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DroneRules: portale web per il corretto utilizzo dei droni

La Commissione Europea, in attesa dell’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sui droni, ha recentemente istituto un portale web, denominato DroneRules, finalizzato ad informare gli utenti circa il corretto utilizzo dei droni, sia per uso amatoriale/hobbistico che professionale. Le informazioni messe a disposizione dalla Commissione Europea, e contenute nel predetto portale on line in 22 differenti lingue, riguardano le normative, la sicurezza e il rispetto della privacy.

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Iniziativa della Commissione Europea a sostegno di start-up e scale-up

  • 28 November 2016 |
  • Published in Startup

La Commissione Europea lancia una nuova iniziativa a sostegno delle start-up e della loro crescita. In particolare, l’iniziativa si propone di:

  • favorire un migliore accesso al credito attraverso la costituzione di un fondo di fondi paneuropeo di venture capital (si parla di contributi UE per 400 milioni di euro);
  • introdurre nuove misure in materia di diritto fallimentare;
  • introdurre dichiarazioni fiscali semplificate (tra cui la proposta di una base imponibile consolidata comune per l'imposta sulle società (CCCTB)), volta a sostenere le piccole imprese innovative che mirano ad un'espansione oltre frontiera.

Si riferisce inoltre di un proposta di riforma di Horizon 2020. Nel 2017 la Commissione presenterà poi proposte relative ad uno sportello digitale unico con informazioni, procedure, assistenza e consulenza sul mercato unico.

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Privacy Shield nel mirino: ecco il primo ricorso al Tribunale UE

A distanza di pochi mesi dalla sua entrata in vigore (decisione della Commissione UE del 12 luglio 2016), il nuovo accordo per il trasferimento dei dati personali dei cittadini europei verso gli USA - cd. “Privacy Shield” – entra come protagonista nelle aule giudiziarie.

La Digital Rights Ireland – una organizzazione irlandese rivolta alla difesa ed alla protezione dei diritti civili dei cittadini nell’era digitale - infatti, ha citato in giudizio la Commissione Europea innanzi al Tribunale dell’UE (causa T-670/16), sostenendo che il Privacy Shield non garantisce, a suo avviso, un’adeguata protezione dei dati personali dei cittadini europei trasferiti negli Stati

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Google vs copyright: questa volta ci prova l’Unione Europea

A fine agosto è stato annunciato il nuovo Regolamento Europeo sul copyright, il tanto discusso, amato e odiato, diritto d’autore. L’ipotesi di una disciplina che faccia rientrare nel perimetro normativo della protezione tutte le forme di informazioni circolate nella Rete, e ovviamente dotate dei requisiti richiesti, ha riscatenato il dibattito già apertosi qualche anno fa con le prime due puntate della questione, scoppiate in Spagna e poi in Germania.

È giusto che gli editori rivendichino il copyright sugli articoli o meglio e soprattutto sui ritagli degli articoli (gli ormai famosi snippets) nei confronti degli utilizzatori professionali (Google & Co, tanto per capirci)? È un “tappo” inaccettabile alla circolazione delle informazioni nella Rete la posizione assunta dagli editori in materia di copyright? E ancora: perché il professionista (l’editore, nel caso in esame) che investe e paga i rilevanti costi dell’organizzazione aziendale mirata a realizzare contenuti giornalistici da vendere sul mercato non deve pretendere che chi utilizzata tali contenuti, sia tenuto a pagare un equo compenso?

La questione non è banale e nasce proprio dalla diffusione dei modelli di business dei maggiori giocatori del settore, i motori di ricerca. La Rete vive di scambio/connessione di notizie-informazioni-dati: negli ultimi anni la dimensione del fenomeno ha fatto crescere di molto il valore d’uso dei contenuti di tali dati, passando da una fase di gratuità d’uso (lancio del prodotto e fidelizzazione degli utenti) ad una fase di onerosità d’uso a carico degli utilizzatori (consolidato il “bisogno-utilità” di questi contenuti, ora si pagano!). Perché se “a valle” l’intermediario (il motore di ricerca, cioè) vende tali contenuti a fronte di un corrispettivo più o meno diretto, “a monte” non li deve pagare a chi li ha scritti e organizzati?

Proviamo a fare un punto della situazione mettendo in ordine i vari elementi della problematica.

La ratio della legge sul diritto d’autore

Il diritto d’autore ha radici antiche, si intravede in una sua forma embrionale in Inghilterra già nei primi anni del ‘700 con la funzione di tutelare gli interessi degli editori e poi degli autori tramite la concessione di privilegi di stampa.

Nella sua configurazione attuale, le ragioni che giustificano l’esistenza del copyright si ravvisano nell’esigenza di favorire ed incentivare gli investimenti volti non solo alla realizzazione, ma anche alla diffusione, di opere creative, riconoscendo all’autore il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera dell’ingegno, oltre al diritto morale di rivendicarne la paternità. Nessuno o quasi, cioè, opererebbe professionalmente nel settore delle creazioni artistiche se l’ordinamento non fosse in grado di fornire una tutela solida e certa, al ricorrere dei caratteri di originalità e novità dell’opera. Come gli altri diritti afferenti alla proprietà intellettuale, insomma, il livello di protezione offerto dal diritto d’autore è da individuare nel giusto punto di equilibrio tra l’interesse del titolare/creatore e quello della collettività che fruisce dell’opera.

Scenario attuale: la rivoluzione di Google

La rivoluzione digitale ha prepotentemente modificato i canoni del copyright, con i legislatori che hanno dovuto rincorrere ed adeguarsi ai nuovi paradigmi, senza avere la possibilità di governare la vicenda. Internet ha reso possibili metodi di diffusione e di sfruttamento economico delle opere che fino a pochi anni fa non erano neanche prospettabili, introducendo il concetto di accesso globale e diretto ai contenuti. Google, con la sua posizione di assoluto rilievo nel mondo della Rete, ha conquistato il ruolo di principale motore di ricerca, tanto che oggi l’indicizzazione delle pagine Web consente agli utenti di raggiungere (quasi) ogni pagina tramite i servizi offerti da Mountain View.

E la questione ruota proprio attorno a ciò. Gli editori pubblicano articoli e contenuti sui propri portali, indicizzati su Google, Big G. (o altri motori simili) li rende disponibili a chi li ricerca che, lette un paio di righe di anteprima, decide se aprire o meno la pagina. Se l’utente visita la pagina dell’editore, quest’ultimo avrà un ritorno economico (essenzialmente in pubblicità); in caso contrario, non guadagnerà. Google, invece, guadagnerà in ogni caso, per il semplice fatto che l’utente ha effettuato una ricerca.

I due precedenti specifici in Spagna e in Germania

Da qui l’esigenza – o l’opportunità, a seconda dei profili che si vogliono evidenziare – di prevedere una qualche forma di corrispettivo da Google verso gli editori, che consenta di riequilibrare il rapporto tra le parti. Un compenso che nasce dalla semplice visualizzazione, da parte dell’utente, di una piccola anteprima del contenuto finale.

Il tentativo è già stato fatto, un po’ pionieristicamente, in Spagna ed in Germania. Nel primo caso, Madrid ha previsto un compenso obbligatorio a carico di Google, in favore degli editori, per poter linkare un loro qualsiasi contenuto. Il risultato è stato disastroso. Google, forte della propria posizione, ha chiuso definitivamente il servizio News con una doppia beffa per gli editori: non solo non hanno goduto di alcun beneficio diretto, ma hanno anche registrato un crollo drastico del traffico poiché gli utenti – solitamente indirizzati ai portali proprio tramite il motore di ricerca – non vi erano più reindirizzati.

In Germania, invece, la cosiddetta “Lex Google” ha introdotto la semplice possibilità per gli editori di farsi corrispondere un compenso per gli snippet. Con la conseguenza – forti, anche, dell’esperienza iberica – che gli editori hanno scelto di evitare tale opzione per non rischiare di incorrere in un abbattimento del traffico sul proprio sito.

Il contenuto della bozza del Regolamento Europeo

Su questo terreno insidioso, la Commissione Europea ha deciso di valutare l’introduzione di un diritto connesso – specificando con forza che non si tratterebbe di una tassa – in favore dei gruppi editoriali che consenta loro, in maniera facoltativa, di poter chiedere ai motori di ricerca un compenso per la pubblicazione degli estratti dei propri contenuti. La finalità, dunque, è di creare una base normativa con la quale anche i player più deboli possano avere il potere contrattuale per negoziare con i giganti del Web il pagamento di una nuova forma di licenza.

Abbandonata (o mai considerata) l’opzione di un corrispettivo obbligatorio, che avrebbe forse condotto ad effetti simili a quelli creatisi in Spagna, si tenterebbe di riallineare almeno parzialmente il ruolo degli attori del mercato, ponendo gli editori in una posizione di maggior (seppur limitata) forza in sede di negoziazione con i motori di ricerca. Sarà quindi la stampa a decidere se offrire gratuitamente i propri contenuti agli aggregatori di notizie oppure se avviare una trattativa, tenendo sempre a mente il caso-Spagna e gli effetti che ne sono derivati.

A dimostrazione della spinosità del tema, le penne di due dei principali quotidiani nazionali si sono schierate su posizioni distanti, se non addirittura opposte tra loro. Da un lato Massimo Sideri, sul Corriere della Sera dello scorso 27 agosto, riconosce che “la Rete ha fatto crescere molto il valore d’uso delle notizie, ampliando la circolazione, ma ha fatto calare quello di scambio (il pagamento)”, sottolineando che il riequilibrio di questi fattori sarà fondamentale per il futuro dell’informazione di qualità, con una visione non pessimistica dell’intervento comunitario. Con diverso piglio, il giorno successivo Luca De Biase, sulle colonne de Il Sole 24 Ore, critica in maniera ben più vivace la posizione dell’Unione Europea, accusando prima gli editori di non aver voluto investire nello sviluppo del digitale (trovandosi, poi, a dipendere da Google), e poi la Commissione UE di ignorare la questione andando per la sua strada, senza volersi rendere conto che “la realtà digitale è troppo complessa per le banalizzazioni della politica”.

Alcune riflessioni finali

In questo quadro in continua evoluzioni industriale e normativa, ci permettiamo alcune considerazioni finali.

  1. I principi della normativa sul copyright devono essere salvaguardati a pena di rischiare di rivoluzionare le fondamenta degli stimoli ai giovani talenti di studiare e sacrificarsi per realizzare opere d’arte.
  2. I contenuti giornalistici “figli” di investimenti, costi, professionalità devono essere tutelati per non mettere gli editori tradizionali nelle condizioni o di abbandonare il campo o di ridurre la qualità dei loro prodotti.
  3. La Rete, o meglio i giocatori della Rete, non devono, sul presupposto di una presunta innovazione e di una irreversibile necessità tecnologica, pensare di poter usare contenuti diversi senza pagare il “giusto corrispettivo”.
  4. Bisogna trovare un equo equilibrio che non permetta alla pura forza economica e negoziale dei motori di ricerca di determinare “il buono e il cattivo tempo” in materia.
  5. Il principio di legge, anche con riguardo agli Snippets o a figure analoghe di diritti affini, deve essere riaffermato in modo Forte e Chiaro! Consolidando tale principio, si potrà delegare alle intese tra titolari di diritti e utilizzatori dei contenuti la quantificazione dell’“equo compenso” da rapportare sempre ad una verifica di mercato attualizzata tra i costi di realizzazione dei contenuti protetti e i ricavi-profitti prospettici degli utilizzatori.

Questo è lo sforzo che ci auguriamo possa/debba ispirare la posizione europea al di là degli egoismi miopi delle parti in causa.

Stiamo a vedere.

Riccardo Rossotto

(ha collaborato Nicola Berardi)

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EU-US Privacy Shield: la Commissione Europea ne comunica l’approvazione

Con Dichiarazione dell’8 luglio 2016, il Vice-Presidente della Commissione Europea Ansip e la commissaria Jourová hanno annunciato il termine della votazione, da parte degli stati membri dell’UE, del nuovo accordo tra Europa e U.S.A. per il trasferimento dei dati personali dei cittadini europei verso gli Stati Uniti (cd. ”EU-US Privacy Shield”).

Entrambi gli esponenti della Commissione Europea si sono detti soddisfatti dei risultati ottenuti all’esito delle votazioni ed hanno annunciato che il testo dell’accordo, che pone fine al vuoto giuridico lasciato dalla invalidazione dell’accordo di “Safe-Harbor”, è pronto per essere formalmente adottato nei primi giorni della prossima settimana.

Per il Vice-Presidente Ansip, il nuovo Privacy Shield impone “obblighi chiari e forti sulle società che trattano i dati personali, garantisce che le proprie regole siano rispettate ed applicate nella pratica e prevede limitazioni all’accesso ai dati personali da parte delle autorità americane”.

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EU-US Privacy Shield: la Commissione Europea pubblica gli atti giuridici intesi a realizzare l’accordo

Con Comunicato stampa del 29 febbraio 2016, la Commissione Europea ha annunciato la pubblicazione dei testi giuridici che andranno ad implementare il nuovo accordo tra Europa e U.S.A., relativo al trasferimento dei dati personali verso gli Stati Uniti (cd. ”EU-US Privacy Shield”).

Tra i summenzionati documenti, rientrano la “decisione della Commissione Europea sull’adeguatezza della protezione dei dati in base all’EU-US Privacy Shield”, un “elenco dei principi previsti dal nuovo scudo europeo per la privacy rilasciato dal Dipartimento del Commercio del governo degli Stati Uniti”, nonché i vari impegni assunti dalle autorità americane.

La Commissione, inoltre, ha anche rilasciato a favore del Consiglio e del Parlamento Europeo, un prospetto riepilogativo delle principali tappe affrontate nel corso degli ultimi anni per ripristinare solide regole nel flusso dei dati tra Europa e Stati Uniti.

Il presidente della Commissione Ansip e la commissaria Jurova si dicono fiduciosi: “Lo scudo UE-USA per la privacy è un nuovo e solido quadro normativo, basato su robusti sistemi di monitoraggio, sistemi di ricorso più semplici per i cittadini europei e, per la prima volta, su una garanzia scritta dei partner statunitensi in merito alle limitazioni ed alle salvaguardie in materia di accesso ai dati personali da parte delle autorità pubbliche”.

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Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali: la Commissione trova un accordo definitivo con il Parlamento e il Consiglio d’Europa

A distanza di quasi 4 anni dalla prima proposta della Commissione europea relativa ad un’unica disciplina comunitaria in materia di protezione dei dati personali, la Commissione, il Consiglio d’Europa ed il Parlamento europeo hanno trovato un accordo definitivo in merito all’adozione di un Regolamento europeo sulla privacy. Già nei primi mesi del 2016, quindi, le autorità legislative comunitarie adotteranno il testo definitivo della nuova normativa che entrerà in vigore a distanza di 2 anni e sarà direttamente applicabile in tutte e 28 le nazioni dell’Unione Europea: in Italia, in particolare, prenderà il posto del D.lgs. n. 196/2003 (cd. “Codice Privacy”).

Tra le molte novità che saranno introdotte in materia di protezione dei dati personali, vi saranno: il principio dell’applicazione del diritto dell’Unione europea anche ai trattamenti di dati personali non effettuati in territorio comunitario, se relativi all’offerta di beni o sevizi a cittadini UE o tali da comportare il monitoraggio dei loro comportamenti; la nuova valutazione d’impatto sulla protezione dei dati personali (DPIA); il principio della cd. “privacy by design” (o attualizzazione in chiave moderna del principio di necessità); la previsione della nuova figura del Data protection Officer (DPO); la previsione del diritto all’oblio, nonché nuovi e maggiori obblighi di segnalazione in caso di violazione dei dati personali (cd. “data breaches”).

Leggi qui il testo integrale della proposta di Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali

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Mercato Unico Digitale Europeo – normativa unica per i contratti del settore digitale e maggiori tutele per i consumatori che fanno acquisti online

In data 9 dicembre 2015 la Commissione Europea ha presentato due proposte: una sulla fornitura dei contenuti digitali (es. musica in streaming) e una sulla vendita di beni online; volte a semplificare e promuovere l’accesso, per i consumatori e le imprese, ai beni e ai servizi online in tutta l’UE. Tali proposte perseguono l’obiettivo, da un lato, di garantire ai consumatori un più elevato livello di tutela quando operano un acquisto via internet in tutta l’UE, e, dall’altro lato, di aiutare le imprese ad espandere le proprie vendite online fornendo loro un corpus normativo unico che consenta di superare le divergenze esistenti tra le diverse normative nazionali nell’ambito del diritto contrattuale dei consumatori – divergenze che, allo stato, generano alti costi per le imprese (soprattutto per le PMI).

Leggi qui il testo integrale del provvedimento

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La Commissione modifica l’elenco europeo dei rifiuti

In data 10 novembre 2015 è stato pubblicato il Regolamento (UE) 2015/2002 della Commissione che modifica l’allegato IC e l’allegato V del Regolamento (CE) n. 1013/2006 relativo alle spedizioni transfrontaliere di rifiuti. In particolare, è stato interamente sostituito l’elenco dei rifiuti presenti nell’allegato della decisione 2000/532/CE e sono state altresì aggiornate le indicazioni relative alla loro denominazione all’interno del documento di notifica. Il Regolamento, applicabile a decorrere dal 1 giugno 2015, entrerà in vigore il prossimo 30 novembre. Esso costituisce un’ulteriore tappa del processo di armonizzazione della normativa in materia di rifiuti al nuovo regime inerente la classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze e delle miscele di cui al Regolamento 1357/2014 e alla Decisione 2014/995/UE.

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La Commissione Europea prende posizione sull’impatto della invalidazione dell’accordo di Safe Harbor da parte della Corte di Giustizia Europea.

La Commissione Europea ha emesso delle Linee Guida, per chiarire alle imprese come comportarsi a seguito della sentenza della Corte di Giustizia Europea sul caso Schrems. Tale autorità, in particolare, ha precisato che, a fronte della recente invalidazione dell’accordo di Safe Harbor, il trasferimento dei dati verso gli Stati Uniti può in ogni caso avvenire in base agli strumenti alternativi: le Standard Contractual Clauses (“SSCs”), le Binding Corporate Rules (“BCR”), l’ottenimento di una autorizzazione ad hoc in ordine ad uno specifico accordo contrattuale da parte della autorità garante competente o in forza di uno dei meccanismi di deroga, previsto dall’art. 26 della Direttiva 95/46/EC, quale, a titolo esemplificativo, l’ottenimento di un consenso informato ed inequivoco da parte degli interessati o la necessità di dare esecuzione ad un obbligo contrattuale.

La Commissione ha altresì precisato che i titolari del trattamento hanno la responsabilità di verificare che i dati personali oggetto di trasferimento in base a tali strumenti alternativi siano adeguatamente protetti, rilevando la potenziale necessità per tali soggetti di attivare tutele integrative in favore di tali dati, tra cui misure tecniche, organizzative, business-model o misure che dispongano – in determinate circostanze - la possibilità di sospendere il trasferimento dei dati o di risolvere il contratto.

La Commissione, da ultimo, ha fatto presente che l’emanazione di un Safe Harbor 2.0 resta una priorità: sono state avviate le trattative con le competenti autorità americane che si confida portino alla conclusione di un nuovo accordo per il trasferimento dei dati verso gli Stati Uniti entro la fine di gennaio 2016.

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