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Corte di giustizia dell’Unione Europea: tutela dei programmi per elaboratore

autore:

Roberta Avarello

La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di recente fissato, con la sentenza pubblicata il 2 maggio 2012, tre significativi principi di diritto in ambito di tutela dei programmi per elaboratore, i cosiddetti “software”.
In primo luogo, la Corte, interpretando l’art. 1, paragrafo 2, della direttiva 91/250 CE, ha escluso che la funzionalità del programma per elaboratore, il relativo linguaggio di programmazione ed il formato di file di dati dallo stesso utilizzato possano essere considerati forme di espressione del programma per elaboratore medesimo e dunque tutelabili dal diritto d’autore.
In secondo luogo, la Corte, interpretando l’art. 5, paragrafo 3, della direttiva 91/250 CEE, ha ritenuto che il titolare del diritto d'autore su un programma per elaboratore non può impedire che il relativo soggetto licenziatario studi, osservi e sperimenti liberamente il funzionamento del programma stesso, al fine di effettuare operazioni che la licenza gli consente di compiere, nonché operazioni di caricamento e svolgimento necessarie all'utilizzazione del programma medesimo, a condizione, tuttavia, che egli non leda i diritti esclusivi del titolare del diritto d'autore su tale programma.
Da ultimo, la Corte, interpretando l’art. 2, lett. a), della direttiva 2001/250 CE, ha stabilito che, laddove venga giudizialmente accertato che il manuale d’uso di un programma per elaboratore costituisce una creazione intellettuale del programma stesso e sia, in quanto tale, protetto dal diritto d’autore, la riproduzione di elementi in esso descritti all’interno di un altro programma per elaboratore o di un altro manuale d’uso rappresenta una violazione del diritto d’autore sul predetto manuale protetto.
http://curia.europa.eu/juris/liste.jsf?language=it&jur=C,T,F&num=C-406&td=ALL

Commento
Non può che rilevarsi come la sentenza in commento abbia il pregio di chiarire in maniera piuttosto dettagliata e precisa il contenuto di norme che, fino ad oggi, parevano del tutto generiche.
La Corte, chiamata a pronunciarsi, in via pregiudiziale, sull’interpretazione degli artt. 1, paragrafo 2, e 5, paragrafo 3, della direttiva 91/250/CEE, relativa alla tutela giuridica dei programmi per elaboratore, nonché sull’art. 2, lett. a) della direttiva 2001/29 CE, integrativa rispetto alla precedente e relativa all’armonizzazione di alcuni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, pare aver assolto efficacemente al proprio compito di interprete.
Quanto al citato art. 1, paragrafo 2, l’organo giudicante ha finalmente chiarito, invero, quali debbano effettivamente considerarsi le forme di espressione di un programma per elaboratore ai fini della tutela del diritto d’autore e, quindi, anche quali elementi non debbano essere considerati tali.
A tale proposito si rammenta come la norma in parola disponga genericamente che: “La tutela ai sensi della presente direttiva si applica a qualsiasi forma di espressione di un programma per elaboratore. Le idee e i principi alla base delle sue interfacce, non sono tutelati dal diritto d’autore a norma della presente direttiva”.
Ebbene, dalla massima citata al precedente paragrafo, emerge la rilevanza del contributo fornito dalla Corte che, escludendo dal novero delle forme di espressione del programma per elaboratore tutelabili dal diritto d’autore la funzionalità del programma stesso, nonché il linguaggio di programmazione ed il formato di file di dati utilizzato, ha limitato notevolmente il rischio di infondate contestazioni.
Secondo l’interpretazione della Corte, invero, ammettere che la funzionalità di un programma per elaboratore possa essere tutelata dal diritto d'autore equivarrebbe ad offrire la possibilità di monopolizzare le idee, a scapito del progresso tecnico e dello sviluppo industriale.
Allo stesso modo, la Corte ha escluso la tutelabilità del linguaggio di programmazione e del formato dei file di dati utilizzati nell'ambito di un programma per elaboratore per interpretare ed eseguire programmi d'applicazione scritti dagli utenti nonché per leggere e scrivere dati in un formato di dati specifico, considerando tali elementi necessari ai fini dello sfruttamento di talune funzioni del programma stesso da parte degli utenti.
Anche in ordine al predetto art. 5, paragrafo 3, della direttiva 91/250 CEE, l’interpretazione fornita dalla Corte pare del tutto efficace a scongiurare un’eventuale confusione in ordine ai casi in cui un soggetto licenziatario dei diritti su un programma per elaboratore, nell’utilizzo dello stesso, necessiti dell’autorizzazione da parte del titolare dei diritti medesimi.
A tale proposito si rammenta come la norma in esame preveda che: “La persona che ha il diritto di utilizzare una copia di un programma può, senza chiederne l’autorizzazione al titolare del diritto, osservare, studiare o sperimentare il funzionamento del programma, quando essa effettua le operazioni di caricamento, visualizzazione, esecuzione, trasmissione o memorizzazione del programma che ha il diritto di effettuare”.
Pare di tutta evidenza come prima della sentenza in commento non fosse agevole comprendere a che tipo di operazioni la norma facesse riferimento, laddove adesso, invece, risulti chiaro che lo studio del funzionamento del programma ai fini della determinazione delle idee e dei principi su cui si basano gli elementi dello stesso può essere realizzato, da parte del licenziatario, solo nell’ambito delle operazioni autorizzate dalla licenza stessa o necessarie all’uso del programma.
Anche l’interpretazione dell’art. 2, lett. a), della direttiva 2001/250 CE, risulta essere molto utile ai fini della corretta determinazione del concetto di “riproduzione della propria opera”.
La norma in esame stabilisce genericamente, infatti, che gli Stati membri riconoscono agli autori il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la riproduzione diretta o indiretta, temporanea o permanente, in qualunque modo o forma, in tutto o in parte, della propria opera.
Finalmente è dato comprendere, adesso, a che tipo di fattispecie concreta detta riproduzione può considerarsi riferibile, e, soprattutto, entro quali limiti. Sul punto, peraltro, è bene precisare che, nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che fosse compito del giudice del rinvio accertare, in concreto, se la riproduzione effettuata dalla parte convenuta in causa costituisse violazione della predetta norma. (R.A.)

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