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La Cassazione conferma l'ammissibilità del sequestro preventivo di blog e pagine web, in quanto non integranti il concetto di stampa

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12536, le cui motivazioni sono state recentemente depositate dalla Sezione V penale, è intervenuta sul tema della diffamazione a mezzo stampa, affermando che i nuovi mezzi di comunicazione quali forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list e social network, in quanto non registrati e non aventi un direttore responsabile non rientrano nel concetto di “stampa”. Ne segue che gli stessi ben possono essere oggetto di sequestro preventivo, non godendo affatto delle garanzie costituzionali a tutela della manifestazione del pensiero, di cui – invece – godono i mezzi di comunicazione registrati.

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Il Tribunale di Milano su blog e diffamazione online

Con sentenza pronunciata in data 19 febbraio 2014 il Tribunale di Milano, Sezione prima, Giudice dott.ssa Flamini, ha condannato il titolare di un blog per aver pubblicato sul medesimo blog e sul proprio sito Internet un articolo, da lui stesso redatto, gravemente diffamatorio e lesivo della reputazione di una multinazionale operante nel settore dell’elettronica.

Nell’aprile 2010 detta multinazionale aveva lanciato sul mercato italiano un nuovo televisore, che consentiva la riproduzione delle immagini e dei colori con grandissima precisione. A distanza di poco tempo dal relativo lancio era comparso sul blog un articolo che evidenziava nel titolo che detto prodotto era “una cagata pazzesca” e che “i produttori di tv raccontano solo stronzate”, articolo pubblicato con il corredo di immagini marcatamente volgari e con contenuti denigratori della tecnologia incorporata nel televisore pubblicizzato.

L’articolo aveva sollevato un enorme dibattito sul blog e pertanto lo stesso risultava visualizzato in posizione privilegiata dai più importanti motori di ricerca.

La società multinazionale aveva diffidato, senza esito, il titolare del blog richiedendo l’immediata cancellazione dell’articolo. Anzi, detta diffida era stata essa stessa altresì pubblicata sul blog e sui social network, alimentando ulteriormente il dibattito e la visibilità dei relativi contenuti. 

In questo quadro, la multinazionale agiva, in sede penale ed in sede civile, nei confronti del titolare del blog, al fine di tutelare l’immagine aziendale e la credibilità dei propri prodotti.

La sentenza oggetto di commento accoglieva le domande della multinazionale, accertando il carattere diffamatorio dell’articolo e condannando il titolare del blog al pagamento in favore della multinazionale di una somma di euro 50.0000,00 oltre interessi dalla data della sentenza al saldo, a titolo risarcitorio del danno non patrimoniale subito. Ordinava altresì la pubblicazione della sentenza per estratto (intestazione e dispositivo) sull’home page del blog e del sito internet personale del suo titolare, a spese di quest’ultimo, con condanna a suo carico al pagamento delle spese processuali.

Osservava il Giudice come “un blog è una sorta di bacheca virtuale dalla quale è possibile esprimere idee, opinioni o fornire notizie nell’ambito di uno spazio di condivisione creato dalla rete” e che, nel caso in esame, lo stesso “… ben lungi dall’assolvere ad una funzione informativa assimilabile a quella della stampa tradizionale, sembra solo il luogo virtuale nel quale, in modo più o meno volgare, i partecipanti si scambiano idee e informazioni”.

Alla luce di tale giudizio, il Tribunale di Milano escludeva che il ruolo del convenuto potesse essere assimilato a quello di un direttore responsabile con obblighi di controllo sugli scritti pubblicati dagli altri partecipanti al blog e con responsabilità a suo carico per i contenuti volgari ed insultanti degli stessi. Riteneva, invece, il convenuto  responsabile in quanto autore dell’articolo diffamatorio, non avendo dimostrato la verità del giudizio prestazionale negativo formulato con riguardo al televisore pubblicizzato ed avendo, in ogni caso, violato il principio di continenza attraverso una forma espressiva (verbale e figurativa) indiscutibilmente volgare ed insultante. 

Osservava il Tribunale di Milano come fossero del tutto inconferenti “… le censure relative al fatto che il requisito della continenza deve essere valutato in modo meno rigoroso quando le notizie sono contenute in un blog, atteso che l’evoluzione della tecnologia, la diffusione di nuovi luoghi virtuali per lo scambio di opinioni ed informazioni non giustifica in alcun modo gli eccessi verbali o figurativi”.

Con riguardo alle richieste risarcitorie formulate dalla multinazionale il Tribunale di Milano riteneva, infine, non provata l’esistenza di danni patrimoniali in capo alla società attrice, stante la visualizzazione dell’articolo ad opera di poco più di 3000 utenti, mentre riteneva sussistente un danno non patrimoniale, non solo per l’oggettiva portata diffamatoria dell’articolo e delle immagini pubblicate, bensì anche per la tipologia di utenti del blog (appassionati di tecnologia) e per l’eco ed il vivace dibattito che era scaturito dalla pubblicazione dell’articolo.

Quanto alla quantificazione del risarcimento, il Tribunale procedeva alla liquidazione del danno nella misura sopra riportata, “tenuto conto della diffusività del mezzo di comunicazione utilizzato per commettere la diffamazione (un blog ed un sito Internet), delle caratteristiche della società attrice (una delle società leader nel settore della tecnologia), delle inevitabili conseguenze sulla reputazione commerciale” della società attrice.

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Illegittimità del sequestro preventivo dell’intero blog

 

Il sequestro preventivo di un blog: nuovi orientamenti alla luce della sentenza della corte di cassazione n. 11895/2014

 “E' illegittimo il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. di un intero sito Internet, pur in presenza di commenti di terzi astrattamente diffamatori. La Corte ha sottolineato la funzione sociale dei mezzi di informazione e, nel caso concreto, ha ritenuto insussistente una potenzialità lesiva (periculum in mora) del sito in sè”

Corte di Cassazione, sezione V penale, sentenza 30 ottobre 2013 (dep. 12 marzo 2014, n. 11895) Pres. Dubolino; Rel. Lignola

 Sono state di recente pubblicate le motivazioni della sentenza n. 11895/2014, emessa dalla Quinta sezione penale della Corte di Cassazione. La pronuncia in questione è sicuramente destinata a lasciare il segno tra gli appassionati della materia, poiché con essa, si sanciscono una serie di principi di diritto che comporteranno una sempre maggiore difficoltà, da parte dell’Autorità giudiziaria, di oscuramento, inteso come chiusura totale, di blog e testate on-line.

La Suprema Corte è stata infatti chiamata a pronunciarsi in merito ad una ordinanza del Tribunale del Riesame di Udine, che confermava un provvedimento di sequestro preventivo disposto dal Giudice per Indagini Preliminari del medesimo Tribunale ed avente ad oggetto il sito internet “Ilperbenista.it”.

Il gestore di tale blog era sottoposto ad indagine per il reato di diffamazione aggravata di cui all’art. 595 comma 1 e 3 c.p., in quanto avrebbe pubblicato (rectius permesso la pubblicazione) sul proprio sito una serie di commenti, ritenuti lesivi dell’onore e del decoro dei destinatari, nei confronti di due professionisti. In realtà, le espressioni contestate non erano stati direttamente inseriti dal titolare dello spazio web, bensì erano stati riportati, a commento di un paio di articoli, da parte di due utenti del sito. Confermando il provvedimento, il Riesame aveva argomentato che il sequestro preventivo dell’intero sito ben incarnava un misura cautelare congrua nel caso in esame, in quanto “il sito suddetto costituiva lo strumento mediante il quale i messaggi diffamatori erano stati diffusi, e che quindi, anche in futuro, sarebbe potuto essere utilizzato per il medesimo fine”.

La Corte di Cassazione, investita della questione, ha però annullato senza rinvio l’ordinanza impugnata.

Ponendosi nel solco di una precedente recente pronuncia (Cass. Pen. sez. V, n. 7155/2011, ric. Barbacetto), la Corte ha affermato innanzitutto che, “data la natura stessa del blog quale strumento di diffusione periodica di contenuti informativi e multimediali on-line, un’azione inibitoria generale nei confronti del sito contenente il blog, attuata mediante sequestro preventivo, impedisce al blogger di esprimersi liberamente”. La misura cautelare adottata incide quindi in maniera decisiva sul diritto individuale di espressione, garantito a livello costituzionale dall’art. 21 Cost., ma anche, in ambito sovranazionale, dall’art. 10 CEDU, nonché dall’art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Nella scelta della misura cautelare, ammoniscono gli Ermellini, dovranno perciò essere individuate le effettive necessità di imporre di un vincolo così gravoso, in quanto l’interesse costituzionalmente protetto che viene ad essere coinvolto in un caso del genere – la libertà di parola – si caratterizza per un’area di tolleranza costituzionale molto ampia.

Sulla base di queste premesse, aggiunge la Corte, la necessità che l’imposizione della misura sia giustificata da effettiva necessità e da adeguate ragioni. Il che si traduce, in concreto, in una “valutazione della possibile riconducibilità dei fatto all’area del penalmente rilevante e delle esigenze impeditive, tanto serie quanto è vasta l’area della tolleranza costituzionalmente imposta per la libertà di parola”.

Calando i suddetti principi nel caso in di specie, la Suprema Corte ha quindi affermato che, se è pur vero che il sito oggetto di sequestro è stato utilizzato per realizzare delle condotte diffamatorie, non si può desumere da ciò una concreta pericolosità del sito in sé, venendo meno le esigenze cautelari di cui all’art. 274 c.p.p.

Dopo aver richiamato i precedenti arresti giurisprudenziali relativi alla possibilità di sequestro preventivo di un sito web, con i quali era stata più volte affermata la piena compatibilità della misura cautelare con il bene immateriale, “non potendo negarsi che ad un sito internet possa attribuirsi una sua “fisicità”, ovvero una dimensione materiale e concreta”, i Giudici del Supremo Collegio sottolineano la “particolarità del caso in cui il sito sottoposto a sequestro contenga un blog (letteralmente contrazione di web-log, ovvero “diario in rete”), termine con il quale si definisce quel particolare tipo di sito web, gestito da uno o più blogger, che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post (concetto assimilabile o avvicinabile ad un articolo di giornale), che vengono visualizzati in ordine cronologica, partendo dal più recente, in funzione del loro carattere di attualità. In caso di sequestro di un blog, l’inibitoria che deriva a tutti gli utenti della rete all’accesso ai contenuti del sito è in grado di alterare la natura e la funzione del sequestro preventivo, perché impedisce al blogger la possibilità di esprimersi”.

La Corte, dunque, ha evidenziato l’importanza, rispetto ai casi in cui la misura cautelare reale cada su di un supporto destinato a comunicare fatti di cronaca ovvero espressioni di critica o ancora denunce su aspetti della vita civile di pubblico interesse, quale appunto un blog di libera informazione, di considerare che il vincolo non incide solamente sul diritto di proprietà del supporto o del mezzo di comunicazione, ma sul diritto di libertà di manifestazione del pensiero.

La portata innovativa della sentenza in commento non si esaurisce soltanto nella valutazione più stringente per quanto riguarda i criteri di individuazione delle misure cautelari nel caso di diffamazione compiuta mediante un sito internet, ma anche perché tale pronuncia afferma l’importanza dello strumento blog, e del suo ruolo, ormai insostituibile, relativamente al diritto di informazione e di libera espressione del pensiero.

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Russia: nuove limitazioni della libertà di espressione in Rete

 

La Russia, con la scusa della necessità di nuove norme anti-terrorismo, emana una serie di leggi che prevedono un controllo più stringente sugli internet service providers ed sui privati cittadini, limitando fortemente la libertà di espressione in Rete. 

Proprio mentre l’Europa, con un intervento a gamba tesa della Corte di Giustizia sulla validità della direttiva “Frattini” n. 2006/24/CE, pone rilevanti dubbi sull’attività di conservazione dei dati di connessione e delle informazioni degli utenti per finalità di giustizia (si veda, al riguardo, l’articolo di Giuseppe Vaciago su questa stessa rivista), la Russia si muove in direzione opposta ed impone una stretta durissima alle comunicazioni via internet e, più in generale, al diritto di espressione dei privati in rete.

Il 22 aprile 2014, la Duma russa ha approvato alcuni emendamenti alla legislazione  anti-terrorismo, tra cui la previsione di una nuova legge su quei soggetti che “gli utenti di internet chiamano blogger”. La legge impone a tutti i soggetti, compresi i privati, purchè titolari di siti con più di 3.000 visitatori al giorno, di effettuare la registrazione presso il Roskomnadzor, l'organismo statale di controllo dei media. Una volta registrati , anche i blogger avranno gli stessi obblighi giuridici e le stesse responsabilità dei normali mezzi di comunicazione di massa, come ad esempio l’accurata verifica delle informazioni inserite dagli utenti, la protezione delle informazioni relative alla vita privata, nonché la sottoposizione alle restrizioni in tema di propaganda a sostegno dei candidati elettorali. Non da ultimo, ISP e blogger potranno essere ritenuti responsabili per eventuali commenti inseriti da terzi sul loro sito web o sulle pagine dei social media.

Secondo la nuova legge, tutti i soggetti che gestiscono piattaforme o siti con più di 3.000 visitatori giornalieri devono fornire anche i propri dati anagrafici e le informazioni di contatto direttamente sulle loro pagine web. In difetto, l’ente statale di controllo dei media può incaricare fornitori di connettività o amministratori di rete di esibire alle Autorità i dati anagrafici ed i contatti richiesti. Con la nuova legge, la mancata registrazione al Roskomnadzor è punibile con sanzioni amministrative comprese tra 10 e 30 mila rubli (da 280 a 840 euro) per gli individui e fino a 300.000 rubli (8.400 euro) per le persone giuridiche. Ripetute violazioni comportano multe più elevate - fino a 500.000 rubli (14 mila euro) per le persone giuridiche - o la sospensione amministrativa del sito per un massimo di un mese.

Già prima di adottare questa regolamentazione, le Autorità avevano bloccato tre dei maggiori portali indipendenti del paese con un’altra legge, entrata in vigore a febbraio, che autorizza i Pubblici Ministeri ad inibire l'accesso ai siti web senza alcun ordine del tribunale. Basta che l’organo inquirente ritenga che “presumibilmente essi contengano materiale estremista, appoggino sommosse e manifestazioni di massa, o invitino gli utenti alla partecipazione a riunioni pubbliche non autorizzate”.

La nuova normativa, che modifica la legge sull'informazione, prevede che le società di comunicazione online registrino per sei mesi le informazioni relative a tutti i messaggi degli utenti. I dati devono essere conservati sul territorio della Federazione e non sono previste eccezioni: vale a dire che anche le compagnie straniere come Google, Facebook e Microsoft (proprietaria di Skype) sono tenute ad avere server nel paese, allo stesso modo delle omologhe russe Yandex, Mail.ru o Vkontakte.

I requisiti recentemente imposti, tuttavia, contraddicono le raccomandazioni formulate dal relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di opinione e di espressione, Frank La Rue. Nel suo rapporto al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, La Rue ha affermato che gli obblighi di registrazione e di licenza “non possono essere giustificati nel caso di internet”. Nel 2013, egli aveva invitato gli Stati ad astenersi dal richiedere agli utenti di internet di registrarsi con il loro vero nome e di richiedere ai fornitori di servizi online di conservare i dati personali, in modo che “gli individui possano esprimersi liberamente senza paura di ritorsioni o di condanne”. 

In un clima già rovente per la situazione ucraina, così come è stato pochi mesi fa per la Turchia di Erdogan, sono anche i tentativi di imbrigliare la rete a catalizzare l’interesse del mondo sulle scelte semi-totalitarie del governo di Putin. Come a dire che, nuovamente, la libertà di un paese si misura anche tastando il polso dell’Internet.

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