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CEDU: violazione di copyright e libertà di espressione

autore:

Roberta Avarello

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sentenza emessa lo scorso 10 gennaio 2013, a definizione di una controversia avente ad oggetto la violazione di copyright, ha fissato il principio secondo il quale una condanna basata sulla violazione del copyright può essere considerata come un’interferenza al diritto alla libertà di espressione e informazione e, pertanto, deve essere supportata da una motivazione pertinente riguardo al suo essere necessaria in una società democratica oltre ad essere prevista dalla legge e a perseguire uno scopo legittimo.

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Commento
Con la sentenza in commento, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha deciso su di un ricorso presentato da tre fotografi, residenti in Francia, i quali, per aver pubblicato in rete foto “rubate” di una sfilata di moda, venivano condannati, per contraffazione e violazione di copyright, al pagamento di una consistente somma economica, in favore di cinque case produttrici di moda e della Fédération francaise de la couture.
 
Successivamente alla sentenza di condanna definitiva emessa dalla Corte di Cassazione francese, che confermava la decisione della Corte di Appello di Parigi, i tre fotografi ricorrevano la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, invocando, come già fatto in sede di appello, oltre l’art. 122 del Codice della proprietà intellettuale della Francia, che garantisce la libera pubblicazione di opere protette da copyright per scopi informativi, l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il quale, disponendo in ordine alla libertà di espressione degli individui, recita che: “1. Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, cinematografiche o televisive. 2. L’esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”.

Ebbene, pur non riconoscendo una diretta violazione dell’articolo in questione, la Corte Europea, con la pronuncia che si commenta, ha sottolineato come la condanna emessa dal Tribunale Francese interferisce con il diritto alla libertà di espressione garantita dalla Convenzione Europea.

Allo stesso tempo, tuttavia, la Corte, sulla base del citato comma 2 dell’art. 10, che dispone, come visto, che il diritto alla libertà di espressione può essere sottoposto a restrizioni o sanzioni qualora esse costituiscano misure necessarie per una società democratica, ha ritenuto l’interferenza dei Giudici francesi necessaria al fine di proteggere i diritti dei terzi.

Insomma, pur non salvando i tre fotografi ricorrenti dalle multe loro comminate, la Corte ha ritenuto opportuno precisare il principio secondo il quale il diritto alla libertà di espressione può naturalmente essere sottoposto a restrizioni o sanzioni previste dalla legge, ma occorre determinare se ciò sia necessario e non comporti un’interferenza al diritto alla libertà di espressione e informazione.

In virtù del verdetto in parola, dunque, come detto, una condanna per violazione di copyright, che limiti, pertanto, la libertà di espressione di un individuo o di un’organizzazione dovrà essere supportata da una motivazione pertinente riguardo al suo essere necessaria in una società democratica oltre ad essere prevista dalla legge e a perseguire uno scopo legittimo.

In altri termini, ogni qualvolta dall’adozione di un provvedimento di enforcement dei diritti di proprietà intellettuale possa derivare una compressione della libertà di manifestazione del pensiero, la sola circostanza che l’adozione del provvedimento sia fondata su una disposizione di legge nazionale non basterà a renderlo legittimo, e ciò, alla stregua della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

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