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FOUNDAMENTA#3: la call italiana per business idea e start-up a impatto sociale

La rete SocialFare® lancia FOUNDAMENTA#3: la call italiana per business idea e start-up a impatto sociale.

 Candidature aperte fino al 2 Aprile 2017. 

  • 12 settimane full-time per generare imprese pronte a ricevere investimenti
  • Accomodation gratuita per ogni team selezionato non residente in Piemonte
  • Coworking gratuito nel cuore di Torino
  • Più di 20 mentor e advisor nazionali ed internazionali
  • Oltre Venture e più di 30 investitori presenti al Social Impact Investor Day
  • 40 mila euro per ogni start-up erogati in servizi offerti alle imprese
  • 400 mila euro di start-up investment

FOUNDAMENTA#3 fa leva sulla sua unicità di primo programma italiano completamente dedicato all’accelerazione di impresa a impatto sociale. Dal 1° Marzo è online il bando, aperto a business idea e start-up che rispondano alle più pressanti sfide sociali contemporanee nei seguenti ambiti: City-boost, Co-production, Destinations to Grow, Impact Education, Silver Economy, Welfare.

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La Corte di Cassazione conferma il divieto di comunicare sui social network per i soggetti sottoposti ad arresti domiciliari

La Sezione Seconda Penale della Cassazione, con la sentenza n. 46874, depositata a novembre 2016, ha confermato un orientamento piuttosto rigido nei confronti dei moderni strumenti di comunicazione informatica. Infatti, nel confermare l’aggravemento delle misure cautelari a carico di un indagato che aveva pubblicato alcuni contenuti su Facebook, ha ribadito che per i soggetti sottoposti ad arresti domiciliari vige il divieto di comunicazione con terzi estranei ai familiari conviventi ex art. 284 comma 2 c.p.p., anche in relazione all’eventuale utilizzo dei social network.

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2016 AdLaw International Annual Conference “MARKETING LAW IN SOCIAL MEDIA”

Lo scorso 21 ottobre si è svolta a Praga la conferenza annuale del network AdLaw International, l’associazione internazionale che riunisce i principali studi legali attivi, in tutto il mondo, nei settori della pubblicità e della comunicazione d’impresa, di cui R&P Legal è membro italiano.
Il tema della conferenza di quest’anno verteva sui complessi aspetti giuridici legati al marketing ed alla pubblicità in Rete e, più nello specifico, sui social network ed è stata ospitata dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Praga, ospitando giuristi, studenti e operatori del mercato pubblicitario della Repubblica Ceca.
I relatori hanno fornito una panoramica normativa e giurisprudenziale dell’uso delle fotografie e dei ritratti di personaggi famosi a scopo pubblicitario, delle conseguenze in caso di un loro uso non autorizzato, nonché degli strumenti contrattuali ed extracontrattuali utilizzabili per regolarne al meglio l’uso.
L’incontro è stato aperto da Karla Chlumská, in rappresentanza del Paese ospitante, che ha affrontato il tema dei profili falsi sui social media e del loro uso a fini pubblicitari, sottolineando il peso crescente di questa problematica in parallelo all’uso sempre più massiccio dei social network. Il successivo intervento di Joep Meddens – avvocato olandese - ha permesso un interessante paragone tra la legislazione ceca e quella dei Paesi Bassi, e dell’applicazione che ne viene fatta quotidianamente dalle Corti locali.
Un argomento trasversale, toccato da quasi tutti i relatori del convegno, è stato quello dell’accostamento dell’immagine di una celebrità al nome di un’impresa, che rende necessario chiarire in maniera netta quando l’endorsement sia palese e autorizzato e quando, invece, si tratti di un’attività portata avanti senza il consenso espresso del soggetto ritratto. I casi sempre più frequenti si riferiscono alla possibilità che imprese o privati, sfruttando l’enorme mole di fotografie reperibili sul Web, si approprino dell’immagine di una persona famosa per promuovere un prodotto o un sito Internet, ottenendo un illecito vantaggio dalla notorietà altrui.
Sul punto, l’avvocato Brenda L. Pritchard ha sottolineato l’importanza, per i c.d. influencer, di dichiarare esplicitamente le eventuali finalità pubblicitarie dei propri post, e ciò non solo per creare un ambiente digitale nel quale già a colpo d’occhio si capisca cosa è legittimo e cosa invece non lo è, ma soprattutto per tutelare gli utenti permettendone una navigazione sicura e consapevole.
Per lo studio R&P Legal hanno preso la parola gli avvocati Luca Egitto e Chiara Agostini, con il primo ad introdurre i caratteri dei diritti della personalità nell’ordinamento italiano, per poi concentrarsi sul loro uso non autorizzato nell’ambito dei social network. Tra i casi più comuni, ha evidenziato la creazione di profili falsi riferibili a personaggi noti e l’uso illecito di opere dell’ingegno tutelate dal diritto d’autore al fine di generare traffico da indirizzare, quindi, su siti Internet per trarne un guadagno economico mediante pubblicità e vendita di prodotti contraffatti.
Chiara Agostini ha proseguito la presentazione in rappresentanza dello Studio trattando il tema del diritto d’autore in fotografia prima sotto il profilo più generale della legge italiana, poi approfondendo l’applicazione della normativa interna al mondo del digitale, in due direzioni: da un lato l’acquisto dei diritti di utilizzazione economica di un’immagine tramite database online, dall’altro l’uso delle immagini sui siti Internet ed i conseguenti profili di responsabilità di chi gestisce tali portali. In quest’ottica, ha sottolineato la fondamentale la differenza tra content provider, nei confronti del quale si applicano estensivamente le norme in tema di stampa, e service provider, che non ha alcun obbligo preventivo di monitorare le informazioni trasmesse attraverso il proprio sito ma che può sempre essere ritenuto responsabile, secondo una chiara corrente giurisprudenziale, in caso gli venga riconosciuto un ruolo attivo nella condotta illecita.
Il profilo del copyright è stato, poi, approfondito da Charles Swan che tramite un approccio casistico, tipico della cultura giuridica dei sistemi di Common Law, ha coinvolto il pubblico nell'esame e nella valutazione di alcuni casi pratici.
L’argomento è stato ripreso anche da Olivia Santantonio, relatrice per il Belgio, che ha evidenziato il difficile bilanciamento tra il diritto d’autore ed i diritti della personalità, da un lato, ed il diritto all’informazione e alla libertà d’espressione, dall’altro. La tutela dei primi non è infatti assoluta, e può subire deroghe in ragione di aspetti quali, ad esempio, la parodia o la comicità nei confronti di personaggi noti: se l’autorizzazione del soggetto dell’immagine utilizzata a fini pubblicitari è generalmente necessaria, in certi casi – sui quali è comunque richiesta una deroga esplicita o un solido orientamento giurisprudenziale – è consentito soprassedere.
L’occasione dell’evento ha confermato ancora una volta l’importanza del network Adlaw International, che grazie al calibro dei relatori ed alla qualità dei loro interventi ha consentito un costruttivo confronto professionale tra i massimi esperti della materia.  La prossima conferenza di ADLaw International si svolgerà in Canada nel settembre del 2017.

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Web e Codice Deontologico: una difficile convivenza

Il possibile impatto dell’articolo 35 del nuovo codice deontologico approvato dal Consiglio Nazionale Forense nel gennaio di quest’anno è stato recentemente preso in considerazione dall’AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati) in prossimità della sua entrata in vigore (15 dicembre 2014). Nel comunicato stampa la presidente dell’associazione Nicoletta Giorgi definisce tale articolo «un vero bavaglio con restrizioni anacronistiche che pongono la nostra categoria in una condizione di disparità e svantaggio».

Anche se la gran parte dei principi espressi dal nuovo articolo 35, sono già presenti negli articoli 17 e 17-bis dell’attuale versione del codice deontologico forense, non si può non guardare con un certo rammarico come si sia persa l’ennesima occasione per avviare la professione forense ad un utilizzo etico e deontologico degli strumenti e delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie.

Entrando nel vivo del testo del nuovo articolo 35, il comma 9° testualmente cita: “L’avvocato può utilizzare, a fini informativi, esclusivamente i siti web con domini propri senza reindirizzamento, direttamente riconducibili a sé, allo studio legale associato o alla società di avvocati alla quale partecipi, previa comunicazione al Consiglio dell'Ordine di appartenenza della forma e del contenuto del sito stesso”.

Le perplessità discendono dall’obbligo esclusivo di utilizzare siti web con domini propri. Un’interpretazione letterale di questo articolo genera due possibili conseguenze: all’avvocato o allo Studio Legale dovrebbero essere vietati l’uso di social network quale Linkedin e Facebook o di portali quali “paginegialle.it” o “sostituzionilegali.it” che indicizzano i vari studi legali consentendo agli stessi una promozione dei propri servizi.

È doveroso l’uso del condizionale rispetto alle possibili conseguenze sanzionatorie di tale divieto, in quanto la totale assenza di provvedimenti disciplinari nei confronti della potenziale moltitudine di avvocati “trasgressori” in possesso di un profilo linkedin fa supporre che il buon senso abbia prevalso sulla rigida interpretazione del codice deontologico, magari attraverso la creazione di una distinzione, a onor del vero più formale che sostanziale, tra il concetto di sito web e quello di social network. 

Altrettanto problematico è il contenuto del comma 10 dell’articolo 35 secondo il quale “l’avvocato è responsabile del contenuto e della sicurezza del proprio sito, che non può contenere  riferimenti  commerciali o pubblicitari sia mediante l'indicazione diretta che mediante strumenti di collegamento interni o esterni al sito”.

In questo caso, emergono due profili che devono essere valutati distintamente. Il primo riguarda la sicurezza del contenuto del proprio sito web. Tale obbligo, assente nella precedente versione del codice deontologico forense, è più che mai attuale e condivisibile. È sempre più frequente la prassi di numerosi studi professionali di rendere disponibili all’interno del proprio sito web informazioni relative alle pratiche dei propri clienti in modo da consentire agli stessi di poterle monitorare in tempo reale senza dover contattare direttamente il cliente. 

Se da un lato questo servizio, è di particolare utilità nei confronti del cliente, non si può negare che vi siano dei forti margini di rischio nel momento stesso in cui l’avvocato titolare del sito web non abbia adeguatamente investito nella protezione di tali dati, ad esempio, decidendo di utilizzare un servizio di hosting del proprio sito web a basso costo.

Il secondo profilo riguarda il divieto di riferimenti commerciali o pubblicitari al proprio sito web sia mediante l’indicazione diretta che mediante strumenti di collegamento interni o esterni. In sostanza, tale disposizione vieta la possibilità per gli avvocati di promuoversi attraverso strumenti pubblicitari quali AdWords di Google o servizi affini. Su questo punto, l’Associazione Italiana Giovani Avvocati, come anticipato, ha avuto una reazione molto decisa e severa parlando addirittura di un’evidente disparità di trattamento rispetto ai tradizionali servizi offerti nel settore della stampa tradizionale. Effettivamente, si fa un po’ di fatica a cogliere la differenza tra una pubblicità on line e una pubblicità su un quotidiano nazionale, se non per il fatto che la seconda ha un costo più elevato e non sempre riesce ad avere un impatto mirato sul tipo di clientela che si desidera raggiungere. 

Al di là delle legittime critiche al codice deontologico di prossima applicazione, non si può, in conclusione, non cogliere come l’utilizzo massivo della Rete per promuovere servizi legali può generare un’entropia informativa su cui è necessaria una riflessione ben più ampia. Oggi la Rete (rectius Google) è una miniera sterminata di informazioni di natura legale, ma non sempre ci sono gli strumenti per comprendere il contesto di riferimento e soprattutto la qualità della fonte da cui proviene tale informazione. 

Sotto questo profilo, un Consiglio Nazionale Forense “illuminato” ha molto lavoro da fare: è sicuramente prioritario evitare che tale entropia informativa di natura legale impedisca al cittadino o all’impresa una corretta analisi della problematica legale e la conseguente scelta del professionista competente nel settore di riferimento. 

È quindi auspicabile che si proceda speditamente in questa direzione attraverso la certificazione delle informazioni legali presenti on line e la creazione di regole che consentano di determinare i limiti e le modalità con cui il professionista può promuovere i suoi servizi legali, evitando al contempo divieti censori e di difficile applicazione che non possono che apparire come assolutamente anacronistici nell’era dei Big Data. 

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Fax promozionali e dati personali da elenchi telefonici

La Suprema Corte di Cassazione interviene ancora una volta sulla questione inerente l’utilizzo di dati personali estratti da “pubblici registri” per l’invio di comunicazioni promozionali, per confermarne l'illiceità in assenza di un consenso espresso ed informato dei soggetti interessati, e per affrontare alcuni interessanti aspetti della normativa in materia di diritto alla riservatezza. 


I fatti che precedono il ricorso ai giudici di legittimità risalgono al 2012, quando l’Autorità condanna una società per avere inviato fax promozionali a nominativi presenti negli elenchi telefonici, in assenza di un consenso specifico, espresso ed informato dei soggetti interessati. La società mittente ritiene integralmente erronea la sanzione irrogata dal Garante e ricorre al Tribunale di Parma che, tuttavia, con sentenza dell’aprile 2013 conferma integralmente il provvedimento sanzionatorio dell’Autorità. La società ricorre allora in Cassazione con ben dodici motivi di impugnazione – tutti rigettati dalla Corte - , contestando, in primis, che nel caso di specie si verteva in tema di trattamento dei dati personali e, in secondo luogo che si trattava di messaggi promozionali.

Secondo la ricorrente, infatti, la mera raccolta di un numero di telefono dall’elenco telefonico “pagine Gialle” non costituisce un’ operazione di trattamento di dati personali e che, in ogni caso, la banca dati da cui erano stati estratti i dati era stata costituita prima del 10 agosto 2005, e, pertanto, tali dati - per espressa previsione normativa (art. 44 del d.l. n. 207 del 2008) – potevano essere  lecitamente utilizzabili per fini promozionali sino al 31 dicembre 2009. La ricorrente contesta altresì la ricorrenza della natura promozionale delle comunicazioni effettuate.

Sotto il primo dei citati profili, la Cassazione rileva che l’attività effettuata dalla ricorrente rientra indubbiamente nella nozione di “trattamento” cosi come definita dall’art. 4 del Codice privacy, contemplando essa anche l'estrazione di dati, come pure la presa di cognizione ed il successivo utilizzo, come nell'ipotesi in esame, per fini commerciali di un numero di fax risultante dall'elenco delle Pagine gialle. Gli Ermellini ribadiscono altresì il principio che la presenza di un nominativo all’interno di un elenco telefonico è rappresentativa della sola volontà di quest’ultimo di essere rintracciato per “comunicazioni interpersonali” non anche di un consenso implicito del dato per ulteriori finalità; al contrario, ribadisce la Corte, ogni diverso utilizzo, quale appunto l’invio di fax promozionali, deve essere preceduto da un consenso specifico ed espresso dell’interessato, a nulla rilevando la mancata iscrizione del relativo nominativo nel registro delle opposizioni.

La Cassazione rileva, altresì, che nella fattispecie in esame era del tutto irrilevante, ai fini di escludere l'illiceità della condotta sanzionata, richiamare la normativa che ha stabilito che i dati personali presenti nelle banche dati costituite sulla base di elenchi telefonici pubblici formati prima del 1° agosto 2005 sono lecitamente utilizzabili per fini promozionali sino a sei mesi dopo la data di entrata in vigore della legge di conversione del predetto decreto. E ciò in quanto: (i) la deroga vale solo per i titolari del trattamento che abbiano costituito banche dati prima del 1° agosto 2005, prova non fornita dalla società mittente nel caso di specie; (ii) la normativa in ogni caso non deroga a quanto disposto dall'articolo 130 del Codice della privacy in tema di comunicazioni indesiderate, e cioè che “l'uso di sistemi automatizzati di chiamata senza intervento di un operatore per l'invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale è consentito con il consenso dell'interessato” tale essendo la comunicazione promozionale a mezzo fax.

Al riguardo, infatti, la Corte chiarisce che la locuzione “senza intervento di un operatore” deve essere interpretata nel senso che detto intervento “si riferisce alla ricezione contestuale, da parte dell'interessato, di messaggi promozionali da parte di persona fisica nel corso di una chiamata telefonica; pertanto, l'invio del fax va assimilato ad una chiamata telefonica automatica senza intervento di un operatore, a causa delle caratteristiche intrinseche del mezzo di comunicazione e dell'assenza di contatto diretto fra operatore e destinatario del messaggio, non essendo questa assimilazione impedita dalla circostanza che una persona fisica abbia provveduto all'azione materiale dell'invio del fax”.

Quanto alla natura “promozionale” del messaggio, la Corte afferma che non è dubitabile trattandosi, nella fattispecie, di comunicazioni finalizzate alla commercializzazione di corsi formativi.

Ulteriore motivo di doglianza della ricorrente verte sull’errore in cui sarebbe incorso il Garante nella quantificazione della sanzione amministrativa poiché dei tre fax promozionali uno era stato inviato prima dell'entrata in vigore dell'art. 162, comma 2-bis, introdotto dal D.L. n. 207 del 2008. La Cassazione rigetta anche tale censura per due ragioni: (i) in quanto la doglianza era riferita complessivamente ai tre fax inviati e non specificatamente a ciascuno di essi; (ii) e in quanto l’illecito trattamento dei dati personali si era comunque verificato con l’invio di due fax successivamente al 2008

Interessante, infine, per gli spunti di riflessione che esso offre, è il motivo di impugnazione vertente sull’ “errore scusabile determinato dall'altrui inganno” in cui sarebbe incorsa la ricorrente e tale da ingenerare l’incolpevole opinione di agire legittimamente. La Corte ha ritenuto inammissibile tale motivo di censura, “non essendo indicate le risultanze processuali – che il Tribunale non avrebbe valutato – dalle quali emergerebbero gli elementi positivi, estranei all’autore, idonei ad ingenerare in quest’ultimo l’incolpevole opinione di liceità del proprio agire”. Dalla lettura della motivazione della sentenza, dunque, non è possibile individuare le supposte ragioni di errore incolpevole della società, ma riteniamo che sarebbe stato interessante un esame della questione al fine di verificare se tale vizio poteva essere eccepito da un acquirente/licenziatario di una banca dati in presenza di una clausola di garanzia a suo favore rilasciata dal venditore/licenziante di avere correttamente adempiuto a tutti gli adempimenti privacy.

Come noto, infatti, in relazione alle operazioni di acquisto/licenza di banche dati nelle quali il venditore/licenziante garantisce all’acquirente/licenziatario l’utilizzo dei dati personali, il Garante ha sempre affermato il principio che è onere dell’acquirente/licenziatario verificare e accertare l’effettivo adempimento ai preventivi adempimenti privacy anche mediante la richiesta di esibizione della documentazione attestante l’effettivo rilascio dell’informativa e l’effettiva acquisizione del consenso. Argomentazione che, a parere di scrive, amplia ingiustificatamente la responsabilità dell’acquirente/licenziatario per un’omessa azione di controllo, nonostante l’inadempimento del venditore/licenziante all’obbligo di garanzia contrattualmente assunto.

Cass. Civ., Sez. II, 24 giugno 2014, n. 14326

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Fanno sul serio?

Avete notato? In questa pausa agostana quando tutta l'Italia, nonostante la crisi, si ferma e una gran parte del mondo continua ad andare avanti, nel drammatico bombardamento di tragiche notizie dal Kurdistan, dalla striscia di Gaza e dall'Ucraina, sulla stampa americana, con cadenza settimanale, appare sempre un articolo con taglio basso, non urlato ma impaginato in prima pagina, di nuove iniziative del big players della Rete. Soprattutto il team di Facebook è stato protagonista di una serie di scoop non banali. Testimonianze concrete di un attivismo frenetico che continua a caratterizzare il grande momento di turbolenza del Web.

Proviamo a ricapitolare la scansione dei nuovi progetti comunicati da Facebook negli ultimi 20 giorni. Si è partiti da una serie di notizie mirate a dimostrare che il social network di Menlo Park, CA, si è posto l'obiettivo di curare di più la privacy dei propri clienti. È stata annunciata l'instaurazione di un sistema di sicurezza basato su principi di rispetto del consenso dei singoli utenti molto più ispirato ai format normativi europei che non a quelli più "flessibili” americani. La settimana dopo,  proprio i ricercatori, protagonisti della furibonda polemica scoppiata al momento in cui è venuta a galla la manipolazione emotiva realizzata da Facebook a 700.000 dei propri utenti, hanno voluto fare marcia indietro denunciando la necessità dell'apertura di un confronto pubblico e legislativo sulla definizione e condivisione di regole del gioco non solo giuridiche ma anche etiche in materia di realizzazioni di ricerche sui comportamenti degli iscritti al social network americano. Una scelta mediatica importante soprattutto perché deliberata dal protagonista di un caso, appunto quello della manipolazione delle timeline dei profili, che aveva scatenato vivaci proteste contro il cinismo e la spregiudicatezza della società di Zuckerberg. 

E ancora: Youtube ha dichiarato di aver inserito nel proprio software un format che segnala, a causa del contenuto di alcuni filmati, che gli stessi sono vietati ai minori. Proprio oggi Facebook ha annunciato di voler aiutare i propri utenti a selezionare le notizie vere da quelle false e/ comunque oggetto di satira e/o di provocazione politica o commerciale. Secondo quanto diffuso da Menlo Park, comparirà sui messaggi non reali ma manipolati, una dizione grafica con la scritta "satira", un po' alla stregua di quei super che compaiono durante le trasmissioni televisive sui teleschermi in basso e segnalano agli utenti che l'oggetto della trasmissione in quel momento diffusa è pubblicitario. 

In questa onda lunga di interventi mirati a "riverginare" l'immagine dei big players dei social network, si è inserita anche Twitter che, sul delicatissimo tema dei videogiochi per bimbi, apparentemente gratuiti ma poi in realtà sempre più onerosi per il portafoglio dei genitori....latitanti, ha adottato un sistema di immediata cancellazione dei siti che promuovono pubblicità ingannevole rispetto alla natura gratuita del videogioco proposto. 

Sembrerebbe dunque che questo agosto 2014 rappresenti un giro di boa importante nell'evoluzione legalitaria della web community. 

Qualche dubbio in realtà rimane seppur coniugato con la speranza di adeguate e convincenti risposte comportamentali dei big player dei social network. Perché ci permettiamo di sollevare qualche perplessità rispetto a questa operazione di riposizionamento dell'immagine dei vari protagonisti del web? Perché, contestualmente a questa rappresentazione di iniziative mirate ai fini sopra esposti, siamo venuti a conoscenza di una circostanza non sorprendente dal punto di vista del business ma che apre qualche scenario di dubbio rispetto alla linearità e buona fede di tale strategia. Come abbiamo raccontato proprio sulle colonne di RepMag, è in corso ormai da alcuni mesi la vera e propria campagna di sensibilizzazione da parte di team di specialisti delle singole firms per convincere gli investitori in pubblicità della novità e innovazione di una campagna pubblicitaria di prodotti o servizi diffusa attraverso i social network. Le ragioni ci sono state ampiamente spiegate e sono di facilissima comprensione: rispetto ad un investimento pubblicitario in un media tradizionale e generalista come sono la maggior parte di quelli esistenti nel mondo offline, l'efficienza in termini di costo beneficio di un investimento sui social media - secondo questo teorema - non ha eguali: infatti i social media, avendo acquisito tutti i profili dei propri iscritti, possono offrire agli inserzionisti, in stretta correlazione con i loro prodotti o i loro servizi, una pianificazione mirata che va a colpire esattamente il target di coloro che hanno già comprato, comprano e immaginano quindi di ripetere l'acquisto di quel prodotto. Forse il costo della pubblicità potrebbe essere considerato più oneroso rispetto a quello dei media tradizionali ma i commerciali del social network dimostrano facilmente che il poter sparare i propri messaggi con delle pallottole che colpiscono sicuramente il bersaglio già potenzialmente predisposto a quel tipo di acquisto, è come pescare le trote in un laghetto artificiale dove è impossibile non metterle all'amo. 

Il dubbio allora che ci assale è il seguente, ripetiamo pronti e speranzosi di essere smentiti dai diretti interessati: non è che gli strateghi di Facebook e compagnia cantante da un lato mediaticamente si riposizionano la reputazione diventando seri, garantisti dei diritti dei propri iscritti, legalitari nel rispetto della normativa e poi, contemporaneamente, non cercano di realizzare monetariamente quell'avviamento costituito da una registrazione di tutte le nostre scelte di acquisto fatte negli ultimi anni e debitamente registrate e conservate nel Big Data, al di là di ogni aspetto legale poetico?

E ancora: perché, se si vogliono davvero mettere le mani nel "fango" delle cose che non vanno in internet, non si affronta anche il tema dei fake follower, quegli "amici" fittizi creati solo per dimostrare un traffico di utenti enorme e non corrispondente alla realtà? Perché non si denuncia apertamente che molti degli operatori che si vendono come punti di riferimento di migliaia di follower, nella realtà sono visitati ed utilizzati da una percentuale che può scendere addirittura fino al 20% dei dati pubblicizzati? Ma non è finita: non è che i big players, acquisita più o meno legittimamente una posizione dominante sul mercato (basti pensare al miliardo e trecento milioni di utenti di Facebook), non vogliano proprio da ora inserire una serie di regole del gioco molto più rigorose e tali da rappresentare una barriera d'accesso per i nuovi competitors?

Se ci fosse davvero la volontà di iniziare una operazione di pulizia della rete, gli strumenti ci sarebbero: bisognerebbe soltanto metterli in pratica. E per non limitarci ad una facile critica dall'esterno, accettiamo la sfida e ci rendiamo promotori di una proposta di governance nel sistema digitale che potrebbe avviare, sulla scorta di esperienze estremamente positive già accadute nel mondo dell'off-line, un percorso virtuoso sovranazionale e di immediata repressione ed emarginazione degli operatori e degli utenti sleali.

LA PROPOSTA

La giustizia ordinaria, anche in Stati in cui il sistema giudiziario funziona molto meglio del nostro, sarà sempre soccombente ed in ritardo rispetto alla velocità di consumazione degli illeciti nel mondo del web. Dobbiamo prenderne atto e pensare a qualche altro format che ci aiuti a sorvegliare e governare meglio tutto il sistema a livello mondiale. Da questa considerazione nasce una proposta banalmente recuperata da un format già esistente internazionalmente e che proprio in campo pubblicitario, ad esempio, ha dato brillanti risultati in termini di monitoraggio e repressione degli illeciti. Proviamo a sintetizzarla così: i grandi operatori del settore, per primi, per dare il buon esempio ed innescare il processo virtuoso, costituiscono un ente no profit internazionale che abbia il compito da un lato di autodisciplinare le regole del gioco di internet, e dall'altro codifichi una procedura con enforcement sovranazionale che possa in brevissimo tempo reprimere illeciti ed abusi. I soggetti  promotori (con l'auspicio, che poi, a seguire il numero dei partecipante al club dei "buoni e seri" aumenti nel tempo fino a ricomprendere il maggior numero dei player del mercato) dovrebbero condividere un codice di autodisciplina strutturato con alcuni principi generali (tipo: rispetto di un certo livello della privacy degli users; la lotta contro la pubblicità ingannevole; la battaglia contro le derive usate dai fake follower o dai trolls ecc) e magari alcune regole specifiche per alcuni settori merceologici bisognosi di regolamentazione ad hoc. Dovrebbero poi immaginare la costituzione di un organo giudicante sovranazionale, sul tipo del nostro Giurì della pubblicità, che in una sede che potrebbe ruotare ogni enne anni in diversi Paesi del mondo, dovrebbe essere costituito da esperti con professionalità nel mondo giuridico, tecnologico, psicologico e comunicazionale. Proprio per rappresentare tutti i variegati approcci culturali a questa materia esistenti nel mondo, la composizione del Giurì dovrebbe prevedere esperti proveniente dal mondo americano, altri dal mondo europeo, altri ancora dai Paesi emergenti. Tutti i soggetti promotori e poi comunque firmatari della piattaforma autodisciplinare, dovrebbero impegnarsi giuridicamente a rispettare immediatamente le decisioni del Giurì, inibendo nei propri siti, la diffusione dei messaggi ritenuti illeciti dall'organo giudicante. Tale autodisciplina dovrebbe riguardare, almeno inizialmente, soltanto la fase cautelare, quella d'urgenza, quella che, su istanza di parte e/o d'ufficio, tende a valutare ed eventualmente inibire, nel giro di pochi giorni, un prospettato illecito. Tutta la procedura potrebbe essere attuata online con un'evidente efficienza in termini di tempi e di costi. La parte soccombente, nella nostra idea tutta da approfondire, potrebbe, a quel punto, adire una autorità giudiziaria ordinaria, secondo una disciplina della competenza territoriale da condividere (cosa complessa ma non impossibile) in modo tale da avere poi tutto il tempo e tutti i diritti per poter sperare di ribaltare il giudizio reso in via d'urgenza dal Giurì. 

Tenendo conto che a livello europeo esiste già un organismo sovranazionale che associa tutte le autodiscipline nazionali e che, in molti Paesi del mondo, il self regulation system non solo è auspicato, ma è applicato da anni con soddisfazione da tutte le parti in causa, la proposta così come provocatoriamente lanciata su queste colonne non dovrebbe rappresentare una mission impossible.

Il tema vero è probabilmente un altro: ma i grandi giocatori nel mondo della rete vogliono davvero, in questo momento storico in cui stanno per monetizzare gli investimenti effettuati, abbandonare il Far West per darsi delle regole del gioco chiare, certe e soprattutto verificabili e sanzionabili? 

Questo è un po' il dilemma di questi nostri tempi. Questa potrebbe essere una exit strategy alla turbolenza denunciata da molti analisti del settore.

Vediamo, alla prova dei fatti, che tipo di reazioni potranno scatenare.

Meditate gente, meditate.

 

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I Trolls sono tornati....e non se ne andranno!!!!!

Vi ricordate le fiabe dei Trolls che hanno animato gli incubi delle notti di tanti bambini delle ultime generazioni? Ebbene...sono tornati! In una forma diversa, con figure variegate, nel nuovo e rutilante mondo di internet. Come mai? Perché questi mostri per lo più cattivi, protagonisti di tante fiabe degli ultimi decenni del filone fantasy, hanno ceduto i diritti di utilizzo del loro nome ad una nuova e inquietante figura protagonista del mondo della rete: l'anonimo provocatore, appunto il troll. In America, e non solo, a questo appellativo corrispondono gli "agitators who pop up" e cioè i provocatori anonimi che lanciano e diffondono messaggi al fine di disturbare o sabotare le discussioni online, che ultimamente si stanno concentrando su personaggi o eventi protagonisti della cronaca quotidiana. 

Il termine è volutamente vago poiché i trolls agiscono nell'ombra; il loro fine non è chiaro, le loro intenzioni sconosciute, il loro legame misterioso. Secondo Farhad Manjoo del New York Times, troll è diventato un'etichetta per definire, anche graficamente, un intervento provocatorio online come ad esempio quello accaduto a Zelda Williams nelle ore immediatamente successive alla morte di suo padre. I trolls si sono accaniti contro la figlia di Robin Williams bombardandola di foto e messaggi del tipo "guarda come l'hai ridotto... Guarda cosa gli hai fatto fare" postando le foto dell'attore in primo piano, già morto, con il livido sul collo provocato dal cappio. Per non parlare di cosa sta succedendo in queste ore sulla rete a proposito dell'uccisione a Ferguson, MO, del giovane ammazzato dalla polizia: decine di trolls hanno veicolato messaggio distorsivi, allarmisti e depistanti, approfittando anche del coinvolgimento del collettivo di Anonymous che ha attaccato i siti della polizia.

Abbiamo fatto una breve verifica presso alcuni leading blogger a livello mondiale ed è emerso, con riguardo a questo fenomeno dilagante dei trolls, un quadro per certi versi inquietante e per altri assolutamente, ahinoi, normale, in una società complessa e violenta in cui purtroppo si annidano le peggiori derive psicologiche degli esseri umani. 

Eccovi la fotografia che abbiamo ricavato: il costruirsi un profilo alternativo al proprio ufficiale costituisce una moda molto diffusa tra i frequentatori della rete. Sembra quasi dai loro racconti che ciascuno, al di là della sua posizione ufficiale e chiamiamola anche "politically correct", sviluppi una sua seconda personalità, molto meno "correct", in un altro profilo rigorosamente anonimo, normalmente denominato con un nome di fantasia che per nostra comodità d'ora in poi chiameremo "profilo Pippo".

Ebbene, tanto per rimanere nei due casi di attualità  appena citati, nel profilo ufficiale il soggetto partecipa al dolore della famiglia di Robin Williams o dei genitori del ragazzo morto ammazzato a Ferguson, mandando le proprie condoglianze e ricordando, nel caso dell'artista, le qualità del defunto. Nel profilo Pippo, il troll, scarica invece tutte le proprie pulsioni emotive, anche le peggiori, quelle che nessuno oserebbe pronunciare in nessun consesso sociale. Di contro ci possono essere profili Pippo non negativi ma semplicemente dettati dal forte desiderio di mantenere la propria privacy intatta e indenne dagli stalker o comunque da coloro che non accettano una risposta diversa dal loro pensiero. Un funzionario della polizia postale italiana ci ha ulteriormente allargato il quadro di riferimento confermandoci che esistono dei profili Pippo, senza la compresenza di un profilo ufficiale: si tratta di persone che utilizzano la rete esclusivamente come canale di aggressione violenta nei confronti dei terzi. 

In questo delicato gioco di Dr. Jeckill e di Mr. Hide si creano per gli utenti due mondi di lettura dello stesso evento, uno normale, condivisibile, accettabile anche eticamente e socialmente. L'altro molto più provocatorio, umorale, rappresentativo delle peggiori devianze dell'essere umano.

In questo quadro la stampa americana si chiede con insistente imbarazzo: come arginare il dilagare di questo fenomeno? Come smascherare i trolls garantendo sicurezza e qualità dei contenuti della rete?

Il Vice Presidente di Twitter, Del Harvey, ha recentemente annunciato che il sito ha sospeso le persone che hanno attaccato il profilo di Zelda Williams. 

Sinceramente ci sembra, però, un problema irrisolvibile: i trolls infatti sono una declinazione, diversa soltanto nello strumento tecnologico usato per la sua diffusione, di manifestazioni becere e provocatorie di violenza psicologica verso terzi, protette da anonimato e quindi senza barriere di limitazione o autoregolamentazione. Quando quindi si parla di soluzioni per questo problema o comunque di maggiori sforzi che ci dobbiamo imporre per cercare di ridurre la possibilità che vengano postati messaggi anonimi di questo genere, rischiamo di ripetere le gesta di Don Chisciotte nella sua battaglia contro i mulini a vento. "Se c'è una lezione che la storia di internet ci ha insegnato - ha scritto Farhad Manjoo sulle colonne del NYT - è che i trolls saranno sempre difficili da limitare perchè essi riflettono concretamente "base human society in all its ugliness": seguono, in altre parole, e riflettono l'umanità nelle sue peggiori manifestazioni. 

"Non è tanto una questione se vinceremo o meno la guerra contro il diffondersi dei trolls - conclude il suo ragionamento Farhad Manjoo- ma se vinceremo o meno le battaglie contro la misoginia, il razzismo, il femminicidio ed altre deviazioni similari."

La Professoressa Whitney Phillips, dell'Università statale di Humboldt e autrice del libro "This is why we cannot have nice things", una sintesi dei suoi studi sui cattivi comportamenti nella Rete, sostiene che "più questo sistema dei media si espanderà, più i Trolls avranno spazio di manovra. Essi sono perfettamente strutturati per sfruttare l'ampiezza e l'incontrollabilità del mondo del web." 

Abituiamoci dunque a convivere con i trolls fintantoché non sapremo intervenire sull'educazione civile e morale di noi stessi.

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L'innovazione digitale e il ruolo dei watchdog: la sfida americana.

Segnali contraddittori giungono dagli Stati Uniti. Siamo in “piena turbolenza”, come dicevamo nell’ultimo editoriale di RepMag e non c’è quindi da stupirsi se , anche nel Paese più avanzato nell’uso e nell’innovazione del web, la magistratura vada in una certa direzione mentre gli imprenditori da un’altra.  

Il Watch-Dog della magistratura

È di questi giorni una decisione della Corte di San José, in California (lo Stato dove avvengono i laboratori più innovativi sia in termini tecnologici sia giurisprudenziali), che ha condannato Yahoo per la violazione della normativa sulla privacy. Una vera e propria Class-Action di consumatori stufi di vedersi usare i contenuti delle proprie email da parte del gestore del motore di ricerca. Non si era, infatti, garantito il preventivo consenso degli user all’utilizzo delle loro info private, scambiate sia con altri clienti Yahoo sia con terze parti diverse. Stessa fattispecie capitata nello scorso a marzo a Google, che si salvò dalla condanna impegnandosi ad una pronta ed immediata modifica del proprio sistema di sicurezza/privacy relativo ai suoi user. Il dato complessivo è comunque significativo: i giudici americani sono attenti e solleciti, quando chiamati in causa, nel “tirare le orecchie" ai big players di questo settore, alla continua quasi forsennata ricerca di valorizzazione dei dati e dei contenuti delle info scambiate tra i propri utenti.

È necessario mettere dei limiti alle ricerche sui Social Network?

La recentissima polemica che ha investito Facebook in relazione ad una ricerca effettuata da Jaffrey Hancock, e dal suo team specialistico, su oltre 700.000 user del più importante Social Network del mondo ha aperto un “cantiere” di discussione molto importante e da monitorare con attenzione. Che cosa era successo? In poche parole il team di Hancock, evidentemente su incarico del Board di Facebook, ha, in via del tutto clandestina e silente, preso ed enucleato 700.000 profili, di soggetti come noi, che nella loro pagina, dopo aver raccontato "chi sono", utilizzano il profilo per postare le loro storie, le loro emozioni, le loro avventure, la loro quotidianità. 

Che cosa ha fatto il team di Hancock? E’ intervenuto sulla timeline (la lista delle notizie che tutti i titolari dei profili Facebook ricevono dai loro amici con gli aggiornamenti di status), alterandola e manipolandola attraverso l’introduzione di una serie di notizie, alternativamente a blocchi di news positive o di news negative, per capire “se” e “in che modo” tali feed influenzassero lo status e le emozioni dello user ricevente. Tutti i soggetti del campione si sono visti quindi, a loro insaputa, ricevere una serie di notizie buone o cattive e hanno istintivamente reagito a seconda del loro stato d’animo. 

Inutile sottolineare la delicatezza e spinosità di tale manipolazione delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Su quella strada, senza voler fare a tutti i costi i pessimisti, si potrebbero immaginare percorsi estremamente delicati e pericolosi per tutta l’umanità. 

Venuta fuori la notizie di tale “innovativa” metodologia di ricerche si è scatenato il pandemonio. Facebook ha dovuto giustificare il suo esperimento ma l’onda lunga dei commenti ha fortemente contaminato l’immagine del Social Network anche sui suoi più strenui sostenitori. Ed ecco, quindi, la reazione degli uomini di Zuckerberg: è vero, dobbiamo fare molta attenzione - hanno detto pubblicamente al mercato - a gestire tali tipologie di ricerca e studio. Dobbiamo porci il problema del se e come tale materia non vada regolamentata anche dal punto di vista etico, proprio per evitare che le possibili manipolazioni incidano in maniera distorsiva sul sentire della Gente con la G maiuscola.

Non fermiamo dunque le ricerche sociologiche che sono un po’ il sale dell’innovazione tecnologica, ma apriamo un cantiere di discussione sulle regole del gioco di questa importante ma delicatissima tipologia di studi antropologici."

La speranza è che questa brillante uscita mediatica degli uomini di Facebook non sia soltanto una difesa contro le vivaci contestazioni sorte dopo il venire alla luce della ricerca del team di Hancock. 

Il tassativo divieto di mischiare in modo equivoco informazioni e pubblicità è ancora un valore condiviso?

Tutta la cultura consolidatasi negli anni sul diritto della pubblicità si basa su un rigoroso principio filosofico ed etico: la netta separazione tra i messaggi che informano e quelli che pubblicizzano un prodotto o un servizio. Tale principio è stato recepito negli ordinamenti ed introdotto per la prima volta in Italia dal Codice di Autodisciplina nell’articolo 7 che vieta proprio la pubblicità clandestina ed impone l’obbligo della chiara, univoca e leale identificazione del messaggio pubblicitario.

In questo quadro, ormai non più contestato ed entrato in tutti sistemi giuridici del mondo, si innesca ora un pericoloso e suggestivo rischio di “baco”. 

Uno dei più brillanti start-up nel mondo di internet è costituito da BuzzFeed, una società sulle prime pagine dei giornali in questi giorni per la sua straordinaria valutazione di mercato intorno agli 850 milioni di dollari come riportato dal New York Times. Che mestiere fa e quali servizi offre BuzzFeed? Usa la tecnologia per elaborare da semplici fatti di cronaca, che derivano dalla realtà quotidiana, delle idee creative che rendano tali notizie “more attrattive for readers”, più affascinanti per i lettori. BuzzFedd, una volta consolidata tale specializzazione (la società è stata costituita nel 2006 e ha impiegato quindi oltre un quinquennio per arrivare alle dimensioni attuali di oltre 500 dipendenti e con una raccolta fondi di oltre 100 milioni di dollari) ha quindi iniziato a prendere contatto con gli inserzionisti di pubblicità “because it creates sponsored stories for their brands”, per ottenere la sponsorizzazione di quelle notizie reali ma rese più sexy dai giornalisti di BuzzFeed. L’operazione è riuscita, tanto che aziende come Pepsi Cola, General Electric e Toyota hanno cominciato a “comprare” l’innovativo story-telling della società di Jonah Peretti, tra l’altro uno dei fondatori di Huffington Post. 

Qual è il problema, neanche poi tanto prospettico? Siamo di fronte ad un caso in cui il famoso principio giuridico, di cui parlavamo all’inizio di questo commento, viene fortemente contaminato per non dire violato. Infatti o BuzzFeed dichiarerà pubblicamente e all’interno dei suoi contenuti che ogni buzz deve considerarsi un messaggio pubblicitario e quindi il lettore/consumatore è avvisato del tipo di news che riceve, oppure la società dovrà individuare due format che permettano una chiara identificazione delle news vere e proprie (che ci sono ed è legittimo che BuzzFeed possa diffondere) e le news sponsorizzate legittimamente dagli inserzionisti. Oggi BuzzFeed presenta un catalogo con tre servizi: news, buzz e life. Le prime che dovrebbero essere puramente notizie non inquinate da messaggi pubblicitari. Le seconde i rumors del mondo della cronaca rosa. Le terze contenenti il glamour delle varie tipologie di lifestyle. 

Forse, per deformazione professionale, siamo portati a intravedere rischi di illeciti anche quando non ci sono: ma in questo caso bisogna alzare la soglia dell’attenzione. Il rischio di pubblicità clandestine che distorcano le scelte di acquisto dei consumatori è alto e deve essere assolutamente reinserito nell’ambito dei principi normativi comunemente condivisi. La campagna acquisti che BuzzFeed sta facendo (ha appena assunto due top journalist americani, Ben Smith, un editorialista politico, e Mark Schoofs, addirittura un premio Pulitzer) fa pensare ad un forte potenziamento della redazione e delle firme più autorevoli esistenti sul mercato. A maggior ragione il Watch-Dog deve funzionare in maniera preventiva ed efficace. 

 

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Social Bot: diventare famosi comprando amici virtuali

Ci eravamo appena concentrati e .. preoccupati delle dimensioni e dei possibili effetti del Big Data scenario ed ecco che dagli Stati Uniti ci arrivano nuovi ed inquietanti sviluppi della vicenda. Sembra quasi un sequel: una storia a puntate in cui non si riesce neanche ad intuire un possibile sbocco finale. Reduce da una veloce trasferta americana constato che il dibattito tra gli esperti, giuridici e tecnologici, del web si è spostato.

L’utilizzo del Big Data a fini commerciali con tutto quello che comporta in termini di rischi (i) per la privacy di ciascuno di noi, (ii) per la sottesa rivoluzione in termini di valore economico di scambio dei nostri profili di acquisto, (iii) per la palese differenza di trattamento normativo tra gli USA e l’Europa, è stato momentaneamente messo da parte per lasciare al centro della discussione il mercato “fittizio” dei nostri profili.

Si sta, infatti, verificando un fenomeno per certi versi inquietante e per altri incredibile: la compravendita di profili (“bots”) falsi, costruiti con software sempre più sofisticati.

Il “bisogno” del mercato nasce dalla voglia di dimostrare di avere numerosissimi follower, molti di più del reale, sia da parte di celebrity sia da parte di molti protagonisti commerciali del web.

Più “amici” più successo, più notorietà, più valore!

Il ragionamento diventa dunque cinicamente questo: “Ho solo 100 amici, reali, che mi seguono e interloquiscono con me oppure leggono il mio blog e si confrontano con le mie opinioni. Bene: troppo pochi per essere sexy, per essere inserzionisti o altri follower. Dunque mi compro altri “amici”.

Si smitizza, in altre parole, l’adagio “con il denaro non si compra l’amicizia altrui!”.

Anzi, lo si svuota di ogni contenuto.

Proprio la scorsa settimana Nick Bilton, uno dei guru del web, un attento osservatore dei  mutamenti antropologici che si stanno verificando sul web, sulle colonne del New York Times ha lanciato il suo grido d’allarme. 

“Ho appena comprato 4000 nuovi amici su Twitter per il prezzo di una tazzina di caffè” ha scritto Bilton divenuto famoso anche in Italia dopo la pubblicazione del suo libro “Io vivo del futuro” (Feltrinelli).

Cosa ci sta dunque succedendo intorno? La rivoluzione innovativa di internet muta ogni giorno fisionomia aprendo nuovi scenari assolutamente imprevedibili soltanto qualche giorno prima.

Cerchiamo di capirne di più seguendo il ragionamento di Bilton e coniugandolo con un colloquio che ho avuto a Houston (Texas) proprio nei giorni scorsi con una blogger italiana che, pur volendo conservare l’anonimato, mi ha aiutato ad entrare in questo nuovo “incubo” internettiano.

Lo sforzo è quello di semplificare un fenomeno complesso.

Partiamo da un principio condiviso: anche nel web il valore di una testata editoriale, di un blog, di un sito è fornito dal numero delle persone che lo frequentano, che lo digitano. Più sono i follower più l’inserzionista pubblicitario sarà stimolato a comprare uno spazio su quel sito, tra l’altro frequentato da “amici” profilati e appassionati a quello specifico prodotto/servizio o comunque centro di discussione politica, culturale o varia.

Detto ciò, l’importante per il titolare del sito è avere tanti follower, veri e reali?

Avrei detto di sì … fino a ieri. Perché oggi scopro, e Nick Bilton me ne dà una drammatica conferma, che tale assunto non è assolutamente confermato!

Il proprietario del sito può avere acquistato dei profili sul mercato, assolutamente inesistenti, ma costruiti tecnologicamente così bene da sembrare veri.

Il tutto ad un costo estremamente basso rispetto al valore aggiunto intrinseco.

Infatti, grazie a questa moltitudine di follower “fittizi” il valore dello spazio pubblicitario sul sito aumenterà, producendo maggiori ricavi/profitti al suo titolare.

Peccato che il tutto sia una bolla: una gonfiatura numerica che non corrisponde alla realtà. Con quindi il rischio per l’investitore pubblicitario di buttar via i suoi soldi. 

“Uno dei più famosi gestori di “bots fittizi”-  mi racconta il nostro blogger anonimo che chiameremo “C” – é il programma chiamato Zeus che vende anche per 700$ una plancia virtuale (“dashboard”) con la quale tu puoi controllare e gestire la tua “armata” di profili acquistati”.

Il fenomeno sta acquisendo una rilevante e, a nostro avviso, drammatica notorietà in campo politico.

Nelle elezioni presidenziali in Messico nel 2012  il PRI, l’Istitutional Revolutionary Party, fu accusato di aver fatto uso di decine di  migliaia di profili fittizie per oscurare o comunque annacquare il peso dei follower del partito antagonista.

Il PRI ammise di aver fatto uso dei “bots” banalizzandone però l’importanza ai fini del suo successo elettorale finale.

In Siria e in Turchia (dove Twitter è stato momentaneamente oscurato dal governo proprio recentemente) ci sono stati altri casi, resi pubblici, di liste di “bots” immesse nel circuito della Rete per alternativamente dimostrare il seguito di un certo candidato o di una certa opinione politica ovvero intasare dei siti degli avversari per ridurne la potenza comunicativa “Oggi – mi spiega C – negli Stati Uniti utilizzando il programma Swenzy tu puoi acquistare follower, likes, downloads, views e commenti sui social network. Con 5$ puoi comprare 4000 nuovi “amici”. Con un investimento di 3.700$ puoi entrare in possesso di oltre 1.000.000 di nuovi amici su Instagram. Con dei pagamenti extra, nell’ordine di qualche decina di dollari, puoi acquistare amici con tanto di foto da mettere nel sito”.

Stiamo dunque vivendo, non so con quale consapevolezza collettiva, un periodo storico di boom della Rete parrebbe gonfiato sia nei numeri sia nella reale partecipazione degli individui.

L’aspetto appassionante della spinosa tematica è che a fronte dello sviluppo delle tecniche “gaglioffe” di creazione, gestione e vendita di liste di profili non reali, ma tecnologicamente perfetti e uguali ai profili reali, i “bots” appunto, sta nascendo una nuova generazione di software che ha come scopo quello di identificare gli “amici” finti.

“Si parla di un 5/10% di follower veri rispetto a quelli dichiarati – mi conferma C, profonda conoscitrice anche di questo nuovo sviluppo della tecnologia – “talking about this” è proprio un prodotto informatico che permette, attraverso un certo algoritmo, di selezionare tra i follower di un sito quelli reali, umani ed esistenti da quelli artificiali, costruiti dalle macchine”.

I criteri posti a base dell’algoritmo che fa la cernita sono legati alla quantità/frequenza dell’interlocuzione tra il singolo follower e il sito dove si è iscritto. A frequenza bassa aumenta il dubbio sulla veridicità ed esistenza reale dell’ “amico”.

“Per ora – scrive Nick Bilton – questi “bots” sono soltanto ingannevoli, inducono molta gente a credere che un soggetto o un oggetto siano più popolari di quanto nella realtà sono. Ma, se non arrestiamo questo processo, con lo sviluppo della tecnologia da soltanto ingannevoli questi “bots” potranno diventare davvero cattivi (“nastier”) e pericolosi per la nostra convivenza”.

C mi ha raccontato un episodio accaduto lo scorso mese di marzo negli Stati Uniti: un incubo se, con il pensiero, andiamo al di là dello specifico episodio e allarghiamo l’orizzonte dei possibili ulteriori rischi di applicazione. 

Cosa è successo? Due studenti di un famoso istituto High Tech israeliano hanno creato un gruppo di “bots” che ha causato il blocco del traffico entrando nel software di navigazione Waze di proprietà di Google.

L’esperimento dimostrativo dei due talenti israeliani era così sofisticato da imitare perfettamente i cellulari Android che avevano accesso al GPS di Waze.

Dunque, falsi guidatori in falsi automobili che segnalavano la loro posizione in un certo quartiere della città. Waze, credendo all’autenticità di tali follower e quindi della loro presenza contemporanea in certe strade di quella zona, iniziò a dare indicazioni ai propri clienti reali di usare vie alternative per evitare code e intasamenti del traffico. Si creò così una vera e propria congestione di auto in quartieri cittadini dove prima non c’era praticamente nessuna automobile e la famosa area virtualmente piena di auto risultò invece praticamente deserta!

 

Pensiamo sulla base di questo divertente ma terrificante esempio, cosa potrebbero causare i “bots” cattivi per l’umanità.

 

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L’eredità digitale: prospettive sul futuro dei nostri bit

Le molteplici opportunità di comunicazione ed interazione digitale, sorte con l’affermazione definitiva di Internet, hanno rivoluzionato le nostre abitudini ed i nostri gesti quotidiani: sempre più grande è il numero di individui che utilizzano quotidianamente la rete per effettuare operazioni su conti online, prenotare visite mediche, stipulare contratti, intrattenere relazioni personali e commerciali, archiviare foto, acquistare libri, cartacei come anche digitali, musica e contenuti video.


Volgendo lo sguardo all’orizzonte, non è visionario chi intravede il tramonto dei supporti tradizionali, soprattutto considerando l’ingresso nell’età adulta dei cosiddetti “nativi digitali”, cosi come viene chiamata – secondo una definizione coniata da Marc Prensky nel suo Digital Natives, Digital Immigrants, pubblicato nel 2001 – la generazione cresciuta con le tecnologie digitali come i computer, Internet, telefoni cellulari e mp3.
Il fatto che il baricentro della vita di tutti noi sia sempre più spostato online, tuttavia, impone una presa di coscienza e maggiore consapevolezza riguardo alla sorte di questa mole di informazioni e, in certi casi, anche di beni economici, che rischiano un domani di essere persi per sempre. Negli ultimi dieci anni, dall’inizio dello sviluppo delle tecnologie digitali fino al recente avvento delle piattaforme di social networking, i principali temi affrontati dai pionieri del diritto sono stati quelli riguardanti questioni inter vivos: gli innumerevoli e a volte spigolosi problemi di privacy, quelli di diritto applicabile, quelli relativi alle modalità di conclusione di contratti a distanza, fino all’annosa questione delle responsabilità degli hosting provider. Da un po’ di tempo a questa parte, invece, si è iniziato ad affrontare, purtroppo non ancora a livello legislativo, il tema dell’eredità digitale e dell’adeguatezza del diritto delle successioni – così come previsto nel codice civile e nelle leggi di settore, ad iniziare dal D. Lvo 196/2003 – ad un mondo sensibilmente diverso da quello in cui è stato predisposto il nostro apparato normativo.

Di eredità digitale, in Italia, si è giunti a parlare solo nel 2012, con la diffusione, online per l’appunto, delle prime linee guida rilasciate dal Consiglio Nazionale del Notariato, mentre il problema si è posto da anni in altri paesi, tecnologicamente più avanzati, dove gli utenti hanno già iniziato a interrogarsi sulla sorte della propria vita digitale. Cosa accadrà il giorno che non ci saremo più? Chi avrà diritto di accedere ai nostri contenuti? Rimarranno online per sempre o saranno dimenticati insieme col loro titolare?
Il nostro diritto civile non si occupa specificamente di eredità digitale ma, se riteniamo di aver disseminato la rete di informazioni, contenuti e beni giuridici digitali, intangibili ma pur significativi, la soluzione consigliabile è quella di predisporre un testamento con il quale lasciare ai nostri eredi precise indicazioni al riguardo. Il testamento è un atto unilaterale revocabile con cui un soggetto dispone del proprio patrimonio ovvero detta una disposizione di carattere non patrimoniale per il tempo in cui avrà cessato di vivere. In Italia è regolamentato dagli articoli 601 e seguenti del codice civile. Essendo un atto personale, chi decide di redigere un testamento può prevedere una specifica disposizione con cui affida ad una o più persone di fiducia i profili web, i dispositivi che contengono files personali, nonché gli account attivi sui diversi servizi di cloud computing, precisando, eventualmente, l’uso che gli eredi potranno fare di quei dati. Al tempo stesso, laddove il desiderio, viceversa, fosse quello di tenere nascosti alcuni aspetti della propria vita agli eredi, è possibile nominare un esecutore testamentario e sempre attraverso l’istituto del mandato post mortem, affidargli il compito di chiudere i profili sui social networks e di cancellare email e files che desideriamo non ci sopravvivano.
In ogni caso, occorre tener presente che, per quanto apparentemente virtuali siano, i rapporti conclusi in rete sono in effetti veri e consueti rapporti giuridici, contratti con i quali si stabilisce l’erogazione e l’utilizzazione di determinati servizi forniti da società di servizi.
Sebbene, in linea di massima, si possa affermare che gli eredi subentrano in tutti i rapporti giuridici del defunto, le cose non devono apparire poi così semplici e ciò non per esigenze di privacy, ma per un duplice ordine di motivi. Innanzitutto, la gran parte dei servizi web è fornita da società di diritto estero, per cui potrebbero porsi questioni complicate in relazione alla legge ed alle procedure applicabili. In secondo luogo, bisognerà fare attenzione a quanto prevedono le clausole contrattuali dei singoli accordi che l’utente ha sottoscritto con i fornitori dei nostri servizi 2.0 (si pensi al leading case intentato per la restituzione di un profilo Facebook nel 2010 dai familiari di un soldato statunitense deceduto in Iraq, oppure alla pubblica denuncia dell’attore Bruce Willis, sollevata – nuovamente online – quando ha scoperto che Apple, nel licenziare il famoso software di distribuzione di contenuti digitali iTunes, non consente di trasferire agli eredi i brani acquistati dall’utente, pur profumatamente pagati). Volendo predisporre una veloce panoramica, troviamo che, a titolo esemplificativo e naturalmente non esaustivo: Facebook consente (fortunatamente, per una volta in ottemperanza del disposto normativo italiano, di cui all’art. 7 del Codice Privacy, n.d.a.) agli eredi che ne facciano richiesta, la possibilità di chiudere e quindi oscurare la pagina del defunto (alternativamente, essi possono disporre la conservazione della timeline, trasformandola in una sorta di mausoleo virtuale e senza la possibilità di aggiornamenti di stato, tramite il servizio “memorialization of a deceased person's account”); Google, che da un lato permette l’accesso alle caselle di posta Gmail previa esibizione di un certificato di morte e la dimostrazione del rapporto di parentela (salvo inibire, stranamente, l’accesso in assenza di rapporti digitali, quali uno scambio di email, tra richiedente e deceduto), dall’altro ha lanciato, poco prima dell’estate, il servizio Google Inactive Account Manager, con il quale gli utenti possono impostare il limite temporale di inattività (tre, sei, dodici mesi) che lasci presupporre la morte del titolare, nonché disporre la consegna delle credenziali e di un messaggio postumo personalizzabile ad un mandatario, purchè egli abbia un indirizzo email a cui notificare il tutto. Diversa e più terrena riflessione necessitano le successioni dei conti correnti online: affidarne la password ad un terzo non significa lasciargli la risorsa in caso di morte, perché esso non è altro che l’estensione virtuale di un conto reale. Quindi, per esempio, in una coppia non sposata e senza figli, ed in mancanza di idonea disposizione testamentaria, saranno comunque fratelli, sorelle e genitori ad ereditare la giacenza. Ragionando specularmente, gli eredi possono quindi reclamare quanto loro spetta attraverso i canali tradizionali: il notaio, così come uno studio legale specializzato, potrà assisterli e consigliarli.

In ambito aziendale, tutti i dati nella disponibilità del defunto, ma che appartengono a terzi, come caselle di posta elettronica, spazi di lavoro condivisi, profili autorizzativi bancari, di regola vanno loro restituiti ed il loro utilizzo inappropriato potrebbe generare problematiche di natura penale, di solito erroneamente non considerate.
In attesa di servizi online analoghi a quelli stranieri, se si vogliono evitare rischi e problemi senza arrivare a disporre un apposito testamento, anche dai computer di casa nostra si può utilizzare uno dei tantissimi servizi di digital inheritance in cui, come se fosse una cassetta di sicurezza, lasciare le nostre password in modo che, al momento del decesso, vengano comunicate via email alle persone indicate. In Germania, ad esempio, ci si può affidare ad una nuova società specializzata nel regolare l’eredità digitale e nel cancellare i profili e i conti online di chi non c’è più. La società, chiamata Columba, agisce come una sorta di amministratore dell’eredità digitale: i parenti o gli eredi della persona scomparsa possono farle pervenire generalità del defunto e certificazione di morte avvenuta. A quel punto Columba confronta questi dati con le informazioni salvate presso alcune società online con cui collabora. Tra queste ci sono social network, negozi online, banche e servizi per i pagamenti su internet, siti di giochi e scommesse. I parenti possono ad esempio decidere se far disattivare o cancellare i conti e i profili del defunto oppure se rilevare o disdire i contratti che aveva stipulato sulla rete. Columba si occupa inoltre di rintracciare gli eventuali saldi positivi sui conti online della persona deceduta – ad esempio sui portali per il pagamento o il trasferimento di denaro – e di girare le rispettive somme agli eredi. Un servizio che ha il suo costo: l’azienda offre il suo “pacchetto di protezione online” a 249 euro. Il servizio della Legacy Locker, basata a San Francisco e quindi assoggettata al diritto della California, prevede l’identificazione di tutti gli “online assets”, le username e le password e la loro assegnazione ad uno o più beneficiari, persone care (poeticamente definite guardians dall’omologa società Cyrrus Legacy, corrente nel Regno Unito) a cui decidiamo di affidare le nostre informazioni personali.

Insomma in attesa che il tema dell’eredità digitale venga affrontato dal legislatore, in quanto già inserito nell’agenda dell’Unione Europea tra le innovazioni promesse dal nuovo Regolamento Comunitario, che pur tarda ad arrivare e che dovrà sostituire l’ormai obsoleta impostazione della direttiva 95/46 CE, possiamo sostenere che, così come per altri importanti aspetti della nostra vita, anche in tema di successioni mortis causae, nuovamente il web, come molti sostengono, non sta solo cambiando la società, il costume, le forme di democrazia ma anche l’esercizio vero e proprio dei nostri diritti.

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