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La convenzione Card consente all’assicurazione del danneggiato di rappresentare quella del responsabile del sinistro

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 31965 del 11 dicembre 2018, ha stabilito che deve ritenersi ammissibile, nella controversia scaturita dal sinistro stradale, la costituzione in giudizio dell’assicurazione del danneggiato come rappresentante volontaria dell’assicuratore del responsabile civile in base alla convenzione Card, ossia la convenzione tra assicuratori per il risarcimento diretto.

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Nulla la clausola “claim’s made” che prevede la copertura assicurativa al paziente solo se la richiesta di risarcimento giunge prima della scadenza della polizza

Con sentenza n. 10506 del 28.4.2017, la sezione III della Corte di Cassazione ha stabilito che è da ritenersi nulla la cosiddetta clausola “claim’s made”, inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile stipulato da un’azienda ospedaliera, per effetto della quale la copertura è prestata solo se, tanto il danno causato dall’assicurato, quanto la richiesta di risarcimento formulata dal terzo, avvengano nel periodo di durata dell’assicurazione. Ciò poiché, secondo la Suprema Corte, tale clausola costituisce un patto atipico non meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322, comma II, c.c. Esso, infatti, realizzerebbe un ingiusto e sproporzionato vantaggio dell’assicuratore, poiché alcune patologie postume sono silenti ed evidenti solo a distanza di tempo.

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Se la Polizza Rc è scaduta, la copertura assicurativa resta nel caso in cui il sinistro avvenga nei successivi 15 giorni di tolleranza, indipendentemente dal fatto che il premio venga pagato in quel lasso di tempo

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26104 del 19.12.2016, ha stabilito che il mancato pagamento di un premio successivo al primo determina la sospensione della garanzia assicurativa non immediatamente, ma solo dopo il decorso del periodo di tolleranza, cioè di 15 giorni dalla scadenza del premio medesimo. Tale principio, secondo la Suprema Corte, opera indipendentemente dal verificarsi del pagamento entro l’indicato periodo e anche nel caso in cui si protragga l’inadempienza dell’assicurato. In base all’art. 1901 c.c., infatti, l’effetto retroattivo della risoluzione del contratto di assicurazione si produce solo alla spirare del periodo di tolleranza e non alla scadenza del premio.

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Risarcimento quadruplo se l’assicurazione non liquida subito il sinistro

Nel caso in cui le compagnie assicurative decidano di resistere in giudizio anche se, in base alla loro competenza in materia, è evidente l’obbligo di corrispondere il risarcimento dovuto, il Giudice può condannarle ad versare al danneggiato, oltre alla liquidazione del sinistro, anche un’ulteriore somma a titolo di danno punitivo pari sino a 4 volte l’ammontare delle spese di lite.

Il principio, che emerge dalla sentenza del Tribunale di Tivoli n. 2428/2015, punisce l’atteggiamento delle Compagnie Assicuratrici le quali, secondo quanto ritenuto dal Giudice “hanno interesse ad allungare i tempi della liquidazione resistendo in giudizio, nel palese tentativo di indurre le parti ad accettare le somme inferiori al dovuto in tempi brevi o, al contrario, a sottostare ai lunghi tempi della giustizia”.

Tale condotta, secondo il Tribunale, qualora tollerata “si tradurrebbe, inevitabilmente, in un vantaggio economico che, in un’ottica imprenditoriale, è destinato sempre e comunque ad alimentare il contenzioso, stante gli evidenti vantaggi che per l’impresa assicurativa ne derivano”.

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Giurì di Autodisciplina Pubblicitaria: keyword advertising

Il Giurì di autodisciplina pubblicitaria, con decisione n. 17 del 18 febbraio 2011, si è pronunciato sulla vertenza che vedeva contrapposte la ricorrente Inspop.com Italy Ltd e le resistenti Assicurazione.it s.p.a. e Cercassicurazioni.it s.r.l., società tutte operanti nel settore dell’intermediazione assicurativa attuata mediante una comparazione effettuata in via telematica.

Le resistenti erano abbonate al servizio di keyword advertising prestato da Google, in forza del quale le imprese che desiderano far apparire il proprio sito Internet ai primi posti, all’esito della ricerca effettuata da un utente, possono acquistare le parole chiave che evocano il nome dei propri prodotti e/o servizi, ovvero il proprio e/o altrui marchio o nome a dominio.

Nel caso specifico, le resistenti avevano acquistato parole chiavi affini o simili ai marchi e nomi a dominio registrati dalla ricorrente (CHIAREZZA e CHIAREZZA.IT), attuando una pratica nota come brand bidding.

A parere della ricorrente tale condotta sarebbe risultata illecita costituendo un agganciamento parassitario alla notorietà dei marchi della ricorrente con conseguente indebito sviamento concorrenziale.

Tale assunto è stato disconosciuto dal Giurì di autodisciplina pubblicitaria il quale non ha ravvisato alcuna violazione dell’art. 13, comma secondo, del CACC, norma che vieta ogni “sfruttamento del nome, del marchio, della notorietà e dell'immagine aziendale altrui, se inteso a trarre per sé un ingiustificato profitto”.

A parere del Giurì è, innanzitutto, corretto ritenere che l’acquisto di parole chiave all’interno di un motore di ricerca possa configurarsi come “comunicazione commerciale” ai sensi della lettera e) delle norme preliminari del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale (CACC) in virtù della visibilità che tale attività comporta per le aziende che decidono di fruire del relativo servizio.

La scelta di parole identiche e/o simili all’altrui marchio registrato non può configurarsi, a parere del Giurì, quale sfruttamento indebito della notorietà altrui, tanto più se si tratta di parole di uso comune (come nel caso di specie – cfr. chiarezza, assicurazione). Né si può ravvisare in capo alle resistenti un “ingiusto profitto” in conseguenza dell’effettuato agganciamento: il profitto è, infatti, quello della visibilità in un “repertorio reticolare di imprese” costituito dai risultati della ricerca Google e non può dirsi che esso sia ingiusto essendo finalizzato ad assicurare una maggiore concorrenza tra imprese. 
Pronuncia n. 17/2011.pdf

 

Commento
Il tema, ancor oggi, di grandissima attualità, è stato affrontato dalla Corte di Giustizia Europea del 23 marzo 2010 nelle cause riunite C-236/08, C-237/08, C-238/08 aventi ad oggetto la asserita violazione dei marchi perpetrata attraverso il servizio di posizionamento di Google AdWords attivato da soggetti concorrenti rispetto ai titolari dei marchi utilizzati e senza il consenso di questi ultimi. 
La Corte sottolinea, innanzitutto, come il prestatore di un servizio di posizionamento consente ai propri clienti inserzionisti di usare segni identici o simili ai marchi altrui, senza fare esso stesso uso di tali segni.

A parere della Corte, “il titolare di un marchio può vietare ad un inserzionista di fare pubblicità – a partire da una parola chiave identica a detto marchio, selezionata da tale inserzionista nell’ambito di un servizio di posizionamento su Internet senza il consenso dello stesso titolare – a prodotti e servizi identici a quelli per cui detto marchio è registrato, qualora la pubblicità di cui trattasi non consenta, o consenta solo difficilmente, all’utente medio di Internet di sapere se i prodotti o i servizi indicati nell’annuncio provengano dal titolare del marchio o da un’impresa economicamente connessa a quest’ultimo o invece da un terzo”. Nello stesso senso si è pronunciato nel febbraio scorso l’Avvocato Generale in relazione al ricorso presentato dalla società austriaca Wintersteiger AG (si rinvia a quanto riportato sulla Rivista R&P Mag, n. 1, pp. 15-16). Per quanto attiene alle ripercussioni sull’utilizzo a fini pubblicitari del marchio ai danni del suo titolare, a parere della Corte, esse non costituiscono, di per sé, una violazione della «funzione di pubblicità» del marchio.

In conseguenza della citata sentenza, a partire dal 14 settembre 2010 Google ha modificato le policy del servizio Google AdWords per l’acquisto di inserzioni pubblicitarie a pagamento, consentendo la pubblicazione di annunci attivati da una parola chiave associata ad un marchio altrui, purché l’annuncio non risulti fuorviante. A titolo esemplificativo e non esaustivo, l’utilizzo del marchio è, dunque, consentito  per annunci che: (i) utilizzano un termine associato a un marchio quando tale termine è utilizzato in modo generico e descrittivo, senza far riferimento al termine come marchio, (ii) per prodotti e/o servizi in concorrenza tra loro, (iii) per la rivendita di beni o servizi registrati come marchio, (iv) per la vendita di componenti, parti di ricambio o prodotti compatibili corrispondenti a un marchio, (v) per siti di informazioni su di un prodotto o servizio corrispondente al marchio. (M.T.)

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