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L’indicazione degli oneri di sicurezza aziendale secondo il nuovo codice degli appalti

Con la recentissima sentenza del 28 febbraio 2018 n. 1228 il Consiglio di Stato, Sez. V, ha affermato che per le gare indette all’indomani dell’entrata in vigore del nuovo codice dei contratti pubblici l’indicazione degli oneri per la sicurezza aziendale è doverosa, costituendo elemento essenziale dell’offerta, e che tale carenza non può essere sanata mediante il potere di soccorso istruttorio, espressamente escluso dall’art. 83, comma 9, del medesimo codice per elementi relativi all’offerta.

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Videosorveglianza intelligente

Con provvedimento n. 475 del 10 novembre 2016 il Garante Privacy si è espresso positivamente sulla richiesta di verifica preliminare presentata dalla Città Metropolitana di Roma Capitale relativa al trattamento di dati personali mediante un sistema di videosorveglianza c.d. “intelligente” da attivare presso gli accessi e le uscite di emergenza dell'edificio che ospita la sede dell’amministrazione, per finalità di sicurezza degli accessi e di tutela del patrimonio. In particolare, l’impianto di videosorveglianza in questione è caratterizzato dall’attivazione della ripresa, registrazione delle immagini e trasmissione di un segnale di allarme al personale di vigilanza presente nella control room, nel caso in cui si verifichi un tentativo di accesso non autorizzato all'interno dell'edificio, rilevato da sensori in caso di "scavalco" dei tornelli e di effrazione delle uscite di emergenza.

Il Garante, nel portare all’attenzione dell’istante la necessità di osservare le prescrizioni contenute nel provvedimento generale del 2010 per il trattamento di dati personali effettuato mediante sistemi di videosorveglianza,  ha evidenziato come tale impianto di videosorveglianza, attesi gli accorgimenti adottati dalla Città Metropolitana di Roma Capitale, non comporti, in concreto, un pregiudizio dei diritti e delle libertà fondamentali per i possibili interessati, viceversa favorendo il perseguimento di legittime finalità di sicurezza dell'edificio, delle persone e dei beni.

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Libro Bianco sul futuro della Cyber Security in Italia

In attesa della pubblicazione del Framework Nazionale per la Cyber Security che verrà presentato a Roma 4 febbraio, è disponibile on line il Libro Bianco sul futuro della Cyber Security in Italia. Un libro bianco per raccontare le principali sfide che il nostro Paese dovrà affrontare nei prossimi cinque anni per rimanere nel gruppo dei paesi avanzati. Per capire la minaccia e l'opportunità economica legate allo scenario tecnologico nel quale già siamo tutti immersi.

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Oneri per la sicurezza aziendale: il TAR Piemonte si rivolge alla Corte di Giustizia

Con la recente ordinanza 16 dicembre 2015, n. 1745, il TAR Piemonte ha rimesso alla Corte di Giustizia U.E. la questione pregiudiziale circa la compatibilità dell’orientamento – avallato dalle sentenze dell’Adunanza Plenaria nn. 3 e 9 del 2015 – secondo cui la mancata separata indicazione dei costi di sicurezza aziendale, nelle offerte economiche di una procedura di affidamento di lavori pubblici, determina in ogni caso l’esclusione della ditta offerente, anche nell’ipotesi in cui l’obbligo di indicazione separata non sia stato specificato né nella legge di gara né nell’allegato modello di compilazione per la presentazione delle offerte, ed anche a prescindere dalla circostanza che, dal punto di vista sostanziale, l’offerta rispetti i costi minimi di sicurezza aziendale.

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2014 – L’anno del cybercrime

La violazione dei sistemi informatici e la sottrazione dei dati, secondo la stampa statunitense e non solo, è stata la grande "peste" del 2014. Un fenomeno che si è sviluppato sempre di più, coinvolgendo società private e pubbliche, singoli cittadini e comunità informatiche.

Quello che ci preoccupa maggiormente è la sottovalutazione che regna in Italia e in Europa su questo nuovo tipo di crimini dai risvolti potenzialmente distruttivi per la nostra convivenza.

Proviamo a fare il punto della situazione partendo da alcuni report pubblicati in chiusura di anno da alcune testate americane e arabe.

I casi più eclatanti di violazione dei dati aziendali da parte di hacker nel 2014 sono stati, in sequenza: febbraio, la Neiman Marcus subisce il furto di 350.000 carte di credito di cui 9.000 utilizzate fraudolentemente dagli hacker; maggio, Ebay viene attaccata ed espropriata di 145 milioni di registered account; luglio, Goodwill Industries, un'altra società operante nel credito al consumo, si vede sottrarre in qualche minuto 868.000 carte di credito/debito in parte riutilizzate dagli assalitori; agosto, la famosissima JPMorganChase ,sotto attacco, perde 76 milioni di numeri telefonici e di indirizzi mail di clienti e 7 milioni di indirizzi di small businesses; settembre, gli hacker "rubano" al colosso dell'arredamento americano Home Depot i dati di 56 milioni di carte di credito e gli indirizzi email di 53 milioni di clienti; a novembre la società Target subisce il furto dei dati di 40 milioni di carte di credito/debito e di 70 milioni di indirizzi di clienti; infine a dicembre la Sony Pictures è protagonista di un assalto di cybercriminali che assume risonanza mondiale in relazione al film satirico sul leader della Corea del Sud, prodotto appunto da Sony.

Insomma, un bollettino di guerra vero e proprio, pur limitandoci soltanto ad elencare i casi più noti che hanno colpito grandi multinazionali. Come si può notare, sono sostanzialmente due gli obbiettivi dei ladri del cyberspazio: impossessarsi dei dati dei clienti e dei dati relativi alle carte di credito. Bisogna poi distinguere tra gli hackers che mirano a realizzare un business, seppur illecito, acquisendo strumenti che significano "denaro" come le carte di credito o potenzialità di guadagno come i dati anagrafici dei clienti delle grandi corporation, e gli hackers che invece si divertono a creare un baco nel sistema informatico delle società per godersi lo spettacolo delle sgomente reazioni degli assaliti o per puro narcisismo o senso di potere....per aver violato la sicurezza dei colossi dell'economia mondiale.

In ogni caso il fenomeno è in drammatica evoluzione e i dati statistici sono impressionanti. Secondo un report della Kaspersky Lab and B2B International, pubblicato sul quotidiano Gulf News del 26 dicembre 2014, il 51% delle società finanziarie operanti nei paesi del Golfo hanno subito nel corso dell'ultimo anno un cyber-attacco e nel 10% dei casi hanno perduto denaro come conseguenza di tale attacco.

In base alla nostra esperienza, in Italia le aziende stanno sottovalutando questo rischio e un po' per miopia, un po' per risparmiare dei soldi in un momento economicamente delicato, evitano di fare investimenti nel loro sistema di sicurezza anti hackers. Non esiste la consapevolezza che il furto di dati possa compromettere molti settori aziendali di vitale importanza, come la proprietà intellettuale, la fidelizzazione dei clienti, la continuità nell’erogazione dei servizi. Insomma il core business dell’impresa.

Il report della società Kaspersky evidenzia che soltanto Cina, Hong Kong, Olanda, Singapore e USA hanno acquisito generalmente una maturità e consapevolezza della problematica, adottando rimedi adeguati. Tutti gli altri paesi sono molto più indietro.

Il miglior consiglio che i massimi esperti di sicurezza informatica danno oggi agli imprenditori e di fare del loro meglio per implementare le difese contro gli attacchi informatici, mappando il rischio per poi condividere una strategia difensiva con professionisti preparati per queste nuove e semisconosciute attività criminali. Occorre immaginare diversi livelli di difesa che toccano tutte le aree tecnologiche a rischio dai computer agli smart phone ad ogni tecnologia esistente in azienda.

Iniziamo dunque il nuovo anno inserendo nelle priorità da affrontare e risolvere, ciascuno ad un diverso livello di sicurezza e complessità, questa nuova e spinosa problematica, potenzialmente in grado di distruggere asset aziendali costruiti con la fatica e il lavoro di anni.

Riccardo Rossotto

 

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A lunch with...

Davanti ad un tripudio di pesce crudo, Fidelio Perchinelli si scioglie.

Ritorna alla sua faticosa infanzia pugliese “La vista del pesce mi ricorda i sapori, i gusti e i colori della mia terra; quando da bambino andavo sul molo del porto a mangiare gli “allievi” appena pescati”.
La seconda puntata di “Lunch with…” si svolge in un piccola ma allegro ristorante milanese, condotto sapientemente dal funambolico  Rocco, un pugliese “doc”: il Charmant di Via Giuseppe Colombo n. 42. Un Bellavista millesimato ci accompagna durante un pranzo indimenticabile, sia per il contenuto culinario, sia per le storie, le suggestioni e le riflessioni che Perchinelli ci racconta nell’ora passata insieme.
“Sono arrivato a Milano nel 1961; come molti della mia terra a cercare fortuna! Risposi ad un annuncio … allora ce n’erano, fortunati noi! … della Liebig e inizia lì la mia lunga carriera di pubblicitario o, come si direbbe oggi, di professionista di comunicazione d’impresa”.
Perchinelli dopo la Liebig, salta il fosso e passa alla consulenza. Entra nel gruppo francese Havas dove rimane fino alla pensione nel 1994 nutrendo però ancora curiosità, voglie e progetti risponde subito alla chiamata dell’allora neo presidente di Assap (oggi Assocomunicazione) Alberto Contri e diventa, quasi “a vita” il direttore generale della più grande associazione italiana di agenzie pubblicitarie. Uno straordinario punto di osservazione del mercato della comunicazione. Anche e soprattutto in un periodo drammatico come quello odierno in cui il settore sta pagando duramente gli effetti della crisi economica.
Perchinelli oggi è solo un consulente dell’associazione, ma ne vive ancora quotidianamente le complesse attività istituzionali.
“Il 2013 è il più brutto anno per la pubblicità da quando ho incominciato questo lavoro. Gli ottimisti parlano di una riduzione degli investimenti intorno al 20%, io penso che potremmo addirittura raggiungere un risultato drammaticamente peggiore. E’ difficile fare cifre in un mercato in cui ci sono molti sconti e  molte iniziative speciali. In ogni caso sicuramente il 2013 registrerà un segno meno purtroppo da record”

Previsioni sul futuro?
“Sento in giro qualche speranza di un 2014 migliore. Le condivido soltanto constatando che peggio di come sta andando oggi è difficile andare”.

L’attualità ci offre parecchi spunti di riflessione sulla Rete, sul mondo del web: dalla violazione della privacy all’alibi della sicurezza nazionale; dall’opportunità di internet come nuovo modello di distribuzione e vendita di prodotti e servizi all’incubo che nel web non ci siano leggi ecc., ecc.
Da dove cominciamo?
“Direi da una premessa che ci tengo ad evidenziare: una specie di grido di dolore. E’ dal 2000 che circola nel mondo una giaculatoria sul tutto è cambiato, niente sarà come prima! Bene, e allora mi chiedo io? Viviamo tutti una strana atmosfera di aspettativa, ma nessuno è in grado di rispondere alla domanda, quindi? Al di là della citazione di Beppe Grillo, effettivamente mi sembra di vivere la situazione di “aspettando Godot”. Siamo tutti d’accordo sulla fotografia della rivoluzione in atto, ma in realtà continuiamo a vivere con il torcicollo, restii al cambiamento e ancora ancorati a vecchi stereotipi. La Rete ci impone una rivisitazione dei nostri comportamenti, della nostra way of life. Ma non sappiamo come affrontarla, come ottimizzarne, controllandola, le straordinarie opportunità. Una volta ragionavamo in termini di nazioni, di territori con dei confini ben individuati, oggi bisogna avere una visione planetaria senza confini e con delle nuove regole del gioco che nessuno sa come individuare e gestire. Insomma, a mio avviso, stiamo vivendo una grave crisi di leadership in termini di assunzione di responsabilità sulla via da percorrere. Non sono ottimista sul futuro. Penso che ognuno in questa drammatica confusione si stia chiudendo nel suo giardinetto e tutti insieme stiamo perdendo di vista i bisogni primari, quelli di trovare delle regole del gioco eque per disciplinare la nostra convivenza”.

Il caso Obama ci sta dimostrando la difficoltà che incontra il leader della più grande nazione del mondo a gestire il binomio rispetto della privacy-tutela della sicurezza nazionale.
“Si, il caso americano è la dimostrazione di quanto detto prima. Da un lato il Presidente dice di aver informato il Congresso e dall’altra il Congresso dice si, forse, anzi no! Ma qual è la regola da applicarsi in una materia tanto delicata qual è quella della nostra sicurezza personale? Chi ha il potere deve assumersi al responsabilità di deciderlo. Abbiamo coltivato per anni il mito dell’intelligenza e della competenza individuale, abbandonando, mi auguro non per sempre, i valori della conoscenza e competenza collettiva. La sicurezza è sicuramente un pezzo della nostra libertà. Non c’è libertà senza sicurezza. Questo non vuol dire però che con tale alibi lo stato si possa intromettere nel privato di ciascuno di noi, vestendo il ruolo di Big Brother. Dobbiamo riuscire a trovare un punto in cui l’asticella del compromesso tra esigenza di privacy e diritto alla propria sicurezza personale e collettiva raggiunga un livello accettabile per la maggioranza della comunità internazionale”.

Leggendo i giornali, proprio in questi giorni, sembrerebbe quasi che sul tema privacy si stiano cercando a fatica delle soluzioni normative quando, nella realtà operativa, i big player del settore ci hanno già schedati tutti e sono pronti a vendere sul mercato i nostri profili di gusti e di attitudini all’acquisto.
“Questo è il vero tema centrale. Fino ad oggi la pubblicità, che oggi chiamiamo comunicazione, ha sempre avuto lo scopo di far vendere i prodotti alle aziende scatenando emozioni e sogni nei consumatori. Oggi, la Rete, ha sviluppato nuove categorie commerciali. L’obiettivo è far comprare i propri prodotti a dei soggetti già pre-individuati e disponibili all’acquisto. Apparentemente lo schema è identico ma nella realtà non lo é. Non c’è più bisogno di suggestioni, non c’è più bisogno del grande creativo che attraverso un sogno, uno slogan, un headline, riesce a far incrementare le vendite di un prodotto o di un servizio. Oggi occorre conoscere tutto del candidato acquirente: i suoi gusti, le sue tendenze al consumo, le sue passioni, il suo percorso storico di acquisto. Bisogna conoscere insomma la way of life del consumatore per potergli proporre esattamente il prodotto/servizio che vuole in quel momento. Questa è la rivoluzione del big data”.

Già, però non si può!
“Giuridicamente non si può, ma Google e gli altri tre o quattro grandi player mondiali in realtà stanno già usando e vendendo i nostri dati personali. Hanno tutto informazioni, analisi e sintesi delle nostre abitudini di consumo”.

Ma in Europa tutto questo è vietato.
“Siamo di fronte ad una realtà in cui i divieti normativi sono quotidianamente aggirati dagli operatori. Google ad esempio sta giocando “tutte le parti in commedia”. E’ stata aperta un’istruttoria da parte delle autorità di Bruxelles proprio per valutare eventuali illegittimità in tali comportamenti. Ho paura, però, che nel frattempo i grandi giocatori continuino le loro pratiche commerciali, senza modificare assolutamente il loro modello di business. Probabilmente questa materia deve essere affrontata in maniera diversa. L’obiettivo della segmentazione, registrazione e profilazione dei consumatori deve essere coniugato con una serie di protezioni a favore di singoli individui non disponibili a cedere i loro dati. Anche su questo punto … dove mettere l’asticella?”.

Proprio nell’editoriale di questo numero di R&P Mag ho rilanciato la provocazione di considerare i dati personali di ciascuno di noi come un asset patrimoniale: come nella normativa sul diritto d’autore o nel campo dei diritti indisponibili al nome e all’identità, ciascuno di noi potrà decidere di vendere tali diritti, ottenendone il giusto corrispettivo.
“Non so se sia la soluzione più equa. Facciamo un esempio: se voglio usare Google come motore di ricerca, per iniziare la navigazione mi chiede i miei dati. Vengo quindi registrato ma ricevo immediatamente un servizio, totalmente gratuito. La Rete, a mio avviso, è una specie di servizio anagrafe: entro, chiedo e pago e in cambio ho un certo servizio. Non cedo quindi gratuitamente i miei dati in quanto ottengo senza doverlo pagare, un servizio che in quel momento mi serve e magari sarei disponibile anche a pagare. Dobbiamo quindi meditare sul modello di business che la Rete ci sta imponendo. Mi collego perché ho un bisogno non soltanto per “fun!”. Dobbiamo quindi fare una distinzione fra diversi tipi di navigazione nel web”.

Come stanno reagendo gli associati di Assocomunicazione di fronte a questo nuovo grande e ancora in fondo sconosciuto mezzo di comunicazione?
“Direi male. La Rete si porta dietro la polverizzazione delle strutture aziendali. L’agenzia a servizio completo nacque proprio sul presupposto di fornire al cliente il pensiero strategico per la sua comunicazione con tutti i servizi correlati. Oggi non è più così. L’agenzia viene considerata una comodity, utile soltanto per eseguire dei progetti della committenza. Stiamo perdendo il ruolo di consulenti per diventare dei meri esecutori. La committenza seleziona quindi sul mercato quello che gli interessa, un pezzo di qui e un pezzo di là, obbligando le agenzie a polverizzarsi per riuscire a sostenere dei conti economici profittevoli. Torniamo al “piccolo è bello” quando il mondo o meglio il villaggio globale ci sta insegnando che sotto una certa massa critica sia vero esattamente il contrario”.

E gli investitori in pubblicità, come stanno valutando il web?
“Direi che sono restii all’utilizzo. Lo stanno annusando per capirne rischi e potenzialità. Dati alla mano, siamo ancora ancorati alla vecchia formula: una campagna in televisione rispetto ad una sul web è molto più produttiva. Certo, la situazione italiana è assolutamente peculiare. Il nostro è un mercato di “anziani”; gli alti redditi si trovano nelle fasce dai 45 anni in su. Tutta gente che con il computer non ci lavora/gioca facilmente. La tv è ancora il mezzo più idoneo per veicolare loro messaggi promozionali”.


In questo quadro matura dunque il tuo pessimismo?
“Si, credo proprio di si. Abbiamo perso, anche come paese, la centralità del nostro ruolo che ormai è nelle mani delle multinazionali. L’Italia è una piccola colonia, piena di problemi, con dei bizzarri abitanti che al massimo può interessare dal punto di vista turistico. Lo straniero ci investirà soltanto per specifica convenienza di mercato, altrimenti sceglierà altri lidi”.

Cercando di vedere l’odierna situazione da un punto di vista più positivo, insomma, cercando di individuare il mezzo bicchiere pieno, cosa suggeriresti ad un giovane che si affaccia al mondo del lavoro?
“Mi verrebbe da dire … non entrare nel mondo della comunicazione! Ormai gli spazi sono ristretti e le prospettive molto fumose. Poi in realtà mi fermo un attimo, ci rifletto e aggiungerei: la comunicazione è comunque una finestra sul mondo che ti permette di curiosare e di occuparti della società che ti sta intorno. Quindi una grande opportunità per uscire dalla bieca miopia del proprio giardinetto e di allargare gli orizzonti. Quindi alla fine gli direi, fallo ma con la modestia di ascoltare gli altri, con l’umiltà di imparare sempre qualcosa, con una grande determinazione e con la certezza di non doversi  mai fermare e di essere disponibili sempre e comunque alla modifica dei propri comportamenti”.

Fidelio Perchinelli è sicuramente un “grande vecchio” della pubblicità italiana.  Quando sorseggiamo il caffè, al termine della nostra chiacchierata, mi viene però un dubbio. Forse, sarebbe da rottamare, come molti di noi e come vorrebbero le nuove generazioni impazienti e giustamente stufe di aspettare “in lista d’attesa” il loro momento a causa di noi “tappi”. Ma senza delle guide esperte e competenti, senza dei tutor ancora curiosi di scoprire cosa ci circonda, senza l’ansia di dover competere a breve, come potrebbero crescere i nostri giovani in modo davvero competitivo e virtuoso?

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