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La corte di giustizia europea nel caso Nintendo vs. PC BOX

Nell’ambito di una controversia tra la Nintendo, da un lato, e PC Box Srl e 9Net Srl dall’altro, in merito alla commercializzazione, da parte di PC Box, di c.d. «mod chips» e di «game copiers» (ovvero dispositivi in grado di aggirare le misure di sicurezza integrate nei sistemi di gioco), il Tribunale di Milano, chiamato a decidere la controversia, ha proposto alla Corte di Giustizia Europea domanda di pronuncia pregiudiziale vertente sull’interpretazione dell’articolo 6 della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.


L’art. 6 della richiamata direttiva, stabilisce che gli Stati membri debbano prevedere un’adeguata protezione giuridica contro la fabbricazione, l’importazione, la distribuzione, la vendita, il noleggio, la pubblicità per la vendita o il noleggio o la detenzione a scopi commerciali di attrezzature, prodotti o componenti o la prestazione di servizi, che abbiano la finalità di rendere possibile o di facilitare l’elusione di efficaci misure tecnologiche.

Il fatto da cui la questione prende origine è il seguente: le imprese Nintendo hanno adottato misure tecnologiche, vale a dire un sistema di riconoscimento installato sulle consolle ed il codice criptato del supporto fisico sul quale sono registrati i videogiochi protetti dal diritto d’autore, aventi l’effetto di impedire l’utilizzazione di copie illegali di videogiochi.
Tali misure tecnologiche impediscono, peraltro, l’utilizzazione sulle consolle dei programmi, dei giochi e, in generale, dei contenuti multimediali che non provengono da Nintendo.
Nintendo ha rilevato che gli apparati di PC Box, una volta installati sulla consolle, eludono il sistema di protezione presente sull’«hardware» e consentono l’utilizzazione di videogiochi contraffatti e, per ciò, hanno citato in giudizio tale società.
PC Box, dal canto suo, commercializza le consolle originali di Nintendo in combinazione con un «software» aggiuntivo costituito da talune applicazioni ideate espressamente per essere utilizzate su simili consolle e il cui utilizzo richiede la previa installazione degli apparati di PC Box che disattivano il dispositivo installato che costituisce la misura tecnologica di protezione.
Ad avviso di PC Box, la reale finalità perseguita dalle imprese Nintendo è quella di impedire l’uso di un «software» indipendente, che non costituisce una copia illegale di videogiochi, ma che è diretto a consentire la fruizione sulle consolle di file MP3, film e video, al fine di sfruttare pienamente tali consolle.

Il giudice del rinvio si chiede, dunque, se l’apposizione di misure tecnologiche di protezione come quelle utilizzate da Nintendo, ecceda, o meno, quanto previsto dall’articolo 6 della direttiva 2001/29.

A riguardo la Corte, con sentenza dello scorso 23 gennaio, ha così pronunciato: “La direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, deve essere interpretata nel senso che la nozione di «efficace misura tecnologica», ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 3, di tale direttiva, può comprendere misure tecnologiche dirette prevalentemente ad equipaggiare con un dispositivo di riconoscimento non solo il supporto che contiene l’opera protetta, come il videogioco, al fine di proteggerla da atti non autorizzati dal titolare di un diritto d’autore, ma altresì le apparecchiature portatili o le consolle destinate a garantire l’accesso a tali giochi e la loro utilizzazione.
Spetta al giudice nazionale verificare se altre misure, o misure non installate sulle consolle, possano causare minori interferenze con le attività dei terzi o minori limitazioni di tali attività, pur fornendo una protezione analoga per i diritti del titolare. A tal fine, rileva prendere in considerazione, segnatamente, i costi relativi ai diversi tipi di misure tecnologiche, gli aspetti tecnici e pratici della loro attuazione nonché la comparazione dell’efficacia di tali diversi tipi di misure tecnologiche per quanto riguarda la protezione dei diritti del titolare, efficacia che, tuttavia, non deve essere assoluta. Spetta altresì al suddetto giudice esaminare la finalità dei dispositivi, dei prodotti o dei componenti che possono eludere le citate misure tecnologiche. A tal riguardo, la prova dell’uso che i terzi effettivamente ne fanno sarà, in funzione delle circostanze di cui trattasi, particolarmente rilevante. Il giudice nazionale può esaminare, segnatamente, con quale frequenza tali dispositivi, prodotti o componenti vengono effettivamente utilizzati in violazione del diritto d’autore nonché la frequenza con cui sono utilizzati a fini che non violano il suddetto diritto.”

In pratica l'avvocato generale della Corte di giustizia dell'Unione Europea, ha agito con diplomazia ritenendo raccomandabile una giusta proporzionalità, sia per quanto riguarda la valutazione di questi “lucchetti anti-pirateria” che potrebbero essere più limitativi di quanto necessario, sia relativamente all’utilizzo che fanno i possessori dei modchip (laddove, ad esempio, modifichino un dispositivo non per utilizzare copie pirata ma per utilizzare giochi originali di altri produttori).

La questione dunque, torna nuovamente al Tribunale di Milano, che dovrà verificare la “giusta proporzionalità” nel caso di specie.

Qui il link alla sentenza :
http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=146686&pageIndex=0&doclang=IT&mode=req&dir=&occ=first&part=1&cid=532968

Pietro Perugini

Ha maturato una particolare esperienza nella tutela della proprietà intellettuale, offrendo consulenza sia nell’ambito del diritto d’autore che del diritto industriale

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