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Street Art e diritto: il caso di Yulier P. e la normativa italiana

È di fine agosto scorso la notizia della detenzione dell’artista cubano Julier Rodriguez (noto come “Yulier P.”), il quale ha dichiarato di esser stato detenuto in custodia per due giorni e di rischiare di essere accusato per danni alla proprietà qualora non rimuova le variopinte immagini astratte che ha dipinto nei muri di edifici decrepiti nella città di Avana.

Questa notizia fa riflettere sui diversi interessi e diritti in gioco, non solo sul diritto alla libertà di espressione, ma anche sul rapporto tra il diritto di proprietà del proprietario della superficie “tela” dell’artista e il diritto d’autore dell’artista stesso. Che diritti hanno questi writers che creano le loro opere utilizzando mura pubbliche o private altrui? Di seguito verranno analizzati i diversi profili e le interazioni tra gli interessi e i diritti in gioco.

 

Profilo penale.

Dal punto di vista penalistico in Italia, qualora l’artista crei la propria opera su una superficie di proprietà altrui, senza richiedere il consenso del proprietario, potrebbe rischiare la contestazione del delitto di deturpamento e imbrattamento di cose altrui ex articolo 639 del Codice Penale, secondo la quale chiunque deturpi o imbratti cose mobili altrui è punito a querela della persona offesa, con una multa fino a 103 euro.

Se il fatto è tuttavia commesso su beni immobili o mezzi di trasporto pubblici o privati, si applica la pena della reclusione da uno a sei mesi o della multa da 300 a 1.000 euro e si procede d’ufficio. Inoltre, grazie al Decreto Legge 20 febbraio 2017 n. 14 in materia di sicurezza della città, è stato previsto che il giudice possa, con la sentenza di condanna per i reati di deturpamento di immobili o mezzi di trasporto pubblici o privati,  disporre l'obbligo di ripristino e di ripulitura dei luoghi ovvero, qualora ciò non sia possibile, l'obbligo a sostenerne le relative spese o a rimborsare quelle a tal fine sostenute, ovvero, se il condannato non si oppone, la prestazione di attività non retribuita a favore della collettività per un tempo determinato comunque non superiore alla durata della pena sospesa, secondo le modalità indicate nella sentenza di condanna

 

Profilo del diritto d’autore.

Occorre tuttavia precisare che, a livello di normativa sul diritto d’autore (legge 633/1941), è irrilevante se il supporto nella quale viene impressa l’opera si lecito o meno. L’art. 1 della legge sul diritto d’autore protegge tutte “le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”. Non vi è nessuna menzione sulla necessaria liceità o meno del corpus mechanicum (il supporto dove viene fissata l’opera), con la conseguenza che l’artista che crei la propria opera sul muro altrui, ha comunque tutti i diritti che la legge sul diritto d’autore gli riconosce, ossia i diritti morali e di sfruttamento economico.

Ne consegue che deve essere sempre richiesto il consenso dell’artista del murale/graffito per sfruttare economicamente l’opera; un caso noto negli USA di sfruttamento senza consenso dell’autore del murale è quello della American Eagle Outfitters che ha riconosciuto alcune centinaia di migliaia di dollari allo street artist AholSniffsGlue, a seguito dell’utilizzo senza consenso di un suo noto murale come sfondo a fini di pubblicità.

 

Profilo della proprietà della superfice e i diritti morali dell’artista

Non vi sono dubbi sul fatto che il proprietario del muro utilizzato per l’opera essendo il proprietario della superficie dovrebbe avere il diritto di distruggere la superficie stessa.

Questo diritto del proprietario, tuttavia, può porsi in contrasto con i diritti morali dell’autore dell’opera di street art. Si ponga il caso del proprietario della superficie che prima autorizzi l’artista a realizzare un murale sulla propria proprietà, ed in seguito, decida, ad esempio, di ripitturare parte della superfice. In questo caso, i diritti morali dell’artista, che sono inalienabili, entrano in gioco; in particolare il diritto morale dell’artista all’integrità dell’opera, ai sensi dell’articolo 20 della legge sul diritto d’autore, che riconosce all’artista il diritto di opporsi “a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione”.

In Italia non sì è ancora consolidata una giurisprudenza o dottrina in casi del genere, e molte sono le questioni aperte. Per questo motivo potrebbe essere utile guardare alla normativa statunitense, la quale tenta di conciliare gli interessi del proprietario della superfice con quelli dell’artista.

 

La normativa statunitense

Il VARA (Visual Artists Rights Act – §106A U.S. Copyright Act), infatti riconosce all’autore espressamente il diritto all’integrità dell’opera, che non può essere distrutta dal proprietario della superfice dove è stata realizzata l’opera di street art nei casi in cui sia possibile (ad es. grazie a nuove tecnologie che incidono sul profilo esterno della superficie utilizzata) rimuove l’opera stessa.

Il VARA impone al proprietario dell’immobile l’obbligo di comunicare all’autore dell’opera di street art, dovendo tra l’altro dimostrare che si sia attivato per individuare l’autore stesso, la propria intenzione di distruggere o modificare la superfice.

Una volta che l’autore abbia ricevuto la notificazione dell’intenzione del proprietario di rimuovere la superfice, ha novanta giorni per rimuovere l’opera (viene così riconosciuto un diritto alla rimozione dell’opera prima della distruzione della superficie su cui poggia), a proprie spese; decorso tale termine, e non prima, il proprietario ha la possibilità di distruggere l’opera stessa.

 

Chiara Agostini e Giacomo Pataracchia

 

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Google vs copyright: questa volta ci prova l’Unione Europea

A fine agosto è stato annunciato il nuovo Regolamento Europeo sul copyright, il tanto discusso, amato e odiato, diritto d’autore. L’ipotesi di una disciplina che faccia rientrare nel perimetro normativo della protezione tutte le forme di informazioni circolate nella Rete, e ovviamente dotate dei requisiti richiesti, ha riscatenato il dibattito già apertosi qualche anno fa con le prime due puntate della questione, scoppiate in Spagna e poi in Germania.

È giusto che gli editori rivendichino il copyright sugli articoli o meglio e soprattutto sui ritagli degli articoli (gli ormai famosi snippets) nei confronti degli utilizzatori professionali (Google & Co, tanto per capirci)? È un “tappo” inaccettabile alla circolazione delle informazioni nella Rete la posizione assunta dagli editori in materia di copyright? E ancora: perché il professionista (l’editore, nel caso in esame) che investe e paga i rilevanti costi dell’organizzazione aziendale mirata a realizzare contenuti giornalistici da vendere sul mercato non deve pretendere che chi utilizzata tali contenuti, sia tenuto a pagare un equo compenso?

La questione non è banale e nasce proprio dalla diffusione dei modelli di business dei maggiori giocatori del settore, i motori di ricerca. La Rete vive di scambio/connessione di notizie-informazioni-dati: negli ultimi anni la dimensione del fenomeno ha fatto crescere di molto il valore d’uso dei contenuti di tali dati, passando da una fase di gratuità d’uso (lancio del prodotto e fidelizzazione degli utenti) ad una fase di onerosità d’uso a carico degli utilizzatori (consolidato il “bisogno-utilità” di questi contenuti, ora si pagano!). Perché se “a valle” l’intermediario (il motore di ricerca, cioè) vende tali contenuti a fronte di un corrispettivo più o meno diretto, “a monte” non li deve pagare a chi li ha scritti e organizzati?

Proviamo a fare un punto della situazione mettendo in ordine i vari elementi della problematica.

La ratio della legge sul diritto d’autore

Il diritto d’autore ha radici antiche, si intravede in una sua forma embrionale in Inghilterra già nei primi anni del ‘700 con la funzione di tutelare gli interessi degli editori e poi degli autori tramite la concessione di privilegi di stampa.

Nella sua configurazione attuale, le ragioni che giustificano l’esistenza del copyright si ravvisano nell’esigenza di favorire ed incentivare gli investimenti volti non solo alla realizzazione, ma anche alla diffusione, di opere creative, riconoscendo all’autore il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera dell’ingegno, oltre al diritto morale di rivendicarne la paternità. Nessuno o quasi, cioè, opererebbe professionalmente nel settore delle creazioni artistiche se l’ordinamento non fosse in grado di fornire una tutela solida e certa, al ricorrere dei caratteri di originalità e novità dell’opera. Come gli altri diritti afferenti alla proprietà intellettuale, insomma, il livello di protezione offerto dal diritto d’autore è da individuare nel giusto punto di equilibrio tra l’interesse del titolare/creatore e quello della collettività che fruisce dell’opera.

Scenario attuale: la rivoluzione di Google

La rivoluzione digitale ha prepotentemente modificato i canoni del copyright, con i legislatori che hanno dovuto rincorrere ed adeguarsi ai nuovi paradigmi, senza avere la possibilità di governare la vicenda. Internet ha reso possibili metodi di diffusione e di sfruttamento economico delle opere che fino a pochi anni fa non erano neanche prospettabili, introducendo il concetto di accesso globale e diretto ai contenuti. Google, con la sua posizione di assoluto rilievo nel mondo della Rete, ha conquistato il ruolo di principale motore di ricerca, tanto che oggi l’indicizzazione delle pagine Web consente agli utenti di raggiungere (quasi) ogni pagina tramite i servizi offerti da Mountain View.

E la questione ruota proprio attorno a ciò. Gli editori pubblicano articoli e contenuti sui propri portali, indicizzati su Google, Big G. (o altri motori simili) li rende disponibili a chi li ricerca che, lette un paio di righe di anteprima, decide se aprire o meno la pagina. Se l’utente visita la pagina dell’editore, quest’ultimo avrà un ritorno economico (essenzialmente in pubblicità); in caso contrario, non guadagnerà. Google, invece, guadagnerà in ogni caso, per il semplice fatto che l’utente ha effettuato una ricerca.

I due precedenti specifici in Spagna e in Germania

Da qui l’esigenza – o l’opportunità, a seconda dei profili che si vogliono evidenziare – di prevedere una qualche forma di corrispettivo da Google verso gli editori, che consenta di riequilibrare il rapporto tra le parti. Un compenso che nasce dalla semplice visualizzazione, da parte dell’utente, di una piccola anteprima del contenuto finale.

Il tentativo è già stato fatto, un po’ pionieristicamente, in Spagna ed in Germania. Nel primo caso, Madrid ha previsto un compenso obbligatorio a carico di Google, in favore degli editori, per poter linkare un loro qualsiasi contenuto. Il risultato è stato disastroso. Google, forte della propria posizione, ha chiuso definitivamente il servizio News con una doppia beffa per gli editori: non solo non hanno goduto di alcun beneficio diretto, ma hanno anche registrato un crollo drastico del traffico poiché gli utenti – solitamente indirizzati ai portali proprio tramite il motore di ricerca – non vi erano più reindirizzati.

In Germania, invece, la cosiddetta “Lex Google” ha introdotto la semplice possibilità per gli editori di farsi corrispondere un compenso per gli snippet. Con la conseguenza – forti, anche, dell’esperienza iberica – che gli editori hanno scelto di evitare tale opzione per non rischiare di incorrere in un abbattimento del traffico sul proprio sito.

Il contenuto della bozza del Regolamento Europeo

Su questo terreno insidioso, la Commissione Europea ha deciso di valutare l’introduzione di un diritto connesso – specificando con forza che non si tratterebbe di una tassa – in favore dei gruppi editoriali che consenta loro, in maniera facoltativa, di poter chiedere ai motori di ricerca un compenso per la pubblicazione degli estratti dei propri contenuti. La finalità, dunque, è di creare una base normativa con la quale anche i player più deboli possano avere il potere contrattuale per negoziare con i giganti del Web il pagamento di una nuova forma di licenza.

Abbandonata (o mai considerata) l’opzione di un corrispettivo obbligatorio, che avrebbe forse condotto ad effetti simili a quelli creatisi in Spagna, si tenterebbe di riallineare almeno parzialmente il ruolo degli attori del mercato, ponendo gli editori in una posizione di maggior (seppur limitata) forza in sede di negoziazione con i motori di ricerca. Sarà quindi la stampa a decidere se offrire gratuitamente i propri contenuti agli aggregatori di notizie oppure se avviare una trattativa, tenendo sempre a mente il caso-Spagna e gli effetti che ne sono derivati.

A dimostrazione della spinosità del tema, le penne di due dei principali quotidiani nazionali si sono schierate su posizioni distanti, se non addirittura opposte tra loro. Da un lato Massimo Sideri, sul Corriere della Sera dello scorso 27 agosto, riconosce che “la Rete ha fatto crescere molto il valore d’uso delle notizie, ampliando la circolazione, ma ha fatto calare quello di scambio (il pagamento)”, sottolineando che il riequilibrio di questi fattori sarà fondamentale per il futuro dell’informazione di qualità, con una visione non pessimistica dell’intervento comunitario. Con diverso piglio, il giorno successivo Luca De Biase, sulle colonne de Il Sole 24 Ore, critica in maniera ben più vivace la posizione dell’Unione Europea, accusando prima gli editori di non aver voluto investire nello sviluppo del digitale (trovandosi, poi, a dipendere da Google), e poi la Commissione UE di ignorare la questione andando per la sua strada, senza volersi rendere conto che “la realtà digitale è troppo complessa per le banalizzazioni della politica”.

Alcune riflessioni finali

In questo quadro in continua evoluzioni industriale e normativa, ci permettiamo alcune considerazioni finali.

  1. I principi della normativa sul copyright devono essere salvaguardati a pena di rischiare di rivoluzionare le fondamenta degli stimoli ai giovani talenti di studiare e sacrificarsi per realizzare opere d’arte.
  2. I contenuti giornalistici “figli” di investimenti, costi, professionalità devono essere tutelati per non mettere gli editori tradizionali nelle condizioni o di abbandonare il campo o di ridurre la qualità dei loro prodotti.
  3. La Rete, o meglio i giocatori della Rete, non devono, sul presupposto di una presunta innovazione e di una irreversibile necessità tecnologica, pensare di poter usare contenuti diversi senza pagare il “giusto corrispettivo”.
  4. Bisogna trovare un equo equilibrio che non permetta alla pura forza economica e negoziale dei motori di ricerca di determinare “il buono e il cattivo tempo” in materia.
  5. Il principio di legge, anche con riguardo agli Snippets o a figure analoghe di diritti affini, deve essere riaffermato in modo Forte e Chiaro! Consolidando tale principio, si potrà delegare alle intese tra titolari di diritti e utilizzatori dei contenuti la quantificazione dell’“equo compenso” da rapportare sempre ad una verifica di mercato attualizzata tra i costi di realizzazione dei contenuti protetti e i ricavi-profitti prospettici degli utilizzatori.

Questo è lo sforzo che ci auguriamo possa/debba ispirare la posizione europea al di là degli egoismi miopi delle parti in causa.

Stiamo a vedere.

Riccardo Rossotto

(ha collaborato Nicola Berardi)

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La tutela dell’idea creativa nell'ordinanza del Tribunale di Torino

L’occasione per ritornare su questo tema è offerto dall’ordinanza pronunciata in data 31 marzo 2015 dal Tribunale di Torino relativa ad una vertenza che ha visto contrapposti, in sede cautelare e d’urgenza e successivo reclamo, un art director e l’agenzia pubblicitaria di cui lo stesso era dipendente.

Il ricorrente ha agito in giudizio in via d’urgenza affermando di essere autore dell’idea creativa alla base dello spot pubblicitario “Fiat 500 cult yacht”. Tale idea era stata da lui elaborata in uno script che era stato illustrato nel corso di una riunione interna all’agenzia e poi presentato al cliente che però non l’aveva, alla fine, approvata e pianificata.
Successivamente, l’art director era stato posto in cassa integrazione a zero ore nell’ambito di un più generale progetto di riduzione del personale dell’agenzia.
L’idea contenuta nello script veniva, quindi, a distanza di tempo ripresa in considerazione, sviluppata da colleghi del ricorrente, approvata da Fiat e (addirittura) premiata in un Festival Internazionale.
Il ricorrente chiedeva allora che venisse accertata la propria qualità di autore o, in subordine, coautore dello spot Fiat e che fosse ordinato all’agenzia di rettificare presso l’Organizzazione del Festival l’attribuzione del relativo riconoscimento, oltreché presso l’agenzia e la committente Fiat.
Con ordinanza 10 novembre 2014 il Tribunale di Torino respingeva il ricorso per difetto di fumus boni juris escludendo che l’apporto del creativo si fosse “concretato in un’opera tutelabile ai sensi della legge sul diritto d’autore”. Il Tribunale di Torino riconosceva però che il ricorrente fosse “autore dell’idea fondante lo spot pubblicitario”.

In sede di reclamo, il Collegio prendeva le mosse da tale conclusione condivisa, per giungere quindi a conclusioni nettamente opposte.

Osservava il Collegio come ciò di cui si discuteva non era se lo script potesse, o meno, autonomamente considerarsi opera dell’ingegno. “Lo script … non è l’opera tutelata ma è il supporto, lo strumento, attraverso cui si è realizzato il concorso del ricorrente alla creazione dell’opera”.

Fermo restando tale indiscutibile punto di partenza, il Collegio passa a ragionare se, in concreto, il contributo dato dal ricorrente gli dia o meno titolo per qualificarsi come autore o coautore morale dello spot, opera d’ingegno.

Il giudizio positivo viene motivato in considerazione del fatto che “l’idea guida della reclame comprensiva di tutti gli elementi caratteristici” fosse già presente nello script; “destinatari del messaggio, modalità di presentazione del prodotto, ambientazione, voce narrante, svolgimento della “storia”, battuta finale sono pressoché identici. Non pare dunque seriamente contestabile che l’autore dello script abbia fornito, in questo caso concreto, un contributo necessario e determinante alla realizzazione dello spot”.

Una corretta e completa analisi delle motivazioni dell’ordinanza smentisce, dunque, coloro che, all’indomani delle prime notizie circolate in rete, hanno plaudito ad una decisione definita come avanguardista, idonea a smontare i principi cardine della legge sul diritto d’autore.

Non è così! Il Tribunale di Torino conferma, infatti, come l’idea pubblicitaria continui a non essere tutelata dalla legge sul diritto d’autore.

Laddove però l’idea pubblicitaria sia costituita, come nel caso di specie, da una progettazione compiuta dello spot, contenuta in un supporto cartaceo, che ha indiscutibilmente costituito il punto di partenza per l’ulteriore elaborazione di altri soggetti che vi hanno lavorato e che sono stati riconosciuti autori della pubblicità, come nel caso in esame, è del tutto coerente sotto il profilo fattuale ed in linea con la Legge sul diritto d’autore il riconoscimento della qualità di coautore anche a chi ha elaborato lo script.

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Proprietà e paternità delle foto del profilo Facebook secondo il tribunale di Roma

Con sentenza 12076/15 dell’11 Maggio 2015 il Tribunale di Roma si è pronunciato in merito alla proprietà, all’uso e al riconoscimento di paternità delle foto dei profili personali degli utenti di Facebook. 

In termini di principi generali di diritto d’autore la decisione – nelle sue conclusioni - non ha nulla di particolarmente rivoluzionario, ma presenta, nell’ambito complessivo delle sue motivazioni, diversi passaggi di grande interesse per quanto riguarda la prova delle titolarità delle immagini pubblicate sul profilo di Facebook e l’ambito di efficacia della licenza contenuta nelle condizioni generali d’uso del social network.

La questione sottoposta all’attenzione dei giudici romani riguardava alcune fotografie realizzate dal titolare di un account Facebook e da questo pubblicate sul proprio profilo e, successivamente, prelevate da terze parti che le hanno cedute a un quotidiano nazionale. Successivamente alla pubblicazione delle foto sul quotidiano, un telegiornale nazionale ha ulteriormente diffuso le immagini nell’ambito di un reportage concernente la medesima notizia pubblicata dal quotidiano. In tutti questi casi né era stata chiesta autorizzazione all’uso delle foto al titolare dell’account né era stata riconosciuta a questo la paternità delle immagini. 

Il Tribunale di Roma ha ritenuto in primo luogo tutelabili ai sensi della LDA le foto del profilo, pur non riconoscendo alle stesse la tutela autorale riservata alla opere indicata all’art. 2 LDA. I giudici romani, infatti, hanno considerato le foto del profilo, eseguite al solo fine di documentare una situazione reale e senza alcun particolare estro creativo, non “artistiche” e quindi oggetto del diritto connesso previsto dall’art. 87 LDA (che riconosce al titolare il diritto di controllare la circolazione delle proprie fotografie). 

In secondo luogo, il Tribunale di Roma, ritenendo provata la paternità delle foto in capo al titolare dell’account, ha accolto le richieste di tutela di quest’ultimo contro i convenuti (coloro che avevano ceduto le sue foto al quotidiano e il quotidiano stesso), respingendo la difesa di questi ultimi secondo cui il caricamento su Facebook delle foto avrebbe implicato la perdita di titolarità dei diritti sulle stesse in virtù di quanto previsto dalle condizioni generali d’uso del social network. E’ questo il passaggio più importante (come anticipato sopra, infatti, non vi è nulla di innovativo nella conferma dei diritti ex art. 87 LDA in capo al titolare di una foto), perché il Tribunale di Roma vi inserisce importanti principi in merito alle prove sulla titolarità dei diritti sulle foto del profilo Facebook e sull’effettiva portata della licenza concessa a Facebook da parte degli utenti sui contenuti. 

Secondo i giudici romani “pur essendo astrattamente condivisibile l’affermazione secondo la quale la mera pubblicazione di una fotografia di una fotografia nella pagina personale di un social network, in specie Facebook, non costituisce, di per sé, prova della titolarità dei diritti di proprietà intellettuale su quel contenuto, tuttavia tale elemento, in mancanza di altre emergenze probatorie di segno contrario (come l’indicazione sulla fotografia di un terzo quale fotografo; la condivisione del contenuto appartenente ad altro utente o di altra pagina web; la notorietà dell’immagine appartenente ad altro fotografo, ecc.) può assurgere a presunzione grave, precisa e concordante della titolarità dei diritti fotografici in capo al titolare della pagina del social network nella quale sono pubblicate (art. 2729 c.c.)”. 

Inoltre, per il Tribunale di Roma, la pubblicazione di una foto sul proprio profilo Facebook non solo da luogo alla suddetta presunzione grave, precisa e concordante, ai fini della titolarità del diritto previsto dall’art. 87 LDA, ma soddisfa anche i requisiti previsti dall’art. 90 LDA (indicazione di nome del fotografo e data della fotografia) in virtù di una interpretazione evolutiva di tale norma. Infatti, nel caso di pubblicazione su Facebook “i terzi sono posti comunque nella condizione di individuare con l’ordinaria diligenza il nome del fotografo e la data della fotografia” e in grado di distinguere i “Contenuti IP” pubblicati da un utente (di cui lo stesso è titolare) “da quelli di terzi semplicemente condivisi da quello stesso utente”. In virtù di tali considerazioni secondo il Tribunale di Roma vi sarebbe una inversione dell’onere della prova “per cui la titolarità dei diritti fotografici si presume in capo a colui che ha pubblicato il contenuto e, affinché la riproduzione non venga considerata abusiva, spetta al riproduttore provare che la sua utilizzazione si è basata sul prelevamento di un file digitale non coperto da diritti di proprietà intellettuale in capo a colui che ha pubblicato la fotografia sul sito Facebook”: onere non assolto dai convenuti che non hanno fornito alcuna prova di segno contrario rispetto alla presunzione di titolarità prospettata dal Tribunale. 

L’ulteriore importante considerazione dei giudici riguarda anche la portata della licenza concessa dagli utenti a Facebook ai sensi delle condizioni generali d’uso del social network: tale licenza non sarebbe una autorizzazione “generalizzata di utilizzo e sfruttamento dei contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale in favore di qualunque terzo che accede alla pagina Facebook”. In ogni caso, la “pubblicazione sul social network Facebook non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici spettanti all’utente”: motivo per cui il Tribunale di Roma ha ritenuto il titolare dell’account legittimato a tutelare in sede giudiziaria i suoi diritti esclusivi sulle foto del suo profilo ai sensi degli artt. 88 e ss. LDA. 

La sentenza, nel metabolizzare le regole e il funzionamento di Facebook, indica pertanto due principi importanti: il titolare dell’account si presume titolare dei diritti sulle foto pubblicate (e non condivise) sul suo profilo e l’accettazione delle condizioni generali d’uso di Facebook non comporta alcuna limitazione dei diritti su tali fotografie e sulla possibilità di controllarne l’utilizzazione. 

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Arte e diritto di seguito: il compenso dovuto all’autore

CGUE chiarisce che il compenso che deve essere versato all’autore di un’opera d’arte in occasione delle vendite successive, può essere sostenuto sia dal venditore sia dall’acquirente (Sentenza nella causa C-41/14)

Vendita successiva di opera d’arte

Il diritto di seguito, ovvero il diritto dell’autore di un’opera d’arte di percepire un compenso sul prezzo di ogni vendita successiva posta in essere da un professionista, può essere sostenuto sia dal venditore sia dall’acquirente. A stabilirlo è una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che è intervenuta a chiarire la portata interpretativa della Direttiva 2001/84, che ha introdotto tale diritto a favore degli artisti, stabilendo che l’obbligo del pagamento di tale compenso può ricadere anche sul compratore finale.
Il caso sottoposto al vaglio della Corte ha avuto origine dal ricorso presentato dal Syndicat national des antiquaires (SNA) francese, che lamentava che le condizioni generali di una famosa casa d’aste, la Christie’s France, che prevedevano il diritto di percepire dall’acquirente, una somma equivalente all’importo del compenso dovuto all’autore a titolo di diritto sulle successive vendite, costituissero un atto di concorrenza sleale.
La Cour de Cassation francese aveva quindi sollevato una questione pregiudiziale dinanzi alla Corte di giustizia, chiedendo se fosse ammesso derogare, mediante disposizioni contrattuali, alla previsione di cui all’articolo 1, paragrafo 4 della Direttiva 2001/84, che prevede l’obbligo, a carico del venditore, di versare all’artista i compensi per le vendite successive dell’opera d’arte.
La ratio di tale norma, che ha introdotto il cd. diritto di seguito, è da ravvisare nella necessità di assicurare all’autore di opere d’arte figurativa la partecipazione economica al successo delle sue opere, garantendogli di ricevere un giusto guadagno dalla vendita delle stesse anche nei casi in cui la remunerazione originaria, nella prima cessione dell'opera, è stata modesta e l’opera ha invece acquisito, successivamente, un notevole valore di mercato, quando l’autore è diventato un artista affermato.
Tale norma è stata trasposta nel nostro ordinamento con il Decreto Legislativo n.118 del 13 febbraio 2006, che ha riformato gli articoli da 144 a 155 della Legge sul diritto d’autore. All’autore è quindi riconosciuto un diritto inalienabile, che non può essere oggetto di rinuncia anticipata e della durata di 70 anni dopo la sua morte, a percepire un compenso sulle vendite successive che comportino l’intervento, in qualità di venditori, acquirenti o intermediari, di soggetti che operano professionalmente nel mercato dell’arte, come le case d’asta, le gallerie d’arte e, in generale, qualsiasi commerciante di opere d’arte.
La direttiva stabilisce poi che il debitore di tale compenso a favore dell’autore sia in generale il venditore.
La Corte di Giustizia tuttavia riconosce che, seppur la direttiva mira ad armonizzare il settore del diritto d’autore e a porre fine alle distorsioni della concorrenza, dagli stessi considerando emerge che ciò non osta a che gli Stati membri possano prevedere disposizioni nazionali differenti sugli aspetti che meno si ripercuotono sul funzionamento del mercato interno, quale appunto l’individuazione del soggetto su cui far ricadere l'onere economico per le vendite successive di un'opera.
Pertanto, a parere dei giudici europei, l’art. 1, paragrafo 4 della Direttiva 2001/84 deve essere interpretato nel senso che esso non osta a che, nel caso in cui la normativa di uno Stato membro preveda che il debitore sia il venditore o un professionista del mercato dell’arte che interviene nella transazione, questi possano concordare con un qualsiasi soggetto, incluso l’acquirente finale, che sia questi a sopportare il costo del diritto sulle successive vendite, purché tale accordo contrattuale non pregiudichi in alcun modo gli obblighi e la responsabilità incombenti al debitore nei confronti dell’autore.

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Corte di giustizia: non si esaurisce il diritto d’autore se l’opera è pubblicata in una forma diversa

 


La Corte di giustizia dell’Unione Europea torna a pronunciarsi sul principio di esaurimento del diritto di distribuzione delle opere originali

Il titolare dei diritti d’autore su un’opera pittorica, il quale ha acconsentito all’immissione in commercio della stessa sotto forma di poster, può opporsi alla futura commercializzazione dell’opera trasferita su tela? È questo il quesito alla base della domanda di pronuncia pregiudiziale che la Corte di Cassazione olandese ha rimesso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, chiamata a pronunciarsi, nella causa C-419/13 (Art & Allposters International BV contro Stichting Pictoright), sull’interpretazione dell’art. 4 della Direttiva 2001/29/CE, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.
Tale norma stabilisce, a favore degli autori, il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi forma di distribuzione al pubblico dell’originale delle loro opere o di loro copie, attraverso la vendita o in altro modo. Tale diritto è tuttavia destinato ad esaurirsi all’interno della Comunità, quando la prima commercializzazione di tale oggetto sia stata effettuata con il consenso del titolare. Il caso alla base della domanda pregiudiziale sollevata dalla corte olandese trae origine da una controversia tra la Stichting Pictoright, società olandese per la gestione collettiva dei diritti d’autore che tutela, tra l’altro, i diritti degli eredi di rinomati pittori e l’Art & Allposters International BV, società che commercializza tramite Internet poster e altre riproduzioni di opere di tali artisti. La Stichting Pictoright lamentava in particolare che la riproduzione dell’opera su tela da parte della Allposters rappresentava una nuova pubblicazione non autorizzata, avendo l’autore acconsentito soltanto alla commercializzazione dell’opera sotto forma di poster e non anche riversata su tela.
Sosteneva la Pictoright, infatti, che la regola dell’esaurimento si riferisce all’oggetto, vale a dire all’originale o alle copie dell’opera, senza che rientrino in tale nozione le riproduzioni trasferite su tela, in quanto queste ultime risultano sostanzialmente diverse dagli originali o dalle loro copie per effetto delle profonde modifiche subite dai poster durante il procedimento di trasferimento su tela.
Chiamata in giudizio dinnanzi al tribunale olandese, la Allposters si era costituita in giudizio contestando che solo la creazione immateriale costituisce l’opera ai sensi del diritto d’autore, e non anche l’oggetto fisico in cui essa è incorporata. Pertanto, il trasferimento su tela comporterebbe una modifica solo dell’oggetto fisico, ma la creazione immateriale rimarrebbe inalterata, per cui la modifica solo del suo supporto non influirebbe sull’applicazione della regola dell’esaurimento, con la conseguenza che l’immissione in commercio dell’opera esaurirebbe anche il diritto di vietare ulteriori commercializzazioni della stessa sotto forme diverse.
La Corte di giustizia, richiamandosi alla precedente giurisprudenza in materia, conforme anche al diritto internazionale ed in particolare al trattato dell’OMPI sul diritto d’autore, ha ritenuto che il legislatore comunitario ha voluto dare agli autori il controllo sulla prima commercializzazione di ogni oggetto tangibile che incorpora la loro creazione immateriale, limitando pertanto l’esaurimento del diritto di distribuzione all’oggetto tangibile e non alla creazione immateriale.
D’altronde, il trasferimento su tela non comporta una variazione dell’originale, che implicherebbe un adattamento dell’opera e quindi si esulerebbe dal campo di applicazione della Direttiva 2001/29/CE, bensì solo una modifica del supporto materiale in cui essa è incorporata.
Alla luce di tali considerazioni, la Corte di giustizia, con sentenza pronunciata lo scorso 22 gennaio 2015, ha concluso che la regola di esaurimento del diritto di distribuzione non si applica all’ipotesi in cui un’opera protetta, commercializzata in una determinata forma nell’Unione con il consenso del titolare del diritto d’autore, subisce una sostituzione del proprio supporto, quale il trasferimento su tela della riproduzione presente su un poster cartaceo, e viene nuovamente immessa sul mercato in tale nuova forma.

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Illeciti online e giurisdizione: la CGE conferma il suo orientamento.

 

La CGE riafferma il criterio dell’accessibilità per accertare la giurisdizione in materia di illeciti commessi via internet e si pronuncia sul risarcimento del danno.

 

SENTENZA DELLA CORTE (Quarta Sezione), 22 gennaio 2015, Nella causa C-441/13 - Regolamento (CE) n. 44/2001 – Articolo 5, punto 3 – Competenze speciali in materia di illeciti civili dolosi o colposi – Diritti d’autore – Contenuto dematerializzato – Messa in rete – Criteri per la determinazione del luogo dell’evento dannoso.

La CGE torna sul tema delle violazioni commesse via internet, in particolare delle violazioni del diritto d’autore, per riaffermare l’orientamento espresso nella sentenza nella causa C‑170/12 (commentata da Repmag qui, precisando al contempo alcuni importanti principi in materia di risarcimento del danno. Come nel caso C-170/12 (Peter Pinckney contro KDG Mediatech AG), anche qui la violazione del diritto di autore si consuma (o meglio origina) in una giurisdizione diversa da quella del titolare del diritto d’autore e si propaga attraverso la rete. In questo caso, sorto tra un architetto austriaco (la signora Hejduk) e un azienda tedesca (EnergieAgentur.NRW GmbH), le fotografie della professionista austriaca erano state utilizzate in un primo momento, e con il consenso dell’autrice, in Austria, da un collega della signora Hejduk, e successivamente, questa volta senza il consenso dell’autrice, dalla società convenuta (tedesca), che aveva pubblicato le fotografie dell’architetto austriaco sul proprio sito web e rendendole dunque accessibili a chiunque. Il Tribunale di Vienna ha sollevato l’eccezione preliminare nei confronti della CGE, relativamente al criterio determinante la giurisdizione, poiché dinanzi al foro scelto dall’attrice la società convenuta ha eccepito che non poteva considerarsi competente il tribunale di Vienna visto che la stessa società ha sede in Germania e ha pubblicato le foto da un sito con dominio con country code .de.

Il tribunale viennese ha pertanto chiesto alla CGE “se l’art. 5 (3) del Reg. CE 44/2001 sulla competenza, sul riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale debba essere interpretato nel senso che in una controversia concernente la violazione dei diritti connessi al diritto d’autore, commessa rendendo accessibile una fotografia su un sito Internet, gestito mediante un dominio di primo livello di uno Stato membro diverso da quello nel quale il titolare del diritto è domiciliato, competenti sono solo i giudici (i) dello Stato membro nel quale l’autore presunto della violazione ha la propria sede; nonché (ii) dello/gli Stato/i membro/i al/ai quale/i il sito Internet è destinato in base al suo contenuto”. Lo scorso settembre l’Avv. Cruz Villalon, nel suo parere sulla questione riferita alla CGE, aveva suggerito alla Corte stessa di adottare un nuovo e diverso criterio d’interpretazione del Reg. 44/2001, alla luce del c.d. “danno delocalizzato”, la cui individuazione mediante i consueti canoni territoriali non sarebbe più possibile, soprattutto nel caso in cui non vi sono atti di vendita del bene protetto ma semplici atti di messa a disposizione del pubblico (come appunto il caso della signora Hejduk). L’Avvocato Generale ha quindi consigliato di discostarsi dalla sentenza C-170/12 (Pinckney), sostenendo che, in caso di danno delocalizzato in virtù del tipo di opera o del mezzo impiegato per la sua comunicazione, non si possa applicare il criterio del luogo della concretizzazione del danno previsto dall’articolo 5, punto 3, del regolamento n. 44/2001. In tali ipotesi, ha sostenuto l’AG, la suddetta norma giustifica solo la competenza giurisdizionale dei giudici del luogo in cui si è verificato l’evento causale. La CGE ha però deciso di discostarsi dal parere dell’AG, in particolare dal criterio dell’evento causale, e di confermare l’orientamento espresso nel caso Pinckney (Causa 170/12), ossia il criterio dell’accessibilità e le connesse limitazioni in merito al risarcimento del danno. La CGE, infatti, ricordando l’orientamento nella sentenza Wintersteiger (Causa 523/10), ha ribadito che nei casi di violazione di diritti d’autore e di diritti connessi al diritto d’autore mediante la messa in rete su un determinato sito Internet di fotografie senza il consenso del loro autore, quale evento causale deve considerarsi l’avviamento del processo tecnico finalizzato alla visualizzazione delle fotografie sul suddetto sito Internet, concludendo quindi che il fatto generatore della violazione dei diritti d’autore va individuato nella condotta del proprietario di tale sito. Così argomentando, la Corte ha concluso che nel caso in esame gli atti suscettibili di configurare la suddetta violazione possono essere localizzati unicamente nel luogo in cui si trova la sede della società convenuta, dove la stessa ha preso ed attuato la decisione di mettere in rete delle fotografie sul proprio sito Internet: poiché tale sede non è situata nello Stato membro al quale appartiene il giudice del rinvio, deve essere esclusa la competenza dello stesso. La CGE ha verificato inoltre se il giudice viennese potesse ritenersi competente in base al criterio della concretizzazione del danno asserito, in virtù del quale - ai fini dell’articolo 5, punto 3, del regolamento n. 44/2001 - il danno causato da un’asserita violazione dei diritti di un autore si concretizza o può concretizzarsi in uno Stato membro diverso da quello in cui il convenuto ha preso ed ha attuato la decisione di mettere in rete delle fotografie su un determinato sito Internet. In tale ottica – coerentemente con la causa Pinckney (Causa 170/12) - la Corte ha in primo luogo escluso rilevanza al fatto che il sito fosse sotto un dominio .de (Deutscheland), poiché al fine di stabilire la competenza giurisdizionale ex art. 5, punto 3, del regolamento n. 44/2001, “è privo di rilevanza il fatto che il sito Internet di cui trattasi nel procedimento principale non sia destinato allo Stato membro del giudice adito” (Austria in questo caso). La CGE ha quindi riaffermato il criterio dell’accessibilità, confermando quindi che “la concretizzazione del danno e/o il rischio di tale concretizzazione derivino dall’accessibilità, nello Stato membro del giudice adito, per mezzo del sito Internet della EnergieAgentur, delle fotografie cui si ricollegano i diritti fatti valere dalla sig.ra Hejduk”. La Corte, tuttavia, ha chiarito che poiché la tutela dei diritti d’autore e dei diritti connessi al diritto d’autore accordata dallo Stato membro del giudice adito vale soltanto per il territorio del citato Stato membro, il giudice adito in base al criterio della concretizzazione del danno asserito “è esclusivamente competente a conoscere del solo danno cagionato nel territorio di tale Stato membro” (anche in questo senso, quindi, è stato ribadito l’orientamento espresso nella sentenza Pinckney).

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Quando il contratto di sub-licenza scade

 

Quando il contratto di sub-licenza scade. Le foto coperte dal diritto d’autore sul web: il confine tra l’utilizzo lecito e illecito

Il 22 gennaio 2014, la Corte di Appello di Torino si è pronunciata in merito ai limiti di utilizzo del materiale fotografico oltre il termine di scadenza del contratto di sub-licenza. 

Il caso vede come soggetti coinvolti LaPresse S.p.A. e Cromografica Roma S.r.l. (“LaPresse” e “Cromografica”) in merito allo sfruttamento sul web da parte di quest’ultima di alcune fotografie coperte dal diritto d’autore e ottenute in sub-licenza da LaPresse per un lasso di tempo temporaneo e ben definito. 

Tale pronuncia segue lo stesso orientamento di un precedente provvedimento emesso dal Tribunale di Torino, l’11 maggio 2012, in relazione ad un caso del tutto analogo e avente quale parte attrice sempre l’agenzia fotografica LaPresse.

Quanto al merito, nei due provvedimenti in analisi, gli organi giudicanti hanno innanzitutto provveduto a qualificare il contratto di sub-licenza come quel particolare tipo di negozio giuridico in cui una parte concede ad un’altra, dietro corrispettivo, il diritto di utilizzare, esclusivamente con le modalità, alle condizioni e nei limiti previsti nel contratto, un determinato bene (l’opera fotografica nel caso specifico). 

Svolta tale necessaria premessa, tali organi giudicanti chiariscono che quando la licenza / sub-licenza d’uso di opere fotografiche / fotografie viene utilizzata per la pubblicazione di contenuti on line, alla scadenza del contratto, il licenziatario può continuare ad utilizzare tali opere solo nell’ambito di pagine statiche, ossia in sezioni del sito per cui il titolare si limita a svolgere attività di “mero mantenimento”.

Alla scadenza del contratto di licenza/sub-licenza, quindi, si avrà violazione dei diritti del licenziante tutte le volte in cui l’opera licenziata sarà utilizzata dal licenziatario per fini economici.

A tal riguardo, tali autorità hanno ritenuto che si sia in presenza di  sfruttamento economico tutte le volte in cui un’opera viene utilizzata in pagine dinamiche di un sito internet, ossia in contenuti in cui siano presenti banner pubblicitari o qualsivoglia altro elemento idoneo a portare guadagno al titolare del sito web poiché tale ipotesi rappresenterebbe uno sfruttamento commerciale attuale della foto. 

Al contrario, una pagina statica non determina un utilizzo illecito ed è utilizzabile senza bisogno di eliminare le foto e/o i contenuti in essa presenti, in quanto non è più idonea a generare profitto per il titolare del sito. 

Un ulteriore elemento meritevole di essere sottolineato in questa sede è l’infondatezza della argomentazione utilizzata dalle convenute, secondo cui il continuato utilizzo di una fotografia, oggetto di un contratto di sub-licenza, sarebbe lecito quando tale immagine è rinvenibile anche nel web e/o risulterebbe tra i risultati di indagini condotte su motori di ricerca come Google. 

Sul punto, il Tribunale e la Corte di Appello di Torino hanno evidenziato l’irrilevanza di tale circostanza ai casi di specie, precisando come il nostro legislatore, ex art. 70, co. 1-bis della Legge 633/1941, consenta la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate solo in ipotesi circoscritte e, precisamente, “per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro”. 

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L’embedding non costituisce violazione del diritto d’autore

 

L’embedding non costituisce violazione del diritto d’autore

 

Con l’ordinanza del 21 ottobre 2014, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è tornata ad esprimersi su uno dei più controversi temi relativi alla tutela del diritto d’autore nell’era dell’informazione digitale, chiarendo che non costituisce violazione del diritto d’autore l’embedding su un sito web di video già liberamente disponibili all’interno di un altro sito web.

La Corte di Giustizia ha enunciato tale principio in occasione di un rinvio pregiudiziale presentato da un giudice tedesco nell’ambito di una controversia sorta in Germania tra BestWater International GmbH (“BestWater”), una società tedesca che opera nel settore dei filtri per l’acqua, e due agenti di una ditta concorrente, denunciati dalla BestWater per aver linkato nelle loro pagine Web un video commerciale della BestWater pubblicato su YouTube (Causa C-348/13). 

La BestWater lamentava che fosse stato violato il suo diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico del video in questione, ai sensi dell’art. 3 della Direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione. 

Con l’ordinanza in commento, non ancora pubblicata, la Corte ha rilevato che il fatto di mettere a disposizione su un sito Internet dei collegamenti cliccabili verso opere protette, pubblicate senza alcun limite di accesso su un altro sito (in questo caso YouTube), deve essere qualificato come “messa a disposizione” e, di conseguenza, come “atto di comunicazione” ai sensi della disposizione citata. Tuttavia, come risulta da costante giurisprudenza, la comunicazione in questione non è rivolta ad un pubblico nuovo, ossia ad un pubblico ulteriore rispetto a quello al quale si rivolgeva la comunicazione iniziale effettuata tramite YouTube, ma esattamente allo stesso pubblico cui si rivolgeva la comunicazione iniziale. 

Di conseguenza, a parere della Corte, la semplice messa a disposizione di un video, non modificato ma semplicemente condiviso sfruttando un meccanismo di condivisione messo legalmente a disposizione da una piattaforma di videosharing, non richiede un ulteriore e preventivo consenso dei titolari del diritto d’autore e non integra pertanto una violazione del diritto d’autore, neppure quando la visione è consentita agli utenti Internet che cliccano sul link, avendo l’impressione che l’opera sia loro mostrata dal sito stesso e non da un altro sito. 

Ciò non varrebbe, invece, qualora l’embedding consentisse agli utenti del sito sul quale esso si trova di aggirare misure di restrizione adottate al fine di rendere disponibile l’opera protetta ai soli abbonati, poiché in tale ipotesi, si tratterebbe di un pubblico “nuovo”, non preso in considerazione quale pubblico potenziale dai titolari del diritto d’autore al momento del rilascio dell’autorizzazione alla comunicazione iniziale.

Vale la pena segnalare, in conclusione, che alla stessa conclusione la Corte era pervenuta anche in un precedente caso, nel quale il titolare di un sito internet (Retrieve Sverige AB) aveva inserito nelle proprie pagine web dei collegamenti cliccabili (ipertestuali) che rinviavano al sito internet del quotidiano Göteborgs-Posten, consentendo ai propri utenti di accedere ad alcuni articoli pubblicati proprio sulla pagina internet del Göteborgs-Posten (causa C-466/12 Nils Svensson e al. v. Retrieve Sverige AB). 

E proprio in espressa applicazione dei principi enunciati nel caso Svensson, l’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) ha archiviato un procedimento avviato, ai sensi del regolamento sulla tutela del diritto d’autore on line, su istanza dell’autore di dieci “mappe concettuali” presenti sul sito www.mappe-scuola.com, che lamentava che le stesse fossero state rese disponibili su un sito di terzi (il sito www.risorsedidattiche.net) senza autorizzazione (Delibera AGCOM n. 67/14/CSP).

L’AGCOM, richiamando l’art. 16 della legge n. 633/41, che ha recepito nell’ordinamento italiano l’art. 3 della direttiva 2001/29/CE sopra richiamato ed in ossequio all’obbligo di interpretazione conforme del diritto nazionale rispetto al diritto dell’Unione Europea, ha ritenuto che nel caso in questione non vi fossero i presupposti per ritenere sussistente la violazione del diritto d’autore o dei diritti connessi, dal momento che i link riportati sul sito www.risorsedidattiche.net conducono ora, per effetto del comportamento conformativo adottato a seguito del contraddittorio instauratosi con l’AGCOM, al sito dove le opere sono già rese liberamente disponibili al pubblico da parte del titolare dei diritti sulle stesse. 

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Selfie, street art e contaminazione: su ilsole24ore.com i contributi a firma dell'Avvocato Luigi Macioce

Sono stati pubblicati online su ilsole24ore.com (ma anche sul nostro repmag) i contributi in tema di Arte Contemporanea (e dintorni...) a firma dell’avvocato Luigi Macioce. Due le tematiche affrontate:

Arte e selfie: la nuova frontiera della violazione del copyright

Arte Contemporanea e tutela del diritto d’autore: la vendetta degli street artists

Buona lettura.

 

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