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La necessità di impartire un'educazione digitale

Il grido d'allarme si propaga. Ormai le statistiche parlano chiaro: i nostri ragazzi, i cosiddetti "nativi digitali", non solo sono schiavi della Rete ma non sono consapevoli ne' di esserlo ne' dei rischi quotidiani a cui si sottopongono.

Questa rivista, fin dal suo esordio, accanto all'approfondimento delle tematiche giuridiche connesse alla Rete, ha sempre cercato di accendere dei riflettori sugli aspetti critici del Web, sollevando da tempo il tema della assoluta necessarietà dell'introduzione nelle scuole, fin dalle elementari, di un corso di educazione digitale.

Nell'era pre-internet i genitori, forti della loro esperienza, rappresentavano, con i maestri della scuola, chi più chi meno, i riferimenti educativi dei ragazzi. Oggi questo non succede più nel mondo della Rete. I figli ne sanno molto di più dei genitori e dei maestri e si è creato, nella generalità dei casi, un divario culturale e tecnologico incolmabile tra gli uni e gli altri. I genitori, ma anche spesso gli educatori scolastici, non rappresentano più i modelli comportamentali di riferimento, quelli che ti insegnano a valutare i pericoli di un attraversamento di una strada con le auto, quelli che ti segnalano i rischi di cattive frequentazioni, quelli che ti dicono cosa fare e cosa non fare.

I ragazzi, anche nella più tenera età, vengono abbandonati, o, peggio, stimolati, all'uso di strumenti tecnologici di accesso alla Rete con l'obbiettivo di tenerli "piacevolmente" impegnati e di non essere disturbati nelle proprie cose. I buoni maestri di un tempo, genitori e professori, per  pigrizia, incultura, sottovalutazione dei rischi, oggi sono diventati i cattivi maestri di una gestione incontrollata del web, affidata scriteriatamente a dei giovani privi di qualsiasi filtro educativo, fragili e suggestionabili da qualsiasi richiamo della Rete.

I dati dell'indagine pubblicata recentemente da Save the Children e dalla Polizia Postale, l'organo giudiziario dello Stato che si occupa del monitoraggio e della repressione degli illeciti nel cyberspazio, sono allarmanti. Evidenziano un quadro, forse già irreversibilmente segnato, catastrofico di come si stanno formando, in assenza totale di educatori professionalmente preparati, i nostri figli: quasi il 23% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni è sempre connesso alla Rete; il 32,2% lo è fino a tre ore al giorno. Nella fascia tra i 6 e i 10 anni quasi l'86% ha già usato un computer e il 40% dei ragazzi sotto i 13 anni dichiara di passare almeno tre ore al giorno davanti allo schermo di un PC o di uno Smartphone.

Ma il dato più allarmante è ancora un altro: i nostri figli sono quasi sempre da soli durante tutta la navigazione su internet! Il 72,5% nella fascia di età tra gli 11 e i 13 anni, il 31,2% tra i 6 e i 10.

Solo un quinto dei nativi digitali sotto i 10 anni riceve dai genitori limiti di tempo di utilizzo di internet, il 35% dichiara di non aver mai ricevuto alcuna raccomandazione in merito da papà o da mamma.

Una fotografia inquietante figlia di un mix di pigrizia, mancanza di tempo, sottovalutazione del fenomeno, ignoranza dello strumento e dei suoi contenuti.

Cosa cercano i ragazzi sul Web? L'indagine pubblicata in occasione della giornata europea dedicata alla sicurezza dei ragazzi in Rete, fornisce dati interessanti che dovrebbero farci riflettere sui rimedi da adottare per arginare questa deriva.

Più dei 2/3 degli intervistati chiede il contatto a qualcuno che ha appena conosciuto: la voglia, il bisogno di stringere nuove amicizie, nuove relazioni affettive.

Quasi la metà usa internet , la posta elettronica o i messaggini per scambiarsi frasi affettuose e comunque relative alla sfera dell'amore o del sesso.

Il 40% circa manda i propri dati personali ad un'altra persona sperando di proseguire e consolidare un incontro piacevole.

Dal 35% al 38% utilizzano la tecnologia  per darsi appuntamenti o per coltivare amicizie nate nella Rete.

Un 26% si scambia fotografie sconvenienti, un 20% manda proprie immagine "hard" a soggetti adulti conosciuti solo su internet.

Dalla ricerca emerge anche che tutta questa popolazione di internauti in erba, più o meno sprovveduti nel chattare nei vari siti della Rete con persone spesso non conosciute, inciampa in esperienze violente, rischiose, traumatizzanti: il 26% dichiara di aver letto commenti violenti nel corso di una conversazione digitale; il 15% confessa di aver scoperto che la persona con cui dialogava era diversa da quella che diceva di essere; il 12% ha ricevuto da parte di persone conosciute in Rete video o fotografie violente o comunque di natura sessuale; il 9% , infine, dichiara di essere stato vittima di atti di cyberbullismo.

Alla domanda sui motivi che spingono i ragazzi a usare i social network, le risposte sono comprensibili ma, a nostro parere, non sappiamo se attendibili: quasi il 60% per informarsi; il 51% per sapere cosa fanno gli altri; il 47% per leggere contenuti divertenti; il 45% per risparmiare su chiamate telefoniche e sms; il 27,1% per conoscere nuove persone; il 17,8% per giocare; il 9,9% per essere popolare. Risposte generiche e apparentemente innocue. Sintomo però di una solitudine rischiosa non più soddisfatta dal mondo reale, quello fisico, dei rapporti quotidiani con amici, compagni di scuola, genitori e parenti.

Che fare dunque? Come evitare di fare gli struzzi di fronte ad una realtà che rischia di alterare in modo devastante i passaggi generazionali, il fil rouge che deve disciplinare virtuosamente il rapporto tra educatori e educandi?

L'aver abolito, a suo tempo, l'insegnamento nelle scuole superiori della educazione civica è stato un clamoroso autogoal che paghiamo amaramente oggi in termini di ignoranza sia sulle istituzioni che ci governano sia sulle regole del gioco da seguire nella pacifica convivenza tra cittadini. Ebbene, oggi, sarebbe un secondo, ancora più grave, autogoal, quello di non introdurre nelle scuole, fin dalle elementari, un modulo di insegnamento relativo alla educazione digitale. Come si affronta la Rete, non dal punto di vista tecnologico....i nostri figli avrebbe tutte le capacità per insegnarcelo meglio loro... ma dal punto di vista dei comportamenti qualitativi, sui contenuti da scegliere, e quantitativi, sul tempo e durata dell'utilizzo di internet.

Non dobbiamo abbandonare i nostri ragazzi, già protagonisti, senza colpe, di una società complessa, difficile e irta di pericoli, ad un uso scriteriato della Rete, distorsivo delle opportunità che invece, previa istruzione specifica, la stessa potrebbe offrire proprio in termini di educazione e formazione scolastica.

Siamo reduci da una esperienza fantastica a questo proposito. A Brindisi, presso il liceo pubblico Maiorana, il preside, il Professor Salvatore Giuliano, attraverso una operazione creativa e innovativa anche di fund raising privato, è riuscito a fornire gratuitamente a tutti gli studenti un tablet, uno strumento chiave per una nuova modalità di insegnamento. I ragazzi, sempre sotto il controllo e l'indirizzo dei professori, all'uopo anch'essi formati, possono registrare le lezioni, risentirle a casa, interagire a distanza con i propri maestri. Insomma una rivoluzione metodologica che elimina il peso, per i ragazzi, degli zaini e delle cartelle e che li mette in condizione di sfruttare al meglio, sempre guidati e monitorati dai tutor, le straordinarie innovazioni  tecnologiche offerte dal mondo della Rete.

L'introduzione nel sistema scolastico di una specifica materia denominata Educazione Digitale avrebbe proprio la funzione di fornire elementi di filtro critico e metodologico ai nativi digitali rispetto al bombardamento di informazioni che ricevono continuamente dalla Rete, puramente come soggetti passivi. Costituirebbe una modalità di formazione piacevole e sicuramente accolta con gioia dai ragazzi, desiderosi (questo è un altro dato molto interessante che emerge dall'indagine  Save The Children) di essere aiutati e guidati a capire meglio il mondo di internet con tutte le sue opportunità ma anche con tutti i suoi terrificanti pericoli. Ci chiedono, in altre parole, di occuparci di loro non soltanto con un sistema di divieti o di limiti d'uso della tecnologia, ma con una presenza diretta, continua, affettuosa e comprensiva delle loro voglie di affrontare il mondo e la vita che hanno di fronte.

Non deludiamoli per assenza, miopia o egoismo!

Non lasciamo che l’educazione digitale dei nostri ragazzi sia solo più in mano al buon senso creativo di un ristoratore colombiano di Cartagena che, all’esterno del suo locale, ha affisso il cartello che vi abbiamo fotografato come monito.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto è il Senior Partner di R&P Legal. Ha svolto la sua attività professionale su tutto il territorio nazionale, specializzandosi in materia di diritto industriale, societario e commerciale.

Website: www.replegal.it/it/cerca-i-professionisti/130-riccardo-rossotto.html

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