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La Corte Costituzionale chiude la “vicenda Taricco”

Con la sentenza depositata il 31 maggio scorso (n. 115/2018), la Corte Costituzionale ha messo fine alla querelle nata all’indomani della sentenza della Corte di Giustizia UE (causa c-105/14, Taricco) a seguito della quale la Corte imponeva al giudice nazionale di disapplicare le norme interne in tema di limiti massimi di durata della prescrizione nei casi in cui ciò comportava «la sistematica impunità delle gravi frodi in materia di IVA».

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Non si applica la sentenza Taricco agli omessi versamenti IVA

Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza n. 16458/2017 sul presupposto che l’art. 10-ter D.Lgs. 74/2000 non è caratterizzato dalla fraudolenza della condotta. Considerato l’iter argomentativo della sentenza, è possibile inoltre ipotizzare che questo principio possa essere esteso anche ad altri reati tributari non connotati da frode (ad esempio, omessa o infedele dichiarazione). Come si ricorderà, nella nota sentenza Taricco, la Corte di Giustizia ha stabilito la sostanziale imprescrittibilità dei reati tributari in materia di IVA, imponendo al giudice penale di disapplicare le norme sulla interruzione della prescrizione, quando a) il procedimento penale abbia ad oggetto “frodi gravi” in materia di IVA, e b) l’applicazione delle norme interne sulla prescrizione comporti l’ineffettività della sanzione penale in un “numero considerevole di casi”.

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Il giudice di Milano applica la “Taricco” e disapplica le norme italiane in materia di prescrizione del reato

Il GUP di Milano ha rinviato a giudizio alcuni soggetti imputati per una frode IVA da 642 milioni. La notizia è sorprendente in quanto alcune di tali condotte si sarebbero dovute dichiarare pacificamente prescritte alla luce della normativa italiana. “Svista” del magistrato, quindi? Invero no. Il giudice si è limitato applicare la sentenza “Taricco” del 2015 emessa dalla Corte di Giustizia Europea secondo cui i Giudici comunitari dovranno disapplicare le leggi nazionali in materia di prescrizione in caso di gravi frodi ai danni degli interessi finanziari della UE. La partita però non è affatto chiusa. Per il 18 ottobre, infatti, si attende la decisione della Corte Costituzionale con cui si stabilirà se il predetto obbligo europeo possa o meno dirsi compatibile con il principio costituzionale di legalità.

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Risarcimento danni per ferie non godute nell’anno di competenza

La Corte di Cassazione, con la recente Sentenza n. 1756/2016, è tornata a pronunciarsi sul tema “ferie”, sulla natura dell’indennità sostitutiva, sui termini di prescrizione della stessa. In particolare, il diritto del lavoratore al percepimento si prescrive nel termine ordinario di 10 anni, mentre il diritto del lavoratore ad ottenerne l’incidenza nel calcolo del T.F.R. si prescrive in 5 anni.

Nello specifico, gli Ermellini hanno ritenuto che le ferie annuali debbano essere godute entro l’anno di lavoro, e non successivamente, poiché finalizzate al necessario recupero delle energie fisiche e psichiche da parte del lavoratore. Una volta decorso l’anno di competenza, il datore di lavoro non può, dunque, imporre al lavoratore di godere effettivamente delle ferie né può stabilire il periodo nel quale egli debba goderle, ma è tenuto all’immediato pagamento dell’indennità sostitutiva.

Poiché, inoltre "l'indennità sostitutiva delle ferie non fruite” ha natura mista [avendo non solo carattere risarcitorio, in quanto volta a compensare il danno derivante dalla perdita di un bene determinato (il riposo, con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali), ma anche retributivo, in quanto è connessa al sinallagma contrattuale e costituisce il corrispettivo dell'attività lavorativa resa in un periodo che, pur essendo di per sé retribuito avrebbe dovuto essere non lavorato, in quanto destinato al godimento delle ferie annuali] non può non evidenziarsi, sostiene la Corte, che ai fini della verifica della prescrizione non può che considerarsi prevalente la natura risarcitoria della stessa, per la quale è prevista la durata ordinaria decennale della prescrizione. Diversamente, si perverrebbe alla conclusione che la tutela del bene della vita alla quale l'indennità sostitutiva delle ferie è principalmente finalizzata, cioè quello del ristoro delle energie psico-fisiche, subirebbe in sede di esercizio dell'azione risarcitoria finalizzata al suo riequilibrio una inevitabile limitazione riconducibile all'applicazione della prescrizione quinquennale degli emolumenti di carattere retributivo.

Invece, quest'ultima funzione, anch'essa assolta dall'indennità in esame, assume importanza allorquando debba valutarsene l'incidenza sul trattamento di fine rapporto o su ogni altro aspetto di natura esclusivamente retributiva, come ad esempio il calcolo degli accessori di legge o sul trattamento contributivo.

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La Cassazione disapplica la prescrizione prevista dalla legge italiana in un caso di frodi IVA

Con la nota sentenza “Taricco” del settembre 2015 la Corte di Giustizia aveva stabilito che un regime nazionale prescrizionale troppo breve avrebbe ben potuto confliggere con quanto previsto dal diritto comunitario e, nel caso di specie, annullare gli effetti deterrenti di disposizioni penali previste in materia di frodi IVA.

Con una recentissima motivazione la Suprema Corte ha esaminato un caso simile a quello di cui sopra (relativo ad una dichiarazione fraudolenta mediante l’utilizzo di numerose fatture per operazioni inesistenti) ed ha quindi ritenuto di applicare per la prima volta il principio della sentenza “Taricco” con la dirompente conseguenza - decisamente gravosa per l’imputato - di “riallungare” la prescrizione oltre il limite previsto dalla legge penale secondo cui, invece, alcune condotte si sarebbero potute dichiarare già prescritte.

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