Call Us +39 011 55.84.111

La necessità di impartire un'educazione digitale

Il grido d'allarme si propaga. Ormai le statistiche parlano chiaro: i nostri ragazzi, i cosiddetti "nativi digitali", non solo sono schiavi della Rete ma non sono consapevoli ne' di esserlo ne' dei rischi quotidiani a cui si sottopongono.

Questa rivista, fin dal suo esordio, accanto all'approfondimento delle tematiche giuridiche connesse alla Rete, ha sempre cercato di accendere dei riflettori sugli aspetti critici del Web, sollevando da tempo il tema della assoluta necessarietà dell'introduzione nelle scuole, fin dalle elementari, di un corso di educazione digitale.

Nell'era pre-internet i genitori, forti della loro esperienza, rappresentavano, con i maestri della scuola, chi più chi meno, i riferimenti educativi dei ragazzi. Oggi questo non succede più nel mondo della Rete. I figli ne sanno molto di più dei genitori e dei maestri e si è creato, nella generalità dei casi, un divario culturale e tecnologico incolmabile tra gli uni e gli altri. I genitori, ma anche spesso gli educatori scolastici, non rappresentano più i modelli comportamentali di riferimento, quelli che ti insegnano a valutare i pericoli di un attraversamento di una strada con le auto, quelli che ti segnalano i rischi di cattive frequentazioni, quelli che ti dicono cosa fare e cosa non fare.

I ragazzi, anche nella più tenera età, vengono abbandonati, o, peggio, stimolati, all'uso di strumenti tecnologici di accesso alla Rete con l'obbiettivo di tenerli "piacevolmente" impegnati e di non essere disturbati nelle proprie cose. I buoni maestri di un tempo, genitori e professori, per  pigrizia, incultura, sottovalutazione dei rischi, oggi sono diventati i cattivi maestri di una gestione incontrollata del web, affidata scriteriatamente a dei giovani privi di qualsiasi filtro educativo, fragili e suggestionabili da qualsiasi richiamo della Rete.

I dati dell'indagine pubblicata recentemente da Save the Children e dalla Polizia Postale, l'organo giudiziario dello Stato che si occupa del monitoraggio e della repressione degli illeciti nel cyberspazio, sono allarmanti. Evidenziano un quadro, forse già irreversibilmente segnato, catastrofico di come si stanno formando, in assenza totale di educatori professionalmente preparati, i nostri figli: quasi il 23% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni è sempre connesso alla Rete; il 32,2% lo è fino a tre ore al giorno. Nella fascia tra i 6 e i 10 anni quasi l'86% ha già usato un computer e il 40% dei ragazzi sotto i 13 anni dichiara di passare almeno tre ore al giorno davanti allo schermo di un PC o di uno Smartphone.

Ma il dato più allarmante è ancora un altro: i nostri figli sono quasi sempre da soli durante tutta la navigazione su internet! Il 72,5% nella fascia di età tra gli 11 e i 13 anni, il 31,2% tra i 6 e i 10.

Solo un quinto dei nativi digitali sotto i 10 anni riceve dai genitori limiti di tempo di utilizzo di internet, il 35% dichiara di non aver mai ricevuto alcuna raccomandazione in merito da papà o da mamma.

Una fotografia inquietante figlia di un mix di pigrizia, mancanza di tempo, sottovalutazione del fenomeno, ignoranza dello strumento e dei suoi contenuti.

Cosa cercano i ragazzi sul Web? L'indagine pubblicata in occasione della giornata europea dedicata alla sicurezza dei ragazzi in Rete, fornisce dati interessanti che dovrebbero farci riflettere sui rimedi da adottare per arginare questa deriva.

Più dei 2/3 degli intervistati chiede il contatto a qualcuno che ha appena conosciuto: la voglia, il bisogno di stringere nuove amicizie, nuove relazioni affettive.

Quasi la metà usa internet , la posta elettronica o i messaggini per scambiarsi frasi affettuose e comunque relative alla sfera dell'amore o del sesso.

Il 40% circa manda i propri dati personali ad un'altra persona sperando di proseguire e consolidare un incontro piacevole.

Dal 35% al 38% utilizzano la tecnologia  per darsi appuntamenti o per coltivare amicizie nate nella Rete.

Un 26% si scambia fotografie sconvenienti, un 20% manda proprie immagine "hard" a soggetti adulti conosciuti solo su internet.

Dalla ricerca emerge anche che tutta questa popolazione di internauti in erba, più o meno sprovveduti nel chattare nei vari siti della Rete con persone spesso non conosciute, inciampa in esperienze violente, rischiose, traumatizzanti: il 26% dichiara di aver letto commenti violenti nel corso di una conversazione digitale; il 15% confessa di aver scoperto che la persona con cui dialogava era diversa da quella che diceva di essere; il 12% ha ricevuto da parte di persone conosciute in Rete video o fotografie violente o comunque di natura sessuale; il 9% , infine, dichiara di essere stato vittima di atti di cyberbullismo.

Alla domanda sui motivi che spingono i ragazzi a usare i social network, le risposte sono comprensibili ma, a nostro parere, non sappiamo se attendibili: quasi il 60% per informarsi; il 51% per sapere cosa fanno gli altri; il 47% per leggere contenuti divertenti; il 45% per risparmiare su chiamate telefoniche e sms; il 27,1% per conoscere nuove persone; il 17,8% per giocare; il 9,9% per essere popolare. Risposte generiche e apparentemente innocue. Sintomo però di una solitudine rischiosa non più soddisfatta dal mondo reale, quello fisico, dei rapporti quotidiani con amici, compagni di scuola, genitori e parenti.

Che fare dunque? Come evitare di fare gli struzzi di fronte ad una realtà che rischia di alterare in modo devastante i passaggi generazionali, il fil rouge che deve disciplinare virtuosamente il rapporto tra educatori e educandi?

L'aver abolito, a suo tempo, l'insegnamento nelle scuole superiori della educazione civica è stato un clamoroso autogoal che paghiamo amaramente oggi in termini di ignoranza sia sulle istituzioni che ci governano sia sulle regole del gioco da seguire nella pacifica convivenza tra cittadini. Ebbene, oggi, sarebbe un secondo, ancora più grave, autogoal, quello di non introdurre nelle scuole, fin dalle elementari, un modulo di insegnamento relativo alla educazione digitale. Come si affronta la Rete, non dal punto di vista tecnologico....i nostri figli avrebbe tutte le capacità per insegnarcelo meglio loro... ma dal punto di vista dei comportamenti qualitativi, sui contenuti da scegliere, e quantitativi, sul tempo e durata dell'utilizzo di internet.

Non dobbiamo abbandonare i nostri ragazzi, già protagonisti, senza colpe, di una società complessa, difficile e irta di pericoli, ad un uso scriteriato della Rete, distorsivo delle opportunità che invece, previa istruzione specifica, la stessa potrebbe offrire proprio in termini di educazione e formazione scolastica.

Siamo reduci da una esperienza fantastica a questo proposito. A Brindisi, presso il liceo pubblico Maiorana, il preside, il Professor Salvatore Giuliano, attraverso una operazione creativa e innovativa anche di fund raising privato, è riuscito a fornire gratuitamente a tutti gli studenti un tablet, uno strumento chiave per una nuova modalità di insegnamento. I ragazzi, sempre sotto il controllo e l'indirizzo dei professori, all'uopo anch'essi formati, possono registrare le lezioni, risentirle a casa, interagire a distanza con i propri maestri. Insomma una rivoluzione metodologica che elimina il peso, per i ragazzi, degli zaini e delle cartelle e che li mette in condizione di sfruttare al meglio, sempre guidati e monitorati dai tutor, le straordinarie innovazioni  tecnologiche offerte dal mondo della Rete.

L'introduzione nel sistema scolastico di una specifica materia denominata Educazione Digitale avrebbe proprio la funzione di fornire elementi di filtro critico e metodologico ai nativi digitali rispetto al bombardamento di informazioni che ricevono continuamente dalla Rete, puramente come soggetti passivi. Costituirebbe una modalità di formazione piacevole e sicuramente accolta con gioia dai ragazzi, desiderosi (questo è un altro dato molto interessante che emerge dall'indagine  Save The Children) di essere aiutati e guidati a capire meglio il mondo di internet con tutte le sue opportunità ma anche con tutti i suoi terrificanti pericoli. Ci chiedono, in altre parole, di occuparci di loro non soltanto con un sistema di divieti o di limiti d'uso della tecnologia, ma con una presenza diretta, continua, affettuosa e comprensiva delle loro voglie di affrontare il mondo e la vita che hanno di fronte.

Non deludiamoli per assenza, miopia o egoismo!

Non lasciamo che l’educazione digitale dei nostri ragazzi sia solo più in mano al buon senso creativo di un ristoratore colombiano di Cartagena che, all’esterno del suo locale, ha affisso il cartello che vi abbiamo fotografato come monito.

Read more...

Internet, una rivoluzione da non sprecare!

Alcuni quotidiani hanno titolato in modo forte: "Internet, una falsa rivoluzione!". I temi lanciati da Andrew Keen sono spinosi, choccanti, troppo seri per essere archiviati come una delle tante voci fuori dal coro degli osanna alla rivoluzione del web. L'autore inglese ma residente in California, presentando in Italia, a Torino e Milano, il suo ultimo libro dal titolo chiarissimo "The Internet is not the answer", ha voluto essere provocatoriamente politicaly uncorrect. Basta con i tecnoentusiasti acritici, Internet si sta rivelando - secondo Keen - un boomerang: tante promesse, tante speranze ed invece... meno uguaglianza, poca libertà di espressione, partecipazione non democratica.
Il mondo del web sta andando verso uno scenario concorrenziale molto limitato, con un oligopolio di pochi proprietari dei contenuti che detengono il potere di tanti. In più nascondendosi dietro pronunciamenti ipocriti e falsi del tipo "Internet, la grande occasione per dare voci a chi non ne ha mai avuto una" quando la realtà è ben diversa e tenuta ben nascosta. Dietro la pseudo filantropia ci sta una forma di capitalismo selvaggio e assolutamente speculativo che se ne fotte dei diritti della gente o dei Paesi a libertà limitata ma è concentrato a consolidare il suo potere, acquisendo più o meno illecitamente i nostri dati con una permanente violazione della nostra privacy. E' in atto - sempre secondo Keen - una lucida e cinica politica e strategia commerciale mirata a concentrare nelle mani di pochi (i soliti Google, Facebook, Amazon) una ricchezza enorme forse mai vista nella storia economica degli ultimi secoli: "Aziende come Google e Facebook - scrive e racconta Keen - vendono la nostra privacy al miglior offerente con la pubblicità che ci segue ovunque, profilata esattamente sui nostri gusti. Ogni volta che scriviamo, che facciamo una ricerca o postiamo qualcosa, senza accorgercene lavoriamo per loro gratuitamente offrendolo dati sempre più precisi per aiutarli a farci diventare un target perfetto, puro, costruito ogni giorno sulle nostre manifestazioni di pensiero o di gusto di acquisto".
Già Federico Rampini ci aveva messo sul chi va là! Nel suo recentissimo "Rete Padrona" ha raccontato, da giornalista residente a San Francisco e attento, anche per passione personale, a cosa ci stia accadendo intorno, l'evoluzione dei giganti della Rete, paragonandoli ai peggiori capitalisti della rivoluzione industriale ottocentesca". Il volto oscuro della rivoluzione digitale - scrive il corrispondente negli Stati Uniti di Repubblica - si traduce, nella realtà, in un puro istinto monopolistico, in una concentrazione di ricchezza mai vista, nella permanente e indisturbata intrusione nei diritti degli individui: come è lontano il giardino dell'Eden che ci era stato promesso nei vangeli apocrifi della mia California. "Si sta consolidando, sempre secondo Rampini, ma Keen è sulla stessa lunghezza d'onda, la filosofia per cui il modello di sviluppo di questa nuova e sconosciuta forma di capitalismo selvaggio si debba basare sul concetto del "winner takes all": il vincitore prende tutto. In economia questo principio, valido nello sport o nell'assegnazione di premi, è molto pericoloso: concentra una spaventosa ricchezza e uno straordinario potere nelle mani di uno solo o, comunque, di pochi. La minoranza dei pochi vincitori si accaparra tutto, il miglioramento della produttività, i frutti della crescita, del progresso tecnologico.
Sulle colonne di RepMag, in questi anni, abbiamo sempre voluto evidenziare le opportunità straordinarie della Rete, denunciando però tutti i rischi connessi ad un suo utilizzo senza regole, senza una educazione digitale specifica, soprattutto per i nostri ragazzi. E' amaro constatare come certi nostri editoriali mirati ad allertare gli internauti sui pericoli di un utilizzo passivo e sconsiderato della Rete, oggi siano diventati l'oggetto di ricerche e indagini che dimostrano come la solitudine e la viralità non virtuosa della connessione generalizzata sono le piaghe delle giovani generazioni. Bisogna ricominciare dalla scuola, dall'introduzione nei programmi di corsi di educazione digitale. Contemporaneamente bisogna occuparsi della stesura di regole del gioco condivise che responsabilizzino gli editori e i service provider a gestire in un certo modo, lecito e rispettoso dei diritti dei singoli internauti, i miliardi di dati trasmessi che ogni secondo della nostra vita quotidiana alimentano la Rete.
Il Brasile con la legge denominata Marco Civil nel 2014 ha fatto da battistrada: ha definito il perimetro delle regole, con procedure e sanzioni per i gaglioffi. L'onda lunga sta arrivando anche in Europa dove i parlamenti sono chiamati a legiferare su questo tema decisivo per la nostra convivenza futura. In Germania è stata istituita una commissione parlamentare di studio, in Inghilterra la Camera dei Comuni ha all'ordine del giorno una normativa su queste tematiche.
In Italia, come noto, la Presidente della Camera Boldrini ha battezzato una commissione di esperti che possa scrivere una specie di Costituzione di Internet, denominandola Dichiarazione dei diritti di Internet. A fine marzo si è conclusa la consultazione pubblica e , entro il prossimo giugno, dovremmo avere una prima versione del testo finale della Dichiarazione. Le prime bozze che sono circolate disciplinano la materia attraverso 14 articoli che riteniamo sia utile esaminare uno per uno, con qualche breve commento.

Preambolo: Internet è strumento essenziale per democrazia.
Un principio forte che vuole riaffermare l'importanza del mondo digitale nello sviluppo dei Paesi a democrazia effettiva.

1. Riconoscimento e garanzia del diritto: tutti i diritti fondamentali devono valere anche in Rete.
Si vuole richiamare il principio che tutta la normativa of-line vale anche per l'on-line.

2. Diritto di accesso a Internet: ogni persona ha eguale diritto di accedere alla Rete.
L'estrinsecazione di tale principio condiviso all'unanimità dipenderà anche da fattori tecnologici... banalmente l'esistenza di una copertura WiFi su tutto il territorio nazionale.

3. Neutralità della Rete: chi gestisce le reti non può favorire o sfavorire determinati flussi di dati, applicazioni, dispositivi etc.
Principio tutto da verificare nella realtà proprio per il pericolo costituito dal consolidarsi di oligopoli di pochi che gestiscono sia le reti sia i contenuti.

4. Tutela dei dati personali: ogni persona ha diritto alla protezione dei dati che la riguardano ,per garantire il rispetto della sua dignità, identità e riservatezza.
La realtà che abbiamo di fronte agli occhi ci dimostra che questo sacrosanto principio non é rispettato tra l'altro, spesso, con la complicità bovina di noi utenti. Il tema meriterebbe approfondimenti ulteriori anche a livello di soluzioni tecnologiche che possano davvero proteggere la privacy di chi la voglia proteggere sul serio!

5. Diritto alla autodeterminazione informativa: ogni persona ha il diritto di conoscere e controllare i dati che la riguardano.
Anche questo condivisibile principio è violato quotidianamente nella Rete.

6. Inviolabilità dei sistemi e domicili informatici: i dati delle persone, ovunque si trovino, sono accessibili o intercettabili solo con l'autorizzazione del giudice.
Idem come sopra. La sensazione è che stiamo provando a chiudere il recinto quando tutti i buoi sono già scappati o sono stati rubati.

7. Trattamenti automatizzati: nessuna decisione che tocca la vita delle persone può essere basata unicamente su algoritmi.
Verrebbe da dire... ci mancherebbe! Principio condivisibile il cui enforcement è tutto da verificare.

8. Diritto all'identità: ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in Rete.
Bisognerebbe capire meglio le procedure per pretendere gli aggiornamenti soprattutto dopo vicende giudiziali con eco mediatico.

9. Anonimato: ogni persona può liberamente comunicare in forma anonima per esercitare libertà civili e politiche.
Condivisibile.

10. Diritto all'oblio: ogni persona ha diritto che vengano rimosse informazioni non più rilevanti che la riguardano.
Il tema è molto discusso tra i giuristi soprattutto sulla soglia soggettiva e oggettiva del concetto di "non più rilevante".... Rilevante per chi? Diritto di cronaca e di informazione e diritto ad essere dimenticati: dove sta il giusto equilibrio?

11. Diritti e garanzie delle persone sulle piattaforme: chiarezza, correttezza, inter - operabilità delle piattaforme digitali.
Principio tutto da verificare in sede di controllo e gestione delle pratiche illecite.

12. Sicurezza in Rete: la sicurezza in Rete è un interesse sia pubblico sia dei singoli.
Questo è un tema prioritario assolutamente sottostimato. Come abbiamo già raccontato su RepMag gli attacchi degli hacker aumentano in maniera esponenziale di anno in anno, costituendo una vera minaccia per gli Stati e per i cittadini. Ci vorrebbe più attenzione e più divulgazione di questo pericolo.

13. Diritto alla educazione: ogni persona ha diritto di acquisire le capacità necessarie per usare la Rete in modo consapevole e attivo.
Pieno accordo. Bisogna partire di qui per formare le persone a non diventare strumenti della Rete, soggetti passivi di un bombardamento mediatico micidiale ma a crescere come protagonisti attivi del sistema, filtrando le notizie, scartando quelle illecite o invasive, gestendo con consapevolezza i propri dati e la propria privacy. Bisogna partire dalle scuole elementari per una nuova e grande rivoluzione dei metodi di insegnamento per e sulla Rete.

14. Criteri per il governo della Rete: la Rete è un bene comune da governare in maniera inclusiva, valutando preventivamente l'impatto delle decisioni.
Ci saremmo aspettati qualche articolo di più sulla governance della Rete. Sul punto sarà necessario uscire dalla genericità e porsi in concreto i problemi dell'assetto istituzionale della Rete, dei suoi organi di controllo, perché no autodisciplinari, delle sanzioni per i gaglioffi.

Dalla Dichiarazione del diritti bisognerà passare presto e bene alla fase legislativa non pensando di dotarsi di regole del gioco soltanto nazionali senza uno stretto legame quindi con le legislazioni degli altri paesi. Il web non ha confini e deve quindi essere disciplinato e controllato da sistemi sovranazionali aventi enforcement in tutte le giurisdizioni.
In caso contrario ci saranno sempre zone franche a tutela della malavita organizzata. "Internet could be the answer but in a new era of rules" potrebbe essere la risposta alla stimolante riflessione di Andrew Keen. Il quesito rimane però un altro: ma gli Stati e gli operatori della Rete vogliono davvero costruire un modello sovranazionale di autodisciplina mirato al monitoraggio degli abusi e alla loro repressione? Personalmente qualche dubbio lo nutriamo.

Read more...

L'innovazione digitale e il ruolo dei watchdog: la sfida americana.

Segnali contraddittori giungono dagli Stati Uniti. Siamo in “piena turbolenza”, come dicevamo nell’ultimo editoriale di RepMag e non c’è quindi da stupirsi se , anche nel Paese più avanzato nell’uso e nell’innovazione del web, la magistratura vada in una certa direzione mentre gli imprenditori da un’altra.  

Il Watch-Dog della magistratura

È di questi giorni una decisione della Corte di San José, in California (lo Stato dove avvengono i laboratori più innovativi sia in termini tecnologici sia giurisprudenziali), che ha condannato Yahoo per la violazione della normativa sulla privacy. Una vera e propria Class-Action di consumatori stufi di vedersi usare i contenuti delle proprie email da parte del gestore del motore di ricerca. Non si era, infatti, garantito il preventivo consenso degli user all’utilizzo delle loro info private, scambiate sia con altri clienti Yahoo sia con terze parti diverse. Stessa fattispecie capitata nello scorso a marzo a Google, che si salvò dalla condanna impegnandosi ad una pronta ed immediata modifica del proprio sistema di sicurezza/privacy relativo ai suoi user. Il dato complessivo è comunque significativo: i giudici americani sono attenti e solleciti, quando chiamati in causa, nel “tirare le orecchie" ai big players di questo settore, alla continua quasi forsennata ricerca di valorizzazione dei dati e dei contenuti delle info scambiate tra i propri utenti.

È necessario mettere dei limiti alle ricerche sui Social Network?

La recentissima polemica che ha investito Facebook in relazione ad una ricerca effettuata da Jaffrey Hancock, e dal suo team specialistico, su oltre 700.000 user del più importante Social Network del mondo ha aperto un “cantiere” di discussione molto importante e da monitorare con attenzione. Che cosa era successo? In poche parole il team di Hancock, evidentemente su incarico del Board di Facebook, ha, in via del tutto clandestina e silente, preso ed enucleato 700.000 profili, di soggetti come noi, che nella loro pagina, dopo aver raccontato "chi sono", utilizzano il profilo per postare le loro storie, le loro emozioni, le loro avventure, la loro quotidianità. 

Che cosa ha fatto il team di Hancock? E’ intervenuto sulla timeline (la lista delle notizie che tutti i titolari dei profili Facebook ricevono dai loro amici con gli aggiornamenti di status), alterandola e manipolandola attraverso l’introduzione di una serie di notizie, alternativamente a blocchi di news positive o di news negative, per capire “se” e “in che modo” tali feed influenzassero lo status e le emozioni dello user ricevente. Tutti i soggetti del campione si sono visti quindi, a loro insaputa, ricevere una serie di notizie buone o cattive e hanno istintivamente reagito a seconda del loro stato d’animo. 

Inutile sottolineare la delicatezza e spinosità di tale manipolazione delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Su quella strada, senza voler fare a tutti i costi i pessimisti, si potrebbero immaginare percorsi estremamente delicati e pericolosi per tutta l’umanità. 

Venuta fuori la notizie di tale “innovativa” metodologia di ricerche si è scatenato il pandemonio. Facebook ha dovuto giustificare il suo esperimento ma l’onda lunga dei commenti ha fortemente contaminato l’immagine del Social Network anche sui suoi più strenui sostenitori. Ed ecco, quindi, la reazione degli uomini di Zuckerberg: è vero, dobbiamo fare molta attenzione - hanno detto pubblicamente al mercato - a gestire tali tipologie di ricerca e studio. Dobbiamo porci il problema del se e come tale materia non vada regolamentata anche dal punto di vista etico, proprio per evitare che le possibili manipolazioni incidano in maniera distorsiva sul sentire della Gente con la G maiuscola.

Non fermiamo dunque le ricerche sociologiche che sono un po’ il sale dell’innovazione tecnologica, ma apriamo un cantiere di discussione sulle regole del gioco di questa importante ma delicatissima tipologia di studi antropologici."

La speranza è che questa brillante uscita mediatica degli uomini di Facebook non sia soltanto una difesa contro le vivaci contestazioni sorte dopo il venire alla luce della ricerca del team di Hancock. 

Il tassativo divieto di mischiare in modo equivoco informazioni e pubblicità è ancora un valore condiviso?

Tutta la cultura consolidatasi negli anni sul diritto della pubblicità si basa su un rigoroso principio filosofico ed etico: la netta separazione tra i messaggi che informano e quelli che pubblicizzano un prodotto o un servizio. Tale principio è stato recepito negli ordinamenti ed introdotto per la prima volta in Italia dal Codice di Autodisciplina nell’articolo 7 che vieta proprio la pubblicità clandestina ed impone l’obbligo della chiara, univoca e leale identificazione del messaggio pubblicitario.

In questo quadro, ormai non più contestato ed entrato in tutti sistemi giuridici del mondo, si innesca ora un pericoloso e suggestivo rischio di “baco”. 

Uno dei più brillanti start-up nel mondo di internet è costituito da BuzzFeed, una società sulle prime pagine dei giornali in questi giorni per la sua straordinaria valutazione di mercato intorno agli 850 milioni di dollari come riportato dal New York Times. Che mestiere fa e quali servizi offre BuzzFeed? Usa la tecnologia per elaborare da semplici fatti di cronaca, che derivano dalla realtà quotidiana, delle idee creative che rendano tali notizie “more attrattive for readers”, più affascinanti per i lettori. BuzzFedd, una volta consolidata tale specializzazione (la società è stata costituita nel 2006 e ha impiegato quindi oltre un quinquennio per arrivare alle dimensioni attuali di oltre 500 dipendenti e con una raccolta fondi di oltre 100 milioni di dollari) ha quindi iniziato a prendere contatto con gli inserzionisti di pubblicità “because it creates sponsored stories for their brands”, per ottenere la sponsorizzazione di quelle notizie reali ma rese più sexy dai giornalisti di BuzzFeed. L’operazione è riuscita, tanto che aziende come Pepsi Cola, General Electric e Toyota hanno cominciato a “comprare” l’innovativo story-telling della società di Jonah Peretti, tra l’altro uno dei fondatori di Huffington Post. 

Qual è il problema, neanche poi tanto prospettico? Siamo di fronte ad un caso in cui il famoso principio giuridico, di cui parlavamo all’inizio di questo commento, viene fortemente contaminato per non dire violato. Infatti o BuzzFeed dichiarerà pubblicamente e all’interno dei suoi contenuti che ogni buzz deve considerarsi un messaggio pubblicitario e quindi il lettore/consumatore è avvisato del tipo di news che riceve, oppure la società dovrà individuare due format che permettano una chiara identificazione delle news vere e proprie (che ci sono ed è legittimo che BuzzFeed possa diffondere) e le news sponsorizzate legittimamente dagli inserzionisti. Oggi BuzzFeed presenta un catalogo con tre servizi: news, buzz e life. Le prime che dovrebbero essere puramente notizie non inquinate da messaggi pubblicitari. Le seconde i rumors del mondo della cronaca rosa. Le terze contenenti il glamour delle varie tipologie di lifestyle. 

Forse, per deformazione professionale, siamo portati a intravedere rischi di illeciti anche quando non ci sono: ma in questo caso bisogna alzare la soglia dell’attenzione. Il rischio di pubblicità clandestine che distorcano le scelte di acquisto dei consumatori è alto e deve essere assolutamente reinserito nell’ambito dei principi normativi comunemente condivisi. La campagna acquisti che BuzzFeed sta facendo (ha appena assunto due top journalist americani, Ben Smith, un editorialista politico, e Mark Schoofs, addirittura un premio Pulitzer) fa pensare ad un forte potenziamento della redazione e delle firme più autorevoli esistenti sul mercato. A maggior ragione il Watch-Dog deve funzionare in maniera preventiva ed efficace. 

 

Read more...

Percezione e deriva del diritto d’autore

Iniziamo questa rubrica con l’obiettivo di ossigenare le tematiche giuridiche connesse con la “Rete” con il contributo di esperti di tecnologia. 

Ciò sul presupposto che per poter capire realmente il perimetro dei temi giuridici connessi alla rete bisogna tenere in considerazione gli aspetti tecnici legati alla formidabile evoluzione della tecnologia. 
I tempi dell’azienda giustiziari chiedono di prevenire i problemi giuridici attraverso un lavoro congiunto tra legali ed esperti di tecnologia. 
Siamo partiti da qui, da questa constatazione, per aprire un microfono con i “guru” della tecnologia informatica. 

Intendiamo sviluppare il dibattito con un continuo e costruttivo confronto tra operatori del diritto e quelli della rete.

L’incipit di questo “cantiere che si apre” non poteva che essere costituito dal tema del diritto d’autore e della sua tutela in rete. 
Leonardo Chiariglione, col quale collaboriamo da tempo su queste tematiche di attualità, si è dichiarato disponibile al confronto, ed ecco gli esiti del primo, stimolante, botta e risposta con lui (di seguito, la sigla “LE” corrisponde a Luca Egitto, avvocato dello studio R&P Legal, mentre “LC” sta per “Leonardo Chiariglione”).  

LE: “Come mai, con tutto l’impianto legislativo/legale per proteggere i prodotti creativi, le nuove generazioni non sembrano interessate ad appoggiarlo/approfittarne?”

LC: “Risponderò partendo dalle tue risposte/domande e aggiungendone delle mie. Spero che non ti focalizzerai su punti specifici (quali la mia inabilità a usare i corretti termini legali) perché ad una domanda come questa non c’è una risposta univoca, ma la risposta - se c’è - si può trovare integrando creativamente varie risposte, ognuna delle quali può benissimo - da sola - non essere valida.
Naturalmente in tutto quello che dirò absit iniuria verbis. Sì, esistono leggi, commi e codicilli di cui certamente i creatori si compiacciono, ma guardiamo la foresta e non gli alberi”.

LE: “Teoricamente le norme dovrebbero essere scritte in maniera coerente con i principi fondanti di un dato ordinamento e con le finalità preposte dal legislatore. Sicuramente è un cattivo legislatore chi scrive una norma per assecondare le proprie pulsioni cesariste o peggio la propria vanità intellettuale. Parimenti cattivo, e sicuramente più frequente, è il legislatore che scrive una norma per servire esclusivamente interessi particolari”.  

LC: “Il Copyright Act del 1710 e la Costituzione americana del 1787 ponevano a 14 anni (rinnovabili una volta) la durata del diritto. Quando si vede che, ogni volta che il “copyright di Topolino” scade, il Congresso americano si affretta ad estendere la durata legale del copyright, come ci si può aspettare che una persona di normale intelletto sia convinta che il diritto sia fondato su sani principi?” 

LE: Nei paesi anglosassoni l’utilità economica è un principio ritenuto sano, pertanto non vi è alcuna remora di tipo morale a dilatare la durata del diritto d’autore se si ritiene che questo possa generare ricchezza. Sicuramente la società il cui portafoglio di diritti risulterebbe dimagrito allo spirare del termine di protezione di un’opera eserciterà le necessarie pressioni per impedire che questo accada, tuttavia il legislatore difficilmente decide di prorogare il termine di durata esclusivamente per accomodare questo interesse privato poiché per quanto gigantesca possa essere la suddetta società titolare dei diritti, il suo benessere non può essere l’unica variabile nella sintesi di interessi sottostanti a una decisione di politica legislativa. In questi casi è verosimile che il legislatore, prima di regalare al titolare dei diritti d’autore altri dieci anni di royalties, metta sulla bilancia i benefici economici di cui godrebbe la società nel caso in cui un’opera diventasse di pubblico dominio insieme a quelli derivanti dall’estensione della tutela. Sono sicuro che l’analisi economica alla base della decisione del legislatore americano nel “Mickey Mouse Act” (noto anche come “Sonny Bono Act”, a dimostrazione che i lobbysti in campo erano diversi) indicasse distintamente che l’estensione del termine di protezione sarebbe stata l’opzione maggiormente utile dal punto di vista economico per la collettività. 

LC: Recentemente la Commissione europea ha proposto una direttiva per l’estensione della durata del copyright della musica (lo so che sto usando termini impropri) adducendo a motivazione che i longevi musicisti non avrebbero potuto godere dei benefici. Molti (incluso il sottoscritto) si sono opposti a questa direttiva che è stata implementata. Come può uno aver fiducia nel diritto quando tutti sanno che l’estensione è stata motivata dal prossimo passaggio in public domain delle musiche dei Beatles?

LE: Le istituzioni europee hanno dimostrato di essere ampliamente influenzabili, tuttavia vi è una sorta di par condicio in questa debolezza nei confronti dei lobbysti. La Commissione è più sensibile alle esigenze delle grandi imprese mentre il Parlamento è stato più volto condizionato da una rumorosissima minoranza di lobbysti diversamente global e attivisti open source: esempio massimo ne è stato l’affondamento della direttiva sui brevetti software, svanita nel nulla dopo anni di lavoro proprio a causa dell’intensissimo lobbying sui singoli membri del parlamento europeo da parte degli attivisti open source. Ogni decisione che impatta sulla creazione, estensione o dissoluzione di un diritto d’autore genera sostanziali divergenze ideologiche che determinano in seguito un dibattito politico in sede comunitaria. Se qualcuno ha chiesto alla Commissione di valutare l’estensione del termine di durata di protezione di una particolare opera dell’ingegno vi sono strumenti, presupposti e precedenti (la defunta direttiva brevetti su tutti) che consentono agli eventuali oppositori di farsi sentire in maniera anche fragorosa.  

LC: “Supponiamo pure che uno trovi un editore del proprio libro. Il munifico editore concederà, se va bene, il 7% dei ricavi all’autore. Supponiamo che questo sia giustificato nel mondo degli atomi, il fatto è che nel mondo dei bit le percentuali non cambiano. Come si può pensare che il diritto d’autore, non dico come è concepito, ma come è implementato sia un diritto d’autore e non un diritto di qualcun altro che con la creatività non ha nulla a che fare?”

LE: Il diritto d’autore moderno è un compromesso - esteso su scala globale con numerosi, talvolta monumentali, trattati internazionali sulla tutela delle opere dell’ingegno - tra il diritto dell’autore dell’Europa Continentale (il cui fulcro era il diritto della personalità dell’autore, da cui origina l’impulso creativo) e il copyright anglosassone (ossia il diritto dell’imprenditore di stampare e pubblicare l’opera a fronte del pagamento di un corrispettivo per l’autore). Quest’ultimo sistema - inizialmente - tutelava in maniera preponderante non tanto lo sforzo creativo dell’autore quanto l’investimento imprenditoriale dell’editore, tanto è vero che ha riconosciuto il diritto morale ai propri autori solo recentemente, essendo il diritto dell’autore continentale - quale diritto della personalità - alieno al sistema di common law (così come lo è il diritto all’immagine per esempio) e credo che tale approccio “supply side” sia rimasto nel sistema di copyright. Tuttavia se l’autore guadagna poco nella ripartizione dei ricavi con l’editore non è sempre colpa del diritto d’autore: potrebbe anche essere conseguenza di una trattativa privata nella quale l’editore ha mostrato di aver maggior potere contrattuale.  

LC: Un’intera generazione è nata e cresciuta in un contesto in cui il copyright delle opere d’ingegno semplicemente non esiste. Le industrie “affected” hanno speso il loro tempo arzigogolando su infiniti approcci legali al problema invece di essere promotori di una riflessione fondamentale su che cosa vuol dire “Proprietà intellettuale in un mondo di bit (cioè nella società dell’informazione)”. La Secure Digital Music Initiative (SDMI) di cui 13 anni fa accettai di essere l’Executive Director si rivelò uno strumento per tamponare l’erosione del business dei CD.

LE: Credo vi sia un colossale equivoco sottostante a questa considerazione generazionale. Io penso che oggi vi sia non tanto una generazione per la quale il copyright non esiste quanto una generazione che ignora l’esistenza del copyright sotto un velo d’ignoranza che si è deliberatamente messa addosso, usando spesso argomentazioni strumentali (parlo in particolare dell’Italia). In Italia un diritto altrui lo si riconosce solo quando questo è azionato nei propri confronti, mai prima. In assenza di coercizione o imposizione si presume - in mala fede - che un diritto non esista. Rispetto una regola solo se rischio una multa, solo se lo spauracchio della sanzione mi si agita di fronte, solo se vedo una guardia che mi rincorre urlandomi “ladro”. Per il fruitore medio della musica in formato digitale in Italia, se la regola non si manifesta in un confronto di tipo antagonista, repressivo, coercitivo, allora non esiste più. Se non c’è un cassiere a chiedermi il prezzo di copertina, se non c’è un esattore a chiedermi il pagamento, il diritto a percepire il corrispettivo non esiste più. Questa è l’argomentazione strumentale dei tanti che scaricano migliaia di canzoni illecitamente: “il cd è superato quindi non pago più la casa discografica”. La superficialità di questo ragionamento è evidente, tuttavia non è l’unico limite di questo approccio, che sconta una cattiva comprensione del dualismo del diritto d’autore, che retribuisce sia l’autore che l’editore: non pagare più la musica riduce i ricavi degli editori ma anche quelli dei musicisti (in questo ultimo caso li azzera). Una persona dotata dell’intelligenza necessaria per azionare un sistema di file sharing sa perfettamente che il diritto d’autore esiste, quindi la sua scelta di negare il diritto dell’autore di avere una retribuzione per il proprio lavoro è totalmente consapevole. Il mondo di bit è un mondo dove lo scambio economico continua e se è vero che i bit, abbassando (anzi riducendo a zero) i costi produttivi di moltiplicazione di un’opera, obbligano a ripensare l’entità della retribuzione per l’artista, è anche vero che questo mondo di bit ha bisogno di opere - anche musicali - e dei suoi autori: negare il diritto ad una retribuzione agli artisti ci avvia forzatamente ad un ambiente in cui la musica è generata solo dai burattini di Maria De Filippi e da X Factor. Il fatto che milioni e milioni di utenti decidano di non pagare un solo euro per le canzoni degli artisti che dicono di ammirare non è una vittoria libertaria ma una desolante ed offensiva dimostrazione di scarsissima considerazione per gli artisti. Questi milioni di utenti non risparmiano certo un centesimo di euro quando si tratta di ostentare hardware moderni e alla moda, che consentano loro di apparire abbienti nella vita reale e di apparire e basta nel mondo virtuale. Probabilmente il mondo è cambiato: dalla propensione ad affermarsi con la propria immaginazione si è passati all’ambizione di guadagnare con la propria immagine, moltiplicandola nel web. 

LC: “È possibile che le nuove generazioni siano state conquistate dal valore del parametro “tanti hit, tanti play” ma non ne sono sicuro. Io penso che chiunque, che non sia ideologicamente “biased” (e poi voglio ancora vedere) non si tirerebbe indietro davanti alla possibilità di guadagnare dalla sua opera intellettuale. Se non lo fa è perché - io penso che lui pensi - “tanto non riesco a guadagnarci niente” e “tanto il sistema è pensato per quelli là”. Del secondo non sarebbe di per sé niente di male se solo “quelli là” dimostrassero di saperci fare, invece sembrano brancolare nel buio, tanto è vero che l’unico che ha dimostrato di saperci fare non è uno di loro, ma Steve Jobs buonanima.”

LE: Ci sono almeno due colossali errori nel ritenere - in maniera quasi manicheista - Jobs uno che “capiva” e il legislatore “uno che non capisce”. Il primo errore sta nel voler paragonare Jobs e il legislatore: il primo è istituzionalmente dedicato ad inventare metodi di generare ricchezza per sé e per la propria compagnia e ne ha trovato uno assolutamente geniale (ossia un’obsolescenza ben programmata), mentre il legislatore per definizione non inventa nulla ma produce regole per tentare di limitare le esternalità negative dei comportamenti: è naturale che se metti a confronto Steve Jobs con il senatore McCain in materia di innovazione il primo sembri un genio e il secondo un cretino. Il secondo errore sta nel ritenere Jobs un antagonista dei sistemi proprietari e un promotore di conoscenza condivisa perché è l’esatto contrario: Apple guadagna grazie alla tutela giuridica del diritto d’autore, del design, dei brevetti e dei marchi. La sua poderosa macchina di marketing utilizza come arma da fuoco proprio la tutela legale, pertanto è assolutamente fuorviante indicarlo come antagonista della tutela tradizionale della proprietà intellettuale e industriale. Sul fatto che vi siano ragazzi che pensano che “il sistema è pensato per quelli la” la colpa va equamente distribuita tra la Scuola - ormai incapace di dare ai giovani gli strumenti minimi necessari per pronunciare qualcosa di più di qualche superficiale massimalismo - e gli operatori del diritto, tutti, che si sono rivelati incapaci di comunicare al mondo e soprattutto alle nuove generazioni i più elementari e basilari concetti di diritto che permeano la nostra società.

LC: ”Io penso - e questo vale non solo per il copyright - che il cittadino vada recuperato alla politica. Naturalmente non bastano le belle parole.”

Coordinatore:
Avv. Luca Egitto

 

Interlocutore:
Dott. Leonardo Chiariglione

Read more...

Guida pratica per non farci abbrutire dalle macchine

Stiamo per farci del male? Abbiamo almeno la percezione di aver assunto e consolidato comportamenti nevrotici verso e con la Rete?

Non credo proprio: e questa sottovalutazione mi preoccupa non poco. Le email, i social network, i tablet, gli smartphone e che più ne ha ne metta, stanno diventando i nostri compagni di vita. Ci sottraggono tempo, curiosità, affetti e non ce ne rendiamo neanche conto. Sto esagerando forse? Provate a seguirmi in questo ragionamento e poi, alla fine, ciascuno di voi tragga le sue conclusioni davanti al suo specchio.

Provate a rispondere sinceramente ai seguenti quesiti: quanto pensate di essere diventati web dipendenti? Usate la tecnologia soltanto per lavoro o anche per svago? Quante volte vi ponete questa domanda durante il corso della giornata: devo tornare connesso? Cosa è successo durante la mia assenza da internet? Quando finalmente il cellulare non suona, siete in uno stato di continua allerta come se foste in stand-by?

Devo ammettere che quando, nei giorni scorsi, un amico americano, psicanalista, dopo avermi frequentato per una giornata intera, mi ha detto...sorridendo ma mica troppo...:"You are web addicted!" Non con la forma interrogativa ma esclamativa, mi è venuta voglia di mandarlo a quel paese. Poi, riflettendoci sopra, mi sono preoccupato. Dietro a quelle domande si nascondono risposte inquietanti. Certo, sono a rischio di assuefazione con tutte le conseguenze del caso. Il vero paradosso della situazione è che, a 60 anni compiuti, sono uno degli ultimi arrivati nel rutilante mondo digitale, neanche troppo innamorato. In casa denominato addirittura Tecno-leso!

Eppure....eppure passo le mie giornate, da schiavo-contento, del mio vecchio cellulare preistorico (mi da sicurezza prima del definitivo e rischioso passaggio all'Iphone), del mio nuovo Iphone appunto, solo parzialmente sfruttato, del mio Ipad, e, ogni tanto, quando devo scrivere documenti lunghi o complessi, del mio tanto amato lap top. Sembro un marziano, un po' goffo e un po' nevrotico, soprattutto sorpreso della tecnologia caduta per caso nelle mie mani.

Quello che in fondo mi offende di più è che mi ritrovo a vivere la stessa situazione comportamentale di ansie, nevrosi e psicodipendenze che ho criticato e sbeffeggiato per anni ad amici e colleghi. Eppure, e qui ricomincio ad usare il plurale, se non facciamo tutti più attenzione, rischiamo davvero di farci del male alla salute. Dal 2013 la dipendenza dal mondo digitale è stata inclusa nel manuale diagnostico dei disturbi mentali con una curiosa dicitura" da approfondire" che lascia aperti dubbi e speranze. La più recente letteratura scientifica pone la tematica sul tavolo, aprendo confronti tesi e accorati, molto contrastati, logicamente da tutti i rappresentanti dell'industria di internet e dintorni.

Francesco Booth ha recentemente pubblicato con De Agostini un manuale "felicementeconnessi" che fa riflettere sulla spinosità dell'argomento.

Il National Bureau of Economic Research, un autorevole centro di ricerca americano, ha approfondito un aspetto peculiare di questa tematica: quanto tempo mediamente stiamo in rete ogni giorno per lavoro o per svago, stimando anche a quale attività abbandonata tale tempo è stato rubato. Il verdetto è sorprendente: internet ci ruba circa due ore al giorno pro-capite, sottratte in gran parte al tempo libero, poi al lavoro, poi al sonno, poi ancora alla relazione con gli altri. 120 minuti dunque in cui ci isoliamo, rinunciamo ai nostri hobby, rischiamo di diventare soggetti passivi...non attivi! delle presunte macchine della felicità.

Nessuno, credo, seriamente, può contestare quanto si importante nella nostra vita, soprattutto lavorativa, poter usufruire di internet e delle sue straordinarie opportunità. Il punto è un altro!

Gestire tale opportunità con raziocinio, con lucidità, senza morbose forme di assuefazione.

Ecco allora una breve lista di suggerimenti per protegger i e per rendere la vita dei nostri affetti di maggior qualità e socialità.

1) TELEFONINO: per uscire dall'incubo ossessionante di un perenne stato di stand-by, abituiamoci a chiuderlo come se fossimo in aereo...obbligati dalle hostess. 30 minuti, poi un’ora poi ...chissà. Scopriremo che il mondo non è crollato e che il nostro orecchio sta decisamente meglio.

2) EMAIL: per evitare di essere spinti a controllare la posta.....permanentemente, proviamo a staccare, a darci un metodo di lavoro. Ogni x ore apriamo outlook e controlliamo...ma non di più! Con il tempo guadagnato, pensiamo, leggiamo, scriviamo, lavoriamo, giochiamo ma senza assilli, senza stress. Evitiamo quel mondo nevrotico caratterizzato dal "dover-rispondere-subito" che ci impedisce relax, maggior concentrazione, risposte più meditate e virtuose.

3) IL MULTITASKING: il nostro cervello, in sequenza, codifica le info raccolte e assimilate, le archivia e poi, se e quando lo ritiene utile, le recupera. Se siamo continuamente distratti da qualcosa, perdiamo focus e l'esperienza fondamentale dell'ascolto e/o della vista si riduce fino ad annullarsi. L'obbiettivo di una frenetica corsa ad elaborare più dati nello stesso momento è una emerita stupidaggine che mette a rischio la qualità della nostra capacità di archiviazione celebrale delle notizie assimilate. Essere multitasking, di per sè, quindi non è un valore. Dipende....

In definitiva il buon senso dei nostri nonni torna a galla. Sfruttiamo la tecnologia, é sicuramente una opportunità di crescita virtuosa ma...con giudizio! Concentriamoci su una cosa per volta, senza distrazioni, senza connessioni varie, senza incubi da abbandono. Scopriremo di aver fatto un lavoro (o anche una semplice attività di svago) meglio, con maggior qualità. Senza con questo perdere amici, clienti o scoop giornalistici. Il mondo è andato avanti ma possiamo raggiungerlo.

Read more...
Subscribe to this RSS feed

Turin
R&P Legal
Via Amedeo Avogadro, 26
10121, Torino - Italy
Milan
R&P Legal
Piazzale Luigi Cadorna, 4
20123, Milano - Italy
Rome
R&P Legal
Via Emilia, 86/90
00187, Roma - Italy
Busto Arsizio
R&P Legal
Via Goito, 14
21052, Busto Arsizio (VA) - Italy
Aosta
R&P Legal
Via Croce di Città, 44
11100, Aosta - Italy
Bergamo
R&P Legal
Viale Vittorio Emanuele II, 12
24121, Bergamo - Italy