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Interesse pubblico all’informazione

Con il provvedimento in oggetto, la Suprema Corte conferma la sentenza del Tribunale di Milano con la quale era stata accolta la decisione del Garante per la protezione dei dati personali che aveva ritenuto violati da parte di un noto settimanale i limiti dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico nell’esercizio dell’attività giornalistica. L’editore del settimanale aveva, infatti, pubblicato un articolo giornalistico il quale, riprendendo una notizia su un supposto legame sentimentale tra due persone, conteneva un servizio fotografico che ritraeva due figli minori della donna e la madre di quest’ultima in alcuni momenti di vita quotidiana.

Il servizio fotografico peraltro non presentava un efficace mascheramento del volto di uno dei figli minorenni che risultava riconoscibile e riproduceva anche la palazzina dove risiedeva la famiglia.

Contro il provvedimento del Garante l’editore ed il giornalista autore dell’articolo proponevano opposizione con ricorso al Tribunale di Milano ex art. 152 D.Lgs 196/2003; opposizione rigettata dal Tribunale con sentenza del 5 settembre 2006 contro la quale gli opponenti proponevano ricorso per cassazione. I ricorrenti sostenevano, in particolare, che aveva errato il giudice di prima istanza nel dare applicazione all’art. 137 del D.Lgs 196/2003 in materia di attività giornalistica nella parte in cui dispone che “Possono essere trattati i dati personali relativi a circostanze o fatti resi noti direttamente dagli interessati o attraverso loro comportamenti in pubblico.” Essi formulavano quindi il seguente quesito “"se, à sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 137, i dati personali resi noti alla stampa direttamente dagli interessati, restino liberamente trattabili per finalità giornalistiche anche in contesti diversi dalla loro originaria pubblicazione, se ad essi si applichi il limite dell'essenzialità dell'informazione dettato dalla medesima norma per gli altri dati, e se rientrino nella previsione di tale articolo i dati concernenti l'aspetto esteriore o il comune di ubicazione di uno stabile ricomprendente al suo interno l'abitazione di una famiglia".

Sostenevano i ricorrenti che tanto il nome di battesimo della figlia minore, quanto le sue sembianze, il suo status di figlia di uno dei due soggetti ripresi, le sembianze della madre di uno di essi, “erano stati precedentemente resi pubblici direttamente dagli interessati in servizi fotografici pubblicati su settimanali prima della pubblicazione dell’articolo oggetto del provvedimento del Garante”; tale circostanza, secondo i ricorrenti quindi, legittimava l’uso dei dati immagini da essi effettuato.

La Suprema Corte ha ritenuto corretta la sentenza del Tribunale di Milano che aveva accertato la violazione del limite dell’essenzialità dell’informazione.

Cassazione Civile, Sez. I, sentenza 6 dicembre 2013, n. 27381

 La sentenza del Tribunale di Milano è stata ritenuta corretta sotto due diversi profili.

In primis, in quanto, la pubblicazione della foto dei minori non era avvenuta davvero nell’interesse oggettivo degli stessi, valutazione richiesta dal codice deontologico di cui al provv. del garante del 29.7.1998; tale interesse deve essere valutato dal giornalista nel momento in cui assume la decisione di pubblicare foto di minori il cui diritto alla riservatezza deve sempre essere considerato primario rispetto al diritto di critica e di cronaca. La sussistenza dell’interesse oggettivo deve essere valutata secondo i principi e i limiti stabiliti dalla Carta di Treviso che, tra l'altro, prevede che "al bambino coinvolto come autore, vittima o teste - in fatti di cronaca, la cui diffusione possa influenzare negativamente la sua crescita, deve essere garantito l'assoluto anonimato. Per esempio deve essere evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possono portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l'indirizzo dell'abitazione o il Comune di residenza nel caso di piccoli centri, l'indicazione della scuola cui appartenga".
Secondo il Giudice Milanese la pubblicazione non era avvenuta davvero nell’interesse oggettivo del minore e ha escluso che la decisione assunta in precedenza dai genitori, in relazione al servizio fotografico pubblicato, potesse essere invocata in un diverso contesto, nel quale era trattata la diversa notizia della relazione extraconiugale di uno dei due protagonisti dell’articolo censurato.
In secondo luogo con riferimento alla madre della donna oggetto dell’articolo, secondo la Suprema Corte, il tribunale aveva correttamente rilevato che nel servizio fotografico precedente era del tutto estranea la madre della G., mentre quest'ultima - priva di autonoma notorietà - era stata fotografata nello svolgimento di attività quotidiane in un contesto affatto diverso dal servizio fotografico per il quale aveva posato con la famiglia.

La Corte dunque precisa che “la divulgazione di un dato di interesse pubblico mediante dichiarazioni o comportamenti pubblici non è configurabile come una forma di consenso tacito al suo trattamento, in quanto l'interessato potrebbe anche essere contrario a che l'informazione da lui resa nota abbia un'ulteriore e più ampia diffusione, anche se costituisce una situazione nella quale la riservatezza del dato è stata già in qualche misura intaccata a seguito della condotta consapevole dell'interessato. Talché, la ratio della norma può essere colta nell'opportunità di dare prevalenza all'interesse pubblico all'informazione, anche se riguardi profili non essenziali rispetto alla vicenda o al personaggio di interesse pubblico cui si riferisce, quando le dichiarazioni o i comportamenti in pubblico dell'interessato abbiano già compromesso in misura significativa l'interesse alla riservatezza dei dati trattati. La deroga, dunque, concerne l'essenzialità del dato trattato e non l'interesse pubblico che va apprezzato autonomamente e, nella concreta fattispecie, è stato escluso dal giudice del merito con valutazione sorretta da motivazione non ritualmente censurata.”
La Suprema Corte, infine, ritiene corretta la decisione del Tribunale nella parte in cui ha ritenuto “dato personale” ai sensi del D.Lgs. 196/2003 e precisamente dato relativo al domicilio dell’interessato la foto che ritrae la palazzina in cui risiede un soggetto “se si tratta di una piccola località, consentendo una facile ricostruzione dell’indirizzo di provata dimora”.

Ciò rappresenta una rappresentazione “concreta” dell’ampiezza della nozione di dato personale fornita dalla normativa in materia di protezione dei dati personali che, riferendosi a “qualunque informazione relativa a persona fisica … identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione” impone a chiunque tratti informazioni apparentemente prive di rilevanza sotto il profilo della riservatezza, un’adeguata e preventiva valutazione per non incorrere nelle fattispecie delittuose previste dal D.Lgs. 196/2003.

Allegra Bonomo

Esperta nel settore dell’Information and Communication Technology.

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