIGIE": a fronte dei risultati emersi dalla ricerca citata, esistono infatti altri riscontri di segno opposto o perlomeno incerto. Ad esempio, emerge da un recente studio italiano che ogni internauta, durante la sua navigazione, si ferma mediamente su una pagina (e quindi sull'eventuale annuncio pubblicitario) non più di 3/4 secondi, con una media generale di 3 secondi. Un tempo che rende ragionevolmente impossibile qualsiasi lettura. Un altro elemento "grigio" tutto da approfondire è quello relativo all’entità reale del numero dei follower di ciascun sito. Una delle chiavi fondamentali nella selezione dei mezzi sui quali pianificare la propria campagna pubblicitaria risiede proprio nel tipo di target presunto e nella quantità dei contatti che il sito prescelto ha avuto o, meglio, dichiara di aver avuto negli ultimi tempi. Come ormai acclarato, esistono nella rete migliaia di follower finti, fakes, costruiti con tecnologie sempre più sofisticate e mirate a far apparire il finto follower computerizzato come un vero follower umano. Fino a quando non si farà chiarezza sul punto e fino a quando, quindi, il mercato pubblicitario della Rete non potrà contare su ricerche attendibili, relative alla reale qualità/quantità dei contatti dei singoli siti, tutti i prezzi degli spazi e dei conseguenti investimenti pubblicitari saranno contaminati dal dubbio sulla loro correttezza ed efficacia economica e commerciale. LA NECESSITA' DI UN NUOVO APPROCIO: l'esperienza maturata in questi primi anni di diffusione della pubblicità nella Rete ci ha indicato alcune linee guida che dimostrano la necessità di un nuovo approccio, anche culturale, alla pianificazione e acquisto degli spazi pubblicitari. Mentre nel mondo off-line, soprattutto in Italia, il pianificatore ha sempre avuto di fronte a se’ un mezzo molto conosciuto e molto ben sfruttato dal punto di vista commerciale come la televisione, oggi la platea dei vari mezzi a disposizione è profondamente diversa, così come è mutato anche il pubblico di riferimento. Non ci troviamo più di fronte a degli umani, più o meno raccolti in gruppi familiari o amicali, che si ritrovano tutti insieme seduti davanti a un elettrodomestico che produce suoni, immagini, narrazioni e suggestioni pubblicitarie, un pubblico dal ruolo passivo che al massimo poteva fare zapping durante la pubblicità o andare in bagno. Il comportamento degli internauti è molto diverso ed è caratterizzato da un atteggiamento proattivo verso internet: l’utente di oggi vuole partecipare, vuole dire la sua e vuole interagire con gli altri suoi consimili. Dedica poco tempo alla lettura ma molto alla sua interattività nella rete. Dunque, gli strumenti tradizionali della comunicazione, seppur declinati tecnologicamente in maniera diversa, i cosiddetti banner o cookies, non sono risolutivi nel attrarre l'interesse di questo nuovo e sconosciuto visitatore del loro sito. Si limitano, come nella tradizionale diffusione off-line, ad annunciare delle headline o dei claim sperando di suggestionare il destinatario e portarlo alle decisioni di acquisto auspicate. Sottostimando, tra l'altro, la nausea da bombardamento che affligge la gran parte degli utenti. In realtà, quel destinatario del messaggio pubblicitario vuole coinvolgimento, partecipazione, interazione. Vuole esprimere la propria opinione su quel certo prodotto o servizio e quindi potrà essere catturato soltanto attraverso strumenti comunicazionali che lo facciano diventare soggetto del commercial e non solo oggetto della promozione. Qui risiede, secondo noi, il vero punto dell'innovazione pubblicitaria sul quale avverrà lo scontro tra, una parte, la vecchia cultura della pubblicità in televisione, radio o giornali legata a messaggi unidirezionali dall'inserzionista al consumatore e, dall'altra parte, quella innovativa, che ha capito davvero la potenzialità rivoluzionaria della rete: la creazione di una permanente interattività tra l'inserzionista e il consumatore, entrambi attori di una nuova narrazione bipolare sui prodotti e servizi da comunicare, commentare e vendere/ comprare.

IL NUOVO RUOLO DELLE AGENZIE: in questo nuovo scenario, l'agenzia di pubblicità ha una grande opportunità di riposizionamento del suo ruolo. Sarà infatti fondamentale per l'inserzionista poter contare sulla consulenza di una struttura che conosce la Rete, i suoi flussi informativi, i suoi segreti, il suo target più o meno profilato. Un partner, insomma, che sappia ottimizzare il suo investimento pubblicitario non tanto e non solo pianificando, come nell'era off-line, il miglior marketing mix tra i mezzi tradizionali a disposizione, ma dando vita a nuove forme creative di coinvolgimento dei consumatori o meglio dei nuovi internauti consumatori. D’altronde si stanno già vedendo le prime avvisaglie di questo nuovo modo di far comunicazione: è recente il lancio da parte di una famosa industria automotive europea di un concorso a premi per la miglior idea filmica per festeggiare i suoi trent'anni di attività'. I candidati dovevano presentare delle idee per la realizzazione di un video sul "come" avrebbero voluto festeggiare questo avvenimento. C’erano un po' di indicazioni ma i partecipanti avevano carta bianca per proporre idee e soluzioni. Ebbene, ha vinto  il candidato regista, dilettante, che si era inventato l'idea di un astronauta con il suo scafandro che si aggirava per le spiagge assolate di Miami Beach cercando invano la sua astronave! Era un continuo dialogo con la gente del posto incuriosita ma affascinata dal personaggio travestito da giovane astronauta. Questo era il suo sogno per celebrare la sua festa della terza decade. Un esempio dunque di interattività: l'inserzionista lancia il concorso per coinvolgere il pubblico della rete, molto sensibile a queste sfide digitali; i partecipanti entrano in scena da attori, non da soggetti passivi e vinca il miglior a cui andrà la possibilità di coronare il suo sogno. La pubblicità ha avuto un grande successo nella rete. Il filmato ha avuto una diffusione virale con un ritorno di immagine straordinario rispetto all'investimento non tradizionale del produttore di automobili. Il Pensiero strategico, dunque, torna al centro della pianificazione pubblicitaria: i creativi, quelli in possesso dell’idea giusta al momento giusto, magari non sempre dei professionisti maturi ma dei semplici neofiti di talento, si reimpossessano del ruolo di driver della comunicazione. Un'occasione da non perdere....non solo per i pubblicitari ma per tutti i protagonisti della pubblicità.

Riccardo Rossotto

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Pubblicità e Rete: una sfida da giocare!

 

La pubblicità su Internet "paga"? Il grafico che mostra l'aumento dei volumi del commercio elettronico negli ultimi anni dimostrerebbe di sì. Il trend è in costante ascesa ed il suo sviluppo prospettico è dato per certo dagli esperti. Ma la pubblicità on-line, così come viene realizzata e diffusa oggi, è davvero la "madre" di tale successo del commercio elettronico? Non è forse la pubblicità tradizionale (dove i big dell' e-commerce si confrontano ogni giorno a colpi di spot milionari)), la vera origine della clamorosa entrata nel commercio internazionale di questo modello rivoluzionario che è il commercio online? Su questo tema si stanno confrontando, in tutto il mondo, due indirizzi di pensiero, entrambi dotati, a nostro avviso, di un pezzo di verità. Sono due diversi modi di leggere il fenomeno della pubblicità in rete, per certi versi opposti: chi resta critico viene considerato vecchio, ancorato a modalità comunicazionali obsolete e ormai inefficaci. Chi è diventato un supporter della pubblicità on-line viene considerato un modaiolo acritico, entusiasta del fenomeno ma privo di  basi scientifiche e conoscenze di marketing. Alcuni, affascinati dall’opportunità offerta dal commercio elettronico, anche in termini di riduzione dei costi di produzione e aumento di efficienza, si lanciano in pianificazioni tradizionali con strumenti pubblicitari più tipici del mondo off-line che non di quello di internet. Ci sono poi altri che, avendo ancora molti dubbi sull'efficacia dell'advertising nella rete, stanno alla finestra, fanno qualche sondaggio a campione, studiano il web, il suo contenuto e soprattutto il suo pubblico.

Una recentissima (ottobre 2014) indagine di mercato condotta da PricewaterhouseCoopers e promossa dall’ Interactive Advertising Bureaux (IAB), ci aiuta ad entrare meglio nei meandri di questa attualissima e spinosa tematica. Il documento denominato "Revenue Report: i risultati dei primi sei mesi del 2014" illustra con tabelle e grafici le dimensioni raggiunte dall'investimento pubblicitario nella Rete negli Stati Uniti ed i suoi enormi incrementi, nonostante il momento di crisi economica. I RISULTATI DELLA RICERCA: il totale degli investimenti in pubblicità su internet nei primi sei mesi del 2014 è stato pari a 23.1 miliardi di dollari, con un primo trimestre di circa 11.4 miliardi e un secondo di 11.7 miliardi. Rispetto ai primi sei mesi del 2013, l' incremento è stato del 15.1%: 23.1 miliardi contro i 20.1 miliardi del 2013. Un dato della ricerca fa ulteriormente riflettere: l'investimento pubblicitario sul mobile (smartphone e affini) registra quasi un raddoppio rispetto al 2013: 5.3 miliardi durante i primi sei mesi del 2014 contro i 3 miliardi del 2013.

Tenendo conto che i flussi e la diversificazione delle pianificazioni pubblicitarie che avvengono in America, in Europa e nel nostro paese seguono a ruota, non dovremmo stupirci troppo se, in un prossimo futuro, anche in Italia, la pubblicità online acquisirà un ruolo sempre più centrale nella pianificazione degli investitori. "Il report conferma - ha commentato Randal Rothemberg, presidente dello IAB - il fatto che molti brand famosi sono sempre più interessati alla pubblicità interattiva e che il mobile è sempre più visto come una parte cruciale del marketing mix. E' tradizione che il secondo semestre dell'anno in America registri un ulteriore aumento degli investimenti pubblicitari e questo farà sì che assisteremo ad un ulteriore, più pesante, investimento globale nella pubblicità su internet. " Il partner di PWC che si è occupato della realizzazione della ricerca, David Silverman, ha detto: " Il mobile ha continuato a parlare ai consumatori in modo tale da aumentare la fiducia e la facilità di relazione tra i possessori di smartphone e di tablet sia quando si è in ufficio sia quando si è a casa sia quando si è in giro. E' importante rilevare che nell'ambito del mobile sono aumentate e aumenteranno sempre di più le audience sui video digitali, che, bisogna prenderne atto, diventeranno sempre più uno strumento di diffusione della pubblicità su internet."

Tutto bene dunque? I prudenti e i dubbiosi stanno per subire l'ennesima sconfitta? Noi pensiamo di no o almeno registriamo che la tematica sia perlomeno ancora aperta. LE ZONE "GRIGIE": a fronte dei risultati emersi dalla ricerca citata, esistono infatti altri riscontri di segno opposto o perlomeno incerto. Ad esempio, emerge da un recente studio italiano che ogni internauta, durante la sua navigazione, si ferma mediamente su una pagina (e quindi sull'eventuale annuncio pubblicitario) non più di 3/4 secondi, con una media generale di 3 secondi. Un tempo che rende ragionevolmente impossibile qualsiasi lettura. Un altro elemento "grigio" tutto da approfondire è quello relativo all’entità reale del numero dei follower di ciascun sito. Una delle chiavi fondamentali nella selezione dei mezzi sui quali pianificare la propria campagna pubblicitaria risiede proprio nel tipo di target presunto e nella quantità dei contatti che il sito prescelto ha avuto o, meglio, dichiara di aver avuto negli ultimi tempi. Come ormai acclarato, esistono nella rete migliaia di follower finti, fakes, costruiti con tecnologie sempre più sofisticate e mirate a far apparire il finto follower computerizzato come un vero follower umano. Fino a quando non si farà chiarezza sul punto e fino a quando, quindi, il mercato pubblicitario della Rete non potrà contare su ricerche attendibili, relative alla reale qualità/quantità dei contatti dei singoli siti, tutti i prezzi degli spazi e dei conseguenti investimenti pubblicitari saranno contaminati dal dubbio sulla loro correttezza ed efficacia economica e commerciale. LA NECESSITA' DI UN NUOVO APPROCIO: l'esperienza maturata in questi primi anni di diffusione della pubblicità nella Rete ci ha indicato alcune linee guida che dimostrano la necessità di un nuovo approccio, anche culturale, alla pianificazione e acquisto degli spazi pubblicitari. Mentre nel mondo off-line, soprattutto in Italia, il pianificatore ha sempre avuto di fronte a se’ un mezzo molto conosciuto e molto ben sfruttato dal punto di vista commerciale come la televisione, oggi la platea dei vari mezzi a disposizione è profondamente diversa, così come è mutato anche il pubblico di riferimento. Non ci troviamo più di fronte a degli umani, più o meno raccolti in gruppi familiari o amicali, che si ritrovano tutti insieme seduti davanti a un elettrodomestico che produce suoni, immagini, narrazioni e suggestioni pubblicitarie, un pubblico dal ruolo passivo che al massimo poteva fare zapping durante la pubblicità o andare in bagno. Il comportamento degli internauti è molto diverso ed è caratterizzato da un atteggiamento proattivo verso internet: l’utente di oggi vuole partecipare, vuole dire la sua e vuole interagire con gli altri suoi consimili. Dedica poco tempo alla lettura ma molto alla sua interattività nella rete. Dunque, gli strumenti tradizionali della comunicazione, seppur declinati tecnologicamente in maniera diversa, i cosiddetti banner o cookies, non sono risolutivi nel attrarre l'interesse di questo nuovo e sconosciuto visitatore del loro sito. Si limitano, come nella tradizionale diffusione off-line, ad annunciare delle headline o dei claim sperando di suggestionare il destinatario e portarlo alle decisioni di acquisto auspicate. Sottostimando, tra l'altro, la nausea da bombardamento che affligge la gran parte degli utenti. In realtà, quel destinatario del messaggio pubblicitario vuole coinvolgimento, partecipazione, interazione. Vuole esprimere la propria opinione su quel certo prodotto o servizio e quindi potrà essere catturato soltanto attraverso strumenti comunicazionali che lo facciano diventare soggetto del commercial e non solo oggetto della promozione. Qui risiede, secondo noi, il vero punto dell'innovazione pubblicitaria sul quale avverrà lo scontro tra, una parte, la vecchia cultura della pubblicità in televisione, radio o giornali legata a messaggi unidirezionali dall'inserzionista al consumatore e, dall'altra parte, quella innovativa, che ha capito davvero la potenzialità rivoluzionaria della rete: la creazione di una permanente interattività tra l'inserzionista e il consumatore, entrambi attori di una nuova narrazione bipolare sui prodotti e servizi da comunicare, commentare e vendere/ comprare.

IL NUOVO RUOLO DELLE AGENZIE: in questo nuovo scenario, l'agenzia di pubblicità ha una grande opportunità di riposizionamento del suo ruolo. Sarà infatti fondamentale per l'inserzionista poter contare sulla consulenza di una struttura che conosce la Rete, i suoi flussi informativi, i suoi segreti, il suo target più o meno profilato. Un partner, insomma, che sappia ottimizzare il suo investimento pubblicitario non tanto e non solo pianificando, come nell'era off-line, il miglior marketing mix tra i mezzi tradizionali a disposizione, ma dando vita a nuove forme creative di coinvolgimento dei consumatori o meglio dei nuovi internauti consumatori. D’altronde si stanno già vedendo le prime avvisaglie di questo nuovo modo di far comunicazione: è recente il lancio da parte di una famosa industria automotive europea di un concorso a premi per la miglior idea filmica per festeggiare i suoi trent'anni di attività'. I candidati dovevano presentare delle idee per la realizzazione di un video sul "come" avrebbero voluto festeggiare questo avvenimento. C’erano un po' di indicazioni ma i partecipanti avevano carta bianca per proporre idee e soluzioni. Ebbene, ha vinto  il candidato regista, dilettante, che si era inventato l'idea di un astronauta con il suo scafandro che si aggirava per le spiagge assolate di Miami Beach cercando invano la sua astronave! Era un continuo dialogo con la gente del posto incuriosita ma affascinata dal personaggio travestito da giovane astronauta. Questo era il suo sogno per celebrare la sua festa della terza decade. Un esempio dunque di interattività: l'inserzionista lancia il concorso per coinvolgere il pubblico della rete, molto sensibile a queste sfide digitali; i partecipanti entrano in scena da attori, non da soggetti passivi e vinca il miglior a cui andrà la possibilità di coronare il suo sogno. La pubblicità ha avuto un grande successo nella rete. Il filmato ha avuto una diffusione virale con un ritorno di immagine straordinario rispetto all'investimento non tradizionale del produttore di automobili. Il Pensiero strategico, dunque, torna al centro della pianificazione pubblicitaria: i creativi, quelli in possesso dell’idea giusta al momento giusto, magari non sempre dei professionisti maturi ma dei semplici neofiti di talento, si reimpossessano del ruolo di driver della comunicazione. Un'occasione da non perdere....non solo per i pubblicitari ma per tutti i protagonisti della pubblicità.

Riccardo Rossotto

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Creazione, vendita, acquisto banche dati

Il Garante per la protezione dei dati personali per la prima volta in Italia ha applicato sanzioni elevatissime pari a 700.000 Euro, nei confronti di due società specializzate nel settore delle banche dati e di un operatore di telecomunicazioni, per avere violato provvedimenti prescrittivi già adottati nei loro confronti nel 2008 sul corretto utilizzo dei dati per finalità di marketing.


In particolare le due imprese specializzate nella creazione di banche dati, avevano realizzato e venduto archivi di dati di milioni di persone, sfruttando le informazioni contenute, ad esempio, negli elenchi telefonici distribuiti prima del 2005 e nelle liste elettorali. Questi dati erano stati raccolti in assenza degli adempimenti preliminari ad ogni trattamento, ossia senza fornire agli interessati l’informativa ed acquisirne il consenso per finalità promozionali o per la cessione delle loro informazioni ad altre società. Con riferimento invece, alla società operante nel settore delle telecomunicazioni, il Garante ha accertato che questa, nonostante fosse a conoscenza dell’origine irregolare dei dati, li aveva non soltanto acquistati, ma utilizzati per proprie finalità promozionali.

Nei tre provvedimenti di ingiunzione emanati dall’Autorità emergono alcuni spunti interessanti sulla vendita e l’acquisto di banche dati per effettuare attività promozionali e sui ruoli dei soggetti coinvolti in tali operazioni.

In primo luogo viene ribadito il principio che la individuazione dei ruoli privacy e l’attribuzione dei relativi poteri, doveri e responsabilità devono basarsi su elementi sostanziali, mentre sono del tutto irrilevanti le qualificazioni formali. In tali ultimi casi, l’eventuale nomina a responsabile del trattamento “fittizia” o “strumentale” al superamento di eventuali criticità, è nulla.

In secondo luogo viene confermato che, nel caso di una comunicazione di dati da un titolare ad un altro ed in presenza di un’informativa che considera espressamente “la comunicazione dei dati a terzi per finalità di marketing”, il titolare destinatario di tali dati deve rendere, a sua volta, la propria informativa preventiva e completa. Secondo il Garante, infatti, tale onere consente agli interessati cui i dati riferiscono “di mantenere un effettivo controllo sui propri dati personali e di poter esercitare i diritti previsti dall’art. 7 del Codice direttamente presso ciascun titolare, senza intermediazioni non previste dalla normativa”.

Inoltre viene espressamente precisato il principio della necessità di un consenso distinto e specifico per le attività di profilazione e marketing. La società destinataria del provvedimento aveva motivato la scelta dell’unico consenso in virtù della “correlazione fra la finalità di marketing diretto e la finalità di profilazione (tesa ad escludere la necessità di acquisire distinti consensi per le due finalità)”; tuttavia il Garante ha ritenuto del tutto infondata tale eccezione e si è limitato a dichiarare che “i trattamenti di dati personali finalizzati all'effettuazione di attività di marketing, profilazione e comunicazione di dati a terzi, necessitano di consensi distinti ….”

(A.B.)

http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/2438949

http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/2368171

http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/2428316

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A lunch with… Giovanna Maggioni

Lei, le “quote rosa”, le ha anticipate sul campo con passione, determinazione, curiosità. E’ diventata, nel mondo della comunicazione italiana, la donna dei media, di audiradio, delle indagini di mercato. Un riferimento professionale a cui rivolgersi per cercare di capirne di più nel complicato mondo dei mezzi tradizionali e innovativi.


“Ho sempre puntato, in tutti i mestieri che ho fatto, sulle novità, sull’innovazione – dice Giovanna Maggioni Direttore Generale dell’UPA, tra un sorso di the al gelsomino e un sashimi di tonno - senza dimenticare però l’importanza dei fondamentali, di quanto originato e consolidato nel passato anche più recente”.

La incontriamo in un ristorante giapponese , il Jade di Via Palazzo Reale, per un fugace light lunch a base di sashimi appunto. Il locale è spazioso, buona areazione interna anti-frittura, ottimo e celere servizio. La materia prima di qualità. Ma Giovanna, come sempre, ha fretta; bisogna entrare nel merito della chiacchierata. Già la scelta del locale, praticamente sotto i suoi uffici di Via Larga, ci dà la cifra della sua giornata e della sua tempistica, anche dal punto di vista dei gusti culinari. Semplicità, qualità, rapidità. Pochi fronzoli, tanto contenuto!
Giovanna Maggioni ha iniziato il suo percorso professionale alla Rizzoli negli anni ’80, quando si occupava di marketing e promozioni editoriali. Nel ’82, durante la crisi, non solo economica, della casa editrice milanese, riceve una proposta a cui non si può dire di no. La chiama il Presidente dell’UPA Zorzi, un olivettiano dei tempi di Adriano Olivetti. Il progetto è suggestivo, stimolante, quello giusto per una giovane laureata in statistica, appassionata di cultura e di comunicazione: diventare la responsabile delle ricerche associative, un dipartimento praticamente nuovo tutto da inventare con l’allora neo direttore generale Felice Lioy. Nasce dunque in quel 1982, funesto per la Rizzoli ma importantissimo per UPA, un ticket direzionale che contribuirà in maniera decisiva al successo di quella che oggi è considerata nel variegato settore della comunicazione d’impresa, l’associazione più vivace, attenta alle novità, forte e professionale nel tutelare gli interessi dei propri associati.
“Ho avuto la fortuna di lavorare oltre che con Lioy, con tre presidenti diversi come storie ma straordinari come esperienze e capacità. Dopo Zorzi, Malgara e oggi Sassoli. Ho imparato un sacco di cose standogli vicino e “rubando” loro affettuosamente pezzi di mestiere, a tutti e tre”.
Ma veniamo ai temi correnti della nostra intervista: internet, le sue opportunità e le sue criticità; la pubblicità nella Rete… insomma cosa ci sta capitando intorno grazie a e per colpa della rivoluzione digitale?

Giovanna si fa seria. La materia è al primo posto nell’ordine del giorno delle sue attività quotidiane. Quale direttore generale della più grande associazione di investitori pubblicitari in Italia, é affascinata dalla Rete ma “bisogna – dice - capirne meglio il contesto e le nostre reazioni comportamentali”.

Lo scrittore americano Jonathan Franzen dice che a furia di usare Smart Phone ed entrare nei Social Network e in Twitter, rischiamo di diventare idioti e in più drogati.
“Credo che il tema, molto spinoso e molto di attualità, vada diviso in due: da una parte le potenzialità enormi della Rete che comportano una vera e propria rivoluzione nei comportamenti degli utenti. Ricordo a questo proposito cosa comportò per gli italiani la nascita della televisione: imparare tutti insieme la stessa lingua, l’italiano appunto. Dall’altra parte la delicatezza dei temi scatenati dalla Rete nel campo della sicurezza, della trasmissione dei dati e nel campo dei condizionamenti che potrebbe avere nelle nostre relazioni sociali. Proprio come UPA abbiamo sempre, fin dalla nascita di internet, aperto un “riflettore” sui temi di internet e dintorni. Ricordo, oltre dieci anni fa i primi corsi che abbiamo organizzato per i nostri associati per incominciare a parlare e a confrontarci su questa nuova, straordinaria opportunità, non solo di business. Certo siamo di fronte ad uno strumento che crea un’informazione più diffusa e ci troviamo nella stessa situazione psicologica degli esseri umani che si trovarono di fronte all’invenzione della carta stampata: meraviglia e preoccupazione”.

Mi sembra di capire dal tuo sguardo che però le valenze positive superano nettamente quelle negative … o sbaglio?
“Il mio approccio è sicuramente positivo, come lo è sempre stato di fronte a tutte le innovazioni che creano uno scarto rispetto al contesto cognito fino a quel momento. Devo dire però che il cattivo uso di internet mi sorprende non poco. Mi deprimo a pensare come un tale strumento possa essere relegato alla gestione di informazioni più o meno importanti, tutte o molte legate al gossip, o ai pettegolezzi o a questioni estremamente private che dovrebbero far parte della sfera della riservatezza e della dignità delle singole persone. Ma questo è un altro discorso”.

E’ vero che è un altro discorso ma è anche vero che se non ci educhiamo ad utilizzare queste novità tecnologiche in maniera virtuosa rischiamo di finire come preconizza Franzen …
“Condivido. Dobbiamo fare molto di più tutti a livello formativo. Credo fermamente che tutte le distorsioni nell’utilizzo di internet derivino anche da una vera e propria ignoranza su quelle che sono le regole del gioco all’interno del web. Se fossi nella stanza dei bottoni del Governo concentrerei la mia attenzione più che sui divieti sulla necessità di pianificare un’informazione adeguata su che cosa sia l’oggetto del mondo digitale e di cosa può succedere in caso di un suo cattivo uso”.

Proprio il lavoro del comunicatore/formatore quindi?
“Certo – prosegue Giovanna Maggioni con il tono di chi sia convinto che questo è il punto cruciale della problematica –bisognerebbe fare molte più campagne informative, di sensibilizzazione del target, come diciamo noi, il pubblico dei già utenti o degli utenti prospettici deve essere messo in condizione di sapere nel dettaglio che cosa vuol dire affacciarsi al mondo digitale entrando nella dinamica di un Social Network o di Twitter o comunque di internet provider. Da due anni stiamo lavorando sul tentativo di disciplinare i cookies e quindi tutte quelle forme di comunicazione nella Rete che possono impattare sulla normativa sulla privacy. Tutto giusto e tutto necessario, per carità, ma tutto ciò deve essere contemporaneamente sviluppato con adeguate campagne di informazione “su che cosa stiamo parlando”. L’utente deve essere consapevole del quadro in cui opera con il suo pc o con il suo I-Pad e decidere che cosa vuole ricevere a livello informativo e pubblicitario. Io per esempio utilizzo molto Amazon e sono contentissima di ricevere informazioni, non richieste, sugli aggiornamenti su prodotti/servizi correlati alla mia passione. Sono consapevole, cioè, ho scelto e sono lieta di poter essere messa in condizione di avere un permanente aggiornamento delle novità sulle materie che mi interessano. Parimenti sugli argomenti che non mi interessano non voglio essere assediata da un flusso informativo non richiesto e non autorizzato”.

Cosa ne pensi delle due situazioni che ho rappresentato nel mio editoriale di questo numero di REPMag? E cioè il rischio di distrazione permanente che tutti i soggetti che frequentano la Rete subiscono/affrontano ogni giorno?
“Lo condivido e lo temo. Nello stesso tempo torno a quello che dicevo prima e cioè alla necessità di un’adeguata campagna informativa a tutta l’utenza della Rete sui pregi ma anche sulle criticità del digitale. Lo stiamo facendo ma non con l’adeguata velocità e completezza. Certo dobbiamo in ogni caso comunque abituarci ad una gestione del tempo diversa che indubbiamente non favorisce l’approfondimento o “l’elogio della lentezza”. Dobbiamo avere il coraggio di trovare il giusto equilibrio fra le enormi opportunità in termini di efficienza che internet ci propone e il nostro diritto di arginarle e gestirle per salvaguardare la qualità della nostra vita. Ti faccio un esempio proprio di questa mattina: stavamo organizzando una riunione della commissione giuridica UPA tra tre persone coinvolte in tre città diverse ma tutte collegate via e-mail. Ebbene, nel giro di cinque minuti abbiamo, in sequenza e con un notevole numero di e-mail scambiate tra di noi, proposto delle date, selezionato le stesse, individuata la data che ci serviva procedendo poi ad una disamina per dimagrimento di un ordine del giorno della riunione e alla fine ci ha visto contenti e coesi. In cinque minuti abbiamo risolto un problema organizzativo di per sé banale ma in realtà importantissimo per riuscire a pianificare la riunione che una volta ci avrebbe portato via probabilmente un sacco di telefonate e un sacco di tempo. Ecco i pregi della tecnologia che però vanno gestiti con buon senso”.

Cambiando argomento, ti faccio la “domandona” da un milione di dollari… ma internet è un mezzo come tutti gli altri?
“Assolutamente no. Abbiamo consolidato una cultura nel mondo della pianificazione e dell’acquisto degli spazi pubblicitari basata su previsioni di utilizzo dei mezzi piuttosto corrette e complete (pre valutazione ragionevole del “visto” dai consumatori). Oggi non siamo in condizione di poter applicare tali categorie concettuali e di metodo al mondo del web. Non dico che si debbano tirare i dadi ogni volta, ma sicuramente fare delle previsioni sulle audience della Rete oggi è un problema non risolto. Stiamo proprio lavorando in UPA su questo argomento cercando soluzioni che permettano decodifiche sempre più precise e complete su chi frequenta la Rete e come. Questo ci costringe ad una continua rivisitazione dei vecchi modelli operativi tentando di adattarli alla nuova realtà del mondo digitale. E qui torniamo ad un aspetto culturale che mi sta molto a cuore: dobbiamo avere la necessaria capacità di ascolto su che cosa ci sta avvenendo intorno. Solo così potremo studiare ed elaborare soluzioni adatte a ogni settore di business”.

Chiudiamo con il solito quesito: cosa suggeriresti ad un giovane che si affaccia al mondo della comunicazione?
“Per prima cosa – conclude Giovanna Maggioni – lo inviterei ad investire in curiosità a 360° sulla vita e sulla straordinaria opportunità di frequentarla in modo pro attivo. Poi gli direi di non sottovalutare tutte quelle materie filosofiche o sociologiche che comunque sono state e saranno sempre motori di pensiero, anche nel rutilante mondo della Rete. Terza ed ultima riflessione che non siano gelosi delle proprie cose. Condividano con gli altri sempre tutto perché solo così potranno crescere e far crescere i loro compagni di progetto o di viaggio. Io per esempio lascio sempre volontariamente sulla mia scrivania aperti tutti i fascicoli delle questioni che sto seguendo. Lo faccio nella speranza che i miei collaboratori guardino, sbircino, curiosino. Non sempre succede”.

Il sashimi è finito e l’agenda pomeridiana richiama Giovanna al suo dovere e alla “sua” UPA. E’ stato un pranzo stimolante e soprattutto confortante: c’è chi sta pensando ad allargare la consapevolezza negli utenti di cosa voglia dire operare nella Rete.

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Fini promozionali e informativi del titolare del trattamento

Il Garante per la protezione dei dati personali ha emesso un’ordinanza ingiunzione nei confronti di una nota azienda di telecomunicazioni, a seguito di una segnalazione di un utente che lamentava di avere ricevuto comunicazioni promozionali dopo avere revocato il proprio consenso, ritenendo irrilevante l’eccezione sollevata dalla società titolare che il contatto con l’utenza era avvenuto nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione e non promozionale. 

http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/2726332

Commento
Il caso sottoposto all’esame dell’Autorità riguardava un soggetto che nel 2005 aveva revocato il consenso alla ricezione di comunicazioni promozionali e che contestava la ricezione di una chiamata telefonica indesiderata di natura promozionale nel 2011.

Il titolare si difendeva argomentando, in primo luogo, di avere contattato esclusivamente clienti attivi e non potenziali e che la chiamata contestata non era stata effettuata “al fine dell’esercizio di un’attività promozionale diretta, ma per un’attività informativa correlata alla campagna di sensibilizzazione al registro delle opposizioni di nuova istituzione … e con l’occasione richiedere un eventuale nuova determinazione dell’abbonato relativamente al consenso per la ricezione di comunicazioni promozionali ….”. La società, tuttavia, evidenziava “di aver ritenuto lecito contattare quale parte della propria base clienti che non aveva prestato il consenso o che aveva espresso esplicito diniego alla ricezione di comunicazioni promozionali …”.

Il Garante non riteneva idonee le argomentazioni dell’operatore telefonico sotto tre distinti profili, due principali e un ultimo in via subordinata:
(i) la non creduta finalità di sensibilizzazione su uno specifico tema nei confronti di utenti che avevano esercitato il diritto di opposizione per finalità promozionali;
(ii) l’insussistenza di una delle ipotesi di esonero dall’acquisizione del consenso previste dall’art. 24 del Codice;
(iii) l’adozione, per la campagna di sensibilizzazione, di modalità diverse da quelle previste nell’articolo 11 del D.P.R. 7 settembre 2010, n. 178 del regolamento istitutivo del registro delle opposizioni il quale prevede che per la campagna informativa agli abbonati che “Per le medesime finalità, tutti gli operatori autorizzati alla fornitura di servizi telefonici accessibili al pubblico mettono a disposizione dei propri abbonati analoghi strumenti di sensibilizzazione sui loro diritti di opposizione, anche mediante inserimento di specifiche informative nei documenti di fatturazione.”.

A nostro parere, il Garante non ha approfittato della fattispecie sottoposta al proprio esame, per fornire alcuni chiarimenti su un tema spesso oggetto di valutazioni da parte delle aziende che intendono diffondere comunicazioni al limite tra la comunicazione promozionale e quella informativa. Ed infatti, il Garante esclude la ricorrenza di un’attività informativa di sensibilizzazione sulla base di una considerazione generica ossia sulla non creduta finalità di sensibilizzazione nel momento in cui la campagna è rivolta a soggetti che avevano negato il consenso alla ricezione di comunicazioni promozionali; considerazione sulla base della quale, l’Autorità ritiene che il caso sottoposto alla propria attenzione non rientri nell’articolo 24 del Codice Privacy. Riteniamo, invece, che la fattispecie avrebbe potuto costituire un’occasione per affrontare il dibattuto tema del contenuto della comunicazione al limite tra promozione e informazione.
Il provvedimento in ogni caso suscita alcune perplessità in quanto sembra considerare marginale quello che, invece, a nostro parere, rappresenta un elemento determinante ai fini della decisione e del tutto assorbente rispetto a quelli considerati principali dall’Autorità. Il Titolare, infatti, a prescindere dalle finalità perseguite, promozionali o informative, di fatto ha violato la disposizione normativa che disciplina le modalità di contatto della clientela in relazione al Registro delle Opposizioni.

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