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Licenziamenti e mobbing con rilevanza penale

Con sentenza depositata il 23 febbraio 2018 il Tribunale di Busto Arsizio ha ritenuto non sussistente il reato di lesione colpose, pur in presenza di una malattia psichica accertata (sindrome ansiosa depressiva) e nonostante tre licenziamenti ritenuti illegittimi. Ciò in quanto il mobbing può avere rilevanza penale solo laddove siano provate reiterate vessazioni e denigrazioni nei confronti del lavoratore che abbiano un nesso eziologico con la malattia riscontrata. Nel caso di specie non solo non sono state provate tali condotte ma non è emerso neppure alcun intento persecutorio da parte del datore di lavoro.

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Infortuni sul lavoro con condotta anomala, ma non abnorme del lavoratore

Il Tribunale di Bergamo, con sentenza depositata l’11 dicembre 2017, ha ritenuto sussistente la responsabilità del datore di lavoro delegato, pur in presenza di una condotta anomala e pericolosa del lavoratore, evidenziando che il macchinario ove è avvenuto l’infortunio, ancorchè perfettamente funzionante, non fosse sicuro. Affinchè la condotta colposa del lavoratore possa escludere il nesso di causalità tra la condotta del lavoratore e l’evento lesivo, è necessario non tanto che essa sia imprevedibile, quanto che sia tale da attivare un rischio esorbitante dalla sfera di rischio governata dal soggetto titolare della posizione di garanzia.  Del resto le disposizioni antinfortunistiche perseguono il fine di tutelare il lavoratore anche dagli infortuni derivanti da sua colpa (tra le ultime pronunce Cass, sex. IV, del 13.12.2016, CED 269603 e Cass. 17.1.2017 CED 269255).

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Il datore di lavoro risponde anche per gli infortuni occorsi ai dipendenti della ditta subappaltatrice

La Corte di Cassazione con sentenza n. 52129/2017 ha confermato la condanna del datore di lavoro di una società per l’infortunio occorso al dipendente della ditta subappaltatrice a cui erano state affidate le attività di carico e scarico della merce. Secondo la Suprema Corte, infatti, il datore di lavoro è garante non solo della incolumità fisica dei propri lavoratori, ma anche di quella di persone estranee al ciclo produttivo, o al mondo imprenditoriale, che frequentino l’azienda per motivi collegati in qualunque modo all’attività della stessa. Questo sempre che sia ravvisabile il nesso causale tra l’infortunio e la violazione della disciplina sugli obblighi di sicurezza.

Confermata anche la condanna dell’ente ex D. Lgs. 231/2001 essendo ravvisabile l’interesse e vantaggio dell’ente e l’assenza di un Modello Organizzativo.

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Infortuni sul lavoro e responsabilità del datore di lavoro in caso di negligenza dell’infortunato

In una pregevole sentenza depositata il 3 novembre 2011, il Tribunale di Ivrea ha assolto l’imputato datore di lavoro, ritenendo che la negligente condotta dell’infortunato non esclude di per sé la responsabilità, ma per l’accertamento della stessa nelle strutture aziendali complesse occorre verificare chi sia il soggetto espressamente ed in concreto deputato alla gestione del rischio. In particolare occorre distinguere la responsabilità del preposto (che riguarda il controllo sulla esecuzione della prestazione) da quella del dirigente (inerente all’organizzazione dell’attività lavorativa) da quella del datore di lavoro (riferibile solo alle scelte gestionali di fondo)  (Cass. 22606 del 4.4.2017).  Pertanto, quando vi sono distinte unità produttive con a capo preposti, incaricati e formati, spetta a loro la responsabilità per il controllo dell’osservanza delle modalità esecutive dei lavoro.

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Infortuni sul lavoro e valutazione dei rischi

E' stata recentemente depositata la motivazione di una interessante sentenza della Suprema Corte in materia di infortuni sul lavoro che ha analizzato le responsabilità per un decesso di un progettista entrato in un cantiere (non ancora aperto) per fare una valutazione dei locali. Lo stesso si è trovato di fronte ad una situazione di cantiere nuova e non segnalata a causa della creazione di un varco creato da un soggetto terzo. Ebbene la Corte ha stabilito che non può sussistere la responsabilità degli imputati se l’insorgenza di un rischio (nella specie caduta dall’alto) sia avvenuta in tempi successivi alla valutazione dei rischi comunque eseguita e se gli imputati siano rimasti incolpevolmente all’oscuro, essendo rilevante la conoscibilità del rischio.

 

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Infortunio sul lavoro: esclusa la responsabilità dell’ente per carenza del requisito dell’interesse e vantaggio

Il Tribunale di Fermo ha assolto l’ente imputato in un processo penale per l’infortunio occorso ad un lavoratore mentre era intento a lavorare presso un macchinario non munito di protezioni adeguate.

Il Tribunale, pur ritenendo sussistente la penale responsabilità del datore di lavoro, ha invece escluso la responsabilità amministrativa dell’ente affermando, da un lato, che la sola mancata adozione del Modello ex D. Lgs. 231/2001 non basta a fondare la responsabilità dell’ente e, dall’altro, che è necessaria la prova che il reato sia stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente stesso, intesi quale risparmio di spesa o aumento della produttività. Nel caso sottoposto al giudizio del Tribunale, la condotta rappresentava invece il risultato di una semplice sottovalutazione dei rischi o comunque di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie.

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Infortuni sul lavoro e la nozione di malattia

In materia di processi penali per infortuni sul lavoro, sovente si dibatte sulla durata della malattia anche ai fini della procedibilità: spesso si ottengono sentenze di proscioglimento perché, nonostante vi sia una dichiarazione INAIL circa la durata della malattia sopra i 40 giorni, il concetto di malattia adottato è diverso. La Suprema Corte, con la sentenza depositata il 26 maggio, interviene sul punto chiarendo che la malattia giuridicamente rilevante non comprende tutte le alterazioni di natura anatomica ma solo quelle alterazioni da cui deriva una limitazione apprezzabile di funzionalità. Viceversa i postumi o le complicanze non costituiscono malattia ma sono conseguenza della malattia  che va dunque autonomamente accertata.

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Infortunio sul lavoro: obblighi di vigilanza del datore di lavoro e comportamento colposo del lavoratore

La Suprema Corte, nella sentenza del 10 febbraio 2016 le cui motivazioni sono state depositate pochi giorni fa, è tornata ad affermare un fondamentale ed innovativo principio introdotto con una pronuncia del 5 maggio 2015 (sentenza n. 41486): in caso di infortunio sul lavoro, il datore di lavoro non può essere condannato sulla base di un generico principio di omessa vigilanza, ma, una volta che abbia fornito tutti i mezzi idonei alla prevenzione, egli non risponderà dell’evento derivante da una condotta imprevedibilmente colposa del lavoratore. In sostanza da un modello iperprotettivo si sta sempre più passando ad un modello collaborativo in cui gli obblighi di prevenzione sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori.

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Infortunio sul lavoro, assenza di DUVRI e nesso di causa

Il Tribunale di Milano nella sentenza del 14 ottobre 2015 depositata il 12 novembre 2015 ha stabilito che, nonostante l'assenza del DUVRI ritenuto necessario per eventuali interferenze nel lavoro dell'appaltatore nello stabilimento del committente, non sussista alcuna responsabilità in capo al datore di lavoro della società committente.

Il rapporto di causalità tra la colpa specifica e l'evento lesivo non può essere desunto solo dall'assenza del DUVRI, dovendo tale nesso essere accertato in concreto rapportando gli effetti dello omissione all'evento che si è concretizzato (si veda in tal senso Cass. IV sez, CED 246498).

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