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Maria Grazia Passerini

Maria Grazia Passerini

Si occupa prevalentemente di diritto civile, in particolare, di diritto di famiglia e recupero crediti.

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Assegnazione parziale della casa coniugale

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in tema di assegnazione parziale della casa coniugale in corso di separazione, ribadendo l’importanza fondamentale dell’accertamento sulla conflittualità tra i coniugi. Nel caso in cui sia stata verificata la permanenza di elevata conflittualità tra i genitori di figli minori, la co-assegnazione della casa familiare deve essere esclusa. Secondo l’art. 337 sexies c.c., infatti, ‘il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli’, che sarebbe compromesso in caso di forti contrasti tra i genitori. Non ha rilevanza, in tal caso, nemmeno la comoda divisibilità dell’immobile coniugale mediante la realizzazione di opere edilizie di suddivisione dell’abitazione, neppure se poco costose.

Nessun mantenimento all’ex coniuge che rifiuta un impiego

Con l’ordinanza n. 25697/2017 la Corte di Cassazione ha affrontato il caso della corresponsione del mantenimento a favore della ex moglie in caso di inerzia nella ricerca di un impiego e di rifiuto di una concreta opportunità lavorativa. Secondo la Suprema Corte “deve trovare adeguata considerazione, nella decisione del giudice del merito, l’attitudine a procurarsi un reddito da lavoro (insieme ad ogni altra situazione suscettibile di valutazione economica) da parte del coniuge che pretenda l’assegno di mantenimento a carico dell’altro, tenendo quindi conto della effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita”. Dovrà, quindi, essere disposta la riduzione o la soppressione dell’assegno di mantenimento, ove l’ex coniuge abbia rifiutato concrete occasioni di lavoro presentatesi.

Disegno di Legge in materia di accordi prematrimoniali

E’ all’esame della Commissione Giustizia della Camera il DDL in materia di accordi prematrimoniali la cui finalità è di riconoscere ai futuri coniugi, nel momento precedente al matrimonio, l’autonomia di disciplinare con una apposita convenzione i loro rapporti patrimoniali e personali relativamente all’eventuale fase della separazione e del divorzio. Secondo quanto esplicato nel disegno di legge, la gestione anticipata e consensuale permetterebbe di evitare la negoziazione nel momento in cui il matrimonio è già in crisi e, quindi, può essere molto difficoltoso il raggiungimento di un accordo. Tra i punti salienti:

- l’obbligo di atto pubblico o negoziazione assistita;

- l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica in presenza di figli minori;

- l’accordo sul mantenimento, fatto salvo in ogni caso il diritto agli alimenti;

- in deroga al divieto dei patti successori, la previsione di norme in caso di successione di uno o di entrambi i coniugi, fatti salvi i diritti degli altri legittimari.

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No all’accordo dei coniugi se il calendario delle visite non rispetta l’interesse dei figli minori

Il Tribunale di Torino, con decreto del 29.5.2017, ha negato l’autorizzazione ad un accordo di separazione raggiunto tra coniugi all’esito di negoziazione assistita da avvocati. Alla base di tale decisione è stata l’omessa informativa da parte degli avvocati circa l’importanza per i minori di trascorrere tempi adeguati con ciascun genitore, contrariamente a quanto previsto dall’art. 6, comma III, del D.L. 132/2014. Secondo il Presidente del Tribunale, infatti, l’omessa informativa avrebbe condotto i coniugi a stabilire tempi di permanenza presso il padre, genitore non collocatario, molto limitati per i minori: sabato e domenica a settimane alterne e un solo pomeriggio durante la settimana, senza pernottamento. Tali accordi non sono stati ritenuti sufficientemente adeguati a garantire una continuità nella relazione tra i figli minori e il padre: il calendario delle visite stabilito dai genitori non può essere in contrasto con l’interesse dei figli e con il principio di bigenitorialità.

L’esecuzione degli obblighi di fare deve svolgersi nei limiti del dettato del titolo esecutivo

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9280/2017, ha ribadito il principio di diritto, fondamento dell’esecuzione forzata in forma specifica, secondo cui “l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare (artt. 612 e ss. c.p.c.) deve svolgersi in perfetta aderenza e nei limiti del dettato del titolo esecutivo”, non essendo possibile che l’esecuzione si estenda sino alla realizzazione di opere ulteriori e non previste dal titolo stesso. A nulla vale il fatto che dette opere possano essere necessarie o comunque opportune a tutela dei diritti dell’esecutato inadempiente, tenuto conto che questi ha la facoltà di provvedere direttamente all’obbligo di fare, posto a suo carico.

Nel caso di specie, la Corte, in considerazione di tale principio, ha rigettato la richiesta di risarcimento danni avanzata dall’esecutato che non aveva provveduto spontaneamente all’eliminazione di un illegittimo scolo delle acque piovane e che era rimasto pregiudicato dai lavori di ripristino compiuti in stretta esecuzione di quanto previsto dal titolo esecutivo.

 

No all’assegno divorzile se l’ex coniuge guadagna più di 1.000,00 euro al mese

A seguito del revirement della Corte di Cassazione (sentenza n. 11504/2017), il Giudice del divorzio, sulla base del principio di autoresponsabilità economica di ciascuno degli ex coniugi, deve riconoscere l’assegno divorzile solo ove l’ex coniuge richiedente non sia indipendente o autosufficiente economicamente. Il Tribunale di Milano, con l’ordinanza del 22.5.2017, fornisce una prima interpretazione di “indipendenza economica”, da intendersi come “la capacità di provvedere al proprio sostentamento”, cioè di avere risorse sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio ed esercizio dei diritti fondamentali). Il parametro di riferimento economico concreto può essere rappresentato “dall’ammontare degli introiti che, secondo le leggi dello Stato, consente (ove non superato) a un individuo di accedere al patrocinio a spese dello Stato”. Considerato che la soglia per accedere al patrocinio a spese dello stato è, ad oggi, di euro 11.528,41, cioè circa euro 1.000,00 mensili, secondo il Tribunale, se l’ex coniuge guadagna almeno euro 1.000,00 mensili, non ha diritto a ricevere alcun assegno. Tuttavia, tale parametro non viene ritenuto esclusivo. Un ulteriore riferimento può essere il reddito medio percepito nella zona in cui il richiedente l’assegno vive e abita.

Cambiano i parametri per l’assegno di divorzio

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11504 del 10.5.2017, ha rivoluzionato l’interpretazione dei criteri su cui i Giudici, sino ad oggi, si sono basati nella concessione e nella quantificazione dell’assegno divorziale. Non ha più rilevanza il mantenimento in capo all’ex coniuge ‘debole’ di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio. Il Giudice, attenendosi ad un principio di ‘autoresponsabilità economica’ di ciascuno degli ex coniugi, per concedere l’assegno divorzile dovrà verificare se il richiedente non abbia ‘mezzi adeguati’ o, comunque, non possa procurarseli per ragioni oggettive. Ciò andrà accertato sulla base dei seguenti indici: 1) possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari; 3) capacità e possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) stabile disponibilità di una casa di abitazione. Solo qualora tale accertamento dovesse concludersi con un riconoscimento del diritto all’assegno divorziale, allora il Giudice dovrà determinare in concreto la misura dell’assegno. Diventa, pertanto, fondamentale l’indagine sull’indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge richiedente.

Alienazione genitoriale: condanna della madre ex art. 96 c.p.c.

Secondo il Tribunale di Milano, l’alienazione genitoriale non integra una patologia clinicamente accertabile, bensì “un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore non collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale”. Questo è quanto si è verificato nel caso di specie, ove una madre promuoveva ricorso contro il padre, evidenziando serie problematiche concernenti il particolare disinteresse del padre verso la figlia, con conseguenti reazioni negative della bambina. Dalla CTU emergeva, al contrario, che detta relazione era inficiata dal comportamento denigratorio tenuto dalla madre nei confronti del padre, causa di una pericolosa situazione di vulnerabilità nella bambina. Sulla base delle risultanze della CTU, il Tribunale ha ritenuto la madre responsabile delle condotte alienanti, sanzionandola per aver abusato del proprio diritto di azione e difesa, ritenendo tale condotta processualmente viziata da colpa grave e meritevole di condanna ai sensi dell’art. 96, comma III, c.p.c.

Condanna penale per la suocera che offende la nuora alla presenza dei nipoti

Nei bambini di due e quattro anni “l’ordinario processo cognitivo si snoda attraverso l’incameramento, la memorizzazione, l’emulazione delle sequenze di parole pronunciate dagli adulti, così che, in tal modo, il piccolo realizza valori, elabora concetti, amplia il proprio vocabolario ed, inoltre, spesso i bambini di quell’età tendono a riferire le parole udite da un adulto”. Pertanto, secondo la Corte di Cassazione, la condotta della suocera che rivolge epiteti ingiuriosi alla nuora alla presenza dei nipoti deve considerarsi diffamatoria. I bambini sono in grado di comprendere il disvalore delle parole pronunciate dagli adulti e, nello specifico, dalla nonna contro la madre, non potendosi, al contrario, sostenere che la mera tenera età li renda incapaci di percepire le offese e la  generica portata lesiva delle espressioni udite.

Condannata penalmente la madre che porta il figlio all’estero senza il consenso del padre naturale

In caso di crisi della coppia genitoriale non coniugata, la cessazione della convivenza tra genitori naturali non conduce alla cessazione dell’esercizio della responsabilità genitoriale, che resta in capo ad entrambi i genitori. Secondo la Corte di Cassazione ne consegue che, qualora la madre sottragga il figlio minorenne al padre, come accaduto nel caso di specie, per condurlo in Ucraina nonostante l’opposizione del padre del minore, si configuri in capo alla madre il reato di “sottrazione e trattenimento di minore all’estero”, a nulla rilevando il fatto che il padre avesse firmato il consenso all’inserimento del figlio minore nel passaporto della madre. Secondo l’art. 574 bis c.p., infatti, “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque sottrae un minore al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, conducendolo o trattenendolo all'estero contro la volontà del medesimo genitore o tutore, impedendo in tutto o in parte allo stesso l'esercizio della responsabilità genitoriale, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.”

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