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Iniziativa della Commissione Europea a sostegno di start-up e scale-up

  • 28 November 2016 |
  • Published in Startup

La Commissione Europea lancia una nuova iniziativa a sostegno delle start-up e della loro crescita. In particolare, l’iniziativa si propone di:

  • favorire un migliore accesso al credito attraverso la costituzione di un fondo di fondi paneuropeo di venture capital (si parla di contributi UE per 400 milioni di euro);
  • introdurre nuove misure in materia di diritto fallimentare;
  • introdurre dichiarazioni fiscali semplificate (tra cui la proposta di una base imponibile consolidata comune per l'imposta sulle società (CCCTB)), volta a sostenere le piccole imprese innovative che mirano ad un'espansione oltre frontiera.

Si riferisce inoltre di un proposta di riforma di Horizon 2020. Nel 2017 la Commissione presenterà poi proposte relative ad uno sportello digitale unico con informazioni, procedure, assistenza e consulenza sul mercato unico.

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In vigore la Legge di delegazione europea 2015

È in vigore dal 16 settembre 2016 la Legge di delegazione europea 2015 (L. n. 170 del 12 agosto 2016), contenente le deleghe al recepimento delle Direttive ed all’adeguamento ai regolamenti dell’Unione Europea.

In materia ambientale, la legge riguarda la Direttiva 2015/720/UE sulla riduzione dell’utilizzo di borse di plastica, la Direttiva 2015/1513/UE relativa alla qualità della benzina e del combustibile diesel e la Direttiva 2015/2193/UE volta alla limitazione delle emissioni di inquinanti in atmosfera.

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Brexit: Much Ado About Nothing?

  • 01 July 2016 |
  • Published in News

E’ passata una settimana dalla vittoria del leave al referendum avente ad oggetto la permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea. Bollata dagli europeisti come il Black Friday del nostro secolo e dai brexiters come data-simbolo della liberazione dalla asfissiante burocrazia di Bruxelles, non vi sono dubbi che la giornata del 24 giugno 2016 entrerà nelle pagine dei libri di storia. Favorevoli o contrari, l’unica certezza è che il leave ha irrimediabilmente modificato lo status quo, con effetti dirompenti su molti fronti, politici e finanziari in primis.

Non sono mancati colpi di scena tra subitanei ripensamenti del corpo votante, dissolvimento di inverosimili promesse da campagna elettorale (i presunti fondi da investire nel sistema sanitario inglese) e avvicendamenti politici (le dimissioni di Cameron, la lotta per la leadership sia nel partito Tory che Labour). Si è trattato, infatti, di un testa a testa, che ha lasciato a molti dell’ amaro in bocca e acuito conflitti mal sopiti all’interno della società inglese. In particolare, si è delineata una netta contrapposizione tra città e provincia, popolazione giovane e più anziana, oltre alla riemersione di spinte indipendentiste.

Tra le analisi moltiplicatesi negli ultimi giorni un tema spesso trascurato, ma di grande interesse giuridico ed enorme rilevanza nei mesi a venire, riguarda la natura della consultazione referendaria.

Può sembrare un aspetto scontato, posto che le recenti discussioni si sono concentrate esclusivamente sulle conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione, ma da un punto di vista prettamente giuridico va chiarito che l’esito del voto sulla Brexit non ha di per sé alcuna efficacia vincolante.

Come affermato dalla stessa House of Commons, il referendum appena tenutosi era dotato di un’efficacia meramente consultiva e, pertanto, il voto espresso non ha alcuna conseguenza immediata e diretta in merito all’uscita del Regno Unito dall’UE.

Ciò sulla base di due distinte fonti normative.

Innanzitutto, lo European Union Referendum Act del 2015, ossia la legge istitutiva del referendum, non ha previsto, in caso di voto affermativo,  alcun obbligo per il governo di legiferare in conformità allo stesso (a differenza di quanto era accaduto nel 2011 con il referendum sulla riforma del sistema elettorale), di fatto escludendo qualsiasi effetto vincolante della consultazione.

Inoltre, l’art. 50 del Trattato di Lisbona prevede che uno Stato Membro possa decidere di recedere dall’Unione nel rispetto dei propri principi costituzionali. 

In punta di diritto, il Regno Unito è uno dei pochi Paesi al mondo privi di una costituzione scritta, situazione che rende complessa l’applicazione dell’art. 50 laddove impone il rispetto dei dettami costituzionali per l’uscita dall’Unione.

La procedura stabilita all’art. 50 consiste in una  notifica che lo Stato Membro deve inviare al Consiglio europeo manifestando la propria volontà di recedere, a decorrere dalla quale scatta un termine di due anni per i negoziati finalizzati all’uscita. Una volta inviata la notifica, non è prevista la possibilità di ritirarla: alea iacta est. Ecco perché, ad oggi, Londra pare temporeggiare.

Peraltro, anche tralasciando il clima di incertezza politica conseguente alle dimissioni di Cameron e alla ribellione dello shadow cabinet di Corbyn, a livello formale non è chiaro chi abbia l’autorità di provvedere alla notifica. In proposito, ci si domanda astrattamente se sarebbe sufficiente l’iniziativa del Primo Ministro o, in considerazione del principio della sovranità del parlamento (il solo, nelle parole di  Dicey ad avere “il potere di fare e disfare le leggi”), sarebbe comunque necessario un avvallo da parte di Westminster? Il Parlamento inglese, ed è intorno a questo che ruota la questione, non è in alcun modo vincolato dal voto popolare e dunque, proprio in virtù di quella sovranità che lo contraddistingue, ben potrebbe esprimere un parere negativo e, di fatto, bloccare del tutto il processo di uscita.

Di certo, si riscontra del tipico humor inglese all’idea che, qualora il Parlamento inglese dovesse essere chiamato a votare, gli attuali paladini della sovranità dello stesso nei confronti delle ingerenze di Bruxelles si troverebbero a difendere la vincolatività di un voto popolare extraparlamentare, che, in parte, esautora Westminster.

Alla luce di quanto sopra, è chiaro che la questione non riguarda tanto l’efficacia giuridica quanto la mera  opportunità politica.

Come ha sottolineato David Allen Green, avvocato inglese e autorità in materia costituzionale “Ciò che accade ora è una questione di politica, non di diritto. Si ridurrà tutto a ciò che è politicamente opportuno e fattibile. Il governo inglese potrebbe cercare di ignorare il voto, bollandolo come poco affidabile. O potrebbe sostenere  che si tratti di una materia di competenza del Parlamento, cercando di trovare una maggioranza favorevole all’esito sperato”.

Alcuni sottolineano come in passato referenda relativi all’Unione Europea siano stati ripetuti al fine di rovesciare un precedente risultato “sfavorevole”.

Di certo, l’eventuale discostamento dalla volontà espressa tramite il referendum costituirebbe un atto di forza da parte del governo, uno strappo difficile da sanare, quasi un suicidio politico, soprattutto se si considerano le parole di Cameron nel celebre Bloomberg Speech del gennaio 2013, con cui si è abbracciata l’iniziativa del referendum: “E’ tempo per il popolo inglese di avere la parola. E’ tempo di risolvere la questione europea all’interno della politica inglese. Io dico agli inglesi: questa sarà una vostra decisione”.

Se l’esito della consultazione referendaria si è dimostrato imprevedibile anche per i sondaggisti più infallibili,  al momento pare ancora più  arduo supporre  quali saranno le mosse politiche del prossimo inquilino del numero 10 di Downing Street.

Insomma, Brexit è tutt’altro che deciso: nei prossimi mesi ne vedremo delle belle.

Sicuramente gli scenari sono molteplici e non costituisce una corretta forma di informazione il comunicare che la Gran Bretagna debba  ormai uscire dall’Unione Europea a causa del referendum. La sua sarà una decisione politica non vincolata giuridicamente.

Come ha detto recentemente Papa Francesco, l’Europa deve avere la forza e l’umiltà per rivisitare il suo modello di governance ma deve soprattutto metterci coraggio e creatività.

Proprio dentro questi due ultimi termini risiede, a nostro avviso, la soluzione meno traumatica di Brexit.

 

Riccardo Rossotto

(ha collaborato Giulia Pairona)

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Corte di giustizia dell’Unione Europea: tutela dei programmi per elaboratore

autore:

Roberta Avarello

La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di recente fissato, con la sentenza pubblicata il 2 maggio 2012, tre significativi principi di diritto in ambito di tutela dei programmi per elaboratore, i cosiddetti “software”.
In primo luogo, la Corte, interpretando l’art. 1, paragrafo 2, della direttiva 91/250 CE, ha escluso che la funzionalità del programma per elaboratore, il relativo linguaggio di programmazione ed il formato di file di dati dallo stesso utilizzato possano essere considerati forme di espressione del programma per elaboratore medesimo e dunque tutelabili dal diritto d’autore.
In secondo luogo, la Corte, interpretando l’art. 5, paragrafo 3, della direttiva 91/250 CEE, ha ritenuto che il titolare del diritto d'autore su un programma per elaboratore non può impedire che il relativo soggetto licenziatario studi, osservi e sperimenti liberamente il funzionamento del programma stesso, al fine di effettuare operazioni che la licenza gli consente di compiere, nonché operazioni di caricamento e svolgimento necessarie all'utilizzazione del programma medesimo, a condizione, tuttavia, che egli non leda i diritti esclusivi del titolare del diritto d'autore su tale programma.
Da ultimo, la Corte, interpretando l’art. 2, lett. a), della direttiva 2001/250 CE, ha stabilito che, laddove venga giudizialmente accertato che il manuale d’uso di un programma per elaboratore costituisce una creazione intellettuale del programma stesso e sia, in quanto tale, protetto dal diritto d’autore, la riproduzione di elementi in esso descritti all’interno di un altro programma per elaboratore o di un altro manuale d’uso rappresenta una violazione del diritto d’autore sul predetto manuale protetto.
http://curia.europa.eu/juris/liste.jsf?language=it&jur=C,T,F&num=C-406&td=ALL

Commento
Non può che rilevarsi come la sentenza in commento abbia il pregio di chiarire in maniera piuttosto dettagliata e precisa il contenuto di norme che, fino ad oggi, parevano del tutto generiche.
La Corte, chiamata a pronunciarsi, in via pregiudiziale, sull’interpretazione degli artt. 1, paragrafo 2, e 5, paragrafo 3, della direttiva 91/250/CEE, relativa alla tutela giuridica dei programmi per elaboratore, nonché sull’art. 2, lett. a) della direttiva 2001/29 CE, integrativa rispetto alla precedente e relativa all’armonizzazione di alcuni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, pare aver assolto efficacemente al proprio compito di interprete.
Quanto al citato art. 1, paragrafo 2, l’organo giudicante ha finalmente chiarito, invero, quali debbano effettivamente considerarsi le forme di espressione di un programma per elaboratore ai fini della tutela del diritto d’autore e, quindi, anche quali elementi non debbano essere considerati tali.
A tale proposito si rammenta come la norma in parola disponga genericamente che: “La tutela ai sensi della presente direttiva si applica a qualsiasi forma di espressione di un programma per elaboratore. Le idee e i principi alla base delle sue interfacce, non sono tutelati dal diritto d’autore a norma della presente direttiva”.
Ebbene, dalla massima citata al precedente paragrafo, emerge la rilevanza del contributo fornito dalla Corte che, escludendo dal novero delle forme di espressione del programma per elaboratore tutelabili dal diritto d’autore la funzionalità del programma stesso, nonché il linguaggio di programmazione ed il formato di file di dati utilizzato, ha limitato notevolmente il rischio di infondate contestazioni.
Secondo l’interpretazione della Corte, invero, ammettere che la funzionalità di un programma per elaboratore possa essere tutelata dal diritto d'autore equivarrebbe ad offrire la possibilità di monopolizzare le idee, a scapito del progresso tecnico e dello sviluppo industriale.
Allo stesso modo, la Corte ha escluso la tutelabilità del linguaggio di programmazione e del formato dei file di dati utilizzati nell'ambito di un programma per elaboratore per interpretare ed eseguire programmi d'applicazione scritti dagli utenti nonché per leggere e scrivere dati in un formato di dati specifico, considerando tali elementi necessari ai fini dello sfruttamento di talune funzioni del programma stesso da parte degli utenti.
Anche in ordine al predetto art. 5, paragrafo 3, della direttiva 91/250 CEE, l’interpretazione fornita dalla Corte pare del tutto efficace a scongiurare un’eventuale confusione in ordine ai casi in cui un soggetto licenziatario dei diritti su un programma per elaboratore, nell’utilizzo dello stesso, necessiti dell’autorizzazione da parte del titolare dei diritti medesimi.
A tale proposito si rammenta come la norma in esame preveda che: “La persona che ha il diritto di utilizzare una copia di un programma può, senza chiederne l’autorizzazione al titolare del diritto, osservare, studiare o sperimentare il funzionamento del programma, quando essa effettua le operazioni di caricamento, visualizzazione, esecuzione, trasmissione o memorizzazione del programma che ha il diritto di effettuare”.
Pare di tutta evidenza come prima della sentenza in commento non fosse agevole comprendere a che tipo di operazioni la norma facesse riferimento, laddove adesso, invece, risulti chiaro che lo studio del funzionamento del programma ai fini della determinazione delle idee e dei principi su cui si basano gli elementi dello stesso può essere realizzato, da parte del licenziatario, solo nell’ambito delle operazioni autorizzate dalla licenza stessa o necessarie all’uso del programma.
Anche l’interpretazione dell’art. 2, lett. a), della direttiva 2001/250 CE, risulta essere molto utile ai fini della corretta determinazione del concetto di “riproduzione della propria opera”.
La norma in esame stabilisce genericamente, infatti, che gli Stati membri riconoscono agli autori il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la riproduzione diretta o indiretta, temporanea o permanente, in qualunque modo o forma, in tutto o in parte, della propria opera.
Finalmente è dato comprendere, adesso, a che tipo di fattispecie concreta detta riproduzione può considerarsi riferibile, e, soprattutto, entro quali limiti. Sul punto, peraltro, è bene precisare che, nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che fosse compito del giudice del rinvio accertare, in concreto, se la riproduzione effettuata dalla parte convenuta in causa costituisse violazione della predetta norma. (R.A.)

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Registrazione in uno stato membro di una google adword identica ad un marchio registrato in un altro stato membro - giurisdizione - conclusioni dell’avvocato generale

La questione

La società austriaca Wintersteiger AG, produttrice di attrezzature da sci e titolare del marchio “Wintersteiger”, registrato in Austria, ha contestato l’illecita registrazione della medesima denominazione come Google AdWord da parte del rivenditore tedesco “Products4U”, che aveva proceduto a tale registrazione limitatamente a google.de, ossia per la sola pagina dedicata al territorio tedesco, visibile tuttavia in tutto il mondo ed in particolare in Austria. Giunta all’ultimo grado di giudizio, la questione pregiudiziale sulla giurisdizione del giudice austriaco per un atto contraffattivo commesso in uno stato estero membro della UE i cui effetti si sono prodotti in Austria è stata sottoposta al vaglio della CGE con i seguenti quesiti:

Se - in caso di asserita lesione di un marchio dello Stato del foro, da parte di un soggetto che ha la propria sede in un altro Stato membro, operata mediante l'utilizzo, in un motore di ricerca internet che offre i propri servizi attraverso diversi domini di primo livello, specifici per ciascuno Stato, di una parola chiave (AdWord) identica al predetto marchio - l'espressione "luogo in cui l'evento dannoso è avvenuto o può avvenire", contenuta nell'art. 5, n. 3, del regolamento (CE) n. 44/2001 1 (in prosieguo: il "regolamento Bruxelles I"), debba essere interpretata nel senso:

1.1. che la competenza è fondata solo quando la parola chiave viene utilizzata nel sito web del motore di ricerca il cui dominio di primo livello è quello dello Stato del foro;
1.2. che la competenza è fondata per il solo fatto che il sito web del motore di ricerca, nel quale viene utilizzata la parola chiave, è accessibile nello Stato del foro;
1.3. che la competenza dipende dalla presenza di ulteriori requisiti, oltre all'accessibilità del sito web;

In caso di soluzione positiva della questione sub 1.3: in base a quali criteri si debba determinare se è fondata la competenza di cui all'art. 5, n. 3, del regolamento Bruxelles I in caso di utilizzo di un marchio dello Stato del foro quale AdWord sul sito Internet di un motore di ricerca avente un dominio nazionale di primo livello diverso da quello dello Stato del foro.
Anziché prendere posizione su ciascuno dei suddetti quesiti l’Avvocato Generale ha preferito formulare le sue conclusioni spiegando a quali condizioni il giudice nazionale ha giurisdizione su atti contraffattivi consumatisi in un altro stato membro ai sensi del Regolamento Bruxelles. 

Il Regolamento Bruxelles prevede che nel caso in cui un evento origini in un paese ma produca un danno in un altro paese sussistano due giudici competenti: quello del paese presso cui si è verificato l’evento e quello in cui si è prodotto il danno. È del tutto evidente che nel caso in esame la questione è stabilire dove si sia prodotto il danno, considerata la natura non territoriale di internet. 

L’Avvocato Generale ha precisato che 
(I) nel caso di attività lesive di diritti su marchio nazionale, comprese quelle perpetrate attraverso internet, la giurisdizione presso la quale si produce il danno derivante dalle suddette attività lesive non può che essere quella in cui è registrato il marchio, e tale criterio può essere applicato nel caso in esame per determinare la giurisdizione del giudice austriaco; 
(II) l’utilizzo come Google AdWord di una denominazione oggetto di registrazione di marchio da parte di un soggetto non autorizzato integra lesione della capacità distintiva di tale marchio quando la pubblicità generata dall’utilizzo dell’AdWord non consente all’utente informato di capire se i prodotti pubblicizzati provengano dalla società titolare del marchio usato come AdWord o dalla società che ha acquistato l’AdWord contenente il suddetto marchio;
(III) l’utilizzo da parte della società tedesca Products4U della denominazione “Wintersteiger” come AdWord integra l’illecito contraffattivo descritto al punto
(IV) e che il fatto l’AdWord sia stata registrato solo sulla pagina tedesca google.de non impedisce che l’illecito si produca presso i consumatori austriaci, che possono accedere al sito e comprenderne i contenuti, confermando quindi che il danno alla capacità distintiva del marchio “Wintersteiger” si è prodotto in Austria e che pertanto il giudice austriaco ha giurisdizione su tale questione. 

L’Avvocato Generale ha quindi pronunciato le seguenti conclusioni:

“In presenza di condotte perpetrate attraverso internet e suscettibili di violare diritti su un marchio nazionale registrato in uno stato membro, deve ritenersi che l’art. 5 (3) del Reg. 44/2001 attribuisca giurisdizione:
- ai Tribunali dello stato membro nel quale è stato registrato il marchio e 
- ai Tribunali dello stato membro nel quale sono stati utilizzati gli strumenti per realizzare la contraffazione del marchio registrato nell’altro stato membro”.
Conclusioni avvocato generale.pdf

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