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Corte di Giustizia e registrazione di domini “.eu”

Il 7 dicembre 2005 è stata avviata la registrazione dei nomi di dominio “.eu” disciplinata dal regolamento (CE) n. 874/2004 che ha ribadito il principio comune in materia «primo arrivato, primo servito» a mente del quale il primo a richiedere la registrazione ha diritto di precedenza. Il principio generale è stato tuttavia temperato dalla previsione di un trattamento preferenziale a favore dei diritti preesistenti. Per «diritti preesistenti» si intendono, tra l'altro, marchi nazionali registrati, marchi comunitari registrati, indicazioni o denominazioni geografiche di origine e, nella misura in cui siano tutelati dal diritto nazionale dello Stato membro in cui sono detenuti, marchi non registrati, nomi commerciali, identificatori di imprese, nomi di imprese, cognomi e titoli distintivi di opere letterarie e artistiche protette.

Nelle intenzioni del legislatore comunitario il dominio di primo livello “.eu”  dovrebbe garantire al mercato interno maggiore visibilità nell’ambito del centro di scambi commerciali virtuale basato su Internet, offrendo un nesso chiaramente identificabile con la Comunità e consentendo inoltre alle imprese, alle organizzazioni ed alle persone fisiche comunitarie di registrarsi in un dominio specifico che renda evidente tale nesso.
Di conseguenza il regolamento esige, quale condizione essenziale per poter registrare un nome di dominio “.eu”, un legame con la Comunità europea che può esser costituito, per le imprese, dall’aver stabilito la propria sede legale, amministrazione centrale o sede di affari principale nel territorio della Comunità europea o, per le persone fisiche, nell’essere residenti all’interno del territorio medesimo.
Il regolamento (CE) 874/2004 ha stabilito, inoltre, una procedura di registrazione per fasi, in modo tale da riservare ai titolari di diritti preesistenti un adeguato lasso di tempo per la registrazione dei loro nomi. A partire dal 7 dicembre 2005, infatti, per un periodo di quattro mesi (c.d. periodo «sunrise») solo i titolari di diritti preesistenti erano abilitati alla registrazione sotto il dominio “.eu”.
In considerazione del fatto che tale trattamento privilegiato è stato esteso anche ai licenziatari di diritti preesistenti, la Cour d’Appel di Bruxelles ha chiesto alla Corte di Giustizia di definire la nozione di “licenziatario” che, ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 2, terzo comma del regolamento (CE) n. 874/2004, aveva il diritto di chiedere la registrazione per il dominio “.eu” durante il periodo “sunrise”.
La Corte, dopo aver chiarito che il termine “licenziatario” non trova definizione nel diritto comunitario, ribadisce la propria costante giurisprudenza secondo la quale l’applicazione uniforme del diritto dell’Unione esige che i termini di una disposizione comunitaria, priva di espresso richiamo al diritto degli Stati membri, debbano essere interpretati in modo uniforme in tutta l’Unione. Tale interpretazione deve essere effettuata tenendo conto del contesto della disposizione stessa e dello scopo perseguito dalla normativa.
In considerazione delle finalità del dominio di primo livello “.eu”, creato per accrescere la visibilità del mercato interno nell’ambito del centro di scambi commerciali basato su Internet, la Corte di Giustizia ha chiarito che i licenziatari di diritti preesistenti devono soddisfare il criterio della presenza nel territorio dell’Unione e, al contempo, disporre al posto del titolare, perlomeno parzialmente o temporaneamente, del diritto preesistente interessato.
Contrasterebbe difatti con gli obiettivi predetti il consentire al titolare di un marchio, che non soddisfi il criterio di presenza sul territorio dell’Unione, di ottenere la registrazione di un nome di dominio”.eu” attraverso una persona fisica o giuridica che soddisfa il criterio di presenza nella Comunità ma non dispone, anche solo parzialmente o temporaneamente, del diritto oggetto della licenza.
Nel caso di specie la società americana Walsh Optical, poco prima dell’inizio del periodo «sunrise», aveva fatto registrare il marchio Benelux «Lensworld» ed aveva concluso un accordo, definito impropriamente «contratto di licenza», con la Bureau Gevers, una società belga che effettua consulenze in materia di proprietà intellettuale. Il contratto aveva in realtà il solo scopo di far effettuare la registrazione del nome “Lensworld.eu” a nome della società belga ma per conto della Walsh Optical, in modo tale che la società americana, naturalmente esclusa dall’ambito di applicazione della normativa comunitaria, potesse tuttavia beneficiare del trattamento privilegiato (periodo “sunrise”) riservato dal regolamento (CE) n. 874/2004 ai titolari o licenziatari di diritti preesistenti stabiliti nella Comunità.
La Corte osserva che, mediante la concessione di una licenza, il titolare di un marchio concede al licenziatario, nei limiti definiti dalle clausole del contratto di licenza, il diritto di usare tale marchio a fini commerciali, garantendo in tal modo ai consumatori la provenienza del prodotto interessato.

Al fine di delimitare l’ambito di applicazione del regolamento la Corte chiarisce le differenze tra un contratto di servizi e un contratto di licenza: mentre la nozione di servizi implica che la parte che li fornisce effettui una determinata attività in cambio di un corrispettivo, il contratto di licenza, con il quale il titolare di un diritto di proprietà intellettuale concede alla controparte il diritto di sfruttarlo, non comporta siffatta attività.
Pertanto l’accordo con cui una parte si impegna a  depositare una domanda e ad ottenere la registrazione per un nome di dominio”.eu”, sebbene definito “contratto di licenza”, si avvicina più ad un contratto di servizi che ad un contratto di licenza. E ciò soprattutto quando tale contratto non accordi alla parte definita «licenziatario» il diritto di usare commercialmente il marchio corrispondente al nome di dominio.
Di conseguenza, la parte che abbia il compito di registrare un nome di dominio”.eu” per conto del titolare di un marchio, senza poter utilizzare tale marchio a fini commerciali, non può essere qualificata come “licenziatario” ai sensi del regolamento 874/2004.
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Giurì di Autodisciplina Pubblicitaria: keyword advertising

Il Giurì di autodisciplina pubblicitaria, con decisione n. 17 del 18 febbraio 2011, si è pronunciato sulla vertenza che vedeva contrapposte la ricorrente Inspop.com Italy Ltd e le resistenti Assicurazione.it s.p.a. e Cercassicurazioni.it s.r.l., società tutte operanti nel settore dell’intermediazione assicurativa attuata mediante una comparazione effettuata in via telematica.

Le resistenti erano abbonate al servizio di keyword advertising prestato da Google, in forza del quale le imprese che desiderano far apparire il proprio sito Internet ai primi posti, all’esito della ricerca effettuata da un utente, possono acquistare le parole chiave che evocano il nome dei propri prodotti e/o servizi, ovvero il proprio e/o altrui marchio o nome a dominio.

Nel caso specifico, le resistenti avevano acquistato parole chiavi affini o simili ai marchi e nomi a dominio registrati dalla ricorrente (CHIAREZZA e CHIAREZZA.IT), attuando una pratica nota come brand bidding.

A parere della ricorrente tale condotta sarebbe risultata illecita costituendo un agganciamento parassitario alla notorietà dei marchi della ricorrente con conseguente indebito sviamento concorrenziale.

Tale assunto è stato disconosciuto dal Giurì di autodisciplina pubblicitaria il quale non ha ravvisato alcuna violazione dell’art. 13, comma secondo, del CACC, norma che vieta ogni “sfruttamento del nome, del marchio, della notorietà e dell'immagine aziendale altrui, se inteso a trarre per sé un ingiustificato profitto”.

A parere del Giurì è, innanzitutto, corretto ritenere che l’acquisto di parole chiave all’interno di un motore di ricerca possa configurarsi come “comunicazione commerciale” ai sensi della lettera e) delle norme preliminari del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale (CACC) in virtù della visibilità che tale attività comporta per le aziende che decidono di fruire del relativo servizio.

La scelta di parole identiche e/o simili all’altrui marchio registrato non può configurarsi, a parere del Giurì, quale sfruttamento indebito della notorietà altrui, tanto più se si tratta di parole di uso comune (come nel caso di specie – cfr. chiarezza, assicurazione). Né si può ravvisare in capo alle resistenti un “ingiusto profitto” in conseguenza dell’effettuato agganciamento: il profitto è, infatti, quello della visibilità in un “repertorio reticolare di imprese” costituito dai risultati della ricerca Google e non può dirsi che esso sia ingiusto essendo finalizzato ad assicurare una maggiore concorrenza tra imprese. 
Pronuncia n. 17/2011.pdf

 

Commento
Il tema, ancor oggi, di grandissima attualità, è stato affrontato dalla Corte di Giustizia Europea del 23 marzo 2010 nelle cause riunite C-236/08, C-237/08, C-238/08 aventi ad oggetto la asserita violazione dei marchi perpetrata attraverso il servizio di posizionamento di Google AdWords attivato da soggetti concorrenti rispetto ai titolari dei marchi utilizzati e senza il consenso di questi ultimi. 
La Corte sottolinea, innanzitutto, come il prestatore di un servizio di posizionamento consente ai propri clienti inserzionisti di usare segni identici o simili ai marchi altrui, senza fare esso stesso uso di tali segni.

A parere della Corte, “il titolare di un marchio può vietare ad un inserzionista di fare pubblicità – a partire da una parola chiave identica a detto marchio, selezionata da tale inserzionista nell’ambito di un servizio di posizionamento su Internet senza il consenso dello stesso titolare – a prodotti e servizi identici a quelli per cui detto marchio è registrato, qualora la pubblicità di cui trattasi non consenta, o consenta solo difficilmente, all’utente medio di Internet di sapere se i prodotti o i servizi indicati nell’annuncio provengano dal titolare del marchio o da un’impresa economicamente connessa a quest’ultimo o invece da un terzo”. Nello stesso senso si è pronunciato nel febbraio scorso l’Avvocato Generale in relazione al ricorso presentato dalla società austriaca Wintersteiger AG (si rinvia a quanto riportato sulla Rivista R&P Mag, n. 1, pp. 15-16). Per quanto attiene alle ripercussioni sull’utilizzo a fini pubblicitari del marchio ai danni del suo titolare, a parere della Corte, esse non costituiscono, di per sé, una violazione della «funzione di pubblicità» del marchio.

In conseguenza della citata sentenza, a partire dal 14 settembre 2010 Google ha modificato le policy del servizio Google AdWords per l’acquisto di inserzioni pubblicitarie a pagamento, consentendo la pubblicazione di annunci attivati da una parola chiave associata ad un marchio altrui, purché l’annuncio non risulti fuorviante. A titolo esemplificativo e non esaustivo, l’utilizzo del marchio è, dunque, consentito  per annunci che: (i) utilizzano un termine associato a un marchio quando tale termine è utilizzato in modo generico e descrittivo, senza far riferimento al termine come marchio, (ii) per prodotti e/o servizi in concorrenza tra loro, (iii) per la rivendita di beni o servizi registrati come marchio, (iv) per la vendita di componenti, parti di ricambio o prodotti compatibili corrispondenti a un marchio, (v) per siti di informazioni su di un prodotto o servizio corrispondente al marchio. (M.T.)

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Le clausole vessatorie on-line sottoscritte mediante firma elettronica

autore:

Chiara Araldi

Il Tribunale di Catanzaro, aderendo all’opinione dottrinale prevalente, ritiene che in caso di clausole vessatorie non sia sufficiente la sottoscrizione del testo contrattuale, ma sia necessaria la specifica sottoscrizione delle singole clausole, che, nell’ipotesi in cui il contratto sia in forma digitale, deve essere assolta mediante l’apposizione della firma digitale. Pertanto, nei contratti telematici a forma libera, il contratto si perfeziona mediante il tasto negoziale virtuale, ma le clausole vessatorie saranno efficaci e vincolanti soltanto se specificamente approvate con la firma digitale.

Inoltre, la conoscibilità delle condizioni generali nei contratti telematici è soddisfatta anche quando tali condizioni generali non sono riportate nel testo contrattuale, ma sono contenute in altre schermate del sito, purché venga dato risalto al richiamo e la postazione contenente la clausola richiamata sia accessibile mediante il relativo collegamento elettronico (link).
Tribunale di Catanzaro.30 aprile 2012. pdf

Commento
Con ordinanza n. 18 del 30 aprile 2012, il Tribunale di Catanzaro è stato investito del riesame di un ordinanza che definiva un procedimento di urgenza promosso da un professionista che lamentava l’indebita chiusura del proprio account  professionale da parte di eBay. La difesa di eBay invocava, a fronte della chiusura dell’account di parte attrice, una specifica clausola, presente nell’Accordo per gli utenti, cioè nelle condizioni generali di contratto di eBay, ai sensi della quale in caso di abuso della piattaforma, eBay si riservava la possibilità di limitare o sospenderne l’uso.
Il Tribunale di Catanzaro preliminarmente esclude l’applicabilità del Codice del Consumo alla fattispecie in esame, in quanto la piattaforma eBay veniva usata da parte attrice come ausilio alla propria attività di e-commerce, ritenendo invece applicabile l’art. 1341 del codice civile, ribadendo come, anche in questa ipotesi, si tratti di una tipologia di contratto caratterizzata da una tipica asimmetria di potere contrattuale tra le parti, temperata dalla necessità di una specifica approvazione scritta delle clausole considerate vessatorie.
Nel caso di un contratto online, la sottoscrizione dello stesso può avvenire mediante l’utilizzo del tasto virtuale, come ad esempio un pulsante “Accetto” ovvero un flag. Le clausole vessatorie, diversamente, devono essere specificamente approvato mediante apposizione della forma digitale. Nel caso in esame, tuttavia, tale espressa sottoscrizione non era prevista: il Tribunale, pertanto, stabilisce che “mancando il requisito della specifica sottoscrizione, appare superfluo addentrarsi nella problematica della equiparabilità del sistema del point and click alla firma digitale debole e della sufficienza della firma digitale debole a soddisfare il requisito della forma scritta”.
Proprio a causa di tale mancanza, la sentenza in esame, pur costituendo un passo avanti in tema di analisi giurisprudenziale delle tematiche connesse alla contrattazione su internet, non può essere considerata particolarmente innovativa.
La necessità di sottoscrivere le clausole vessatorie mediante firma digitale, infatti, implica l’utilizzo di una tecnologia (quella della firma digitale) costosa ed, ancora oggi, poco utilizzata dagli imprenditori nonché dai consumatori italiani. Una presa di posizione più netta quanto all’equiparabilità dell’utilizzo di pulsanti o flag (peraltro già ritenuti sistemi idonei quanto alla sottoscrizione delle contratto online) contribuirebbe a dare certezza ad una materia che, ad oggi, rimane scarsamente disciplinata, soprattutto in considerazione della sempre maggior diffusione di contratti di questo tipo nel mercato interno.
(C.A.)

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Cambiano gli indirizzi internet: i domini personalizzati

autore:

Alberto Fogola

Da un po’ di mesi si parla, sempre con maggiore insistenza, di una novità di particolare interesse per quelle imprese (perlopiù medio-grandi) che vedono nel web un importante canale attraverso cui veicolare il proprio business: si tratta dei c.d. domini personalizzati che consentiranno di raggiungere un sito internet attraverso indirizzi differenti rispetto a quelli a noi familiari.
Fino ad oggi, infatti, c’è sempre stata una chiara distinzione tra domini di primo livello (i c.d. Top Level Domain: TLD) e domini di secondo livello: gli uni assegnati dalle varie Registration Authority (pensiamo a quelli generici quali .com, .info, .net; ovvero a quelli “nazionali” come .it, .uk, .eu; i c.d. country code Top Level Domain: ccTLD); gli altri scelti dal titolare del sito e rappresentanti il principale segno attraverso cui quest’ultimo vuole essere raggiunto attraverso il web.

La novità in atto riguarda la possibilità per il titolare di un sito internet (e, naturalmente, per chi vuole crearne uno) di scegliere, e dunque “personalizzare”, anche quella parte dell’indirizzo che si trova oltre il “punto” e che, fino ad oggi, è stata sempre “imposta” dalle Registration Authority.
La registrabilità di nuovi TLD non conosce preclusioni particolari e, quindi, possono essere registrati come tali tanto marchi (come, ad esempio,.google e .facebook) quanto indicazioni descrittive e generiche di un servizio o di un prodotto (pensiamo ad esempio a .video, .news, .cloud ecc.).
Tale novità, come tutte le innovazioni in un ambito in buona parte ancora deregolarizzato quale quello on line, presenta degli elementi certamente positivi insieme ad alcune criticità a cui l’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers; ente californiano che ha, tra le sue competenze, anche l’assegnazione dei nuovi domini personalizzati) sta cercando di porre rimedio visto il notevole numero di richieste già ricevute.

Senz’altro i domini personalizzati consentono alle imprese di promuovere in modo più diretto ed immediato il proprio business grazie alla creazione di indirizzi internet aventi una maggiore capacità distintiva rispetto ai comuni domini di primo livello o, comunque, una maggiore presa sul pubblico (basti pensare che il TLD .com, oggi maggiormente utilizzato e nato come abbreviazione di “company”, è assolutamente privo di qualsiasi capacità individualizzante).
La prima criticità che consegue all’introduzione dei domini personalizzati è rappresentata da ipotesi di domain grabbing sostanzialmente analoghe a quelle che si sono già verificati in passato per i domini di secondo livello. In altre parole potrebbe accadere che qualcuno richieda la registrazione di un TLD composto da un noto marchio di titolarità di un terzo, per il solo fine di rivenderlo. Si tratta tuttavia di un rischio prevalentemente teorico, temperato dagli elevati costi di registrazione e, soprattutto, dal fatto che chi chiede l’assegnazione di un TLD deve fornire all’ICANN i dettagli della propria organizzazione, nonché le modalità d’uso del dominio.

Accanto alle ipotesi di domain grabbing vi è poi un’altra criticità che dipende anch’essa dalla regola “first come, first served” che contraddistingue da sempre la registrazione dei domain name. Si fa riferimento all’ipotesi in cui due soggetti siano entrambi interessati al medesimo dominio di primo livello, magari perché titolari di marchi identici utilizzati da sempre in settori merceologici differenti (pensiamo al marchio FERRARI che, al tempo stesso, contraddistingue la celebre casa automobilistica e uno spumante; oppure al marchio MARIE-CLAIRE che è sia un segno distintivo di titolarità di l’Oréal che il titolo di una rivista). Anche per questa criticità è comunque previsto un temperamento, in quanto, qualora ci siano due o più soggetti interessati al medesimo dominio, l’ICANN effettuerà tutte le verifiche del caso e, laddove necessario, istituirà un’asta assegnando il dominio al miglior offerente.
Come detto l’ente che provvede all’assegnazione dei domini personalizzati è l’ICANN e il costo per tale registrazione si aggira intorno ai 180.000 dollari. Nonostante il costo non certo trascurabile della registrazione tra il 12 gennaio e il 30 maggio 2012 (periodo in cui era possibile presentare domande di assegnazione), l’ICANN ha ricevuto complessivamente circa 2.000 richieste.
Dall’elenco di domande presentate, reso pubblico dallo stesso ICANN, si può notare come le principali società attive sul web abbiano dato vita ad una vera e propria corsa ad alcuni TLD personalizzati; basti pensare che Google (per il tramite della società Charleston Road Registry, Inc) ha richiesto 101 domini e Amazon 76. Numerose sono le sovrapposizioni di richieste per alcune denominazioni che, vista la forte presa sul pubblico, risultano particolarmente ambite; si tratta di domini quali: .blog, .book, .cloud, .free, .game, .mail, .movie, .music, .news, .web.

I nuovi domini non sono ancora stati assegnati e, presumibilmente tale assegnazione non avverrà prima del 2013; sarà certamente interessante vedere le modalità attraverso cui l’ICANN accoglierà o meno le varie comande e, soprattutto, a favore di chi saranno risolte le sovrapposizioni sulle denominazioni su cui si è maggiormente soffermata l’attenzione delle società richiedenti, nonché se queste ultime concederanno l’utilizzo di alcuni TLD personalizzati anche a terzi.
 (A.F.) 
ICANN – TLD personalizzati_elenco application.pdf

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Editoriale R&P Magazine, Luglio 2012

Il tema potrebbe apparire… fuori tema. Simbolo di una posizione anti Rete. Illogico in una pubblicazione, come la nostra, che ha come obbiettivo l’approfondimento di questioni giuridiche collegate al mondo off-line e on-line. Stiamo parlando delle conclusioni di un libro uscito in questi mesi (“The future of the power” del professor Joseph S. Nye dell’università di Harvard, ex assistente del Ministro della Difesa americano) che si occupa e preoccupa del nostro futuro dominato dall’incontrollabile mondo della Rete. Nye si pone una questione di drammatica attualità, probabilmente sottovalutata da tutti gli entusiastici fautori della modernità e innovatività del web. Quanto l’equazione acritica Libertà-Velocità di trasmissione dei dati-Incontrollabilità può portarci ad uno nuovo 11 Settembre nel cyberspazio? Se da un lato, infatti, la Rete ha rappresentato il fantastico innesco o comunque lo straordinario strumento per l’avvio delle rivoluzioni nel Nord Africa, per la speranza di una maggior libertà in Cina, per comunicare al mondo le atrocità dei regimi in Birmania e in Tibet, dall’altro lato ha creato e continua a consolidare, giorno dopo giorno, ora dopo ora, uno spazio senza confini, senza regole, certo senza censure ma nel contempo senza controlli. La diffusione del potere extra governativo (esattamente quello che si origina quotidianamente nella Rete), sostiene Nye, costituisce il più grande cambiamento politico di questo secolo. Le grandi nazioni mondiali hanno la capacità di controllare terra, cielo e mare, ma hanno perso il “grip” sulla Rete. Da consulente del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, Nye ha vissuto “dal di dentro” questa problematica e la sua sintesi è drammatica e inquietante. Il cyberspazio è diventato la fonte di maggior insicurezza, perché lì, in questa fase dello sviluppo tecnologico, l’offesa prevale sulla difesa”. Attacco informatico, guerra informatica, sono gli incubi degli esperti del Pentagono che si dibattono intorno a questa nuova minaccia “senza spargimento di sangue”. Il caso più esemplare ci arriva dall’Iran dove due anni orsono un difetto di un codice informatico infettò il sistema posto alla base del programma nucleare iraniano. Un sabotaggio? Probabilmente si, risponde Nye, ma anche l’esempio di che cosa potrebbe capitarci in futuro… anche di segno opposto! “Le grandi potenze - scrive Nye - potrebbero creare una situazione di caos e di distruzione fisica attraverso attacchi informatici contro obbiettivi civili e militari.” Ma nello stesso tempo il nuovo potere extra governativo che vive e si nutre della e nella Rete potrebbe, a sua volta, scatenare situazioni assolutamente nuove e inimmaginabili per gli stessi addetti ai lavori: oscuramento dei siti (già accaduto in Georgia nel 2008), black-out di un’intera industria di un paese e chissà cos’altro. “Prima o poi i gruppi terroristici - sottolinea Nye - si impossesseranno della complessità del cyberspazio, tra l’altro molto meno complessa da capire rispetto a quella nucleare!” “E’ tempo che gli stati si siedano - conclude il nostro autore - per discutere su come eliminare questo tipo di minacce alla pace mondiale”. Qui sta, a nostro avviso, il punto che ci riguarda, oltre che da cittadini di questo mondo, da giuristi interessati alla tenuta delle regole del gioco di una convivenza virtuosa tra i popoli del nostro pianeta. Il mondo off-line ha consolidato nei secoli un sistema normativo transnazionale che ha permesso a tutti, con le naturali e comprensibili differenze di sviluppo,di crescere conoscendo i format normativi di riferimento e le sanzioni in caso di inosservanza. Il mondo digitale non può rimanere un Far-west in cui tutto è possibile e non esiste sanzione per coloro che non rispettano i diritti fondamentali dello “stare insieme”. Non sto parlando di introdurre censure o limiti ingiustificati allo sviluppo della Rete. Semplicemente di porci un tema strategico di necessità di perimetrare, a livello internazionale, un sistema di regole che coniughi da un lato la libertà di manifestazione del pensiero di tutti noi ma dall’altro la nostra sicurezza sia personale sia collettiva. Prepariamoci dunque ad assistere e convivere con uno scenario in cui saranno messe sul tavolo proposte normative mirate a restringere la cosiddetta libertà nel Far-west del cyberspazio. Sarà importante, in quel momento, la reazione del nostro mondo professionale e accademico. Nye ci lancia un allarme e una sfida: noi giuristi abbiamo la responsabilità di raccoglierla e di non limitarci a gridare “contro” a qualsiasi progetto mirato a disciplinare la Rete.

Riccardo Rossotto

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Locandine pubblicitarie di film realizzate da maestri pittori

Con sentenza depositata in data 12 giugno 2012, il Tribunale di Roma ha definito una controversia avente ad oggetto la titolarità dei diritti di utilizzazione economica di immagini tratte da bozzetti originali di manifesti pubblicitari di film, realizzati da maestri pittori, arricchendo due rilevanti principi di diritto già, in parte, elaborati dalla giurisprudenza.

In primo luogo, il Giudicante ha stabilito che dette immagini costituiscono opere realizzate su commissione del produttore cinematografico e tutti i relativi diritti di sfruttamento economico debbono considerarsi sorti ab origine in capo a detto soggetto committente.
In secondo luogo, il Tribunale si è pronunciato nel senso che siffatta titolarità dei diritti patrimoniali in capo al committente di un’opera dell’ingegno non necessita di essere provato per iscritto a norma dell’art. 110 della Legge sul diritto d’autore del 22 aprile 1941, n. 630.
Tribunale di Roma 12 giugno 2012.pdf

Commento
Con riferimento al primo dei predetti principi di diritto, il Tribunale di Roma ha, da un lato, confermato, come detto, quanto già più volte espresso dalla giurisprudenza in ordine al riconoscimento dei diritti di sfruttamento economico di un’opera dell’ingegno in capo al soggetto committente dell’opera stessa.
A ben vedere, peraltro, la pronuncia in esame ha il merito di cristallizzare l’ulteriore convincimento in base al quale le locandine dei film realizzate in passato dai maestri pittori, nonchè, viene da sè, tutte le immagini realizzate nel perseguimento di finalità promozionali legate all’opera cinematografica stessa, debbono considerarsi opere commissionate dal soggetto produttore cinematografico.
Il Giudicante sostiene, invero, che, al di là dell’esistenza di una consolidata prassi in tal senso, parrebbe davvero impensabile che l’esecuzione di disegni che compongono i manifesti con cui il film viene pubblicizzato, avvenga senza che il soggetto interessato, ovvero il produttore del film medesimo, conferisca un apposito incarico all’artista.
Dal predetto convincimento deriva l’estensione del richiamato consolidato principio, avente ad oggetto il riconoscimento dei diritti di sfruttamento economico di un’opera dell’ingegno in capo al soggetto committente dell’opera stessa, all’ipotesi in cui detto soggetto sia un produttore cinematografico, titolare, in quanto tale e a norma degli artt. 45 e ss. della Legge 630/1941, dei diritti di utilizzazione economica sul film.
Sul punto, il Tribunale di Roma osserva, altresì, che una delimitazione temporale dei diritti di sfruttamento dell’opera commissionata radicati in capo al committente/produttore cinematografico sarebbe incompatibile con gli interessi (promozionali o commerciali) che quel soggetto conserva anche dopo un primo ciclo di proiezioni del film.
Da ultimo, il Giudicante esclude che le immagini realizzate per la promozione di un film possano essere liberamente sfruttate economicamente da terzi, atteso l’imprescindibile legame tra le stesse e l’opera filmica per cui sono state realizzate, i cui diritti d’autore spettano, come detto, esclusivamente al produttore cinematografico.
Anche il secondo principio di diritto fissato dal Tribunale di Roma pare confermare quanto già in precedenza osservato dalla giurisprudenza in ordine alla inapplicabilità dell’art. 110 della Legge 630/1941 al trasferimento dei diritti relativi ad un’opera dell’ingegno commissionata.
E’ solo con la sentenza in commento, tuttavia, che detto principio pare estendersi anche all’ipotesi in cui l’opera commissionata sia costituita da immagini legate all’attività promozionale di un film ed il soggetto committente sia un produttore cinematografico.
(R.A.)

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Tribunale di Torino: archiviazione di fotografie in siti web

Con ordinanza emessa il 26 marzo 2012, il Tribunale di Torino ha definito un procedimento cautelare instaurato da un’agenzia fotografica, ex artt. 163 l.d.a. e 700 c.p.c., in ragione dell’avvenuto utilizzo, da parte della società resistente, di immagini oggetto di un contratto di fornitura di fotografie stipulato con quest’ultima, successivamente alla scadenza del contratto medesimo.

Secondo la citata ordinanza, la conservazione, oltre la scadenza contrattuale, di fotografie concesse in uso editoriale a quotidiani web e pubblicate sulle relative pagine internet che siano composte, altresì, dalle notizie del giorno in cui avviene la consultazione della stessa pagina “storica” del web, nonché da banner pubblicitari, anch’essi aggiornati al momento della consultazione, comporta uno sfruttamento ancora attuale delle medesime fotografie e, dunque, una violazione dei diritti di utilizzazione economica sulle stesse.
Detto principio è stato confermato, peraltro, dall’ordinanza emessa dal medesimo Tribunale di Torino, in data 23 maggio 2012, sul reclamo proposto dalla predetta società resistente.
Tribunale di Torino 26 marzo 12.pdf

Commento
Si ritiene che l’ordinanza in commento meriti di essere segnalata per aver espressamente chiarito in quale specifica ipotesi, successivamente alla scadenza contrattuale che ne legittimi lo sfruttamento, l’archiviazione di fotografie, caricate in siti web in vigenza del predetto contratto, debba considerarsi illecita ai fini del diritto d’autore.
Con il citato provvedimento, il Tribunale di Torino pare non voler negare la liceità della predetta archiviazione storica di fotografie, ma specifica, bensì, come questa debba considerarsi illecita laddove consenta che il proprietario di un sito web ne tragga un profitto commerciale.
Con riferimento alla fattispecie in esame, si rileva come la resistente abbia, prevedibilmente, eccepito la sussistenza di una clausola contrattuale in base alla quale le veniva consentita, anche dopo la cessazione del contratto, l’archiviazione, appunto, nei propri sistemi, delle immagini contenute, ovvero già caricate, nelle proprie pagine web.
Il Giudicante, tuttavia, ha ritenuto infondata siffatta eccezione sostenendo che la facoltà di conservare le immagini in un archivio virtuale, eventualmente riconosciuta ad una parte contrattuale, deve essere interpretata quale mera facoltà di conservare le “pagine del passato” senza alcuna possibilità di ulteriore sfruttamento commerciale.
Alla luce di siffatta considerazione, dunque, il Tribunale di Torino non poteva che concludere per l’illiceità dell’archiviazione in parola laddove ci si trovi in presenza di una pagina web che presenti, nella relativa fascia laterale, i menzionati banner pubblicitari o elementi di attualizzazione quali, per esempio, le “notizie aggiornate”.
Come già precisato, invero, tale modalità di composizione di una pagina web comporta uno sfruttamento commerciale delle immagini ancora attuale, atteso che il collegamento, posto in essere dall’utente, ad una determinata fotografia, permette al proprietario del sito di rimandare l’utente stesso ai contenuti attuali della propria testata telematica e di accedere agli annunci pubblicitari. (R.A.)

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L’opera cartografica come opera dell’ingegno – risarcimento del danno

autore:

Francesca Florio

Le cartine geografiche configurano opere dell’ingegno, tutelate dal diritto d’autore, in quanto rappresentano un’originale e personale rielaborazione degli elementi geografici presenti nel territorio, con la conseguenza che qualsiasi utilizzazione non preventivamente autorizzata delle stesse comporta la violazione dell’esclusiva dell’autore delle cartine geografiche medesime.
Tribunale di Torino 1 febbraio 2012.pdf

Commento
La sentenza in esame ha accolto un principio pacifico in giurisprudenza ed in dottrina, affermando che le cartine geografiche sono considerate a tutti gli effetti opere dell’ingegno, tutelate in quanto tali dalla normativa in materia di diritto d’autore ed in particolare dall’art. 2, n. 4 della L. 633/1941 e dalla Convenzione di Unione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche, all’art. 2.1. Molte sono, ad oggi, le decisioni dei Giudici italiani che hanno affermato questo principio: tra le tante, ricordiamo la sentenza del Tribunale di Milano, 30 giugno 2004, che, come il Giudice Torinese, ha stabilito che le cartine geografiche costituiscono un’originale rielaborazione degli elementi geografici presenti nel territorio, caratterizzate da un grado di creatività adeguato e, comunque, sufficiente ad ottenere tutela anche in caso di riproduzione parziale delle stesse; nonché l’ordinanza del Tribunale di Monza, 15 maggio 2000, che ha riconosciuto il carattere creativo delle opere in questione, definendo queste ultime come frutto della fantasia creativa dell’uomo, espressione della sua personalità, nella misura in cui rappresentano e modificano, alla luce di un’originale ed unica “lente” sensopercettiva, la realtà naturale, senza, quindi, presentarsi totalmente astratte dal dato materiale, ma rielaborandolo in modo soggettivo. A tal proposito, rileviamo che denominatore comune di tutte le decisioni sull’argomento in oggetto è la condanna dell’utilizzatore al risarcimento del danno. Ciò in ragione del fatto che l’utilizzo da parte di terzi delle predette opere cartografiche senza il preventivo consenso dell’autore costituisce un illecito, suscettibile di far nascere in capo all’autore stesso il diritto ad ottenere il risarcimento del danno subito. Al riguardo, di particolare interesse sono i criteri che il Giudice di Torino ha utilizzato al fine di quantificare il danno subito dall’attore: il Tribunale ha, invero, tenuto conto nel numero di cartine utilizzate e divulgate, del formato digitale di altissima definizione delle stesse, del relativo periodo di pubblicazione, dei costi di produzione delle opere medesime e della circostanza per cui l’attore non aveva in passato mai concesso l’utilizzo di queste ultime su internet (modalità con cui le opere in questione erano state divulgate dal convenuto), nonché degli abituali costi che l’attore medesimo era solito applicare per il rilascio della propria autorizzazione alla riproduzione delle cartine in questione. Ciò detto, merita, altresì, attenzione un inciso della sentenza in esame relativo alla impossibilità di accogliere la tesi proposta dal convenuto circa una sua supposta buona fede riguardo alla liceità dell’utilizzo su internet delle cartine geografiche ed alla esistenza di un vantaggio pubblicitario a favore dell’attore derivante dal predetto utilizzo. Il Tribunale ha, infatti, negato la possibilità di accertare le predette circostanze in quanto la pubblicazione delle opere in oggetto determina comunque la violazione del diritto di esclusiva dell’autore, violazione che non può essere esclusa neppure in caso di consultazione gratuita della cartine oggetto di causa, rientrando nella suddetta esclusiva qualsiasi forma di utilizzazione economica delle stesse senza la preventiva autorizzazione del relativo autore. Sul punto, il Giudice Torinese ha precisato, inoltre, che la possibilità di scaricare le opere in oggetto tramite internet non solo non determina una promozione delle stesse, ma comporta addirittura uno sviamento di clientela, dal momento che all’utente viene concesso di ottenere una copia delle predette cartine senza l’autorizzazione e/o l’intervento dell’autore.

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