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Valeria Valentini

Valeria Valentini

Avvocato, esperta nel diritto penale dell’impresa con particolare riferimento al settore dei reati tributari, societari e fallimentari, dei delitti contro il patrimonio e contro la Pubblica Amministrazione nonché a tutela della reputazione.

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Il nuovo amministratore risponde dell’omesso versamento dell’IVA maturata nella precedente gestione

Risponde del reato di omesso versamento IVA (art. 10 ter D.Lgs. 74/2000), quanto meno a titolo di dolo eventuale, il soggetto che, subentrando nella carica di amministratore di una società di capitali dopo la presentazione della dichiarazione IVA e prima della scadenza del versamento dell’imposta, omette di versare all’Erario l’imposta maturata nel corso della precedente gestione.

Il doppio binario sanzionatorio è compatibile con i principi della Convenzione Edu

La Cassazione (n. 6993/2018) conferma la compatibilità del doppio binario sanzionatorio con i principi espressi dalla Corte Edu e, in particolare, con la decisione della Grande Camera del 15.11.2016 (A. e B. c. Norvegia) che è intervenuta ridefinendo in maniera restrittiva i principi enunciati dalla nota sentenza Grande Stevens.

Nel concetto di profitto da reato tributario rientrano anche le sanzioni amministrative

Secondo la Cassazione (sez. III, 267/2018), nei reati tributari il profitto coincide con qualsiasi vantaggio patrimoniale direttamente connesso alla consumazione del reato: imposta evasa, quindi, ma anche interessi e sanzioni dovuti a seguito dell’accertamento tributario. Il principio è stato elaborato dalle Sezioni Unite con riguardo al caso di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (art. 11 D.Lgs. 74/2000, caratterizzato dal compimento di atti tesi a non pagare il debito tributario già maturato, compresi interessi e sanzioni), e successivamente ripreso da qualche decisione anche per i reati dichiarativi o, come nel caso della sentenza in commento, ai reati di omesso versamento IVA, ove la condotta è finalizzata esclusivamente ad evadere o a non versare l’imposta, a prescindere dagli eventuali interessi e sanzioni. Tale principio, tuttavia, rischia di raddoppiare l’importo dei sequestri disposti in sede penale per effetto della duplicazione delle sanzioni amministrative. E’ auspicabile dunque un intervento chiarificatore della Corte di Legittimità.

Whistleblowing e D.Lgs. 231/2001

Approvato al Senato il Disegno di Legge che introduce nuove disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato. In quest’ultimo contesto, in particolare, il DDL modifica l’art. 6 D.lgs. 231/2001 introducendo per le società che hanno adottato il Modello 231 l’obbligo di introdurre canali (anche informatici e comunque tali da garantire la riservatezza del segnalante) che consentano ai soggetti di cui all’art. 5 (apicali o subordinati) di effettuare segnalazioni riguardanti condotte illecite rilevanti ai fini del D.Lgs. 231/2001, stabilendo altresì il divieto di ritorsione e la nullità del licenziamento o demansionamento ritorsivo. Il testo, che modifica inoltre la disciplina dell’obbligo di segreto d’ufficio, aziendale, personale, scientifico e industriale (artt. 326, 622 e 623 c.p. e art. 2105 c.c.), è ora all’esame della Camera in seconda lettura.

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Solo l’estinzione del debito con il Fisco consente di accedere al patteggiamento per i reati tributari

L’onere di estinguere il debito tributario per accedere al patteggiamento è giustificato dall’interesse generale all’eliminazione delle conseguenze dannose del reato ed è finalizzato alla riscossione dei tributi. La Cassazione (sent. n. 38210/2017 ove è richiamata la decisione della Corte Costituzionale n. 95/2015) ha così nuovamente dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 co. 2-bis D.Lgs. 74/2000 (ora, art. 13-bis), chiarendo che la negazione di tale rito “premiale” all’imputato insolvente nei confronti del Fisco non lede il diritto di difesa. La discrezionalità del Legislatore in materia di limitazioni all’accesso ai riti alternativi, infatti, è sindacabile solo ove sfoci nella irragionevolezza e nell’arbitrio, ma nel caso dei reati tributari non genera disparità di trattamento stante l’interesse generale alla riscossione dei tributi.

Legittima la perquisizione ma niente sequestro presso lo studio dell’avvocato indagato per reato fiscale

Secondo la Cassazione (sent. n. 28069, depositata il 7.6.17), è legittima la perquisizione effettuata presso i luoghi di svolgimento dell’attività dell’avvocato indagato per reato fiscale (art. 10 D.Lgs. 74/2000, per essersi reiteratamente rifiutato di esibire le scritture contabili nel corso di una verifica fiscale) poiché le garanzie previste dall’art. 103 c.p.p. (tra cui, il previo avviso al Consiglio dell’Ordine) non tutelano “chiunque” eserciti la professione legale, ma solo colui che riveste la qualità di difensore in forza di uno specifico mandato. Illegittimo invece il sequestro della documentazione attinente l’attività professionale, non essendo emersi indizi che dimostravano che tale documentazione costituiva corpo del reato ipotizzato a carico del professionista. Tale sequestro, conclude la Corte, costituisce pertanto una indebita e non necessaria ingerenza nella sfera dell’attività difensiva svolta dall’indagato nei confronti di soggetti terzi estranei al reato.  

Il pagamento del debito con il Fisco estingue il reato anche quando è effettuato da terzi

La Corte d’Appello di Milano ha chiarito la natura oggettiva della causa di non punibilità prevista dall’art. 13 D.Lgs. 74/2000 (come riformato dal D.Lgs. 158/2015) per i reati di omesso versamento delle ritenute, omesso versamento IVA e indebita compensazione (artt. 10 bis, ter e quater). Irrilevante, quindi, l’identità del soggetto che estingue il debito, potendo questo non coincidere con il contribuente-imputato. Principio -già chiarito rispetto alla circostanza attenuante prevista (ora) dall’art. 13bis- che si ritiene condivisibile e coerente con il sistema penale/tributario, ove è previsto uno scollamento tra soggetto imputabile nel procedimento penale (persona fisica) e soggetto passivo dell’obbligazione tributaria (società) nel caso di reati commessi nell’ambito delle persone giuridiche. La sentenza si segnala peraltro anche per la qualità dei soggetti autori dell’estinzione del debito con il Fisco, ovvero i liquidatori giudiziali deputati all’esecuzione del concordato preventivo.

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Sezioni Unite: il reato di malversazione concorre con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche

I giudici di merito avevano condannato gli imputati per il reato di cui all’art. 316-bis c.p. (per aver destinato beni dell’azienda, acquistati con fondi pubblici, a finalità diverse da quelle per cui erano stati erogati) e, contestualmente, prosciolto i medesimi per il più grave reato di truffa per il conseguimento della medesima sovvenzione pubblica (art. 640-bis c.p.). La difesa sosteneva che tra le due fattispecie sussistesse un concorso apparente di norme e che, quindi, il reato di malversazione dovesse ritenersi assorbito nel reato di truffa (prescritto). Le Sezioni Unite (sent. n. 20664 depositata il 28.4.2017), nel confermare la condanna, hanno chiarito che le due fattispecie sono interdipendenti e alla realizzazione dell’una non consegue necessariamente la realizzazione dell’altra. I due reati, inoltre, si consumano in momenti fisiologicamente diversi e sono posti a tutela di beni giuridici differenti.  

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Non si applica la sentenza Taricco agli omessi versamenti IVA

Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza n. 16458/2017 sul presupposto che l’art. 10-ter D.Lgs. 74/2000 non è caratterizzato dalla fraudolenza della condotta. Considerato l’iter argomentativo della sentenza, è possibile inoltre ipotizzare che questo principio possa essere esteso anche ad altri reati tributari non connotati da frode (ad esempio, omessa o infedele dichiarazione). Come si ricorderà, nella nota sentenza Taricco, la Corte di Giustizia ha stabilito la sostanziale imprescrittibilità dei reati tributari in materia di IVA, imponendo al giudice penale di disapplicare le norme sulla interruzione della prescrizione, quando a) il procedimento penale abbia ad oggetto “frodi gravi” in materia di IVA, e b) l’applicazione delle norme interne sulla prescrizione comporti l’ineffettività della sanzione penale in un “numero considerevole di casi”.

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