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Niente risarcimento danni all’utente per i reiterati sms promozionali nel caso in cui la compagnia telefonica sia in grado di documentare l’assenso, ancorché verbale, al trattamento dati personali

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 9982 del 16.5.2016, ha stabilito che alla compagnia telefonica è sufficiente il consenso prestato a voce dall’utente per potergli inviare sms pubblicitari sul cellulare, sempre che il gestore sia comunque in grado di fornire prova scritta dell’assenso del consumatore, ad esempio producendo gli estratti del proprio sistema informatico.

Secondo la Suprema Corte, in tema di telefonia mobile e di sms pubblicitari, la regola dell’art. 23, comma III, del D.Lgs 196/2003, secondo cui il consenso al trattamento dei dati personali c.d. comuni è valido se documentato per iscritto, attiene non alla forma della manifestazione del consenso, prevista invece per il trattamento dei dati sensibili, ma al contenuto dell’onere probatorio gravante sul titolare dei dati personali.

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AGCOM: sanzione da 300 mila euro a due società del gruppo Amazon

Con delibera del 9 marzo 2016, l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato ha irrogato due sanzioni pecuniarie, di 80 e 220 mila euro, alle società Amazon EU Sàrl e Amazon Services Europe Sàrl, adibite alla vendita diretta ed alla gestione della piattaforma marketplace del sito. Le due società, in particolare hanno omesso di fornire, in maniera “immediatamente percepibile” ai consumatori prima dell’acquisto, le informazioni precontrattuali obbligatorie previste dagli articoli 49 e 51.2 del Codice del Consumo, relative all’identità della controparte del contratto di compravendita, alla garanzia legale di conformità, alle condizioni di assistenza post vendita ed al diritto di recesso. Secondo l’AGCOM, nello specifico, tali informazioni devono essere rese ai consumatori “in maniera chiara ed evidente”, non potendo le stesse essere limitate ad un mero link alle sezioni “Termini e Condizioni” e “Garanzie Legali”, poste in calce al sito web.

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Clausole vessatorie: l’Antitrust impone a Paypal la modifica delle Condizioni d’uso del servizio

Con provvedimento del 24 febbraio 2016, l’AGCOM ha ordinato a Paypal la modifica di alcune clausole delle Condizioni Generali d’uso del servizio in quanto vessatorie.

Tali clausole, relative alle modalità di fruizione del Programma di Protezione Acquisti per la restituzione di un prodotto non conforme alla descrizione ed alla previsione del foro competente per la risoluzione delle controversie insorte con i consumatori, sono state considerate vessatorie in quanto in grado, le prime, di riservare a Paypal una mera discrezionalità circa l’accertamento di conformità del bene consegnato rispetto a quello acquistato online, in netto contrasto con gli artt. 33 e 35 del Codice del Consumo e, le seconde, di stabilire la competenza esclusiva delle corti inglesi o del Lussemburgo, in deroga al principio della competenza del foro di residenza del consumatore previsto dal Codice del Consumo.

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Dal Ministero dell’economia e delle finanze una nuova guida sul leasing immobiliare abitativo

Il MEF in collaborazione con ASSILEA (Associazione Italiana Leasing) e con il Consiglio Nazionale del Notariato, e con l’adesione di 11 tra le principali Associazioni dei Consumatori (Adiconsum, Adoc, Assoutenti, Casa del Consumatore, Cittadinanzattiva, Confconsumatori- ACP, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori), ha pubblicato un guida dedicata al leasing immobiliare abitativo, introdotto nel nostro ordinamento dalla Legge di Stabilità 2016.

Illustrate le caratteristiche fondamentali, sono evidenziate le tutele per il cittadino e per la società di leasing - nonché regimi fiscali applicabili.

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Beni di consumo: la Corte di Giustizia dell’Unione europea chiarisce alcuni aspetti relativi alla vendita ed all’azione di garanzia

Con sentenza del 4 giugno 2015 (Faber – Hazet, C-497/13), la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata in merito alla corretta interpretazione della direttiva 1999/44/CE che disciplina, a livello comunitario, la vendita dei beni di consumo.

In tale occasione, la Suprema Corte ha precisato che, “nell’individuare le norme applicabili ad una controversia B2C, è compito del giudice nazionale qualificare i fatti e gli atti dedotti in giudizio dalle parti a sostegno delle loro pretese, verificando, in particolare, se l’acquirente possa essere qualificato come “consumatore” nell’accezione di cui all’art. 1, co. 2, lett. a) di tale direttiva”.

I giudici di Lussemburgo, inoltre, hanno stabilito che la disposizione dell’art. 5.3 della direttiva in oggetto (ripresa fedelmente dall’art. 132.3 del Codice del Consumo italiano), secondo cui, laddove i difetti di conformità del bene compravenduto si manifestino entro sei mesi dal giorno della consegna, l’onere di provare tali difetti è eccezionalmente a carico del venditore - e non del consumatore) dev’essere considerata dal giudice nazionale quale norma equivalente ad una disposizione interna avente rango di ordine pubblico, applicabile d’ufficio dal giudice nazionale anche laddove non sia stata espressamente invocata dal consumatore a sostegno delle proprie ragioni. A tal riguardo, la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che, per poter beneficiare di tale presunzione, il consumatore è tenuto a provare esclusivamente l’esistenza e la manifestazione tempestiva del difetto di conformità e non anche le cause di tale difetto e l’imputabilità dello stesso al venditore.

Secondo la Corte di Giustizia Europea, infine, ogni Stato membro deve concedere ai propri consumatori, al fine del corretto esercizio dei diritti che ad essi spettano in forza della direttiva, un periodo di tempo di almeno 2 mesi per poter denunciare tempestivamente al venditore il difetto di conformità del bene compravenduto.

Leggi qui il testo integrale del provvedimento

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Dal 15.02.2016 la piattaforma di risoluzione delle controversie tra professionisti e consumatori

Dal 15 Febbraio 2016 sarà disponibile a consumatori e professionisti la nuova piattaforma di Online Dispute Resolution (ODR) introdotta dalla Commissione Europea: la piattaforma consentirà di dirimere le loro controversie online (evitando così le lungaggini e i costi dei processi ordinari), anche in relazione a questioni transfrontaliere. Gli operatori online saranno obbligati ad inserire un link alla piattaforma ODR sui loro siti al fine di agevolare l’accesso alla procedura, che prevede che gli organismi di ADR aditi agiscano da arbitri al fine di risolvere le controversie tra i consumatori e i professionisti che proporranno i loro ricorsi su tale piattaforma.

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False recensioni: multata TripAdvisor

L’Autorità Garante della Concorrenza e del mercato, intervenendo su segnalazione dell’Unione Nazionale Consumatori, di Federalberghi e di alcuni consumatori, ha accertato la scorrettezza della pratica commerciale realizzata, a partire da settembre 2011, da TripAdvisor LLC (società di diritto statunitense che gestisce il sito www.tripadvisor.it) e da TripAdvisor Italy S.r.l., irrogando in solido ai due operatori una sanzione amministrativa di ben 500 mila euro. 

Con la propria decisione 24 dicembre 2014, l’Antitrust ha rigettato la difesa svolta dall’inserzionista in forza della quale il suo ruolo sarebbe riconducibile a quello di un mero hosting provider, di talché a fortiori avrebbe dovuto essere apprezzato lo sforzo di porre in essere dei meccanismi di controllo, su base esclusivamente volontaria. Come osservato dall’Antitrust “il professionista non si limita”, infatti, “alla memorizzazione di informazioni, ma a causa del modello di business sviluppato svolge anche e soprattutto un’attività di classificazione e sistematizzazione delle informazioni”.
L’Antitrust ha censurato, in particolare, la “diffusione di informazioni ingannevoli sulle fonti delle recensioni pubblicate”, pubblicate sulla banca dati telematica degli operatori, nonché l’inadeguatezza degli strumenti e delle procedure di controllo adottate, incapaci di contrastare il fenomeno delle false recensioni.
Stupisce, a tale ultimo riguardo, il fatto che le risorse umane addette al controllo manuale delle recensioni fossero ridotte a poche unità (solo cinque per l’intera Europa!), di cui, addirittura, una sola a conoscenza della lingua italiana.
In particolare, sono stati censurati i claim commerciali con cui l’inserzionista pubblicizza la propria attività affermando, in modo assertivo, il carattere autentico e genuino delle recensioni, inducendo così i consumatori a ritenere che le informazioni pubblicate siano sempre attendibili in quanto espressione di reali esperienze turistiche di milioni di viaggiatori. Tra gli altri vengono censurati i seguenti claim: "Non importa se preferisci le catene alberghiere o gli hotel di nicchia: su TripAdvisor puoi trovare tante recensioni vere e autentiche, di cui ti puoi fidare. Milioni di viaggiatori hanno pubblicato on-line le proprie opinioni più sincere su hotel, bed & breakfast, pensioni e molto altro"; "Vuoi organizzare un viaggio? Passa prima su TripAdvisor. I viaggiatori della community di TripAdvisor hanno scritto milioni di recensioni sulle loro vacanze migliori e peggiori che ti aiuteranno a decidere cosa fare".
Alla luce delle considerazioni svolte, le condotte contestate violano, a giudizio dell’Autorità, il disposto degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo, inducendo in errore milioni di consumatori in ordine alla natura e alle caratteristiche principali del servizio reso e condizionandone indebitamente le scelte economiche nell’individuazione delle strutture turistiche ricercate sul sito.
Entro novanta giorni le due società dovranno comunicare le iniziative assunte per ottemperare al divieto di ulteriore diffusione e continuazione della pratica commerciale scorretta. La sanzione amministrativa dovrà essere pagata entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento.

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Pubblicità ingannevole e comparativa: il nuovo regolamento AGCM

In data 7 gennaio 2015 è stato pubblicato sul sito dell’AGCM la bozza del nuovo “Regolamento sulle procedure istruttorie in materia di pubblicità ingannevole e comparativa, pratiche commerciali scorrette, violazione dei diritti dei consumatori nei contratti, violazione del divieto di discriminazioni, clausole vessatorie” (di seguito “Regolamento AGCM”) in relazione al quale vi è la possibilità, nei trenta giorni successivi alla pubblicazione, di far pervenire all’Autorità le proprie osservazioni.

La nuova bozza ha lo scopo di consolidare un nuovo testo del Regolamento AGCM con le previsioni di cui agli articoli 29 e ss. del D.lgs. 26 marzo 2010 n. 59 relative al divieto di discriminazioni fondate sulla nazionalità o sul luogo di residenza del destinatario del servizio offerto.

Con riferimento alle istruttorie volte ad accertare le violazioni dei “diritti dei consumatori nei contratti”  e le violazioni del “divieto di discriminazione” il Regolamento AGCM si limita a richiamare le disposizioni di cui al neo introdotto art. 20 ter (e, dunque, le norme ivi individuate, già applicate alle pratiche commerciali scorrette), “in quanto compatibili”.

Bisogna porsi al riguardo, innanzitutto, un interrogativo in relazione alla previsione o meno di un illecito amministrativo autonomo in merito a tali ipotesi.

In caso di risposta positiva, dovrebbe concludersi che la fattispecie di violazione sanzionabile dall’AGCM è integrata anche in mancanza dei requisiti di ripetizione, diffusione o idoneità della condotta ad alterare il comportamento del consumatore medio. Verrebbe cioè dato un public enforcement diretto a proteggere il consumatore, in sede amministrativa, anche contro il singolo comportamento illecito del professionista che non abbia le caratteristiche di ripetitività sottese al concetto stesso di “pratica”.

In caso di risposta negativa tali violazioni dovrebbero invece essere ricondotte nell’alveo delle pratiche commerciali scorrette. In questa seconda ipotesi, laddove si configuri nel caso specifico una violazione singola del divieto di discriminazione, inerente uno specifico consumatore, non si avrà competenza dell’AGCM, ma del solo giudice ordinario.

Il vantaggio evidente di tale soluzione, a mio parere, da prediligere, sarebbe anche quello di evitare che un medesimo comportamento sia sanzionato più volte (ad esempio, come pratica commerciale scorretta e come violazione dei diritti dei consumatori nei contratti).

L’art. 66 del Codice del Consumo non mi pare che consenta di concludere, con certezza, a favore dell’una o dell’altra ipotesi, per cui occorrerà comunque attendere le decisioni dell’AGCM sul punto.

Tali valutazioni dovrebbero essere assunte nella fase pre-istruttoria di cui all’art. 5 e portare eventualmente, laddove l’AGCM ritenga che non vi siano i presupposti per l’attivazione dei suoi poteri, ad un’archiviazione per inapplicabilità della normativa di riferimento (lettera b).

Identici provvedimenti pre-istruttori dovranno essere assunti laddove l’AGCM ritenga di non ravvisare una pratica commerciale scorretta ritenendo invece “ferma la competenza delle Autoritàdi regolazione ad esercitare i propri poteri” ai sensi dell’art. 27 comma 1 bis del Codice del Consumo.

Noto come in tale fase pre-istruttoria non sia prevista la partecipazione delle citate Autorità posto che l’art. 16, comma 5, del Regolamento AGCM pospone la richiesta dei pareri alla chiusura dell’attività istruttoria.

Ove vi sia dissonanza tra AGCM ed Autorità regolatorie circa la competenza esclusiva dell’Antitrust, essa verrà dunque rilevata solo ex post, dopo l’intera istruzione della procedura davanti all’AGCM (in sede di rilascio del parere) od, addirittura, dopo la chiusura della stessa intervenuta in fase pre-istruttoria, prima dell’interlocuzione con l’autorità regolatoria.

È evidente che in tale contesto non possono essere escluse diatribe sulle competenze delle diverse autorità, come peraltro già avvenuto in passato.

L’unica soluzione a tale potenziale conflitto è data dall’art. 27, comma 1 bis del Codice del Consumo, il quale prevede che  “le Autorità possono disciplinare con protocolli di intesa gli aspetti applicativi e procedimentali della reciproca collaborazione, nel quadro delle rispettive competenze”.

In tale contesto sarebbe, dunque, auspicabile una individuazione descrittiva della categorie di condotte rilevanti e delle soluzioni di eventuali contrasti di potere tra l’AGCM e le altre autorità regolatorie. Tali linee guida risulterebbero preziose anche per gli operatori consentendo una valutazione più precisa di quelli che potranno essere gli orientamenti applicativi delle decisioni dell’AGCM sul punto.

Altro aspetto che potrebbe determinare un possibile conflitto tra Autorità è offerto, come emerge già dai primi commenti della dottrina, dall’esenzione prevista dall’art. 47, ultimo comma, del Codice del Consumo per gli acquisti fuori dai locali commerciali o nei contratti a distanza che siano di modico valore (inferiori a cinquanta euro). Per essi non troverebbe applicazione l’art. 67  del Codice del Consumo e non vi sarebbe dunque competenza a decidere dell’AGCM.

Si creerebbe così una competenza differenziata sulla base del valore. Si può pensare ad esempio a servizi come quelli “a sovrapprezzo” (i servizi ludici e/o informativi erogati tramite telefoni fissi e/o mobili ) dove avremmo la competenza dell’AGCM laddove il corrispettivo sia inferiore a 50 euro, dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni se superiore.

In questo contesto si può immaginare che anche le scelte commerciali degli operatori siano “guidate” da tale differente scenario e dalla previsione, o meno, di sanzioni afflittive da parte dell’Autorità competente in caso di violazioni accertate.

Un’ultima annotazione con riguardo al disposto dell’art. 20 ter il quale prevede che le istanze di intervento per violazione del divieto di discriminazione, se rivolte direttamente all’AGCM saranno irricevibili, dovendo essere preventivamente trattate, ed auspicabilmente risolte, dal Centro Europeo per i consumatori per l’Italia la cui competenza era già stata prevista dal suindicato decreto n. 59/2010.

Tale previsione è, a mio parere, opportuna in ottica di deflazione dei carichi di lavoro già ad oggi gravanti sull’AGCM e nella logica di favorire la definizione stragiudiziale delle vertenze.

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Copyright in Europa: la parola agli user

 

La Commissione Europea ha recentemente pubblicato il Report sulla Consultazione Pubblica, aperta dal 5 dicembre 2013 al 5 marzo 2014, al fine di rivedere il quadro legislativo dell’Unione Europa che disciplina il copyright e di risolvere i problemi che l’attuale normativa pone al libero flusso delle informazioni e all'accesso alla conoscenza su Internet.

Dopo il Progetto “Licenses for Europe”, la Commissione Europea ha lanciato quest’iniziativa per valutare l'opportunità di proporre nuove leggi sul copyright che sostituiscano l’attuale normativa, spesso accusata di limitare eccessivamente la condivisione di cultura e informazioni, nella sua frammentarietà e scarsa trasparenza, causata dalle numerose differenze nazionali tra Stati Membri.

L’iniziale perplessità di alcune associazioni di consumatori e gruppi di utenti circa l’effettiva fruibilità della Consultazione, composta da 80 quesiti, dal contenuto tecnico e inizialmente disponibili in sola lingua inglese, è stata smentita dall’incredibile afflusso generato, con 9,500 risposte e un totale di 11,000 messaggi, comprensivi di domande, commenti e suggerimenti. La maggioranza delle risposte (58,7%) è giunta da utenti e consumatori, seguiti da autori/performers (24,8%), editori, produttori ed emittenti tv (8,6%), utenti istituzionali (3,2%), altro (2,1%), intermediari, distributori e altri fornitori di servizi (1,2%), Organizzazioni di Gestione Collettiva (1,1%), Stati Membri (0,2%) ed autorità pubbliche (0,1%).

Tale risultato, certamente influenzato dalle numerose iniziative di pubblicizzazione, traduzione e guida alla compilazione del testo, ad opera di associazioni come Fix Copyright!, Creators for Europe and Copywrongs.eu,  tra cui spicca l’apporto della giovane europarlamentare Amelia Andersdotter, esponente del partito pirata (https://ameliaandersdotter.eu/consultazione-pubblica-sul-copyright-guida), è indice dell’innegabile importanza sociale che hanno ormai assunto il web e l’aspettativa di libera fruizione di informazioni sulla rete.

La posizione di utenti e consumatori è degna di essere considerata e brevemente esposta, specialmente poiché da essa rileva la sostanziale inefficienza dell’attuale quadro normativo a regolare un ambito che negli anni ha subito un notevole sviluppo, basti pensare che le leggi EU sul copyright risalgono a periodi antecedenti a Facebook e Youtube.

Innanzitutto, gli utenti lamentano numerose problematiche causate dalle restrizioni all’accesso di siti legate alla localizzazione geografica del proprio indirizzo IP, che si tratti di video su YouTube il cui contenuto sia protetto da copyright e la fruizione arbitrariamente circoscritta ad alcuni paesi, di servizi di video on-demand come Netflix o Hulu non disponibili al di fuori degli Stati Uniti e più in generale di limitazioni all’accesso a contenuto del proprio paese d’origine (anche a pagamento) quando un cittadino tenti di accedervi da un altro stato membro (così come la Rai non disponibile in streaming dall’estero, neanche pagandone il relativo canone).

Inoltre, alcuni consumatori sottolineano come l’automatico reindirizzamento alla versione nazionale di un sito a cui si sta accedendo tramite un altro URL, risulti in un’ingiustificata limitazione alla libertà di scelta ed alla conseguente imposizione, spesso discriminatoria, di prezzi e condizioni legati ad un determinato paese.

Anche la disponibilità degli e-book su Amazon è geografica: alcuni libri sono disponibili su Amazon Italia unicamente nella loro traduzione italiana. Naturalmente esistono delle tecniche per aggirare il problema, come l’utilizzo di server proxy che permettono una navigazione anonima su internet, o affittare un IP che finga di essere negli USA per guardare le serie TV sul sito HBO ad esempio, ma le motivazioni a monte di queste restrizioni, giudicate arbitrarie e controproducenti, appaiono agli utenti del tutto ingiustificate.

I consumatori, facendo anche riferimento al Wittem Project (http://www.copyrightcode.eu/), auspicano ad un’armonizzazione della normativa, capace di eliminare ogni restrizione territoriale e di garantire l’accesso a qualsiasi contenuto online, indifferentemente dalla localizzazione geografica e dalle licenze concesse su base nazionale.

Nella Consultazione sono poi affrontati i diritti di riproduzione delle trasmissioni digitali, con specifico riferimento al principio del making available e ai criteri da utilizzare nella sua valutazione. Anche in questo caso la posizione degli utenti, per quanto varia, può sintetizzarsi in una generale aspirazione all’armonizzazione e alla semplificazione legislativa. Il concetto stesso di making avalaible, previsto all’articolo 8 del Trattato Copyright WIPO, rubricato “Right of communication to the public”, appare oscuro ed indefinito ai più, e viene additato come eccessiva estensione dell’ambito applicativo del copyright. Ai sensi di tale dottrina, viene infatti addebitata la violazione dei diritti di distribuzione anche a coloro che carichino online un contenuto in una cartella di filesharing e che lo rendano così disponibile e scaricabile agli utenti di un network peer-to-peer. Questa impostazione è risultata non è condivisa dalla maggior parte degli utenti che hanno risposto alla consultazione.

Nell’ambito della Consultazione è stato anche affrontato il tema dell’autorizzazione del titolare del diritto d’autore sia per il linking (collegamenti cliccabili “ipertestuali”) che il browsing di contenuti protetti dal diritto d’autore.

La recente sentenza della Corte di Giustizia Europea sul Caso Svensson (C-446/12) pronunciata pochi giorni prima del termine della Consultazione, è stata recepita dagli utenti che ne hanno sottolineato alcune lacune interpretative. Non è infatti chiaro se la persona che “linka” un contenuto su internet sia tenuta a verificarne la legittima disponibilità da parte della pagina internet o meno. Tale responsabilità causerebbe una notevole incertezza giuridica in capo agli utenti e al fine di fugare ogni dubbio non resta che attendere le pronunce di casi simili pendenti di fronte alla Corte Europea come il Caso C More Entertaining (C-279/13) ed il Caso Bestwater (C-348/13).

Quanto al browsing, da parte degli utenti vi è il medesimo approccio permissivo, poiché tale azione viene vista alla stregua di una semplice lettura, che non avrebbe senso limitare in virtù del diritto d’autore.

Confrontando a tal riguardo l’opinione dei consumatori con quella di autori, produttori e distributori, che vorrebbero mantenere un controllo molto forte sui contenuti a discapito dell’immediatezza e gratuità che caratterizza internet, emerge la necessità di ritracciare i confini del concetto di riproduzione e filesharing alla luce della mutata dimensione digitale e della continua evoluzione tecnologica e del mercato.

Infine, un ulteriore tema affrontato con grande interesse da utenti e consumator è quello del download e della libera disposizione del proprio contenuto digitale, in cui emerge la frustrazione degli utenti legata alla disparità di trattamento ravvisabile tra il supporto fisico e quello digitale. Spesso il prezzo non cambia in base al tipo di supporto, eppure l’uso concreto del prodotto digitale (e-book, file videogame o audio) risulta fortemente limitato: la sua circolazione è impossibile o particolarmente ardua, così come lo è la rivendita, poiché non esiste un vero e proprio mercato secondario di file digitali.

Dal Report sulla Consultazione Pubblica emergono chiaramente le distinte posizioni, spesso confliggenti, dei diversi portatori di interessi, eppure la vasta maggioranza degli utenti converge a favore dell’idea di una normativa copyright comune a tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea; sarà interessante vedere come tutti questi input verranno recepiti dal Legislatore Comunitario.

 

Testo della Consultazione Pubblica

http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2013/copyright-rules/docs/consultation-document_en.pdf

Report sulla Consultazione Pubblica

http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2013/copyright-rules/docs/contributions/consultation-report_en.pdf

Progetto “Licenses for Europe”

http://ec.europa.eu/internal_market/copyright/licensing-europe/index_en.htm

Sentenza del 13 Febbraio 2014 della Corte di Giustizia Europea C-446/12, Case Svensson

http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=147847&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=95846

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Corte di Cassazione: inderogabilità unilaterale del foro del consumatore

autore:

Chiara Araldi

Con sentenza dell’8 febbraio 2012, la Corte di Cassazione assume una posizione innovativa su un tema fondamentale nell’ambito del diritto dei consumatori: l’inderogabilità del foro del consumatore, sancita dall’art. 63 del D. Lgs. 206/2005 (“Codice del Consumo”), per i contratti a distanza e quelli negoziati fuori dei locali commerciali. Il Tribunale di Milano, adito in prima istanza, aveva dichiarato la propria incompetenza a decidere su una causa promossa da diversi consumatori, nessuno dei quali residente a Milano: e ciò sulla base dell’assunto che la lettera e la ragione dell’art. 63 del Codice del Consumo, nel quale è prevista, quale competenza territoriale inderogabile, quella del giudice del luogo nel quale il consumatore ha la propria residenza o domicilio, non ammettono una interpretazione tale da consentire a nessuna delle parti di derogare a tale competenza, neppure al consumatore stesso.
Diversamente, la Suprema Corte, ha ritenuto che tale disposizione di legge preveda l’inderogabilità del foro del consumatore unicamente per il professionista, dal momento che la funzione stessa della norma è indubbiamente quella di tutelare la posizione debole del consumatore rispetto a quella del professionista, e, conseguentemente, essa non può essere interpretata in senso a lui sfavorevole: laddove il consumatore ravvisi maggiormente rispondente al proprio interesse non avvalersi del foro del consumatore, gli deve essere consentito derogarvi, anche unilateralmente, adendo un giudice territorialmente competente in base ai criteri di competenza stabiliti dagli articoli 18, 19 e 20 del codice di procedura civile, ovvero adendo un diverso giudice indicato nel contratto concluso con il professionista.
Infine, secondo la Corte, non è ravvisabile un interesse pubblico che suffraghi l’ipotesi di applicazione letterale dell’art. 63 del Codice del Consumo anche a svantaggio, e cioè in pregiudizio, dell’interesse del consumatore medesimo.
Pertanto, il consumatore può adire “un giudice diverso da quello del luogo della propria residenza senza che tale giudice possa dichiarare la propria incompetenza, anche a svantaggio del consumatore medesimo”.
Cass.Civ.Sez. VI. 8 febbraio 2012 n. pdf

Commento
La sentenza in esame, dalla portata fortemente innovativa, si pone in contrasto rispetto alla pregressa e costante interpretazione giurisprudenziale in relazione all’art. 63 del Codice del Consumo, che aveva considerato la natura inderogabile del foro del consumatore come ulteriore motivo di tutela del contraente debole. La previsione di cui all’art. 63 del Codice del Consumo si riferisce alle ipotesi di contratti in cui il consumatore non ha potuto incontrare direttamente il professionista, e, pertanto, è, in astratto, ancora più esposto al rischio di non poter valutare propriamente le proprie scelte contrattuali: pertanto, il Legislatore correttamente aveva ritenuto di sottrarre l’individuazione della competenza a qualsiasi trattativa individuale.
L’art. 63 costituisce un’eccezione rispetto alla  disciplina in tema di contratti con il consumatore in generale, prevista all’art. 33, comma 2, lettera u) del Codice del Consumo, nel quale si presume vessatoria qualsiasi clausola contrattuale che stabilisca un foro diverso rispetto a quello del consumatore: una clausola contrattuale che deroghi il foro del consumatore, pertanto, rientrerà nella cosiddetta “lista grigia” e spetterà al professionista provare che la stessa sia stata effettivamente oggetto di una trattativa contrattuale ad hoc con il consumatore che l’abbia sottoscritta.
Con la sentenza in analisi, la Corte ha precisato che, per escludere la vessatorietà di una simile clausola non è sufficiente né la previsione di un foro coincidente con uno dei fori legali di cui agli artt. 18 e 20 c.p.c. né la specifica approvazione per iscritto: nel caso in cui non fosse provata la trattativa contrattuale, la clausola vessatoria sarebbe da considerarsi nulla, ai sensi dell’art. 36 del Codice del Consumo; si tratta di una nullità di protezione, operante solamente a vantaggio del consumatore, e che in ogni caso non può andare a discapito del consumatore medesimo. Pertanto, qualora lo ritenga, egli potrà liberamente scegliere un diverso foro, a lui più confacente.
L’argomentazione sopra esposta risulta essere alquanto ermetica. Le condivisibili conclusioni cui giunge la Corte, più che da sottese ragioni processuali, sono in realtà dettate dalla  necessità di attualizzare la prescrizione di cui all’art. 63 rispetto alle mutate condizioni economico/sociali, nonché dalla interpretazione sistematica e funzionale dell’intero sistema speciale costituito dal Codice del Consumo: una interpretazione letterale, infatti, limiterebbe la tutela del consumatore, imponendogli di dover obbligatoriamente adire il giudice del luogo in cui risiede, precludendogli ogni diversa valutazione di carattere anche economico, con il paradossale effetto di agire a suo discapito. Nel caso in esame, ad esempio, i consumatori ricorretti, residenti in differenti città d’Italia, avevano considerato più vantaggioso concentrare la causa davanti al Tribunale di Milano, in modo da garantire da un lato l’uniformità dei giudicati e dall’altro consentendo di beneficiare di un sensibile contenimento dei costi relativi al procedimento, nonché una maggiore celerità ed economia processuale.
Resta ora da attendere una successiva pronuncia in merito, per valutare il verificarsi di una eventuale adesione all’orientamento espresso nella sentenza in esame, o piuttosto la genesi di un conflitto tra diverse sezioni, che dovrà essere risolto in definitiva dalle Sezioni Unite.
(C.A.)

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