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Assegnazione parziale della casa coniugale

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in tema di assegnazione parziale della casa coniugale in corso di separazione, ribadendo l’importanza fondamentale dell’accertamento sulla conflittualità tra i coniugi. Nel caso in cui sia stata verificata la permanenza di elevata conflittualità tra i genitori di figli minori, la co-assegnazione della casa familiare deve essere esclusa. Secondo l’art. 337 sexies c.c., infatti, ‘il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli’, che sarebbe compromesso in caso di forti contrasti tra i genitori. Non ha rilevanza, in tal caso, nemmeno la comoda divisibilità dell’immobile coniugale mediante la realizzazione di opere edilizie di suddivisione dell’abitazione, neppure se poco costose.

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Assegnazione parziale della casa coniugale

Il giudice della separazione può disporre l’assegnazione parziale della casa coniugale al genitore presso il quale sono collocati i figli minori. Ciò è possibile nel caso in cui sia stato accertato che tra i coniugi vi è un “lieve grado di conflittualità”. In tal caso, il genitore non collocatario potrà, a sua volta, vedersi assegnata la restante parte di casa coniugale, ove continuare ad abitare. In ogni caso, secondo la Corte di Cassazione, tale soluzione è percorribile a condizione che “agevoli in concreto la condivisione della genitorialità e la conservazione dell’habitat domestico dei figli minori”, a garanzia della tutela del superiore benessere del minore.

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Inopponibilità al creditore ipotecario del provvedimento di assegnazione della casa coniugale

Il provvedimento con il quale, nell’ambito dei giudizi di separazione o divorzio, viene assegnata la casa coniugale ad un coniuge, non può in nessun caso pregiudicare i terzi che abbiano acquistato diritti sull’immobile sulla base di un atto iscritto o trascritto anteriormente. Pertanto, l’iscrizione ipotecaria della banca che ha erogato il mutuo prevale rispetto all’assegnazione della casa coniugale: a nulla rileva il fatto che l’assegnazione sia stata trascritta prima del pignoramento. E’ diritto della banca creditrice agire esecutivamente per la vendita forzata dell’immobile pignorato con conseguente liberazione dell’immobile da parte del coniuge assegnatario.

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Mantiene i benefici fiscali prima casa il marito che trasferisce l’immobile coniugale alla moglie in sede di separazione

Il marito che, in forza degli accordi omologati in sede di separazione consensuale, trasferisce alla moglie la casa coniugale (o la quota) al medesimo intestata, non perde il diritto alle agevolazioni fiscali sulla prima casa, anche nel caso in cui non proceda con l’acquisto di altro immobile. E’ quanto ha chiarito la Corte di Cassazione,  con la sentenza n. 5156 del 16 marzo 2016, sul presupposto che sarebbe immotivatamente ed eccessivamente  penalizzato il coniuge cedente che si trovasse a dover affrontare il pagamento di maggiori imposte e sanzioni a fronte di una cessione che non prevede un corrispettivo da poter investire nell’acquisto di una nuova casa.

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Abitazione coniugale assegnata alla moglie: anche il marito comproprietario deve pagare l’imposta sulla casa

In caso di assegnazione alla moglie dell’immobile coniugale in comproprietà con il marito, quest’ultimo non può sottrarsi al pagamento delle imposte sulla casa per la quota di sua spettanza. Infatti, all’assegnazione non consegue alcun mutamento dei diritti di proprietà, ma semplicemente viene riconosciuto un diritto personale di godimento dell’immobile. Pertanto, la moglie non è soggetto passivo dell’imposta per la quota di immobile di proprietà del marito e, qualora abbia anticipato le somme dovute dal marito inadempiente, avrà diritto ad ottenerne la restituzione.

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Trasferimento dell’immobile coniugale: revocabile anche se inserito negli accordi di separazione

L’atto traslativo della proprietà della casa coniugale da marito a moglie, anche se inserito negli accordi di separazione personale dei coniugi, può essere revocato a favore della banca creditrice.

A tal fine, è sufficiente a dimostrare la “partecipatio fraudis” del terzo, nel caso di specie il coniuge, il semplice vincolo parentale con il debitore, quando tale vincolo – specifica la Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 1404 del 26.1.2016 – “renda estremamente inverosimile che il terzo non fosse a conoscenza della situazione debitoria gravante sul disponente”.

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