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Minaccia di licenziamento, invito alle dimissioni ed estorsione

Secondo il Tribunale di Napoli commette il reato di tentata estorsione il responsabile commerciale di una società che invita il dipendente addetto alla vendita presso un negozio di abbigliamento e dallo scarso rendimento lavorativo a firmare, entro il giorno successivo, le dimissioni correlate ad un incentivo economico e, di contro, prospetta un licenziamento qualificabile come privo di “giusta causa” o “giustificato motivo”. Ciò era avvenuto nel corso di un incontro a cui il lavoratore era stato urgentemente convocato senza spiegazioni di sorta, fuori dall’orario di lavoro e presso il magazzino del negozio, circostanze ritenute idonee ad incidere sulla capacità di autodeterminazione di quest’ultimo.

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Abuso di diritto: giusta causa di licenziamento a parere della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, con Sentenza n. 1248 del 25 Gennaio 2016, ha ritenuto che concretizzi un ipotesi di abuso di diritto il comportamento del lavoratore che al fine di ottenere un vantaggio personale ponga in essere una serie reiterata di iniziative di varia natura, quali diffide, atti di messa in mora, richieste di spiegazioni, istanze di aspettativa, accuse di mobbing, di fatto inoltrate solo per creare disagio e costringere il datore di lavoro ad accogliere le proprie richieste, così violando ogni principio di correttezza e buona fede.

Gli Ermellini ribadiscono, nello specifico, come “l’abuso del diritto […] sia configurabile allorché il titolare di un diritto soggettivo, pur in assenza di divieti formali, lo eserciti con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando uno sproporzionato ed ingiustificato sacrificio della controparte contrattuale, ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà sono attribuiti”.

In quanto del tutto strumentali e superflue, le azioni in discorso integrano, dunque,  a parer della Corte, giusta causa di licenziamento del lavoratore.

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Legittimo il licenziamento per GMO per conseguire un maggior profitto per l’impresa

La Corte di Cassazione, nella recente sentenza n. 23620/2015, ha sostenuto la legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo quando sia finalizzato non solo ad evitare perdite economiche, ma anche a conseguire un maggiore arricchimento per le imprese. Nella sentenza qui richiamata, gli Ermellini sostengono, infatti, che “ il contratto di lavoro possa essere sciolto a causa di un’onerosità non prevista, alla stregua delle conoscenze ed esperienze di settore, nel momento della sua conclusione e tale sopravvenienza ben può consistere in una valutazione dell’imprenditore che, in base all’andamento economico dell’impresa rilevato dopo la conclusione del contratto, ravvisi la possibilità di sostituire un personale meno qualificato con dipendenti maggiormente dotati di conoscenze e di esperienze e quindi di attitudini produttive”.

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