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Chiara Agostini

Chiara Agostini

Avvocato esperto nella tutela della proprietà intellettuale ed industriale.

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Organismi di certificazione e accreditamento: il gruppo articolo 29 pubblica una bozza di linee guida sulla procedura di accreditamento degli organismi di certificazione

Il Gruppo di lavoro ex art. 29 (“WP29”) ha adottato il 6 febbraio 2018 delle bozze di linee guida sulla procedura di accreditamento degli organismi di certificazione ai sensi dell’articolo 43 del Regolamento UE n. 679/2016 (cd. “GDPR”).

La legge di Bilancio 2018 ha reintrodotto la notifica al Garante?

Attraverso la recente legge di Bilancio 2018, il Legislatore è nuovamente intervenuto in tema privacy, proseguendo nel disegno di armonizzazione della normativa nazionale al GDPR. Tra le novità, particolare perplessità ha destato il comma 1022 dell’art. 1, laddove si stabilisce che il titolare, ove effettui un trattamento fondato sull’interesse legittimo che prevede l’uso di nuove tecnologie o di strumenti automatizzati, debba darne tempestiva comunicazione al Garante Privacy, utilizzando un modello che dovrà essere predisposto dal tale Autorità entro due mesi dall’entrata in vigore della Legge stessa. Tale emendamento risulterebbe, secondo i primi commenti in dottrina, in palese contrasto con il GDPR, che ha eliminato l’obbligo di notifica al Garante, ritenuto dal legislatore europeo un mero onere amministrativo e finanziario. Sono attesi, in proposito, ulteriori interventi chiarificatori.

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Codice Privacy: i recenti interventi del legislatore

Con la Legge n. 167/17, pubblicata in G.U. il 27 novembre 2017 ed entrata in vigore lo scorso 12 dicembre, il Legislatore ha formalmente dato il via al processo di armonizzazione della normativa nazionale in tema di trattamento dei dati personali con il GDPR. Tali interventi, avvertiti dalla maggioranza come poco chiari, piuttosto ambigui, e, in ogni caso, del tutto inadeguati rispetto ai chiarimenti che si attendevano ai fini della armonizzazione del Codice Privacy con il GDPR, hanno introdotto una parziale rivisitazione della figura del responsabile ex art. 29 del Codice Privacy, attraverso l’inserimento del comma 4-bis e la sostituzione del comma 5, nonché determinato l’aggiunta dell’art. 110-bis, sul riutilizzo dei dati, anche sensibili – ad esclusione di quelli genetici – a condizione che siano adottate forme preventive di minimizzazione e anonimizzazione, e previa autorizzazione del Garante Privacy. Attraverso la suddetta Legge, infine, sono stati disposti alcuni potenziamenti alle risorse del Garante Privacy, nonché estesi a 72 mesi i termini di conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico.

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Garante Privacy: no al “social spam”

Con provvedimento n. 378 del 21 settembre 2017, il Garante Privacy è tornato a pronunciarsi in tema di “social spam”. L’Autorità, riprendendo quanto già stabilito nelle Linee Guida del 4 luglio 2013, ha ribadito che i dati reperiti sui social network, quali indirizzi e-mail o numeri di telefono, non possono essere utilizzati liberamente, ancorché gli stessi siano resi pubblici direttamente dall’interessato. In particolare, l’utilizzo di tali dati per l’invio di comunicazioni promozionali non appare compatibile con le funzioni peculiari di tali piattaforme, ovverosia la condivisione di informazioni e lo sviluppo di contatti professionali, e non è da considerarsi implicito all’utilizzo delle stesse. Pertanto, per tali finalità, è sempre necessario ottenere il consenso da parte degli interessati.

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Influencer marketing: l’AGCM comunica l’esito positivo della propria attività di moral suasion

Con il comunicato del 1 dicembre 2017, l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha annunciato l’esito positivo della propria iniziativa di moral suasion nei confronti di influencer e società titolari di marchi di grande notorietà, con l’accoglimento della propria richiesta di palesare l’eventuale carattere pubblicitario di specifici contenuti diffusi dagli influencer sui social media. In tale comunicato, inoltre, l’AGCM sottolinea come gli influencer abbiano recepito le sue indicazioni non solo nei post oggetto di richiesta, ma anche in contenuti relativi ad altri marchi, nonché di aver ottenuto l’impegno da parte degli advertiser coinvolti in tale attività di moral suasion a richiedere ai propri testimonial l’inserimento di chiare avvertenze sulla finalità promozionale dei post da questi diffusi tramite social media, nel rispetto del divieto di pubblicità occulta previsto dal Codice del Consumo.

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Street Art e diritto: il caso di Yulier P. e la normativa italiana

È di fine agosto scorso la notizia della detenzione dell’artista cubano Julier Rodriguez (noto come “Yulier P.”), il quale ha dichiarato di esser stato detenuto in custodia per due giorni e di rischiare di essere accusato per danni alla proprietà qualora non rimuova le variopinte immagini astratte che ha dipinto nei muri di edifici decrepiti nella città di Avana.

Questa notizia fa riflettere sui diversi interessi e diritti in gioco, non solo sul diritto alla libertà di espressione, ma anche sul rapporto tra il diritto di proprietà del proprietario della superficie “tela” dell’artista e il diritto d’autore dell’artista stesso. Che diritti hanno questi writers che creano le loro opere utilizzando mura pubbliche o private altrui? Di seguito verranno analizzati i diversi profili e le interazioni tra gli interessi e i diritti in gioco.

 

Profilo penale.

Dal punto di vista penalistico in Italia, qualora l’artista crei la propria opera su una superficie di proprietà altrui, senza richiedere il consenso del proprietario, potrebbe rischiare la contestazione del delitto di deturpamento e imbrattamento di cose altrui ex articolo 639 del Codice Penale, secondo la quale chiunque deturpi o imbratti cose mobili altrui è punito a querela della persona offesa, con una multa fino a 103 euro.

Se il fatto è tuttavia commesso su beni immobili o mezzi di trasporto pubblici o privati, si applica la pena della reclusione da uno a sei mesi o della multa da 300 a 1.000 euro e si procede d’ufficio. Inoltre, grazie al Decreto Legge 20 febbraio 2017 n. 14 in materia di sicurezza della città, è stato previsto che il giudice possa, con la sentenza di condanna per i reati di deturpamento di immobili o mezzi di trasporto pubblici o privati,  disporre l'obbligo di ripristino e di ripulitura dei luoghi ovvero, qualora ciò non sia possibile, l'obbligo a sostenerne le relative spese o a rimborsare quelle a tal fine sostenute, ovvero, se il condannato non si oppone, la prestazione di attività non retribuita a favore della collettività per un tempo determinato comunque non superiore alla durata della pena sospesa, secondo le modalità indicate nella sentenza di condanna

 

Profilo del diritto d’autore.

Occorre tuttavia precisare che, a livello di normativa sul diritto d’autore (legge 633/1941), è irrilevante se il supporto nella quale viene impressa l’opera si lecito o meno. L’art. 1 della legge sul diritto d’autore protegge tutte “le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”. Non vi è nessuna menzione sulla necessaria liceità o meno del corpus mechanicum (il supporto dove viene fissata l’opera), con la conseguenza che l’artista che crei la propria opera sul muro altrui, ha comunque tutti i diritti che la legge sul diritto d’autore gli riconosce, ossia i diritti morali e di sfruttamento economico.

Ne consegue che deve essere sempre richiesto il consenso dell’artista del murale/graffito per sfruttare economicamente l’opera; un caso noto negli USA di sfruttamento senza consenso dell’autore del murale è quello della American Eagle Outfitters che ha riconosciuto alcune centinaia di migliaia di dollari allo street artist AholSniffsGlue, a seguito dell’utilizzo senza consenso di un suo noto murale come sfondo a fini di pubblicità.

 

Profilo della proprietà della superfice e i diritti morali dell’artista

Non vi sono dubbi sul fatto che il proprietario del muro utilizzato per l’opera essendo il proprietario della superficie dovrebbe avere il diritto di distruggere la superficie stessa.

Questo diritto del proprietario, tuttavia, può porsi in contrasto con i diritti morali dell’autore dell’opera di street art. Si ponga il caso del proprietario della superficie che prima autorizzi l’artista a realizzare un murale sulla propria proprietà, ed in seguito, decida, ad esempio, di ripitturare parte della superfice. In questo caso, i diritti morali dell’artista, che sono inalienabili, entrano in gioco; in particolare il diritto morale dell’artista all’integrità dell’opera, ai sensi dell’articolo 20 della legge sul diritto d’autore, che riconosce all’artista il diritto di opporsi “a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione”.

In Italia non sì è ancora consolidata una giurisprudenza o dottrina in casi del genere, e molte sono le questioni aperte. Per questo motivo potrebbe essere utile guardare alla normativa statunitense, la quale tenta di conciliare gli interessi del proprietario della superfice con quelli dell’artista.

 

La normativa statunitense

Il VARA (Visual Artists Rights Act – §106A U.S. Copyright Act), infatti riconosce all’autore espressamente il diritto all’integrità dell’opera, che non può essere distrutta dal proprietario della superfice dove è stata realizzata l’opera di street art nei casi in cui sia possibile (ad es. grazie a nuove tecnologie che incidono sul profilo esterno della superficie utilizzata) rimuove l’opera stessa.

Il VARA impone al proprietario dell’immobile l’obbligo di comunicare all’autore dell’opera di street art, dovendo tra l’altro dimostrare che si sia attivato per individuare l’autore stesso, la propria intenzione di distruggere o modificare la superfice.

Una volta che l’autore abbia ricevuto la notificazione dell’intenzione del proprietario di rimuovere la superfice, ha novanta giorni per rimuovere l’opera (viene così riconosciuto un diritto alla rimozione dell’opera prima della distruzione della superficie su cui poggia), a proprie spese; decorso tale termine, e non prima, il proprietario ha la possibilità di distruggere l’opera stessa.

 

Chiara Agostini e Giacomo Pataracchia

 

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Influencer marketing: i rischi della mancata trasparenza e la normativa applicabile

Il tema del rispetto della trasparenza nelle attività di influencer marketing è sempre più sotto i radar delle autorità di controllo nazionali ed estere che vigilano sulla tutela dei consumatori. Il rischio per gli influencer e le società che richiedono i loro servizi, in caso di mancata trasparenza circa la natura pubblicitaria dei post o video sponsorizzati dai vari brand, è quello di essere sanzionati dalle Autorità Indipendenti competenti per pratiche commerciali scorrette.

 

Cosa accade negli U.S.A.

 

La FTC (Federal Trade Commission, l’Autorità Indipendente americana che, tra le varie attività, vigila sulla tutela dei diritti dei consumatori) ha recentemente diffuso un comunicato in cui ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con due noti social media influencer americani: Trevor Martin e Thomas Cassell.  L’oggetto della transazione raggiunta riguarda la pubblicazione dei video dei due influencer su You Tube, ripresi mentre giocavano d’azzardo online al gioco CSGO Lotto senza comunicare al pubblico la loro carica rispettivamente di Presidente e di Vice Presidente della società CSGO Lotto INC. che gestisce il gioco, suscitando così la falsa impressione di essere utenti con indipendenza di giudizio. 

L’azione della FTC in tema di mancata trasparenza nell’attività di influencer marketing non si è fermata all’accordo transattivo con Martin e Cassel; l’Autorità americana ha infatti inviato diverse lettere di moral suasion a vari social influencer accusati di effettuare pubblicità occulta e, soprattutto ha pubblicato una versione aggiornata delle FTC’s Endorsement Guidelines, un documento contenente risposte a domande specifiche sul modo in cui gli Influencer devono mostrare l’intento promozionale delle proprie pubblicazioni.

 

E in Italia?

 

Recentemente, anche l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), si è occupata del tema e nel comunicato dello scorso 24 luglio ha annunciato di aver inviato diverse lettere di moral suasion ad alcuni dei principali influencer nazionali e a importanti società che operano nel settore del lusso e della moda per la diffusione di post sponsorizzati senza che fosse comunicata la loro natura pubblicitaria. L'attività di moral suasion avviata dall'AGCM potrebbe costituire il preludio all'avvio di procedimenti istruttori volti a verificare l'effettivo rispetto dei principi di trasparenza nella pubblicità in ambito digitale; e riguarderà in futuro non solo il tema degli influencer, ma tutto il mondo del digital advertising.

 

Qual è la normativa applicabile in caso di omessa comunicazione della natura pubblicitaria dei contenuti degli influencer?

 

In assenza di una normativa speciale, vengono in considerazione le norme del Codice del Consumo. In particolare, l’articolo 22 che considera come una pratica commerciale scorretta, in quanto omissione ingannevole, quella pratica nella quale un professionista ometta informazioni rilevanti di cui il consumatore medio necessita per prendere una decisione consapevole, o quelle in cui presenti in modo ambiguo tali informazioni o non indichi l’intento commerciale della pratica stessa. Inoltre, l’articolo 23 considera come pratica commerciale ingannevole la condotta consistente nel dichiarare o lasciare intendere, contrariamente al vero, che un soggetto stia agendo quale consumatore e non nell’ambito di un’attività remunerata.

Da queste norme si ricava l’obbligo per l’influencer che agisce in qualità di testimonial di un brand di rivelarlo nei propri post/video/contenuti sponsorizzati.

 

Come garantire la compliance con la normativa italiana? 

 

È necessario palesare l’intento promozionale del contenuto dell’influencer, ed in questo si possono utilizzare diverse tecniche. La digital chart pubblicata dall’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria consiglia, per rendere riconoscibile la natura promozionale dei contenuti postati sui social media e sui siti di content sharing, di inserire in modo ben distinguibile nella parte iniziale del post sponsorizzato diciture come : “Pubblicità /Advertising”, o “Promosso da … brand/Promoted by…brand” o “Sponsorizzato da…brand/Sponsored by…brand” ecc. e/o entro i primi tre hashtag (#) diciture tipo: “#Pubblicità/#Advertising”, o “#Sponsorizzato da … brand/#Sponsored by… brand ” ecc. 

Molto più specifiche e approfondite sono le FTC’s Endorsement Guidelines emanate dall’autorità indipendente americana che vigila sul rispetto dei diritti dei consumatori. In particolare, le Guidelines forniscono esempi specifici di quando le modalità prescelte per evidenziare la sponsorizzazione risultano troppo ambigue o tali da confondere i consumatori. Ad esempio, nel post ringraziare semplicemente l'azienda che ha pagato l'influencer con un ("Grazie, [nome del brand]") non è considerato sufficiente per palesare l’intento promozionale, perché il semplice ringraziare un'azienda o un marchio potrebbe dare l’impressione che provenga da un semplice cliente soddisfatto. Al contrario, fornire ulteriori informazioni che indichino che un qualche vantaggio è stato ricevuto, utilizzando una frase del tipo (“Grazie, [nome del marchio], per il prodotto gratuito"), sarebbe, secondo le Guidelines, idonea a palesare la natura pubblicitaria del contenuto digitale.

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Facebook: il garante della privacy spagnolo multa la società per 1,2 milioni

Lunedi 11 settembre il Garante della Privacy spagnolo, l’Agencia Española de Protección de Datos (cd. Aepd), ha multato Facebook per violazione della legge sulla protezione dei dati personali. In particolare, secondo l’autorità spagnola, Facebook avrebbe raccolto i dati degli utenti (come religione, ideologia, gusti personali ecc.) per scopi pubblicitari senza informarli chiaramente sull’utilizzo e lo scopo della raccolta e continuerebbe a conservare i dati per più di 17 mesi dalla chiusura dell’account degli iscritti. Facebook inoltre, secondo l’Aepd, raccoglierebbe anche dati da utenti non iscritti a Facebook che navigano sulle pagine contenti il pulsante “like”.

Facebook ora dispone di un termine di due mesi per contestare la multa.

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