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Luca Egitto

Luca Egitto

Esperto in proprietà intellettuale ed industriale, IT, privacy, diritto commerciale e societario in particolare nell’industria dell’intrattenimento, dello sport e del commercio elettronico.

Website URL: http://www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/150-luca-egitto.html

Bando del MiSE per la concessione di agevolazioni alle PMI per la valorizzazione di marchi storici

Con avviso pubblicato in G.U. del 29/12/2016, il Ministero dello Sviluppo Economico ha comunicato lo stanziamento di 4,5 milioni di Euro per le attività di valorizzazione dei c.d. marchi storici, la cui prima domanda di deposito sia antecedente al 01/01/1967. Tale intervento si pone l’obiettivo di sviluppare e rilanciare i marchi che rappresentano storia e cultura d’impresa italiana, attraverso la concessione di agevolazioni – in forma di contributo in conto capitale – a micro, piccole e medie imprese.

Oggetto dell’agevolazione è la realizzazione di un progetto finalizzato alla valorizzazione di un marchio in corso di validità, in relazione al quale l’impresa titolare o licenziataria esclusiva potrà richiedere un’agevolazione per le spese sostenute, successivamente al 29/12/2016, per l’acquisto di servizi specialistici esterni e di beni strumentali ad uso produttivo. Il MiSE ha suddiviso le spese ammissibili in una prima fase, obbligatoria, nella quale rientrano quelle sostenute per l’acquisto di macchinari nonché per la consulenza finalizzata all’ammodernamento della catena produttiva ed al miglioramento nell’approccio al mercato; ed una seconda fase, facoltativa, nella quale rientrano le spese di consulenza sostenute per il rafforzamento del marchio, la tutela da azioni di contraffazione e l’estensione della registrazione a livello comunitario, internazionale o in ulteriori classi di prodotti e servizi.

Ciascuna impresa potrà presentare più richieste di agevolazione, in misura pari all’80% delle spese ammissibili, riferite a diversi marchi, ognuna fino al valore massimo di 80.000 Euro, per un importo complessivo per ogni impresa pari a 120.000 Euro.

La procedura funzionerà a sportello, seguendo l’ordine cronologico delle domande di agevolazione pervenute dalle imprese richiedenti, fino ad esaurimento delle risorse disponibili. Le domande potranno essere presentate esclusivamente online, prima compilando il form reso disponibile sul sito internet www.marchistorici.it e successivamente inviando i necessari documenti a mezzo PEC, a partire dalle ore 09:00 del 04/04/2017.

La versione integrale del bando e la relativa documentazione sono disponibili sul sito dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

Dal 15.02.2016 la piattaforma di risoluzione delle controversie tra professionisti e consumatori

Dal 15 Febbraio 2016 sarà disponibile a consumatori e professionisti la nuova piattaforma di Online Dispute Resolution (ODR) introdotta dalla Commissione Europea: la piattaforma consentirà di dirimere le loro controversie online (evitando così le lungaggini e i costi dei processi ordinari), anche in relazione a questioni transfrontaliere. Gli operatori online saranno obbligati ad inserire un link alla piattaforma ODR sui loro siti al fine di agevolare l’accesso alla procedura, che prevede che gli organismi di ADR aditi agiscano da arbitri al fine di risolvere le controversie tra i consumatori e i professionisti che proporranno i loro ricorsi su tale piattaforma.

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Equo compenso, la Corte di Giustizia decide sull’interpretazione della direttiva 2001/29/CE sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione

La CGE si è pronunciata in merito all’interpretazione dell’art. 5, par. 2, a)-b), DIR. 2001/29, specificando che tali disposizioni (1) impongono di differenziare l’entità dell’equo compenso in relazione alle diverse tipologie di utenti e non consentono alla normativa nazionale (2) di assegnare agli editori una parte dell’equo compenso (3) di istituire un sistema di riscossione dell’equo compenso indifferenziato che ricomprenda anche le riproduzioni di spartiti e di riproduzioni contraffatte e (4) di prevedere due forme di remunerazione, una a monte dell’operazione di riproduzione e una a valle della stessa, se la prima sia calcolata unicamente in funzione della velocità dell’apparecchio nel realizzare le riproduzioni e la seconda cambi a seconda che il debitore abbia cooperato o meno alla riscossione di tale remunerazione.

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Approvato Il nuovo regolamento AGCOM a tutela degli utenti nei servizi di comunicazioni elettroniche

Il 12 Ottobre è scaduto il primo termine concesso agli operatori per adeguarsi al nuovo regolamento AGCOM “recante disposizioni a tutela degli utenti in materia di contratti relativi alla fornitura di servizio di comunicazioni elettroniche”, approvato il 25 Settembre 2015. L’AGCOM, con tale nuovo regolamento, ha inteso prestare garanzie rafforzate per gli utenti, in relazione al diritto di scelta libera e consapevole del proprio operatore, contrastando il pericolo di attivazioni non richieste o effettuate sulla base di informazioni pre-contrattuali o contrattuali non complete o fuorvianti.

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Percezione e deriva del diritto d’autore

Iniziamo questa rubrica con l’obiettivo di ossigenare le tematiche giuridiche connesse con la “Rete” con il contributo di esperti di tecnologia. 

Ciò sul presupposto che per poter capire realmente il perimetro dei temi giuridici connessi alla rete bisogna tenere in considerazione gli aspetti tecnici legati alla formidabile evoluzione della tecnologia. 
I tempi dell’azienda giustiziari chiedono di prevenire i problemi giuridici attraverso un lavoro congiunto tra legali ed esperti di tecnologia. 
Siamo partiti da qui, da questa constatazione, per aprire un microfono con i “guru” della tecnologia informatica. 

Intendiamo sviluppare il dibattito con un continuo e costruttivo confronto tra operatori del diritto e quelli della rete.

L’incipit di questo “cantiere che si apre” non poteva che essere costituito dal tema del diritto d’autore e della sua tutela in rete. 
Leonardo Chiariglione, col quale collaboriamo da tempo su queste tematiche di attualità, si è dichiarato disponibile al confronto, ed ecco gli esiti del primo, stimolante, botta e risposta con lui (di seguito, la sigla “LE” corrisponde a Luca Egitto, avvocato dello studio R&P Legal, mentre “LC” sta per “Leonardo Chiariglione”).  

LE: “Come mai, con tutto l’impianto legislativo/legale per proteggere i prodotti creativi, le nuove generazioni non sembrano interessate ad appoggiarlo/approfittarne?”

LC: “Risponderò partendo dalle tue risposte/domande e aggiungendone delle mie. Spero che non ti focalizzerai su punti specifici (quali la mia inabilità a usare i corretti termini legali) perché ad una domanda come questa non c’è una risposta univoca, ma la risposta - se c’è - si può trovare integrando creativamente varie risposte, ognuna delle quali può benissimo - da sola - non essere valida.
Naturalmente in tutto quello che dirò absit iniuria verbis. Sì, esistono leggi, commi e codicilli di cui certamente i creatori si compiacciono, ma guardiamo la foresta e non gli alberi”.

LE: “Teoricamente le norme dovrebbero essere scritte in maniera coerente con i principi fondanti di un dato ordinamento e con le finalità preposte dal legislatore. Sicuramente è un cattivo legislatore chi scrive una norma per assecondare le proprie pulsioni cesariste o peggio la propria vanità intellettuale. Parimenti cattivo, e sicuramente più frequente, è il legislatore che scrive una norma per servire esclusivamente interessi particolari”.  

LC: “Il Copyright Act del 1710 e la Costituzione americana del 1787 ponevano a 14 anni (rinnovabili una volta) la durata del diritto. Quando si vede che, ogni volta che il “copyright di Topolino” scade, il Congresso americano si affretta ad estendere la durata legale del copyright, come ci si può aspettare che una persona di normale intelletto sia convinta che il diritto sia fondato su sani principi?” 

LE: Nei paesi anglosassoni l’utilità economica è un principio ritenuto sano, pertanto non vi è alcuna remora di tipo morale a dilatare la durata del diritto d’autore se si ritiene che questo possa generare ricchezza. Sicuramente la società il cui portafoglio di diritti risulterebbe dimagrito allo spirare del termine di protezione di un’opera eserciterà le necessarie pressioni per impedire che questo accada, tuttavia il legislatore difficilmente decide di prorogare il termine di durata esclusivamente per accomodare questo interesse privato poiché per quanto gigantesca possa essere la suddetta società titolare dei diritti, il suo benessere non può essere l’unica variabile nella sintesi di interessi sottostanti a una decisione di politica legislativa. In questi casi è verosimile che il legislatore, prima di regalare al titolare dei diritti d’autore altri dieci anni di royalties, metta sulla bilancia i benefici economici di cui godrebbe la società nel caso in cui un’opera diventasse di pubblico dominio insieme a quelli derivanti dall’estensione della tutela. Sono sicuro che l’analisi economica alla base della decisione del legislatore americano nel “Mickey Mouse Act” (noto anche come “Sonny Bono Act”, a dimostrazione che i lobbysti in campo erano diversi) indicasse distintamente che l’estensione del termine di protezione sarebbe stata l’opzione maggiormente utile dal punto di vista economico per la collettività. 

LC: Recentemente la Commissione europea ha proposto una direttiva per l’estensione della durata del copyright della musica (lo so che sto usando termini impropri) adducendo a motivazione che i longevi musicisti non avrebbero potuto godere dei benefici. Molti (incluso il sottoscritto) si sono opposti a questa direttiva che è stata implementata. Come può uno aver fiducia nel diritto quando tutti sanno che l’estensione è stata motivata dal prossimo passaggio in public domain delle musiche dei Beatles?

LE: Le istituzioni europee hanno dimostrato di essere ampliamente influenzabili, tuttavia vi è una sorta di par condicio in questa debolezza nei confronti dei lobbysti. La Commissione è più sensibile alle esigenze delle grandi imprese mentre il Parlamento è stato più volto condizionato da una rumorosissima minoranza di lobbysti diversamente global e attivisti open source: esempio massimo ne è stato l’affondamento della direttiva sui brevetti software, svanita nel nulla dopo anni di lavoro proprio a causa dell’intensissimo lobbying sui singoli membri del parlamento europeo da parte degli attivisti open source. Ogni decisione che impatta sulla creazione, estensione o dissoluzione di un diritto d’autore genera sostanziali divergenze ideologiche che determinano in seguito un dibattito politico in sede comunitaria. Se qualcuno ha chiesto alla Commissione di valutare l’estensione del termine di durata di protezione di una particolare opera dell’ingegno vi sono strumenti, presupposti e precedenti (la defunta direttiva brevetti su tutti) che consentono agli eventuali oppositori di farsi sentire in maniera anche fragorosa.  

LC: “Supponiamo pure che uno trovi un editore del proprio libro. Il munifico editore concederà, se va bene, il 7% dei ricavi all’autore. Supponiamo che questo sia giustificato nel mondo degli atomi, il fatto è che nel mondo dei bit le percentuali non cambiano. Come si può pensare che il diritto d’autore, non dico come è concepito, ma come è implementato sia un diritto d’autore e non un diritto di qualcun altro che con la creatività non ha nulla a che fare?”

LE: Il diritto d’autore moderno è un compromesso - esteso su scala globale con numerosi, talvolta monumentali, trattati internazionali sulla tutela delle opere dell’ingegno - tra il diritto dell’autore dell’Europa Continentale (il cui fulcro era il diritto della personalità dell’autore, da cui origina l’impulso creativo) e il copyright anglosassone (ossia il diritto dell’imprenditore di stampare e pubblicare l’opera a fronte del pagamento di un corrispettivo per l’autore). Quest’ultimo sistema - inizialmente - tutelava in maniera preponderante non tanto lo sforzo creativo dell’autore quanto l’investimento imprenditoriale dell’editore, tanto è vero che ha riconosciuto il diritto morale ai propri autori solo recentemente, essendo il diritto dell’autore continentale - quale diritto della personalità - alieno al sistema di common law (così come lo è il diritto all’immagine per esempio) e credo che tale approccio “supply side” sia rimasto nel sistema di copyright. Tuttavia se l’autore guadagna poco nella ripartizione dei ricavi con l’editore non è sempre colpa del diritto d’autore: potrebbe anche essere conseguenza di una trattativa privata nella quale l’editore ha mostrato di aver maggior potere contrattuale.  

LC: Un’intera generazione è nata e cresciuta in un contesto in cui il copyright delle opere d’ingegno semplicemente non esiste. Le industrie “affected” hanno speso il loro tempo arzigogolando su infiniti approcci legali al problema invece di essere promotori di una riflessione fondamentale su che cosa vuol dire “Proprietà intellettuale in un mondo di bit (cioè nella società dell’informazione)”. La Secure Digital Music Initiative (SDMI) di cui 13 anni fa accettai di essere l’Executive Director si rivelò uno strumento per tamponare l’erosione del business dei CD.

LE: Credo vi sia un colossale equivoco sottostante a questa considerazione generazionale. Io penso che oggi vi sia non tanto una generazione per la quale il copyright non esiste quanto una generazione che ignora l’esistenza del copyright sotto un velo d’ignoranza che si è deliberatamente messa addosso, usando spesso argomentazioni strumentali (parlo in particolare dell’Italia). In Italia un diritto altrui lo si riconosce solo quando questo è azionato nei propri confronti, mai prima. In assenza di coercizione o imposizione si presume - in mala fede - che un diritto non esista. Rispetto una regola solo se rischio una multa, solo se lo spauracchio della sanzione mi si agita di fronte, solo se vedo una guardia che mi rincorre urlandomi “ladro”. Per il fruitore medio della musica in formato digitale in Italia, se la regola non si manifesta in un confronto di tipo antagonista, repressivo, coercitivo, allora non esiste più. Se non c’è un cassiere a chiedermi il prezzo di copertina, se non c’è un esattore a chiedermi il pagamento, il diritto a percepire il corrispettivo non esiste più. Questa è l’argomentazione strumentale dei tanti che scaricano migliaia di canzoni illecitamente: “il cd è superato quindi non pago più la casa discografica”. La superficialità di questo ragionamento è evidente, tuttavia non è l’unico limite di questo approccio, che sconta una cattiva comprensione del dualismo del diritto d’autore, che retribuisce sia l’autore che l’editore: non pagare più la musica riduce i ricavi degli editori ma anche quelli dei musicisti (in questo ultimo caso li azzera). Una persona dotata dell’intelligenza necessaria per azionare un sistema di file sharing sa perfettamente che il diritto d’autore esiste, quindi la sua scelta di negare il diritto dell’autore di avere una retribuzione per il proprio lavoro è totalmente consapevole. Il mondo di bit è un mondo dove lo scambio economico continua e se è vero che i bit, abbassando (anzi riducendo a zero) i costi produttivi di moltiplicazione di un’opera, obbligano a ripensare l’entità della retribuzione per l’artista, è anche vero che questo mondo di bit ha bisogno di opere - anche musicali - e dei suoi autori: negare il diritto ad una retribuzione agli artisti ci avvia forzatamente ad un ambiente in cui la musica è generata solo dai burattini di Maria De Filippi e da X Factor. Il fatto che milioni e milioni di utenti decidano di non pagare un solo euro per le canzoni degli artisti che dicono di ammirare non è una vittoria libertaria ma una desolante ed offensiva dimostrazione di scarsissima considerazione per gli artisti. Questi milioni di utenti non risparmiano certo un centesimo di euro quando si tratta di ostentare hardware moderni e alla moda, che consentano loro di apparire abbienti nella vita reale e di apparire e basta nel mondo virtuale. Probabilmente il mondo è cambiato: dalla propensione ad affermarsi con la propria immaginazione si è passati all’ambizione di guadagnare con la propria immagine, moltiplicandola nel web. 

LC: “È possibile che le nuove generazioni siano state conquistate dal valore del parametro “tanti hit, tanti play” ma non ne sono sicuro. Io penso che chiunque, che non sia ideologicamente “biased” (e poi voglio ancora vedere) non si tirerebbe indietro davanti alla possibilità di guadagnare dalla sua opera intellettuale. Se non lo fa è perché - io penso che lui pensi - “tanto non riesco a guadagnarci niente” e “tanto il sistema è pensato per quelli là”. Del secondo non sarebbe di per sé niente di male se solo “quelli là” dimostrassero di saperci fare, invece sembrano brancolare nel buio, tanto è vero che l’unico che ha dimostrato di saperci fare non è uno di loro, ma Steve Jobs buonanima.”

LE: Ci sono almeno due colossali errori nel ritenere - in maniera quasi manicheista - Jobs uno che “capiva” e il legislatore “uno che non capisce”. Il primo errore sta nel voler paragonare Jobs e il legislatore: il primo è istituzionalmente dedicato ad inventare metodi di generare ricchezza per sé e per la propria compagnia e ne ha trovato uno assolutamente geniale (ossia un’obsolescenza ben programmata), mentre il legislatore per definizione non inventa nulla ma produce regole per tentare di limitare le esternalità negative dei comportamenti: è naturale che se metti a confronto Steve Jobs con il senatore McCain in materia di innovazione il primo sembri un genio e il secondo un cretino. Il secondo errore sta nel ritenere Jobs un antagonista dei sistemi proprietari e un promotore di conoscenza condivisa perché è l’esatto contrario: Apple guadagna grazie alla tutela giuridica del diritto d’autore, del design, dei brevetti e dei marchi. La sua poderosa macchina di marketing utilizza come arma da fuoco proprio la tutela legale, pertanto è assolutamente fuorviante indicarlo come antagonista della tutela tradizionale della proprietà intellettuale e industriale. Sul fatto che vi siano ragazzi che pensano che “il sistema è pensato per quelli la” la colpa va equamente distribuita tra la Scuola - ormai incapace di dare ai giovani gli strumenti minimi necessari per pronunciare qualcosa di più di qualche superficiale massimalismo - e gli operatori del diritto, tutti, che si sono rivelati incapaci di comunicare al mondo e soprattutto alle nuove generazioni i più elementari e basilari concetti di diritto che permeano la nostra società.

LC: ”Io penso - e questo vale non solo per il copyright - che il cittadino vada recuperato alla politica. Naturalmente non bastano le belle parole.”

Coordinatore:
Avv. Luca Egitto

 

Interlocutore:
Dott. Leonardo Chiariglione

Proprietà e paternità delle foto del profilo Facebook secondo il tribunale di Roma

Con sentenza 12076/15 dell’11 Maggio 2015 il Tribunale di Roma si è pronunciato in merito alla proprietà, all’uso e al riconoscimento di paternità delle foto dei profili personali degli utenti di Facebook. 

In termini di principi generali di diritto d’autore la decisione – nelle sue conclusioni - non ha nulla di particolarmente rivoluzionario, ma presenta, nell’ambito complessivo delle sue motivazioni, diversi passaggi di grande interesse per quanto riguarda la prova delle titolarità delle immagini pubblicate sul profilo di Facebook e l’ambito di efficacia della licenza contenuta nelle condizioni generali d’uso del social network.

La questione sottoposta all’attenzione dei giudici romani riguardava alcune fotografie realizzate dal titolare di un account Facebook e da questo pubblicate sul proprio profilo e, successivamente, prelevate da terze parti che le hanno cedute a un quotidiano nazionale. Successivamente alla pubblicazione delle foto sul quotidiano, un telegiornale nazionale ha ulteriormente diffuso le immagini nell’ambito di un reportage concernente la medesima notizia pubblicata dal quotidiano. In tutti questi casi né era stata chiesta autorizzazione all’uso delle foto al titolare dell’account né era stata riconosciuta a questo la paternità delle immagini. 

Il Tribunale di Roma ha ritenuto in primo luogo tutelabili ai sensi della LDA le foto del profilo, pur non riconoscendo alle stesse la tutela autorale riservata alla opere indicata all’art. 2 LDA. I giudici romani, infatti, hanno considerato le foto del profilo, eseguite al solo fine di documentare una situazione reale e senza alcun particolare estro creativo, non “artistiche” e quindi oggetto del diritto connesso previsto dall’art. 87 LDA (che riconosce al titolare il diritto di controllare la circolazione delle proprie fotografie). 

In secondo luogo, il Tribunale di Roma, ritenendo provata la paternità delle foto in capo al titolare dell’account, ha accolto le richieste di tutela di quest’ultimo contro i convenuti (coloro che avevano ceduto le sue foto al quotidiano e il quotidiano stesso), respingendo la difesa di questi ultimi secondo cui il caricamento su Facebook delle foto avrebbe implicato la perdita di titolarità dei diritti sulle stesse in virtù di quanto previsto dalle condizioni generali d’uso del social network. E’ questo il passaggio più importante (come anticipato sopra, infatti, non vi è nulla di innovativo nella conferma dei diritti ex art. 87 LDA in capo al titolare di una foto), perché il Tribunale di Roma vi inserisce importanti principi in merito alle prove sulla titolarità dei diritti sulle foto del profilo Facebook e sull’effettiva portata della licenza concessa a Facebook da parte degli utenti sui contenuti. 

Secondo i giudici romani “pur essendo astrattamente condivisibile l’affermazione secondo la quale la mera pubblicazione di una fotografia di una fotografia nella pagina personale di un social network, in specie Facebook, non costituisce, di per sé, prova della titolarità dei diritti di proprietà intellettuale su quel contenuto, tuttavia tale elemento, in mancanza di altre emergenze probatorie di segno contrario (come l’indicazione sulla fotografia di un terzo quale fotografo; la condivisione del contenuto appartenente ad altro utente o di altra pagina web; la notorietà dell’immagine appartenente ad altro fotografo, ecc.) può assurgere a presunzione grave, precisa e concordante della titolarità dei diritti fotografici in capo al titolare della pagina del social network nella quale sono pubblicate (art. 2729 c.c.)”. 

Inoltre, per il Tribunale di Roma, la pubblicazione di una foto sul proprio profilo Facebook non solo da luogo alla suddetta presunzione grave, precisa e concordante, ai fini della titolarità del diritto previsto dall’art. 87 LDA, ma soddisfa anche i requisiti previsti dall’art. 90 LDA (indicazione di nome del fotografo e data della fotografia) in virtù di una interpretazione evolutiva di tale norma. Infatti, nel caso di pubblicazione su Facebook “i terzi sono posti comunque nella condizione di individuare con l’ordinaria diligenza il nome del fotografo e la data della fotografia” e in grado di distinguere i “Contenuti IP” pubblicati da un utente (di cui lo stesso è titolare) “da quelli di terzi semplicemente condivisi da quello stesso utente”. In virtù di tali considerazioni secondo il Tribunale di Roma vi sarebbe una inversione dell’onere della prova “per cui la titolarità dei diritti fotografici si presume in capo a colui che ha pubblicato il contenuto e, affinché la riproduzione non venga considerata abusiva, spetta al riproduttore provare che la sua utilizzazione si è basata sul prelevamento di un file digitale non coperto da diritti di proprietà intellettuale in capo a colui che ha pubblicato la fotografia sul sito Facebook”: onere non assolto dai convenuti che non hanno fornito alcuna prova di segno contrario rispetto alla presunzione di titolarità prospettata dal Tribunale. 

L’ulteriore importante considerazione dei giudici riguarda anche la portata della licenza concessa dagli utenti a Facebook ai sensi delle condizioni generali d’uso del social network: tale licenza non sarebbe una autorizzazione “generalizzata di utilizzo e sfruttamento dei contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale in favore di qualunque terzo che accede alla pagina Facebook”. In ogni caso, la “pubblicazione sul social network Facebook non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici spettanti all’utente”: motivo per cui il Tribunale di Roma ha ritenuto il titolare dell’account legittimato a tutelare in sede giudiziaria i suoi diritti esclusivi sulle foto del suo profilo ai sensi degli artt. 88 e ss. LDA. 

La sentenza, nel metabolizzare le regole e il funzionamento di Facebook, indica pertanto due principi importanti: il titolare dell’account si presume titolare dei diritti sulle foto pubblicate (e non condivise) sul suo profilo e l’accettazione delle condizioni generali d’uso di Facebook non comporta alcuna limitazione dei diritti su tali fotografie e sulla possibilità di controllarne l’utilizzazione. 

Illeciti online e giurisdizione: la CGE conferma il suo orientamento.

 

La CGE riafferma il criterio dell’accessibilità per accertare la giurisdizione in materia di illeciti commessi via internet e si pronuncia sul risarcimento del danno.

 

SENTENZA DELLA CORTE (Quarta Sezione), 22 gennaio 2015, Nella causa C-441/13 - Regolamento (CE) n. 44/2001 – Articolo 5, punto 3 – Competenze speciali in materia di illeciti civili dolosi o colposi – Diritti d’autore – Contenuto dematerializzato – Messa in rete – Criteri per la determinazione del luogo dell’evento dannoso.

La CGE torna sul tema delle violazioni commesse via internet, in particolare delle violazioni del diritto d’autore, per riaffermare l’orientamento espresso nella sentenza nella causa C‑170/12 (commentata da Repmag qui, precisando al contempo alcuni importanti principi in materia di risarcimento del danno. Come nel caso C-170/12 (Peter Pinckney contro KDG Mediatech AG), anche qui la violazione del diritto di autore si consuma (o meglio origina) in una giurisdizione diversa da quella del titolare del diritto d’autore e si propaga attraverso la rete. In questo caso, sorto tra un architetto austriaco (la signora Hejduk) e un azienda tedesca (EnergieAgentur.NRW GmbH), le fotografie della professionista austriaca erano state utilizzate in un primo momento, e con il consenso dell’autrice, in Austria, da un collega della signora Hejduk, e successivamente, questa volta senza il consenso dell’autrice, dalla società convenuta (tedesca), che aveva pubblicato le fotografie dell’architetto austriaco sul proprio sito web e rendendole dunque accessibili a chiunque. Il Tribunale di Vienna ha sollevato l’eccezione preliminare nei confronti della CGE, relativamente al criterio determinante la giurisdizione, poiché dinanzi al foro scelto dall’attrice la società convenuta ha eccepito che non poteva considerarsi competente il tribunale di Vienna visto che la stessa società ha sede in Germania e ha pubblicato le foto da un sito con dominio con country code .de.

Il tribunale viennese ha pertanto chiesto alla CGE “se l’art. 5 (3) del Reg. CE 44/2001 sulla competenza, sul riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale debba essere interpretato nel senso che in una controversia concernente la violazione dei diritti connessi al diritto d’autore, commessa rendendo accessibile una fotografia su un sito Internet, gestito mediante un dominio di primo livello di uno Stato membro diverso da quello nel quale il titolare del diritto è domiciliato, competenti sono solo i giudici (i) dello Stato membro nel quale l’autore presunto della violazione ha la propria sede; nonché (ii) dello/gli Stato/i membro/i al/ai quale/i il sito Internet è destinato in base al suo contenuto”. Lo scorso settembre l’Avv. Cruz Villalon, nel suo parere sulla questione riferita alla CGE, aveva suggerito alla Corte stessa di adottare un nuovo e diverso criterio d’interpretazione del Reg. 44/2001, alla luce del c.d. “danno delocalizzato”, la cui individuazione mediante i consueti canoni territoriali non sarebbe più possibile, soprattutto nel caso in cui non vi sono atti di vendita del bene protetto ma semplici atti di messa a disposizione del pubblico (come appunto il caso della signora Hejduk). L’Avvocato Generale ha quindi consigliato di discostarsi dalla sentenza C-170/12 (Pinckney), sostenendo che, in caso di danno delocalizzato in virtù del tipo di opera o del mezzo impiegato per la sua comunicazione, non si possa applicare il criterio del luogo della concretizzazione del danno previsto dall’articolo 5, punto 3, del regolamento n. 44/2001. In tali ipotesi, ha sostenuto l’AG, la suddetta norma giustifica solo la competenza giurisdizionale dei giudici del luogo in cui si è verificato l’evento causale. La CGE ha però deciso di discostarsi dal parere dell’AG, in particolare dal criterio dell’evento causale, e di confermare l’orientamento espresso nel caso Pinckney (Causa 170/12), ossia il criterio dell’accessibilità e le connesse limitazioni in merito al risarcimento del danno. La CGE, infatti, ricordando l’orientamento nella sentenza Wintersteiger (Causa 523/10), ha ribadito che nei casi di violazione di diritti d’autore e di diritti connessi al diritto d’autore mediante la messa in rete su un determinato sito Internet di fotografie senza il consenso del loro autore, quale evento causale deve considerarsi l’avviamento del processo tecnico finalizzato alla visualizzazione delle fotografie sul suddetto sito Internet, concludendo quindi che il fatto generatore della violazione dei diritti d’autore va individuato nella condotta del proprietario di tale sito. Così argomentando, la Corte ha concluso che nel caso in esame gli atti suscettibili di configurare la suddetta violazione possono essere localizzati unicamente nel luogo in cui si trova la sede della società convenuta, dove la stessa ha preso ed attuato la decisione di mettere in rete delle fotografie sul proprio sito Internet: poiché tale sede non è situata nello Stato membro al quale appartiene il giudice del rinvio, deve essere esclusa la competenza dello stesso. La CGE ha verificato inoltre se il giudice viennese potesse ritenersi competente in base al criterio della concretizzazione del danno asserito, in virtù del quale - ai fini dell’articolo 5, punto 3, del regolamento n. 44/2001 - il danno causato da un’asserita violazione dei diritti di un autore si concretizza o può concretizzarsi in uno Stato membro diverso da quello in cui il convenuto ha preso ed ha attuato la decisione di mettere in rete delle fotografie su un determinato sito Internet. In tale ottica – coerentemente con la causa Pinckney (Causa 170/12) - la Corte ha in primo luogo escluso rilevanza al fatto che il sito fosse sotto un dominio .de (Deutscheland), poiché al fine di stabilire la competenza giurisdizionale ex art. 5, punto 3, del regolamento n. 44/2001, “è privo di rilevanza il fatto che il sito Internet di cui trattasi nel procedimento principale non sia destinato allo Stato membro del giudice adito” (Austria in questo caso). La CGE ha quindi riaffermato il criterio dell’accessibilità, confermando quindi che “la concretizzazione del danno e/o il rischio di tale concretizzazione derivino dall’accessibilità, nello Stato membro del giudice adito, per mezzo del sito Internet della EnergieAgentur, delle fotografie cui si ricollegano i diritti fatti valere dalla sig.ra Hejduk”. La Corte, tuttavia, ha chiarito che poiché la tutela dei diritti d’autore e dei diritti connessi al diritto d’autore accordata dallo Stato membro del giudice adito vale soltanto per il territorio del citato Stato membro, il giudice adito in base al criterio della concretizzazione del danno asserito “è esclusivamente competente a conoscere del solo danno cagionato nel territorio di tale Stato membro” (anche in questo senso, quindi, è stato ribadito l’orientamento espresso nella sentenza Pinckney).

Il Regolamento AGCom va in Corte Costituzionale

autore:

Luca Egitto

Dopo mesi di attacchi frontali all’Autorità Garante delle Comunicazioni veicolati in vario modo e attraverso diversi canali offline e online (quotidiani, blog collegati ai siti di quotidiani online, versioni online dei quotidiani, siti d’informazione militanti), il Regolamento in materia di tutela del diritto d'autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70 (già commentato su Repmag quiqui, di seguito “Regolamento”) – “figlio” contestatissimo dell’AGCom - è stato finalmente inviato alla Corte Costituzionale perché ne sia valutata la legittimità costituzionale. L’invio degli atti alla Corte Costituzionale da parte del TAR era prevedibile (o quanto meno non poteva essere escluso a priori) alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi tra l’Autorità e suoi antagonisti. Infatti, dopo il fallito tentativo di impedire l’adozione del Regolamento mediante intervento parlamentare, i gruppi di pressione ostili al Regolamento avevano annunciato che avrebbero fatto ricorso al TAR per chiedere l’annullamento della Delibera n. 680/13/CONS (con la quale era stato introdotto il Regolamento) anche alla luce dei presunti vizi di costituzionalità, tra gli altri, dell’iter deliberativo e del contenuto del Regolamento stesso. Così hanno fatto: con due ricorsi “gemelli” (anche se in realtà lo sono per la sola parte di censura di incostituzionalità, mentre per i motivi ancillari e secondari le due impugnazioni non sono esattamente gemelle) ANSO - Associazione Nazionale della Stampa Online, F.E.M.I. Federazione Media Digitali Indipendenti, Open Media Coalition e Altroconsumo, Assoprovider - Associazione Provider Indipendenti-Confcommercio, Movimento Difesa del Cittadino, Assintel – Confcommercio hanno chiesto al TAR di annullare – previa sospensiva – la Delibera sopra menzionata. L’aspetto curioso (ma gli aggettivi potrebbero essere molti di più) della decisione del TAR Lazio è che in entrambi i casi il Collegio ha ritenuto infondate tutte censure di merito di cui ai due ricorsi concludendo però che “quale interprete delle leggi che trovano applicazione ai fini della decisione, prima di pronunciare la reiezione del ricorso deve interrogarsi se le stesse siano compatibili con la nostra Costituzione”. La conclusione del TAR evidenzia quindi la questione principale oggetto di discussione, ossia il bilanciamento tra diversi interessi costituzionalmente garantiti e, in particolare, tra la tutela del diritto d’autore (ossia del diritto di proprietà) ed il diritto alla libera informazione ed espressione (quali diritti fondamentali previsti dalla Costituzione). Infatti, i gruppi di pressione contrari al Regolamento hanno sempre denunciato la possibile compromissione dell’esercizio dei suddetti diritti fondamentali nell’ipotesi di attuazione da parte di AGCom delle misure repressive delle violazioni del diritto d’autore previste dal Regolamento. Più in particolare, secondo i ricorrenti al TAR, la lesione dei suddetti diritti fondamentali avrebbe luogo sia perché le misure repressive dell’AGCom comporterebbero una compressione dei diritti di informazione ed espressione che solo un vero e proprio giudice potrebbe ordinare, sia perché le leggi che hanno dato i poteri all’AGom avrebbero travalicato i criteri di proporzionalità e ragionevolezza che dovrebbero ispirare il legislatore che interviene su aree interferenti con le suddette libertà fondamentali. Lo scenario più frequentemente ipotizzato dai ricorrenti nei numerosissimi attacchi all’AGCom e al Regolamento pubblicati su quotidiani e periodici è infatti quello della potenziale rimozione di contenuti leciti (semplici articoli o commenti critici) eseguita nell’ambito dell’attuazione di un provvedimento dell’AGCom, soggetto privo della copertura costituzionale necessaria per comprimere la libertà di espressione o il diritto all’informazione. E’ probabilmente il rischio (la cui entità è tutta da dimostrarsi nel caso del Regolamento) di questa potenziale limitazione di diritti fondamentali ad aver indotto il TAR Lazio a richiedere alla Corte Costituzionale una pronuncia pregiudiziale circa la possibile “illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, e degli artt. 14, comma 3. 15, comma 2, e 16, comma 3, del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, nonché del comma 3 dell’art. 32 bis del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici approvato con decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, come introdotto dall’art. 6 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44, sulla cui base è stata adottata la impugnata “Delibera n. 680/13/CONS del 12 dicembre 2013” recante il “Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative” e l’ “Allegato A” alla predetta Delibera, per la violazione dei principi di riserva di legge e di tutela giurisdizionale in relazione all’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e di iniziativa economica, sanciti dagli articoli 2, 21, primo e sesto comma, 24 e 41 della Costituzione, nonché per la violazione dei criteri di ragionevolezza e proporzionalità nell’esercizio della discrezionalità legislativa e per la violazione del principio del giudice naturale, in relazione alla mancata previsione di garanzie e di tutele giurisdizionali per l’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero sulla rete almeno equivalenti a quelle sancite per la stampa, con la conseguente violazione degli articoli 21, secondo, terzo e quarto comma, 24 e 25, primo comma, della Costituzione”. A questo punto non resta che attendere la risposta della Corte Costituzionale, che difficilmente porrà fine alla questione: infatti, qualora fosse confermata l’illegittimità costituzionale delle norme sopra evidenziate, nulla impedirà ai titolari dei diritti d’autore e all’industria dell’intrattenimento di cercare nuovamente strumenti di contrasto alle violazioni massive commesse via internet, alternativi e più celeri rispetto all’ordinaria tutela giurisdizionale, civile e penale, oggettivamente inadeguata a dare risposte tempestive al fenomeno della pirateria online, che ha in Italia una roccaforte di irriducibili sostenitori.

Copyright in Europa: la parola agli user

 

La Commissione Europea ha recentemente pubblicato il Report sulla Consultazione Pubblica, aperta dal 5 dicembre 2013 al 5 marzo 2014, al fine di rivedere il quadro legislativo dell’Unione Europa che disciplina il copyright e di risolvere i problemi che l’attuale normativa pone al libero flusso delle informazioni e all'accesso alla conoscenza su Internet.

Dopo il Progetto “Licenses for Europe”, la Commissione Europea ha lanciato quest’iniziativa per valutare l'opportunità di proporre nuove leggi sul copyright che sostituiscano l’attuale normativa, spesso accusata di limitare eccessivamente la condivisione di cultura e informazioni, nella sua frammentarietà e scarsa trasparenza, causata dalle numerose differenze nazionali tra Stati Membri.

L’iniziale perplessità di alcune associazioni di consumatori e gruppi di utenti circa l’effettiva fruibilità della Consultazione, composta da 80 quesiti, dal contenuto tecnico e inizialmente disponibili in sola lingua inglese, è stata smentita dall’incredibile afflusso generato, con 9,500 risposte e un totale di 11,000 messaggi, comprensivi di domande, commenti e suggerimenti. La maggioranza delle risposte (58,7%) è giunta da utenti e consumatori, seguiti da autori/performers (24,8%), editori, produttori ed emittenti tv (8,6%), utenti istituzionali (3,2%), altro (2,1%), intermediari, distributori e altri fornitori di servizi (1,2%), Organizzazioni di Gestione Collettiva (1,1%), Stati Membri (0,2%) ed autorità pubbliche (0,1%).

Tale risultato, certamente influenzato dalle numerose iniziative di pubblicizzazione, traduzione e guida alla compilazione del testo, ad opera di associazioni come Fix Copyright!, Creators for Europe and Copywrongs.eu,  tra cui spicca l’apporto della giovane europarlamentare Amelia Andersdotter, esponente del partito pirata (https://ameliaandersdotter.eu/consultazione-pubblica-sul-copyright-guida), è indice dell’innegabile importanza sociale che hanno ormai assunto il web e l’aspettativa di libera fruizione di informazioni sulla rete.

La posizione di utenti e consumatori è degna di essere considerata e brevemente esposta, specialmente poiché da essa rileva la sostanziale inefficienza dell’attuale quadro normativo a regolare un ambito che negli anni ha subito un notevole sviluppo, basti pensare che le leggi EU sul copyright risalgono a periodi antecedenti a Facebook e Youtube.

Innanzitutto, gli utenti lamentano numerose problematiche causate dalle restrizioni all’accesso di siti legate alla localizzazione geografica del proprio indirizzo IP, che si tratti di video su YouTube il cui contenuto sia protetto da copyright e la fruizione arbitrariamente circoscritta ad alcuni paesi, di servizi di video on-demand come Netflix o Hulu non disponibili al di fuori degli Stati Uniti e più in generale di limitazioni all’accesso a contenuto del proprio paese d’origine (anche a pagamento) quando un cittadino tenti di accedervi da un altro stato membro (così come la Rai non disponibile in streaming dall’estero, neanche pagandone il relativo canone).

Inoltre, alcuni consumatori sottolineano come l’automatico reindirizzamento alla versione nazionale di un sito a cui si sta accedendo tramite un altro URL, risulti in un’ingiustificata limitazione alla libertà di scelta ed alla conseguente imposizione, spesso discriminatoria, di prezzi e condizioni legati ad un determinato paese.

Anche la disponibilità degli e-book su Amazon è geografica: alcuni libri sono disponibili su Amazon Italia unicamente nella loro traduzione italiana. Naturalmente esistono delle tecniche per aggirare il problema, come l’utilizzo di server proxy che permettono una navigazione anonima su internet, o affittare un IP che finga di essere negli USA per guardare le serie TV sul sito HBO ad esempio, ma le motivazioni a monte di queste restrizioni, giudicate arbitrarie e controproducenti, appaiono agli utenti del tutto ingiustificate.

I consumatori, facendo anche riferimento al Wittem Project (http://www.copyrightcode.eu/), auspicano ad un’armonizzazione della normativa, capace di eliminare ogni restrizione territoriale e di garantire l’accesso a qualsiasi contenuto online, indifferentemente dalla localizzazione geografica e dalle licenze concesse su base nazionale.

Nella Consultazione sono poi affrontati i diritti di riproduzione delle trasmissioni digitali, con specifico riferimento al principio del making available e ai criteri da utilizzare nella sua valutazione. Anche in questo caso la posizione degli utenti, per quanto varia, può sintetizzarsi in una generale aspirazione all’armonizzazione e alla semplificazione legislativa. Il concetto stesso di making avalaible, previsto all’articolo 8 del Trattato Copyright WIPO, rubricato “Right of communication to the public”, appare oscuro ed indefinito ai più, e viene additato come eccessiva estensione dell’ambito applicativo del copyright. Ai sensi di tale dottrina, viene infatti addebitata la violazione dei diritti di distribuzione anche a coloro che carichino online un contenuto in una cartella di filesharing e che lo rendano così disponibile e scaricabile agli utenti di un network peer-to-peer. Questa impostazione è risultata non è condivisa dalla maggior parte degli utenti che hanno risposto alla consultazione.

Nell’ambito della Consultazione è stato anche affrontato il tema dell’autorizzazione del titolare del diritto d’autore sia per il linking (collegamenti cliccabili “ipertestuali”) che il browsing di contenuti protetti dal diritto d’autore.

La recente sentenza della Corte di Giustizia Europea sul Caso Svensson (C-446/12) pronunciata pochi giorni prima del termine della Consultazione, è stata recepita dagli utenti che ne hanno sottolineato alcune lacune interpretative. Non è infatti chiaro se la persona che “linka” un contenuto su internet sia tenuta a verificarne la legittima disponibilità da parte della pagina internet o meno. Tale responsabilità causerebbe una notevole incertezza giuridica in capo agli utenti e al fine di fugare ogni dubbio non resta che attendere le pronunce di casi simili pendenti di fronte alla Corte Europea come il Caso C More Entertaining (C-279/13) ed il Caso Bestwater (C-348/13).

Quanto al browsing, da parte degli utenti vi è il medesimo approccio permissivo, poiché tale azione viene vista alla stregua di una semplice lettura, che non avrebbe senso limitare in virtù del diritto d’autore.

Confrontando a tal riguardo l’opinione dei consumatori con quella di autori, produttori e distributori, che vorrebbero mantenere un controllo molto forte sui contenuti a discapito dell’immediatezza e gratuità che caratterizza internet, emerge la necessità di ritracciare i confini del concetto di riproduzione e filesharing alla luce della mutata dimensione digitale e della continua evoluzione tecnologica e del mercato.

Infine, un ulteriore tema affrontato con grande interesse da utenti e consumator è quello del download e della libera disposizione del proprio contenuto digitale, in cui emerge la frustrazione degli utenti legata alla disparità di trattamento ravvisabile tra il supporto fisico e quello digitale. Spesso il prezzo non cambia in base al tipo di supporto, eppure l’uso concreto del prodotto digitale (e-book, file videogame o audio) risulta fortemente limitato: la sua circolazione è impossibile o particolarmente ardua, così come lo è la rivendita, poiché non esiste un vero e proprio mercato secondario di file digitali.

Dal Report sulla Consultazione Pubblica emergono chiaramente le distinte posizioni, spesso confliggenti, dei diversi portatori di interessi, eppure la vasta maggioranza degli utenti converge a favore dell’idea di una normativa copyright comune a tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea; sarà interessante vedere come tutti questi input verranno recepiti dal Legislatore Comunitario.

 

Testo della Consultazione Pubblica

http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2013/copyright-rules/docs/consultation-document_en.pdf

Report sulla Consultazione Pubblica

http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2013/copyright-rules/docs/contributions/consultation-report_en.pdf

Progetto “Licenses for Europe”

http://ec.europa.eu/internal_market/copyright/licensing-europe/index_en.htm

Sentenza del 13 Febbraio 2014 della Corte di Giustizia Europea C-446/12, Case Svensson

http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=147847&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=95846

Responsabilità degli internet service providers

Con ordinanza del 14 febbraio 2012, il Tribunale di Roma si è pronunciato sul ricorso ex art. 700 c.p.c. proposto da Reti Televisive Italiane s.p.a. (RTI), quale titolare dei diritti di trasmissione delle partite di calcio del campionato di serie A di diverse squadre, contro Worldstream DBM CV, un hosting provider che ospitava un sito che trasmetteva in live streaming, tramite il collegamento con altri siti internet, diversi contenuti audiovisivi, tra cui gli eventi calcistici oggetto della licenza concessa a RTI. La Sezione specializzata ha accolto le richieste di RTI, inibendo la prosecuzione di servizi per la trasmissione al pubblico dei contenuti audiovisivi oggetto dei contratti di licenza concessi dalla Lega Calcio e UEFA a RTI ed ordinando la rimozione dei suddetti contenuti dai propri servers, in quanto in violazione della Legge sul diritto d’autore.

Commento
Il Tribunale di Roma ha avuto nuovamente occasione di affrontare una tra le più spinose problematiche giuridiche connesse alla diffusione globale della rete Internet: quella della responsabilità degli Internet service providers, disciplinata dagli artt. da 14 a 17 del d.lgs 70/2003, che recepisce la direttiva n. 2000/31/CE. In particolare, l’art. 17 dispone per i provider di servizi per la società dell’informazione l’assenza di un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni trasmesse o memorizzate e, su questo presupposto, le disposizioni che precedono prevedono un altrettanto generale esonero da responsabilità per l’illiceità delle informazioni, in deroga rispetto al principio generale di responsabilità di impresa per le proprie attività. Per quanto questa norma derivi da un bilanciamento legislativo di interessi e diritti fondamentali (da un lato vi è il diritto di proprietà intellettuale, dall’altro la libertà di informazione e il diritto alla riservatezza, che risulterebbe compromesso da un controllo preventivo delle informazioni presenti in rete), essa pare in contrapposizione con la tutela giudiziaria prevista dall’art. 156 e ss. della Legge sul diritto d’autore. Pertanto, al fine di superare questo apparente conflitto, dopo un excursus di giurisprudenza nazionale e comunitaria sulla questione, il Tribunale di Roma ha ricostruito una regola generale secondo la quale il provider è responsabile per la violazione di diritti di proprietà intellettuale a mezzo Internet soltanto proprietà intellettuale a mezzo Internet soltanto nel caso in cui non abbia adempiuto ad un obbligo specifico e a posteriori di sorveglianza, attivato su segnalazione di singoli illeciti identificati da parte del titolare del diritto di proprietà intellettuale, non rimuovendo i contenuti contraffattivi o oscurandoli solo temporaneamente. Pertanto, secondo l’interpretazione del Tribunale di Roma, in presenza di una lettera di diffida o di una comunicazione inviata dal titolare del diritto di proprietà intellettuale e volta ad informare il service provider della lesione dei suoi diritti e dell’illiceità delle informazioni da esso trasmesse e memorizzate, il provider stesso non potrò appellarsi all’esonero di responsabilità previsto dagli artt. da 14 a 17 del D.lgs. 70/2003. (L.E.)

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